1-2 agosto 2020 – Trittico del Fauniera con appendice

“Ma sarà proprio il caso che tu parta lo stesso?”.

Sono quasi le 8 di sabato sera; ho già caricato in auto la bici e le scorte, alimentari e no, per la gita programmata. Come buon auspicio, il temporale promesso dai nuvoloni a cavolfiore giunge a salutare la mia partenza. “Ma sì – rispondo – il temporale è qui, ma io mi sposto di un’ottantina di km”. Lo dico per tranquillizzare Madre, che ormai, abituata com’è alle mie stramberie, non si preoccupa nemmeno più di tanto. Tuttavia, non è che ne sia così convinta. In genere, i temporali infuriano in montagna prima che nelle altre zone. Ma non ho intenzione di rinunciare, perlomeno, non prima di arrivare a Dronero, dove ho fissato la partenza della mia avventura.

In effetti, nonostante qualche goccia sul parabrezza, il viaggio in auto è quasi asciutto. A Dronero il cielo è incerto: da una parte la luna, dall’altra nuvoloni scuri contro il cielo già scuro anch’esso. Fulmini in rapida successione ovunque, ma non si sente alcun tuono, segno che il temporale è già lontano. Oppure è ancora lontano e mi raggiungerà più avanti? Mah. Intanto, io parto. O meglio: prima di tutto, preparo il bagaglio. Visti la lunghezza e, soprattutto, il dislivello previsto, ho portato un bel po’ di cibo. Una buona scorta di batterie per le luci, dal momento che starò in giro tutta la notte, una batteria supplementare per il contakm che non resiste oltre le 12 ore, un po’ di vestiario per la discesa che affronterò in piena notte dal Colle di Fauniera, a quasi 2.500 m di quota. Stipo sia lo zainetto che la borsa da bici che le tasche della maglietta. Infine, chiudo a chiave le tre portiere della vecchia Corsa, che non ha la chiusura centralizzata, e salto in sella, in mezzo al passeggio dei droneresi che cercano refrigerio nell’ora tarda. Senza successo, la ricerca: ci sono ventisei gradi ed un’umidità tale che all’uscita del paese sono già fradicia.

La prima salita funge da riscaldamento. Si va a Montemale e poi alla località La Piatta Soprana, quota 1.150 m: circa 3 km di ampia strada con pendenze già severe, poi altri 3, occhio e croce, di una stradina sempre più piccola in mezzo ai boschi ed alle poche case. Il dislivello complessivo è di 550 m. I fulmini continuano incessanti ad illuminare il cielo; si sente anche qualche lontano bubbolio. Penso che, alla peggio, se dovesse scoppiare un temporale, posso sempre rifugiarmi da qualche parte in attesa che passi, ma non sono del tutto tranquilla. Il caldo, intanto, è opprimente; la maglia è fradicia.

C’è insolitamente gran vita nella locanda poco prima della fine della salita, ma a La Piatta, davanti alla chiesa, tutto tace. Rapida sosta alla fontanella e poi giù verso il fondovalle: per una che, come me, ha il terrore delle discese, questa è un calvario. Ripida, con asfalto spesso sconnesso, percorsa al buio, perché nel fitto del bosco la luce della luna non arriva. Ho acceso tutte le luci che ho, ma, da miope,ho comunque le mie brave difficoltà a mettere a fuoco i particolari.

A fondovalle mi immetto sulla strada principale che da Caraglio va a Pradleves. Supero Monterosso Grana, rifaccio il pieno alle borracce alla fontana di Pradleves, davanti alla caserma dei Carabinieri, per poi iniziare la prima delle tre salite al Colle di Fauniera che ho in programma da qui a domani. Da qui, quota circa 880 m, alla vetta, quota 2.481, c’è un bel salto. In paese c’è ancora vita. Ed anche dopo: c’è un insolito traffico di auto che arrivano in senso contrario. Addirittura, in una delle aree picnic prima di Campomolino, è in corso una grigliata alla luce di tante pile frontali.

Procedo con cautela, con rapporti molto agili, anche se mi sentirei di pedalare un po’ più “duro”, perché la strada è lunga e le gambe vanno risparmiate. Conosco questa salita metro per metro, l’avrò percorsa decine di volte nella mia carriera, per così dire, ciclistica ed anche podistica. Superato il piccolo abitato di Campomolino, illuminato da luci gialle, inizia il tratto con le rampe più costanti e ripide, fino all’apoteosi del tornante di San Bernardo da Mentone, il santo più ingiuriato dai ciclisti. E continuo ad incrociare auto che scendono. Chissà da dove?

Nei pressi della borgata Chiotti, la valle diventa più larga e la luna quasi piena illuminala strada a giorno. Al Santuario mi fermo a tentare una foto con il cellulare, abbastanza riuscita. Poco oltre, ecco l’origine del flusso di auto: al Rifugio Maraman c’è ancora gente che ha fatto serata. Mi vedono passare, si sbracciano in saluti: “Dai che sei quasi in cima” è l’incoraggiamento classico. Anche se mancano otto chilometri alla fine di questa salita ed anche se io ne aggiungerò altre. Ringrazio e passo oltre: da qui, finalmente, la pace. Non c’è proprio più nessuno. La strada diventa minuscola ed un po’ meno ripida, con qualche tratto di respiro. Passo accanto a due malghe, a parecchia distanza l’una dall’altra: i veicoli parcheggiati sono traccia di presenza umana, ma non si sente alcun rumore. Del resto,sono quasi le due di notte. Anche al rifugio a due km dal colle tutto tace. Quest’ultima parte di strada è in condizioni deplorevoli: buche, crepe nell’asfalto, ghiaia. In salita non è un grosso problema, ma dovrò fare attenzione in discesa.

Arrivo in cima sotto un cielo impagabile, finalmente limpido. Vorrei fermarmi qui un poco, ma, benché sia insolitamente caldo, so che mi raffredderei in fretta. Sono fradicia e tira un leggero vento. Indosso la giacca ed i guanti di pile. Ho portato anche un paio di calze, perché ho viaggiato fin qui con i sandali, ma non mi sembra sia il caso di indossarle. Mangio qualcosa in fretta e mi avvio in discesa.

Il sonno che fin qui non ha dato segno di esistere si presenta subito, puntualissimo, sotto forma di difficoltà a mettere a fuoco la strada e di strane visioni di forme che non esistono. Fatico a restare concentrata ed a tener dritta la bici. Procedo per qualche km a freni troppo tirati, poi decido che è meglio non rischiare: scendo di sella, percorro qualche centinaio di metri correndo con la bici per mano. Poi provo a risalire in sella. Passo accanto alla roulotte del pastore, poi al Rifugio Carbonetto immerso nel silenzio. La luna fa ancora capolino alla mia sinistra. Ancora un tratto con la bici per mano, di corsa: il sonno non molla. Mi rassegno ad una prima breve pausa: appoggio la schiena e la testa contro un muretto, perdo letteralmente conoscenza. Mi risveglio intirizzita: credo siano passati solo pochi minuti, ma di sonno profondissimo. Riprendo la lunga discesa: dal colle a Demonte sono 25 km. Mi fermo in una delle borgate a prendere acqua e mangiare un boccone, ma a Demonte arrivo comunque demolita dal sonno. Giro la bici, torno a salire un poco, ma solo fino a trovare un posticino adatto per appoggiarmi e dormire un altro po’. Mi sveglia il trillo del cellulare: è Madre che chiama per sapere che sia tutto ok. Sono quasi le sei ed albeggia.

Riprendo la marcia, senza però togliere ancora la giacca. Stare ferma mi ha di nuovo infreddolita per bene. Bastano però le prime rampe in salita a scaldarmi. Quindi, via la giacca, via il giacchino rifrangente e le luci. Comincia la seconda, lunghissima salita. Da Demonte al Colle ci sono circa 1.600 m di dislivello.

La giornata promette bene: il cielo è terso e la luce limpidissima. Scatto qualche foto, mangiucchio un altro panino, procedo sempre con prudenza. Le borgate sono ancora silenziose ed immobili. Nel tratto dei tornanti, oltre l’ultimo abitato, mi distraggo ad osservare, dall’altro versante della valle, una mandria di bovini governata dal pastore e da tre cani: da appassionata di cani, non posso che ammirare la straordinaria abilità di quei tre animali nel radunare e dirigere nella giusta direzione le mucche che, rispetto a loro, sono enormi. Gli abbai risuonano in tutta la vallata.

Arrivano le prime auto. Il mio timore, venendo in queste zone di domenica, è sempre il traffico, ma per qualche ora dovrei ancora salvarmi: il merendero difficilmente è mattiniero. Mi raggiunge anche il primo ciclista. Al Rifugio Carbonetto c’è attività. Mi supera un secondo ciclista, più veloce di me ma non di molto: lo vedo allontanarsi lentamente. E’ il momento del “drittone”, ripido ed insidioso, tra le mandrie al pascolo ed i tafani assatanati che scambiano – come dar loro torto – il mio deretano voluminoso con quello delle vacche. Così, alla fatica della salita si aggiunge quella di agitare le braccia per tenere lontane le bestiacce mordaci.

E poi, ahimé, arrivano loro. Chiunque mi conosca un poco sa quanto io abbia in odio le bici elettriche e chi ci pedala definendosi, in modo del tutto abusivo, “ciclista”. Ormai è un’invasione: le bici elettriche, nient’altro che motorini camuffati, sono ovunque. E quindi, ecco il gruppo di motorizzati che mi sorpassa, senza salutare, alla velocità di uno scooter, chiacchierando rumorosamente. Ne penso, tra me e me, tutto il male possibile, ma, non potendoli disarcionare, posso solo rassegnarmi alla loro molesta presenza.

Circa un km più avanti, vedo il gruppo fermo a bordo strada. Sfilo accanto e proseguo. Uno dei ragazzotti dice, sotto voce ma non abbastanza perché io non possa sentirlo: “Diamo una spinta a questa poveraccia” e gli altri giù a ridere. Al che, l’istinto omicida non conosce più freni. Con la stanchezza dei 3.800 m di dislivello già incamerati e la risposta pronta per le riflessioni assassine maturate già al sorpasso, mi fermo, mi giro e sibilo: “I poveracci siete voi. Con quei culi mosci, senza motore non andate da nessuna parte. Siete feccia”. Dopodiché riparto, solo apparentemente gelida, in realtà in preda ad una furia feroce. Lo so, non ci si dovrebbe alterare per certe idiozie e soprattutto per certi idioti, ma nulla mi leva dalla testa che la bici elettrica sia l’ennesimo mezzo per portare in montagna esseri che sono del tutto indegni di starci. In ogni caso, credo siano rimasti lì per una decina di minuti buoni per cercare di capire cosa significasse il termine “feccia”, in assenza di internet, visto che a duemila metri non c’è segnale per il cellulare. Poi tornano a superarmi a freccia, senza dire una parola.

Al passo di Valcavera si sono già affollate parecchie auto, con i parcheggi più arditi e fantasiosi. Appena oltre, un altro genio motorizzato, che saliva verso il colle di Fauniera, decide per una rocambolesca inversione di marcia. Si piazza completamente di traverso rispetto alla strada molto stretta, muso verso la parete e posteriore verso il baratro. Quindi sono costretta a fermarmi e, senza farci caso, fisso la ruota posteriore sinistra. Ci faccio caso, eccome, quando vedo che l’automobilista si muove deciso in retromarcia: può anche darsi che abbia la situazione sotto controllo, ma, già solo per l’assurdità della manovra che sta compiendo, ne dubito. Lo vedo già oltre il limite ed urlo. Prontamente il fenomeno si ferma, con la ruota proprio al limite del punto di non ritorno. Sì, lo so, avrebbe meritato di precipitare rimbalzando fino a Demonte, ma poi sarebbe stata per me una scocciatura: avrei dovuto fermarmi, testimoniare, insomma, mi sarei rovinata la giornata. Invece lo lascio ripartire e riparto anch’io. Un ultimo strappo ed eccomi, per l’ultima volta, in vetta al colle, dove trovo tre ciclisti ed il gruppo di scappati di casa motorizzati. Sosta veloce, qualche foto, poi mangio un po’ di frutta secca e riparto. Direzione, questa volta, la Valle Maira.

Il primo tratto di discesa, circa un km fino al bivio del Colle Esischie è un pianto. L’asfalto è disastroso e, come se non bastasse, ci sono auto e moto che salgono. Per me, un incubo. Oltre l’Esischie, la situazione non migliora. Me l’avevano detto, che la strada è in pessime condizioni; infatti… Buche, crepe, ghiaia. Vedo che anche le moto scendono con le ruote di piombo ed un po’ mi consolo. Lo spettacolo, in compenso, è meraviglioso: la Rocca La Meja a sinistra, il Monviso davanti, con le prime nuvole che lo circondano. Le previsioni hanno annunciato temporali nel pomeriggio, ma dovrei avere margine.

La strada è tutta molto mal messa, fino a Canosio. In alcuni tratti la carreggiata, già molto stretta, è ancora ristretta da piccoli cantieri; in altri tratti l’asfalto manca del tutto. Quando arrivo in fondo, ho le braccia indolenzite: uno più dell’altro, pinzato ieri da due vespe e gonfio come uno zampone. Ad ogni buca è una fitta di dolore… Ma non posso certo pensare di scendere tenendo sul manubrio un braccio solo.

Vado a Canosio alla ricerca di acqua per le borracce: ormai la mattina è avanzata e qua in basso fa decisamente caldo. Altra pausa per mangiare e sistemare un po’ meglio la roba nello zaino, poi torno in sella per la terza salita, con tanta cautela.

La salita di Marmora, altri 1.400 m di dislivello circa, è quanto di più irregolare possibile: alterna tratti quasi in piano a veri e propri “scalini”con pendenza al limite del ribaltamento. C’è traffico, anche se non tanto quanto mi aspettavo. La cosa che più mi sconvolge è che, per ora, nessuno ha suonato il clacson né mandato improperi di alcun genere. Tutti gli automobilisti attendono pazientemente dietro e superano con prudenza solo quando possibile. Sono basita e quasi preoccupata: che succede?

Pausa alla bella fontana all’inizio del tratto boscoso, di fronte ad una meravigliosa baita ristrutturata di recente. Bagno le braccia, le gambe, la bandana, butto il casco nella vasca a mò di barchetta, riempo ancora le borracce. Arrivano due escursionisti, mi chiedono del mio itinerario, mi augurano buona fortuna. Riparto rinfrescata e rinfrancata, abbatto santi a ripetizione per superare i maledetti “scalini”, ma mi godo il fresco del fitto bosco, con il rumore costante dell’acqua che scorre a fondovalle. Grandi tavolate sono in corso nel successivo pianoro. Dalla malga, proprio nel curvone sotto Rocca La Meja, mancano circa quattro km, non troppo ripidi ma in pieno sole. Sono costretta a farmi da parte più volte per consentire il passaggio alle auto che non riescono a superarmi, data la strada molto stretta. Passano e ringraziano, altra cosa inaudita. E’ già un piacevole progresso: il prossimo passo, spero, sarà capire che non è opportuno percorrere questo tipo di strade con veicoli che sono più larghi della strada stessa, ma non pretendiamo troppo. La giusta punizione ce l’hanno già da soli, quando capita loro di dover incrociare un altro veicolo e percorrere centinaia di metri in retromarcia prima di trovare uno slargo.

Ultimi sguardi al panorama della Valle Maira e rieccomi sul Colle Esischie. Per fare le cose per bene, dovrei svoltare a destra e percorrere l’ultimo km per arrivare effettivamente, per la terza volta, sul Colle di Fauniera. Ma decido di farmi lo sconto. Dopotutto, il contakm segna già più di 5.000 m di dislivello… E manca ancora una salita, breve ma cattiva.

Il colle ed il rifugio poco sotto brulicano di gente. Anche qui, quando si deciderà di vietare queste strade al traffico privato, sostituendolo magari con qualche navetta, sarà sempre troppo tardi. Ogni tanto penso a cosa sarebbero queste vie se fossero gestite da altri Paesi, tipo la Francia, o semplicemente da altre regioni d’Italia, tipo il Trentino. Qui è così: asfalto precario dove c’è, traffico selvaggio ed incontrollato, con buona pace del delicato equilibrio dell’ambiente oltre i duemila metri di quota.

Mi avvio in discesa, con molta cautela soprattutto nel tratto di strada stretta fino al Santuario. Sempre più stupita del fatto che le auto che arrivano di fronte si spostino addirittura un po’ per lasciare posto a chi scende in bici. Ma sogno o son desta?

Dal Santuario in giù, la strada diventa più ampia. Intanto il cielo si copre: gonfi nuvoloni concedono un po’ d’ombra. Scendo cercando di capire in che condizioni siano le gambe. Arrivo a Pradleves poco dopo le due: si impone ancora una sosta rigenerante alla fontana, fingendo di ignorare il vivace battibecco in corso tra un uomo ed una donna nel vicino parcheggio. Il tapino, persa la battaglia, viene a cercare refrigerio non appena mi allontano. Acqua fresca ed un gel per affrontare l’ultima erta, che è assai erta a tutti gli effetti: quasi trecento metri di dislivello in quattro o cinque km. Ancora un tratto di leggera discesa per arrivare oltre Monterosso Grana, al bivio, poi addio. Si ricomincia a salire, con il beneficio di un po’ d’ombra. Qui le nuvole arriveranno a breve, ma per il momento non bastano a smorzare la calura della bassa valle. E’ proprio una cattiveria, questa che mi sto infliggendo. Metto il rapporto più agile e vado su più per ostinazione che per energia. L’impresa che ho in mente per la prossima estate richiederà tutti i giorni uno sforzo di questo tipo, per dieci e più giorni, sarà bene che mi abitui.

In un tornante, due auto ferme: sento che parlano di una certa chiesa di Santa Maria. La ragazza indica alla signora di dirigersi verso il fondovalle. Troppo tardi mi rendo conto che probabilmente la chiesa che la madama voleva raggiungere è quella in cima alla salita: la mancanza di ossigeno fa brutti scherzi. Rampa dopo rampa, faticosamente arrivo a La Piatta: nella piccola piazza, parecchia gente e la statua della Madonna in bella vista davanti al portone principale. Mi viene il voltastomaco, non per la salita ma perché, addì 2020, c’è ancora tanta gente così credulona da andare ad adorare una statua di legno… Eppure, gente che arriva a piedi, gente che arriva in auto, una folla. Senza parole. Già non riesco a capire la fede, ma questa non è più neanche fede, è superstizione bella e buona. Un’anziana madama che si avvicina a piedi, sfiorata da un’auto di passaggio, invia all’indirizzo dell’autista un messaggio non esattamente di cristiana rassegnazione: rido e passo oltre. Qualche km di facile discesa e rieccomi a Dronero. Il contakm segna 163 km e 5.563 metri di dislivello. Sono le quattro di pomeriggio e, cosa del tutto eccezionale, non sono nemmeno affamata. Ma sono certa che alla vasca di pasta già preannunciata da Madre non dirò di no.

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!