07/03/09 – Pedalata da Carmagnola a Genova e ritorno

In fondo è tutta colpa di Matteo. Se lui lunedì scorso, dopo una domenica di bici langarola, non fosse tornato a casa sua, a Genova, in bici, lasciando l’auto da me, e se non fosse ripartito, sempre in bici, da Genova mercoledì nell’ora di pranzo, per arrivare da me col buio, bagnato come un pulcino dopo centocinquanta chilometri di pioggia e ancora pioggia… Se Matteo, dicevo, non avesse combinato tutto ciò, il mio unico povero e stanco neurone non avrebbe mai generato l’idea. Il guaio è che è difficile, per me, essere testimone di un’impresa ciclistica o podistica folle senza lasciarmi assalire dall’invidia e dal desiderio di emulazione. Un viaggio così lungo sotto il diluvio no, questo mai: mi conosco, so che sarebbe troppo per me; patisco il freddo, ho paura in discesa, insomma, mi demoralizzerei dopo pochi chilometri. Il maltempo, posso sfidarlo se sono in gara, se so che ormai sono lì e in qualche modo devo ingegnarmi per arrivare a fine percorso, e mi spiace buttar via l’occasione; di saltare in sella con la pioggia battente però no, non se ne parla nemmeno, non io.

Però, potrei tentare di avvicinarmi un po’ alla follia di Matteo in altro modo. L’illuminazione mi coglie alla scrivania dell’ufficio, giovedì: potrei andare io a Genova in bici… Andare e tornare in giornata. Faccio un po’ fatica a far di conto a mente, quando si tratta di lavoro… Ma a ragionar di chilometri, tempi di percorrenza, dislivelli, il mio fido neurone, che a sentir parlare di bici si ringalluzzisce tutto, è un vero asso. Da Carmagnola al negozio di Matteo, secondo Google Maps, sono 144 km. In tutto quindi 288. 144 all’andata, con dislivello in salita un po’ inferiore a quello in discesa: potrei impiegare, occhio e croce, sei ore e mezza. 144 al ritorno, dislivello in salita un po’ superiore a quello in discesa e gambe già stanche: sette ore, sette e mezza, magari. Meglio tenersi un po’ di margine. Il dubbio che si tratti di un progetto troppo ambizioso non mi sfiora nemmeno… Anzi: sarebbe un’ottima occasione per un sacco di cose; per saggiare a che punto è la mia resistenza alla lunga distanza in bici; per vedere come reagisce la testa ad una galoppata così lunga e solitaria; soprattutto, per fare una sorpresa a Matteo, che in fondo è sempre, da quando lo conosco, la mia ispirazione per le missioni impossibili, la fonte di entusiasmo quando le cose van bene, di coraggio e denti stretti quando non van bene per niente, in bici, a piedi e anche no. Sabato mattina dovrebbe, credo, essere in negozio: devo, a tutti i costi, raggiungere Genova prima delle 12.30. E se poi non c’è? Metti che magari sia in commissione o chissà dove? Non potrò aspettare, pena il rientro col buio… Ma non importa, accetto il rischio. Troppo forte la voglia di vedere che faccia farà!

Il venerdì trascorre tra lavoro e minuziosa meditazione della grande impresa. Succede una volta ogni era geologica, che io riesca ad essere così accurata e razionale nel meditare un giro in bici. Questo non sarà un giro in bici qualsiasi: non tanto per la distanza, quanto per il fatto che si tratterà di un vero viaggio, andare in bici in un certo posto per una certa ragione, e poi tornare a casa. Lo so, è difficile da capire, ma… Di norma, una meta quando esco in bici ce l’ho sempre, ma non è che sia una meta d’importanza vitale; posso andar lì, andare altrove, tornare a casa, insomma, posso decidere strada facendo, posso andare oltre o fermarmi prima. Stavolta, invece, ho una precisa destinazione e pure un orario da rispettare. Bisogna far le cose per benino. Più ci penso, più sono entusiasta dell’idea; sembra proprio che tutto voglia andare per il verso giusto: il meteo si annuncia magnifico! OK, è deciso, questo sabato o mai più.

La sveglia trilla alle 3.40. L’intenzione è di partire alle 4.30, ma ahimé il pancino, inopportuno come sempre, non è d’accordo. La bici è già pronta, con le luci anteriore e posteriore; cavigliere rifrangenti, giacchino d’emergenza, bande rifrangenti anche sullo zaino, in cui ho stipato una giacca impermeabile, qualche attrezzo per quel poco di guai meccanici che sarei in grado di risolvere, documenti, soldini ed una buona scorta di barrette e gel energetici. Più un’inutile macchina fotografica, inutile perché scopirò troppo tardi che ha le batterie scariche.
Alle 5 in punto mi chiudo alle spalle il cancello di casa e mi butto nella notte. In Carmagnola non vola una mosca, il deserto. Primo tratto, una ventina di km piatti verso Bra: imbocco il rettilineo che mi porta fuori città e sono già lontana, con la mente già al mare, anche se la strada è ancora lunga. Non fa nemmeno troppo freddo; ho indosso una giacca invernale, pantaloni felpati ¾, guanti spessi ed un berretto di pile su cui ho ben fissato la luce frontale. Potrebbero esserci due o tre gradi sopra lo zero: ma non so quanto sia realtà e quanto sia invece calore che nasce dalla mia emozione, un misto di entusiasmo e di paura, di voglia di andare e timore di commettere una grossa stupidaggine. Intorno a me, silenzio e deserto, lungo una strada che sono abituata a vedere caotica e fumosa; solo il latrato di qualche cane, che non si vede ma c’è, nascosto in chissà quale cortile di chissà quale cascina. Carmagnola, campagna, Sommariva, Sanfré, campagna, Bra: incontro si e no una decina di auto, che per fortuna si accorgono di me già da lontano: le sento rallentare, vedo gli abbaglianti che s’accendono nel tentativo di capire cosa diamine sia quello strambo oggetto barcollante a bordo strada; mi passano accanto con cautela, a gran distanza, quasi fossi un’entità sconosciuta e pericolosa. Il mio timore, qui, è l’incontro con qualche discotecaro assonnato, ubriaco o un po’ fatto: meno i pedali e viaggio col cuore in gola… A Bra, primi segni di vita: sono quasi le sei, qualche bar alza le serrande, qualche viandante s’aggira sperduto con il dovere di andare a lavorare ma la mente ancora persa tra due guanciali. E un po’ di cielo che comincia, appena appena, ad assumere una tonalità di blu un po’ meno pesto, qualche stella già inghiottita dalla prima pallida luce.

Discesa verso Cherasco e strada di fondovalle: Narzole, Monchiero, Dogliani. Pedalo di gran carriera, stupita io stessa di riuscire a macinare chilometri di pianura o falsopiano in salita con tanta leggerezza, proprio io che odio questo tipo di terreno e ci soffro le pene infernali. Fa più freddo, qui dove non c’è più la città; l’erba a bordo strada è ancora gelata, bianca di brina. L’ora dell’alba, nella mia pur breve esperienza di vagabonda notturna per sport, è la più insidiosa per il freddo. Ma vedo delinearsi sempre più nitida la linea delle colline: ben presto non ho più necessità delle luci, anche se lascio la posteriore ancora accesa per un po’, non si sa mai. Il cielo è sempre più azzurro e nitido: si annuncia una giornata meravigliosa. La luce spazza via la notte e, con essa, i miei dubbi, le mie paure. Calma Gian: ci stai provando. Magari non ce la fai, magari ti tocca fermarti e tornare indietro, chissà. Ne possono capitare, di imprevisti, in quasi trecento km… Ma non ti troverai mai in mezzo al deserto; se proprio finisci nei guai, una mano da qualche parte la trovi…

Sette meno dieci, sono sotto al cupolone, a Dogliani. Proprio mentre affronto i primi tornanti della dolce salita verso Murazzano, i miei occhi incrociano finalmente il sole: bellissimo, enorme, rosso fuoco, illumina la cupola e crea un’atmosfera da favola. E’ qui che sfodero con convinzione la macchina fotografica, solo per assistere ad un patetico tentativo dell’obiettivo di uscire fuori, un canto del cigno… Ma và al diavolo! Più nulla, nessun segno di vita. Resisto alla tentazione di lanciarla giù dal curvone, la ripongo nella tasca e riprendo a salire. Qui la pendenza invoglia a fare i gradassi, ma tiro immediatamente il freno; non posso permettermi di sprecare nemmeno una caloria una più dello stretto indispensabile. Ho percorso appena quaranta km o poco più: ne mancano duecentocinquanta…

Mi basta guadagnare un po’ di dislivello per accorgermi che la temperatura è scesa bruscamente: quassù, oltre Dogliani, ha nevicato da poco; la neve in alcuni tratti ha invaso la strada, ricoprendo l’asfalto di un insidioso manto gelato, pericoloso anche in salita. Le mani ed i piedi protestano: peggio del peggio, stamattina ho scoperto, con orrore, di aver dimenticato di far asciugare le scarpe da bici sul termosifone, dopo l’ultima lavata di pioggia di giovedì… E non ho potuto fare altro che indossarle umide. Ma lo spettacolo meraviglioso che si gode da quassù ripaga di qualsiasi sofferenza: l’aria, resa limpidissima da giorni di pioggia e neve, è cristallina; si vede l’intero arco alpino, così vicino e nitido che pare di poterlo toccare, le montagne infiammate di rosa acceso, i particolari della pianura, edifici strade e ponti, per chissà quanti chilometri, a perdita d’occhio. E, alla mia destra, il sole rosso che inizia la sua ascesa.

Salgo con buona lena, tra mille pensieri belli, perché oggi c’è posto solo per quelli. Nelle orecchie risuonano la chitarra e la voce di Matteo, che mercoledì sera ho tormentato senza pietà costringendolo a sfoderare tutto il repertorio di De Andrè con qualche sconfinamento ad altri autori; ha una voce bellissima ed io mi limito a riascoltarla col pensiero, senza azzardarmi ad imitarlo: un po’ perché sono stonata come una campana rotta e un po’ perché non ne avrei il fiato. Belvedere Langhe: domenica scorsa ero qui con Matteo, appunto, e Luca, sotto una pioggia fredda ed insistente. Oggi la temperatura forse è più bassa, ma il sole scalda la schiena e l’animo. Mangia e bevi, salita sempre molto dolce; Murazzano, poi il bivio verso Bossolasco ed Alba, ma io tiro dritto, direzione Montezemolo. E pensare che, a parte i primissimi anni di rodaggio con la bici da corsa, mi sono poi sempre categoricamente rifiutata di pedalare qua, su questa strada ampia e poco pendente che costringe ad una fatica improba ma dà la sensazione di non salire mai. C’è un gran viavai di scuolabus e qualche auto; la corona delle Alpi che dal rosa digrada pian piano al bianco, senza lasciare alcun dubbio sull’enorme quantità di neve caduta quest’inverno, fino a quote molto basse. Sale Langhe, Sale San Giovanni, il generatore eolico che stamattina è immobile; dolcissimi saliscendi ad una quota che più o meno dovrebbe ora rimanere costante, intorno ai settecento metri o poco più. Raggiungo Montezemolo ben prima di quanto pensassi: parlo non di tempo d’orologio, ma di quello misurato dal mio senso di fatica, che oggi sembra essersi preso un giorno di vacanza. Ma è troppo presto per cantar vittoria. Attraverso il paese ancora addormentato, anche se sono suppergiù le otto; paesino piccolo, raccolto intorno alla strada principale, come tutti qui intorno; paesino rimasto vecchio, in fondo il bello è proprio qui. Raggiungo la grossa rotonda con il ristorante che, tra qualche ora, sarà preso d’assalto, come da tradizione, da orde di motociclisti affamati. A sinistra e via, imbocco il lungo ponte che conduce alla galleria e poi giù verso Millesimo. Mi assale il dubbio: in auto non ci ho mai fatto caso… Ma la galleria sarà consentita alle bici oppure no? Drizzo le antenne, mi guardo bene intorno: non c’è traccia di divieto. Non credo che l’avrebbero nascosto tanto bene, il cartello, se mi avessero voluto proibire il passaggio… In ogni caso, la galleria è ampia e ben illuminata; alla peggio, può darsi che io stia violando il Codice della Strada, ma di certo non creo grave pericolo né per me né per altri. Infatti, passo indenne.

La discesa su Millesimo è un calvario, per fortuna breve. Questo paese è climaticamente jellato: è uno dei luoghi più gelidi che conosca… Avvolto in una tetra coltre di nebbiolina grigia, sembra sia rimasto fermo al gelo siberiano di un mese fa. Eppur si muove; c’è il mercato, c’è movimento, rumori clacson e strilli, via di qua, subito! Sto peggiorando: se l’insofferenza mi coglie persino in mezzo alla magra popolazione di un paesello così, in capo a qualche mese dovrò ritirarmi a far l’eremita su qualche cima! Mah… Meglio aspettare che qualcuno porti il collegamento ADSL anche sul Fauniera; allora sì che potrò isolarmi dal mondo reale, purché non manchi la compagnia di quello virtuale.
La salitella successiva, due o tre km su per uno stradone ampio e caotico, passa abbastanza liscia: me l’aspettavo con terrore… Oggi dev’essere proprio un giorno speciale. Quattro o cinque km di discesa e falsopiano a favore, sempre sullo stradone, fino a Carcare, poi altra breve risalita fino all’abitato di Altare, che attraverso lasciandomi sulla sinistra la galleria. Finalmente un po’ di sole: per ora continuo ad aprire e chiudere un po’ della cerniera della giacca invernale… Ma di svestirmi non se ne parla, non ancora. L’aria è quella gelida dell’entroterra e si vede, dalla neve che ancora imbianca prati e tetti. Le brevissime gallerie dopo il paese, con una curva secca, mi portano davanti al mare: è laggiù, ancora lontano, mancano 12 km al centro di Savona, ma “di qua” è già un altro mondo. Mi accorgo di avere stampato in faccia un sorriso che va da un orecchio all’altro… Mi fa questo effetto, il sole, il caldo. Ancora un po’ di brividi e poi, laggiù, sarà tutta un’altra storia.

La discesa dal Cadibona verso Savona è potabile anche per me: in molti tratti, tocca persino pedalare. Taglio qualche curva di troppo, attirandomi le ire degli automobilisti, pure sempre così coloriti nelle loro esternazioni, da queste parti, che anziché arrabbiarmi scoppio a ridere. Tepore, luce, un po’ di vento. Poi i casermoni, quell’orrendo pugno nello stomaco che è l’edificio del Tribunale, i semafori, le code, il traffico: insomma, la riviera. Mi immetto sull’Aurelia ancora bardata da Omino Michelin, giacca, guanti lunghi, berretto e luce frontale: non passo certo inosservata agli occhi interrogativi degli sciami di ciclisti che sfrecciano qui al mare. E’ solo adesso che, per la prima volta da quando son partita da casa, sgancio i pedali e mi fermo: pochi minuti per passare alla tenuta primaverile e per riempire il pancino, si fa per dire, con la seconda barretta. E per guardare l’acqua, le onde, il riverbero del sole che mi manca sempre così tanto.

Poi mi butto nella mischia: un po’ di fatica per sfuggire al caos della città e via, lungo l’Aurelia, in compagnia di tanti altri ciclisti solitari come me. Quel che sto facendo è quantomeno insolito per me. Prendo sempre in giro i ciclisti che pestano ogni giorno lo stesso identico nastro d’asfalto, ma oggi sono una di loro, anche se viaggio persa tra i miei pensieri e non vado oltre il “ciao” distratto, che tra l’altro da queste parti è una rarità. Pizzicata tra pedoni marciapiedi e traffico di auto, devo sforzarmi di avere cento occhi, ma di tanto in tanto aguzzo la vista là davanti, casomai riuscissi ad intuire Genova.
Un plauso all’organo preposto alla manutenzione dell’asfalto di Albissola: par di viaggiare su un campo minato! La passeggiata, un altro po’ di mare, poi Celle, poi Varazze; in mezzo, tanti saliscendi che sono costretta ad affrontare calando le brache, ossia la catena sul 34, mentre mezzo mondo mi sfreccia accanto mulinando il padellone; pazienza, mi consolo pensando che ben pochi, tra lor signori così pimpanti, son partiti nella notte da chissà dove. E comunque, ad onor del vero, il padellone io non lo reggerei nemmeno se fossi fresca come una rosa!

Mimose, magnolie fiorite, curioso contrasto con le cime affacciate sul mare e pure agghindate col cappuccio bianco di neve, un’immagine che credo di non aver mai visto qui al mare. Il vento è cattivo e contrario; vorrebbe ribaltarmi, ma no, non glielo permetto, non ora: ho una missione da compiere, una sorpresa da fare! Le gambe reggono bene, per adesso; nemmeno le raffiche possono scalfire il mio buon umore. I chilometri scorrono via come mai avrei immaginato. Arenzano, ormai ci siamo; lassù in alto, le “lavatrici”: un altro obbrobrio edilizio, ma ormai son caratteristiche… La prima traccia di Genova quando ci si arriva in autostrada, ma non le avevo mai notate dall’Aurelia! Anche perché in bici, qui, non sono mai passata… L’ultima salita, una telefonata a casa, a mammà che tifa e ormai non si stupisce più; poi, occhi ed orecchie ben aperti, devo azzeccare la strada giusta. Via Murtola, una traversa della principale Via Prà, ma prima c’è ancora il piazzale degli autobus, punto di partenza di un bellissimo itinerario ciclistico dello scorso anno, nonché splendida balconata sul mare; poi qualche semaforo, traffico, autobus, si procede a strappi, siamo sempre fermi… Ci manca poi solo il tizio cinghialone, tutto vestito Pinarello e calato in sella ad una Pinarello nuova fiammante, che mi affianca chiedendomi di che marca sia la mia bici. “Nessuna marca, me l’ha assemblata il meccanico”. Il tizio scoppia a ridere, fa la battuta: “Ah, è una bici fatta in casa…”. Non lo degno di risposta: ho qualcosa di più importante a cui badare. Mi limito a pensare che il lardo che costui porta a spasso sulla pancia sia andato a sconfinare fino al cranio, soffocando quei due o tre neuroni malaticci che ancora vi albergavano… Figliolo, questa bici fatta in casa macinerà oggi più chilometri di quanto il tuo nobile destriero ne percorrerà in tutta la sua esistenza, almeno finché in sella ci sarà la tua adiposa persona!

Devo aver già superato la via che cercavo; sto andando troppo troppo avanti. Improvviso una rocambolesca inversione di marcia, brucio al contrario tre o quattro semafori che un attimo fa, in ossequio alla moda ciclistica ligure, ho già ignorato all’andata; poi mi arrendo e, a seguito di breve ed approssimativa analisi fisiognomica, individuo un paio di persone dall’aria non troppo incarognita e frettolosa, a cui chiedere lumi. Il prescelto mi fa notare che via Murtola è dritta davanti al mio naso: ringrazio, parto, la imbocco e mi lancio su per una dannatissima rampa che mi manda in apnea nel giro di tre secondi. Salgo ancora e ancora e ancora: civico 60, civico 110, un momento, io sto cercando il 32! Maremmazzozza quanta fatica sprecata. Giro, torno giù, mi arrendo un’altra volta; in questo dedalo di interni e viuzze, non mi raccapezzerò mai. “Chiedo scusa… Sa mica dove sia il negozio di Repetto Sport?”. Lì, dalla sbarra, nel cortile.

OK ci siamo… Nel preciso istante in cui passo oltre la sbarra, sento precipitarmi addosso tutta l’assurdità di questa mia bella pensata. Il preché non lo so, ma ho le gambe che tremano… E le mani, quasi da non riuscire a selezionare il numero di telefono giusto nella rubrica del cellulare. “Adesso esce e mi manda al diavolo…”. Per un attimo, ho persino la tentazione di lasciar perdere, andare via, tanto mi sento idiota ad essere qui. “Pronto?!”. “Ciao… Senti, sei in negozio? Puoi mica uscire un secondo sul piazzale?”. L’espressione allibita sul volto di Matteo vale, da sola, l’intera fatica! Direi che la sorpresa è perfettamente riuscita! “Che ci fai qui?” “Sai, avevo voglia di farmi una passeggiata da quasi trecento chilometri… Ed ho pensato di passare a salutarti”. In effetti è vero; ho bisogno di macinare chilometri, ma non ce l’avrei mai fatta a farne così tanti senza un motivo che non fosse abbastanza forte. Però ammettilo, Matteo, quanto a follia stavolta ti ho quasi raggiunto!

… e fu il calore di un momento/ poi via dinuovo verso il vento“, è proprio il caso di dirlo: poche parole e via, Matteo al lavoro, io verso casa, più contenta e soddisfatta che mai. Non sono ancora le undici e mezza: meglio di ogni più rosea previsione. In fondo, oggi non sono 290 km: sono 145 più 145; è come se mi fossi appena svegliata, magari un po’ stanca dal giro in bici del giorno prima, e dovessi ripartire per un altro giro, di difficoltà tutto sommato contenuta. Mi attende un po’ di dislivello in più rispetto all’andata.
Ora che la fretta di arrivare a Genova non mi tormenta più, il primo pensiero è placare la sete tremenda che mi porto dietro da decine di chilometri. Già, la borraccia preparata ieri sera con tanto amore è rimasta in cantina; per fortuna, il freddo della mattina ha fatto sì che me ne accorgessi molto tardi, ma da Savona a qui, arsura tremenda! Eppure non potevo fermarmi; dovevo a tutti i costi sbrigarmi.

Mi fiondo nel primo negozietto, ne esco con una bottiglietta di Coca Cola, che tracanno tutta insieme e che poi mi farà da borraccia per l’acqua fino a casa. Cedo anche ad un pezzetto, per la verità piccolo rispetto ai miei standard, di focaccia unta e bisunta, somma goduria dopo le due barrette del viaggio d’andata. Poi torno sui miei passi, con il vento che questa volta mi dà una bella mano; faccio il pieno di colori, di gialli, di rosa, di verdi, ne porterò un po’ a casa con me. Chissà se sarà tanto lungo questo viaggio verso casa? Arenzano, Cogoleto, Varazze, Celle, Albissola, il nastro si riavvolge in fretta, anche troppo in fretta per i miei gusti; salitelle e discese, gallerie e palme e gelaterie e vivai e gente, troppa gente, già in questa stagione. Savona arriva in un attimo: direzione Torino, casa, è la mia. Mi lascio alle spalle le brutture della periferia in favore dei dodici chilometri di salita al Cadibona, con la sgradita compagnia del vento che mi fa pagar pegno, mettendosi a soffiare proprio dritto contro di me. Sarebbe un’ascesa facile facile… Invece diventa un supplizio, costringe al rapportino anche se non pende; un interminabile sforzo per mandare giù un pedale dopo l’altro. Ho quasi la sensazione che il tanto agognato caldo si stia rivoltando contro di me: debolezza, fiacca, testa che gira mi fan compagnia già dalle primissime curve. Mi sento, tutto d’un colpo, vuota di energie: sono a 110 km da casa, sarebbe un dramma… Vado su a marcia ridotta, mi distraggo col panorama, con i cartelli chilometrici, persino col censimento dei rifiuti a bordo strada; sento palpabile il senso di pietà che suscito in chi m’incrocia, anche se agli automobilisti immagino non possa fregar di meno, di me. A Quiliano, miraggio, una fontanella: mi bagno le tempie, i polsi, bevo e butto giù un po’ di miele, sotto l’occhio interrogativo di un’anziana signora ferma in attesa del bus; poi, pian piano, mi riavvio. Al colle manca pochissimo; un ultimo saluto al mare, pallido in fondo alla valle, poi le brevi gallerie e via, ripasso il confine tra i due mondi, torno al grigio ed alla neve. Altare, ancora deserta come questa mattina; la discesa, Carcare, la rotonda. Quei quattro o cinque chilometri, tanto gradevoli nell’altro senso, che diventano un interminabile lentissimo falsopiano in salita, da prendere con le molle, perché ormai la cotta può essere dietro l’angolo. Mi sforzo di bere e rimediare ai danni della siccità forzata di stamattina; la maglietta diventa il mio portaborraccia… Guai se la mia bottiglietta schizzasse via in discesa! Arranco, fatico, ma l’entusiasmo è ancora vivo e fa da motore anche laddove i garretti cominciano a latitare. Millesimo: occhio e croce, ancora novanta chilometri. Mi sorprendo io stessa della leggerezza con cui pronuncio, tra me e me, quel numero. Salita al Montezemolo: un incubo… Poche illusorie curve, poi uno stradone ampio, enorme, dritto, quello che a me dà l’idea di essere un falsopiano su cui sono troppo cotta per riuscire a spingere: sarà poi Matteo a farmi notare che la pendenza si aggira sull’8%… Fatto sta che io barcollo, vado a zig zag, sento abbattersi su di me tutte le disgrazie possibili ed immaginabili. Infinito questo tratto, massacrante: ma se sono ridotta così adesso, chissà come ci torno, a casa. La galleria è solo un breve momento di tregua: all’uscita, ancora più di un km di lentissima estenuante risalita. Stringo i denti perché non è proprio ammissibile mollare qui, ma la preoccupazione adesso è concreta e ragionevole.

Il ristorante della rotonda è gremito di moto e motociclisti: ammetto che un po’ li invidio… Passeranno ancora parecchie ore prima che anch’io possa metter sotto i denti qualcosa di sensato. Ma la rotonda è anche la fine del mio supplizio. Riattraverso Montezemolo e mi ritrovo sui dolcissimi saliscendi della strada che conduce a Dogliani, a guardar la pianura e le montagne ed a lasciare, spesso e volentieri dove possibile, che la bici proceda per forza di gravità. Modalità risparmio energetico. Ogni tanto mi casca l’occhio su qualche cartello; ricalcolo nella mente i km fatti e quelli che mancano, per capire “a che punto sono”. Ma i numeri qui non servono più; so bene cosa mi attende ed ormai non ho più paura. Sale Langhe, Murazzano con la sua caratteristica torre, le invianti insegne dei produttori di toma; Belvedere Langhe. Chissà se Matteo s’è ripreso dallo stupore. Le tre e mezza, più o meno; manca una cinquantina di chilometri. E sto bene, adesso; mi sono ripresa, o forse è solo che non c’è più salita su cui trascinare il corpaccione. Il cupolone, Dogliani, via alla lunga galoppata verso la pianura. Ho finito un’altra volta l’acqua, ma non ho voglia di fermarmi. Ci provo a Monchiero, ma la fontanella è sigillata; amen, pazienza, non mi fermo più. La fondovalle, il sole che s’abbassa, le ombre sempre più lunghe; il giro della collina di Cherasco, la rampa severa che riporta a Bra. Confesso che, di questi ultimi venti chilometri, farei volentieri a meno: ma le gambe non protestano… Approfittiamone, una volta tanto!

Appena fuori dalla confusione della città, per ingannare il tempo, scrivo un messaggio che invio a Matteo a dieci km da casa, per annunciare con un pizzico di anticipo la felice soluzione della giornata. Secondo me qualcuno deve aver ristretto la strada, comunque. In un attimo sono a Carmagnola: alle sei meno un quarto, riabbraccio il mio amore a quattro zampe, che poverello nulla sa delle intemperanze della sua inaffidabile compagna bipede. Per nulla stanca, perché elettrizzata ed entusiasta, frastornata di gioia e soddisfazione. Circa 290 km e 3.200 m di dislivello in salita, talmente diluiti che proprio non direi d’averli affrontati. Bagno caldo viziosissimo, con tanto di sali profumati, e nanna presto: domattina sveglia alle cinque e mezza; mi raccatta Mik… Si va a pedalare alle Cinque Terre!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!