01/02/09 – Giro Sanremese

Eppur si muove. Anzi, no, eppure fischia: non è un moto di fantasia dell’autoradio, un improbabile ritocco della canzone che sta passando adesso, no no, è proprio un fischio. Acuto, allegro, sale d’intensità quando l’auto accelera, si quieta quando rallenta. Un risveglio un po’ inquietante dal torpore che, durante un viaggio in autostrada, non risparmia chi fa da passeggero; soprattutto se tal passeggero ha dormito si e no quattro ore nella notte appena trascorsa e, per giunta, patisce un po’ gli spostamenti a quattro ruote. Speravo fosse una mia allucinazione, eppure no: se ne accorge anche Mik, che spazza via ogni mia residua speranza spegnendo la radio e dando campo libero al cinguettio del motore. Sto col fiato sospeso e pendo dalle sue labbra: certo di motori ne sa più Mik di me; ci vuole ben poco, e poi lui lavora per costruirli, i motori, o qualcosa del genere. La diagnosi? Allora, parla, dimmi che ne sarà di noi! Taccio, perché si sa che tra motore e marito non bisogna mettere il dito; lo so che non si tratta di un marito, ma rende l’idea, insomma, mai intromettersi tra un masculo e la sua automobile! Però sono tormentata da una paura: cavoli, adesso qui se si spacca qualcosa in mezzo all’autostrada… Pazienza se ci si schianta, pazienza se si fa il gran salto dal viadotto, quel che è peggio è che ci perdiamo il giro in bici!

Il fischio continua, ma resta sempre uguale a se stesso. L’auto più o meno procede. Allora procediamo pure noi, con l’infallibile strategia dello struzzo: riaccendiamo la radio ed alziamo un po’ il volume; il sibilo non si sentirà più. O quasi. E intanto si ripete lo stesso copione di tante e tante domeniche: il cielo che diventa chiaro, le immancabili ciminiere di Vado Ligure che annunciano il mare, il lungo tratto di autostrada per raggiungere Arma di Taggia con tanti splendidi scorci sulla costa. E, con lo sguardo distratto verso la mia destra, catturo in un attimo qualche chiazza di tenue giallo, le prime mimose in fiore. E già mi sembra di sentire il calore del sole, anche se è solo il riscaldamento della Y.

Dopo il primo appuntamento al casello di Ceva con Luca e Max, che ora sono da qualche parte nei paraggi, con le rispettive auto, ne abbiamo un secondo all’uscita di Arma di Taggia, con Fabio che troviamo proprio appena superata la sbarra. Seguiamo la sua Rover in un dedalo di incroci, svolte, rotonde: insomma, non abbiamo ancora iniziato il giro in bici che siamo già dispersi. All’appello nel parcheggio manca Max, che ritroveremo dopo un paio di vasche nella via della stazione ed un paio di telefonate. Fu così che, sotto un tiepido sole di un mattino di gennaio, si ammassarono sull’esterno di una rotonda cinque loschi figuri ed un GPS: nessuno di loro, nemmeno il GPS, aveva la più pallida idea di quale direzione imboccare. Chiosa Luca, con poche parole efficaci, dirette al povero Mik, creatore dell’itinerario per oggi: “Ma come miXXXia hai fatto a tracciare il giro? Hai detto al programma che volevi un giro con tot km e tot dislivello e l’hai lasciato fare?”. Già, perché noi, che siamo un sacco più avanti, creiamo le tracce al computer… E poi regolarmente, nel tentativo di seguirle, va a finire che la diritta via si smarrisce, e allora sì che è cosa dura… Alla fine, qualcuno prende una decisione chiara; si parte, dritto avanti a noi. Io mi limito a seguire, visto che, come al solito, casco dal pero, non so chi sono, dove sono, dove voglio andare e perché… In compenso attacco bottone un po’ con tutti e già in partenza vado in debito di ossigeno a furia di risate. L’età media anagrafica supera i trent’anni nella nostra banda, ma quella mentale non credo arrivi a tredici – quattordici… Si chiacchiera di un po’ di tutto, dei miei buoni propositi di serio allenamento per il 2009, di forma fisica e ciccia, argomento su cui modestamente sono molto molto ferrata. Poi il fondovalle in leggera salita non manca di dare qualche bella bastonata sul cranio alla mia allegria: le gambe spingono meno, comincio a scalare rapporti, ad ansimare come un asino stanco, mi rassegno a veder partire ed allontanarsi i compari… Per fortuna, almeno Max e Fabio mostrano di aver pietà di me. Che orrore questo stradone ampio, appena appena in leggera salita, speriamo solo che finisca in fretta! Per fortuna, sono presto esaudita: svoltiamo a sinistra ed attacchiamo una salita su cui, finalmente, riesco a riconoscere la posizione sulla carta. Qui son già stata più di una volta; occhio e croce ci saranno quindici km di ascesa, forse qualcosa di più, verso il bivio per Colle Melosa, Termo Langan, che non ci toccherà, e poi verso Baiardo. Strada stretta, tranquilla, solo qualche Ape e pochi altri veicoli; strada che in breve ci solleva dalla pianura, mostrandoci così vicino il riverbero del sole sul mare. E’ pallidino il sole oggi, ma c’è.

Sulle prime, frizzi e lazzi si sprecano. Esordisce Fabio, preoccupato per la situazione della sua sella e del canotto reggisella, che teme possano infliggergli la fine toccata a Fantozzi nella celeberrima scena del salto in bici alla bersagliera. Ci pensa un po’ su e poi si lancia in una grave, profonda esternazione: “Dopo dieci anni di fidanzamento, mi sento pronto per nuove emozioni”. A cui segue, davanti, un immediato rilancio d’andatura di Luca e Mik, evidentemente preoccupati. Io non so più dove sbattere la testa; i miei gregari sono una manica di depravati, e la capitana non è da meno, visto che ha già le lacrime agli occhi per le risate. Mik e Luca allungano, Fabio dietro: sarà l’ultima volta che Max ed io li vediamo, per l’intera salita. Dicono, dicono, ma poi son peggio dei bambini: uno attacca, l’altro risponde, il terzo insegue… Beati loro, che possono. Io no: mi rendo conto che ho già preso la salita con troppo sprint, sono già in affanno, sento le gambe indurirsi. La prima parte del resto è un po’ più ripida. Cerco rifugio nelle chiacchiere, ma spesso mi manca il fiato, spesso è la preoccupazione di non farcela a farmi morire le parole in bocca. Pare incredibile, eppure a me ogni salita fa sempre paura. Devo concentrarmi sulla necessità di dosare le forze, rallentare un po’, lasciare che le gambe si riprendano e ritornino agili, morbide. Così facendo, come sempre, perdo molto di quel che c’è attorno a me, perché non guardo il mare, né gli ulivi, né le poche case, non seguo le stradine che si perdono in mezzo al bosco, se non molto, troppo di rado. In compenso, tengo d’occhio le nuvole: se ne vedono un po’ troppe; il cielo non è poi così blu, anzi, spesso diventa grigio, spesso su di noi cala l’ombra e porta un brivido sulla pelle nonostante la fatica della salita. La valle si stringe, toglie luce; la quota si alza, soffia un po’ di brezza ed è fredda, anche se dietro di noi si vede il mare. Già, siamo un po’ troppo lontani dal mare; io vorrei tanto il caldo…

Mi distraggono colpi secchi di fucile, prima lontani, poi sempre più ravvicinati, di quelli che scoppiano in testa e per un attimo fermano il battito del cuore. C’è qualcuno che spara nei paraggi della strada: quasi senza rendermene conto, allungo il passo, Max con me. All’ennesimo scoppio, alzo lo sguardo: poco sopra la strada, c’è un vecchio con una carabina; la impugna con una mano sola e fa fuoco, apparentemente a casaccio, verso l’alto, verso la chioma di un albero, e guarda di sotto in su. Questo è completamente andato: è il primo pensiero che mi balena in testa. Il secondo è filare via il più in fretta possibile, almeno oltre la curva, almeno da mettersi fuori della possibile traiettoria dei proiettili. Il terzo è il fortissimo desiderio di prendere quel disgraziato e collocargli il suo stesso medesimo fucile in luogo congruo…

Procedo con il cuore che batte all’impazzata: sarebbe una fine troppo troppo stupida, questa! Mi accorgo solo adesso che gli ulivi hanno lasciato il posto alla vegetazione d’alta quota, per quanto, da queste parti, alta quota significa circa mille metri. Mi sento davvero a casa quando riconosco un luogo già visitato tante e tante volte: il bivio da cui, a destra, si stacca la strada per Colle Melosa, certo adesso impraticabile per neve. C’è ancora qualche km in leggera discesa: tiro su la cerniera della felpa e mi lancio, come si confà ad un vero uomo… Ma anche i veri uomini ibernano: infatti, ci ripenso, mi fermo un attimo e mi imbacucco. Uffa, odio questa stagione, perché odio metter piede a terra troppo spesso durante le mie uscite; purtroppo, non c’è molta scelta. Così, rischio davvero un malanno, soprattutto ora che l’aria quassù è gelida ed il sole latita.

All’incrocio con la strada principale che va a Baiardo, ritroviamo i nostri amici velocisti, Mik, Luca e Fabio, in forma di stalagmite a due ruote. Ben vi sta: così imparate a darci quarti d’ora di distacco ad ogni salita, mentre Max ed io ce la prendiamo comoda.

Breve discesa allo splendido abitato di Baiardo, arroccato sulla cima di una collinona tondeggiante, e da lì giù per la lunghissima discesa verso Apricale, interminabile, gelida. Non c’è nulla da fare; impiegherò una vita a prendere confidenza con la bici nuova e, intanto, esagero con lo sfruttamento dei fantastici freni Cantilever: non azzecco una curva che è una; rischio la pelle un paio di volte per invasione della corsia opposta, ostinata aggravata e continuata; morale della favola, nell’era geologica che mi serve per giungere ad Apricale, Fabio ha avuto persino il tempo di prendere il caffé al bar. Che iattura.

Da Apricale ad Isolabona, fondovalle: tra un triangolo di Toblerone ed un consulto, si decide che di freddo se n’è preso abbastanza. Si va verso il mare, punto e basta; se il GPS ha qualcosa da ridire, sarà disattivato senza pietà. Via, di corsa, cercando di star dietro ai fuggitivi, prima Fabio, poi Luca: ma anche qui, la scarsa familiarità con la bici nuova fa sì che io accumuli distacchi enormi ad ogni minima curva, infliggendomi poi sforzi inenarrabili per riportarmi un po’ più vicino alle loro ruote. Incredibile… Sento l’asfalto troppo troppo vicino, non piego nemmeno di mezzo grado, causo una pioggia di santi abbattuti dagli automobilisti costretti a schivare le mie ardite traiettorie. Meno male che Fabio, a Dolceacqua, propone una bella deviazione verso il cielo. E non manca di segnalarmi lo sguardo d’ammirazione ed interesse che mi giunge da parte di un autoctono al volante: sì, va bene che io ho la passione conclamata per gli uomini maturi… Ma questo è già proprio in via di decomposizione!

Fabio imbocca allegramente un ponticello, abbreviando di qualche anno la vita residua, presumibilmente già breve, dell’anziano pilota dell’auto che arriva nell’altro senso: poi via, tutti in salita, ora si torna a fare sul serio. Qualche rampa, qualche tornante, la strada che sale, finalmente l’asfalto illuminato di sole. Chissà dove va a finire questa stradina? In mezzo a case e case, pare. Max ed io come al solito restiamo indietro, a litigare coi pedali i rapporti e le rampe; scruto la collina a caccia di una possibile traccia del nostro futuro, ma è impossibile capire quale sarà la nostra meta. Strappi, tratti in piano, ancora strappi, cattivi ed improvvisi; Fabio a più riprese annuncia che “questo è l’ultimo”, ma mente sapendo di mentire… E’ comprensibile lo stupore dei cani da guardia nei giardini, alla vista di cinque strani individui variopinti, semoventi e starnazzanti. Villette, villoni, le più arretrate propaggini della vita di riviera, e poi innumerevoli affittacamere, sperduti quassù nel nulla. E mimose in fiore, e raggi caldi di sole, pazienza se faccio tanta fatica. Ci provo lo stesso, butto giù un dente, mi alzo sui pedali, e di qui la mia mente è tutta concentrata sul battito del cuore, il ritmo del respiro, un complicato gioco di equilibrio per capire se ce la farò o se le gambe s’inchioderanno. Ce la faccio: non a tenere le ruote dei fuggitivi, questo no, ma ad arrivare in cima in modo decoroso, con un pizzico d’orgoglio tutto mio. Sfilo accanto a Fabio, Mik e Luca, filo giù verso la discesa e un po’ gongolo… Niente giacca, questa volta si resiste. Anche perché, dopo qualche km, basta discesa; Fabio ci guida verso sinistra, su per un’altra rampa. Fiera protesta di Luca, che vede vanificato il proprio paziente lavoro di pulizia della bici: oh insomma, cosa sono queste delicatezze? La butti sotto la doccia ed è come nuova, anzi, se vuoi te la lavo insieme alla mia! Segue profondo dibattito sul tema “il lisoformio come detergente per le parti meccaniche”, altro tema su cui posso dire la mia, finché la pendenza non mette tutti a tacere. Questa volta, però, provo a vendere cara la pelle: è un periodo buono, questo; come sempre, io raggiungo il mio picco di forma a gennaio-febbraio, salvo poi registrare una caduta libera dei già magri risultati. Magnanimi, i colleghi mi permettono d’illudermi: potrebbero mollarmi lì come una cozza attaccata allo scoglio, invece no; mossi a pietà, mi consentono di giocare all’inseguimento, sbuffando, a suon di lacrime e sangue. E, quando le gambe stanno per cedere, arrivano parole di complimento ed incoraggiamento che hanno su di me l’effetto di una sferzata. Dentro di me, posso sfoderare un sorriso a 32 denti, anche se nella realtà me ne restano solo 29… Memorabile la volata finale, ispirata da Fabio e coronata da un fragoroso verso animalesco, forse un raglio d’asino, in mezzo al gruppuscolo di case!

Luca, Fabio ed io invertiamo la rotta per andare incontro a Max, che è rimasto un po’ indietro: scendiamo, scendiamo e scendiamo ancora, ma di Max nemmeno l’ombra… Possibile? Ma dov’è finito? Non ci resta che fare ricorso a San Telefonino: Max, dove cavolo sei? Presto svelato l’enigma… Poco prima della vetta, una strada si staccava sulla sinistra e saliva su con una rampa paurosa. Max ha giustamente pensato che quegli squilibrati dei suoi colleghi non potessero andare a cacciarsi altrove… Ed ha imboccato la rampa. Va bè, pazienza, dice Max; voi andate per la vostra strada, io vado per la mia e torno al mare. Chiudiamo il collegamento un po’ vergognosi e mortificati: almeno uno di noi avrebbe dovuto restare a presidio del bivio, ma ci siamo fatti prendere dalla foga…

Risaliamo con le pive nel sacco; al bivio incriminato, troviamo Mik che, cosa inaudita, è tornato pure lui un po’ indietro, forse preoccupato d’essere stato abbandonato in mezzo al nulla. No, la rampa no, io non la voglio: tiro dritto… Ma i colleghi restano lì, incerti. A nulla vale il mio sguardo implorante… Oh insomma, volete proprio la rampa, e allora beccatevi la rampa. L’affronto io per prima, arrivando in cima per miracolo senza che la bici si corichi per terra ed i muscoli si strappino dalle ginocchia: passato il salto, la pendenza torna umana. Non così la strada, irta d’insidie, crateri, liane che pendono dal bosco, addirittura un lago enorme che occupa l’intera strada e mi costringe ad un’opera di alto equilibrismo per passare a piedi lungo il bordo. Insomma, destinazione ignota, percorso ad ostacoli, ma siamo proprio sicuri? Se ci riacchiappa Max, ci cambia i connotati… Il bello è che non sappiamo dove andremo a finire… Anzi, può anche darsi che non si vada da nessuna parte e tocchi tornare indietro! E’ il pensiero che tormenta Fabio: “Se questa mulattiera finisce, il guaio è che ci tocca tornare indietro!”. No, osserva Luca… Il guaio è che, se questa strada finisce, incontriamo Max! Tutti a cospargerci il capo di cenere per l’equivoco, ma ormai è fatta, inutile piangere sul bivio sbagliato. Rampe, buche, sassi, sabbia, ancora sassi buche rampe e sabbia, finché, dopo mille peripezie, riaffioriamo su una strada che sembra un po’ meno indegna del nome che porta. Strada che scende da Perinaldo verso non so dove, ma è evidentemente la stessa discesa che abbiamo già fatto una volta. Infatti, dopo una dose di Toblerone, si riparte e s’arriva nello stesso punto in cui si stacca la salita su cui c’è stata l’involontaria scissione del gruppo.

Incredibile ma vero, nel tratto di discesa ricompare Max: manco ci fossimo dati appuntamento… La sua ira funesta non si abbatte su di noi, ma siccome ‘ccà nisciun èffess’, la pecorella smarrita rifiuta sdegnosamente di ritentare la salita di San Romolo. Ci separiamo allora un’altra volta, volontariamente; approfitto di un attimo di pausa dei miei colleghi per prendere un po’ di vantaggio sulle rampe. Vorrei tentare di far bene un’altra volta, come prima… Ma stavolta tra i miei colleghi si scatena la bagarre. Mi sorpassa Fabio, a velocità impressionante, una scheggia impazzita rispetto a me che sono in piedi sui pedali e quasi ferma. Poi passano Luca e Mik, un po’ staccati: ma contro Fabio così lanciato non c’è storia… Ora che queste curve le conosco già, vado comunque su più serena, anche se le gambe non mi concedono il bis: pazienza, faccio quel che posso, mi accontento di tenere il nemico sott’occhio, anche se ad una certa distanza. Le case, il ponticello, il bivio, la cima, tutto compare più in fretta se te l’aspetti già. E poi la discesa, folle, che culmina in un tratto dentro paese, quasi alla riviera, con pendenze inimmaginabili: i cartelli indicano 20%… Meno male che non lo sapevo, ma mi prende lo stesso il panico. E la furia omicida. Adesso che faccio? La bici nuova mi aiuta molto per la frenata, non per la gestione del mezzo, a cui non sono abituata; alla fine il terrore ha il sopravvento. Mi fermo, non so bene come; scendo cautamente di sella, mi avvio a piedi. Il tratto ripidissimo purtroppo è lungo; provo un paio di volte a risalire in sella, ma non c’è nulla da fare, il senso di vuoto è troppo accentuato. La banda sarà giù in fondo da un po’; chissà quanto stanno sghignazzando, ne avranno le scatole piene di aspettarmi… Me ne vergogno, mi arrabbio, ma non c’è niente da fare! Una madama assiste perplessa al mio ultimo tentativo di salire in sella e suggerisce, saggiamente, “Signorina, ma scenda a piedi!”. Effettivamente, non ha tutti i torti…

Scornata ed arrabbiata, con me stessa ovviamente, raggiungo il gruppo, come sempre in paziente attesa. Nessuno irride… Sono troppo misericordiosi! Ci tuffiamo da Bordighera lungo l’Aurelia: un inferno di traffico, come sempre; panico allo stato puro per me che, alla mia mancanza di equilibrio, aggiungo la paura degli autisti della domenica, della massa di gente per strada, dei semafori, del caos. Meno male che la salita di Coldirodi ci salva almeno dall’attraversare tutta Sanremo: salva me, soprattutto, dalla cotta tremenda che m’è piombata addosso nel tentativo di mantenere, sui saliscendi dell’Aurelia, un’andatura decente. Non che io sia mai un fenomeno, ma quel tipo di tracciato mi distrugge in pochi minuti le gambe e l’entusiasmo: Coldirodi è una salita breve e dolcissima, ma ai miei quadricipiti in questo momento pare peggio del Mortirolo. Meno male che c’è Fabio a tenermi compagnia, c’è il mare, c’è il tepore della riviera. E presto ci si rituffa verso la costa, dentro quel carnaio che è Sanremo – la mia misantropia qui scoppia in tutto il suo vigore; vorrei che sparisse da qui qualsiasi forma di vita umana, subito… Ma mi sa che è più semplice se mi affretto a sparire io. Passo quindi accanto alla passeggiata, alla piazza da cui un paio di volte ho preso il via alla Granfondo Carlo Dapporto; riconosco il viale d’uscita e sto già meglio. Passa un motorino, Fabio si lancia all’inseguimento: Luca si fa scappare un commento di disapprovazione… E poi, con somma coerenza, si lancia pure lui. Io no… Non avrei speranza, e poi qui è già molto se riesco a stare in piedi dribblando tutti gli ostacoli, fissi e mobili.

Finalmente, via dall’Aurelia un’altra volta, via dalla caciara, dalle damazze impellicciate, dagli schiamazzi dei marmocchi, dai clacson sfrenati; si sale al Poggio. E’ tutto il giorno che dichiaro di voler fare le ripetute sul Poggio… Beh, le ripetute non le avrò, ma almeno una volta le ruote lassù le porto!
Vorrei provare ancora una volta a salire bene, con buon ritmo, ma sento che fiato e gambe non mi accompagnano più. Questa volta è Luca che si presta a fare da lepre, ma la mia fatica è davvero tanta, anche se mi sforzo di mascherarla chiacchierando un po’. Me la ricordo corta, questa strada, ma sarà corta davvero? Arrivo su o crollo prima? Dai Gian, ancora uno sforzo, spingi ma non troppo, il Poggio è già qui. Stavolta mi fermo un attimo anch’io, per buttar la faccia sotto l’acqua della fontana. Manca ormai solo qualche km all’auto, ma non posso fare a meno di mangiare ancora una dose di cioccolato: sono in riserva fissa già da un po’…

Ha davvero dell’incredibile l’arrivo di Max che ricompare, per la seconda volta, dal nulla. Se ci fossimo dati appuntamento qui, non saremmo stati così precisi… Arriva, lui, dalla strada di Ceriana. A questo punto, bene o male, si può dire che abbiamo iniziato e terminato la giornata tutti insieme: restano infatti pochi chilometri ad Arma, alle auto. In tutto, poco meno di 30 km e circa 2.600 m di dislivello.

Anche questa volta non avrò la mia agognata passeggiata in spiaggia; in cambio, però, posso assistere al collaudo, da parte di Mik, della bici di Luca munita di pedivelle PowerCranks. Le proverei io stessa, se solo la sella di quella bici non fosse smisuratamente alta per me.

Poi è l’ora dell’abbiocco, dell’autostrada, del rientro. Ma al mare è solo un arrivederci: mi sa che il prossimo fine settimana saremo ancora nei paraggi!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!