1-2 aprile 2018 – PASQUA E PASQUETTA IN VERDON – secondo giorno

E’ già chiaro quando Matteo ed io torniamo allo stato cosciente, al trillo della sveglia. Mi sembra di aver vissuto un’esperienza di morte temporanea: ho dormito come un sasso. In altri tempi di fervore giovanile, mi sarei imbestialita all’idea di aver già sprecato preziosissimi minuti di luce: avrei già dovuto essere in marcia da un po’… Ma oggi ammetto che tornerei volentieri a seppellirmi sotto il caldissimo piumone. Eppure non si può: resta un allenamento da fare e tanta strada in auto per tornare a casa, dalle belve.

La graziosissima padrona di casa ci fa trovare una lauta colazione, sorvolando sul caffè: in questo caso, essere in Francia è un elemento di svantaggio. Più che altro, ciò che a me manca è la componente salata della colazione: abituata come sono a considerare questo il pasto principale della giornata, sento la mancanza di un piatto di pasta o di una bella fetta di formaggio. Mi accontento del pane, del burro e del miele, più un paio di gustose marmellate, ben sapendo che la colazione dolce cederà presto il passo alla fame. Su uno dei tavoli della splendida sala da pranzo, sfoglio l’album delle fotografie che ripercorrono i lavori di ristrutturazione del casolare in cui ci troviamo: da fienile diroccato a splendido edificio a destinazione abitativa e turistica.

Il programma della giornata prevede di spostarci in auto a La Palud. Da lì, partiremo entrambi, Matteo ed io, per il giro della Route des Cretes, lui in bici ed io a piedi. Poi Matteo, completato il giro e tornato a La Palud, proseguirà in direzione di Digne, mentre io recupererò il furgone e lo seguirò, per poi tornare in Italia passando dal Colle della Maddalena. A tornare dalla Valle Roja, vista la via crucis dell’andata, non pensiamo nemmeno per un istante.

La luce sfavillante del sole inganna: il termometro del furgone segna due gradi. Due. Cominciamo bene. La faccenda non migliora molto nella mezz’oretta scarsa che impieghiamo per spostarci verso La Palud. Bando alle incertezze, tanto si parte in salita. Io scendo al bivio con la Route des Cretes, circa un km prima di La Palud: Matteo prosegue con il furgone lungo la strada alternativa che permette di oltrepassare il blocco dei lavori nel centro dell’abitato. Così, parto a piedi con un po’ di vantaggio. Saranno solo 21 km, una mezza maratona, ma con un dislivello di tutto rispetto. Di corsa per i primi km, poi la salita si fa più seria: non è il caso di sfinire le gambe, che pure stanno molto meglio di quanto io potessi immaginare. Intanto il sole fa il suo dovere e l’aria si fa tiepida. I primi turisti, rari, fanno capolino in auto e camper, mentre io procedo a passo svelto e concentrato lungo i tornanti di questo tratto di strada che, fin quasi al punto più alto, è a doppio senso di marcia per i veicoli. Raggiungo il primo belvedere e mi affaccio sul baratro, ma solo per un attimo. Poi riparto di buona lena.

Matteo mi arriva alle spalle dopo cinque o sei km dal mio via. Giusto il tempo di rubargli un pezzetto di focaccia, perché, come immaginavo, ho già fame. Poi ripartiamo entrambi. Ci rivedremo lungo la strada per Digne o, alla peggio, proprio a Digne.

Settecento metri di salita passano, tutto sommato, più in fretta di quanto pensassi: tra un belvedere e l’altro, raggiungo il punto in cui, oltre uno slargo, la strada diventa più stretta ed a senso unico. Da La Palud, infatti, il giro si può percorrere solo in senso orario. Decifro per sommi capi il panegirico scritto su un cartellone: qui siamo oltre quota 1.200 m,mentre il Verdon è a quota 500 m circa. Quindi, la parete verticale su cui potrei affacciarmi se solo osassi avvicinarmi al bordo sinistro della strada è alta più di 700 m. Mi fido, preferisco non controllare, nemmeno ad occhio. Proseguo attraversando un breve tratto boscoso, fino a raggiungere il punto più alto, da cui si apre una vista da brividi su tutto: il canyon sotto di me, il lago, il Mont Ventoux innevato, l’altopiano. E la strada che corre sull’altro lato delle Gorges, rieccola.

Da qui in poi, alcuni km di picchiata con vista sul vuoto e l’ombra inquietante degli enormi avvoltoi che hanno preso residenza qui e volteggiano lenti pochi metri sopra la mia testa. C’è chi ha piazzato il camper proprio qui, per ammirare l’alba in un luogo da sogno, e riemerge appena adesso tra lenzuola e cuscini; io riprendo a correre svelta e decisa, approfittando del lungo tratto di discesa fino allo Chalet de la Maline ed oltre. Un tornante dietro l’altro, alcune gallerie scavate nella roccia, la luce del sole abbacinante. Oggi non c’è un alito di vento; l’asfalto e le pareti rocciose bianchissime riflettono il calore. Scatto parecchie foto, prima di arrivare allo Chalet, dove la strada torna ad allargarsi ed a consentire il transito nei due sensi di marcia. Il piazzale è affollato di veicoli d’ogni genere, dalle moto ai camper grossi come pullman granturismo. Da qui partono anche alcuni sentieri. Qui, a quota più bassa, la strada si incunea nuovamente nella gola ed alterna tratti di lieve discesa a brevi risalite molto blande. Stanchezza e sete si fanno sentire: in tutto il giro delle Cretes non ci sono fontane. Ma non voglio smettere di correre: il giro è breve, tutto sommato; lo sforzo è sopportabile. Mi rassegno a camminare solo nel tratto finale, una risalita di circa duecento metri di dislivello che mi allontana dalle Gorges per tornare al piano di La Palud, passando, quasi in cima, accanto ad un recinto con alcuni lama. L’abitato compare, finalmente direi, dopo ventun km dal mio via: mi concedo il viale d’ingresso al passo, per non arrivare al furgone e fermarmi di colpo, inchiodando le gambe.

Mi cambio, mi do una lavata artigianale con un asciugamano e l’acqua di una bottiglia, faccio un po’ di stretching. Poi arriva la parte più inquietante dell’avventura: guidare il furgone giù per le curve fino a Moustiers. E da lì fino a Digne, ma dovrebbe essere più semplice. Secondo Matteo, il furgone è poco più grande della mia Zafira, dove per “poco” si intende una decina di cm in larghezza e ben quaranta in lunghezza. In verità, io adoro guidare qualsiasi mezzo, ma sono molto in ansia quando il mezzo non è mio…

Giro la chiave ed il furgone si avvia. Ottimo, chi ben comincia è a metà dell’opera. Arrivo in paese e riesco, all’incrocio, a far spegnere il motore, sotto gli sguardi perplessi degli avventori del bar. Poi però fila tutto liscio, se si vuole sorvolare sulla cosa spaventosa che creo dietro di me scendendo fino a Moustiers alla velocità massima dei cinquanta all’ora. Da Moustiers in poi, in qualche tratto oso addirittura i sessanta all’ora: Puimoissons e poi via verso Digne.

Non mi stupisco di non raggiungere Matteo: in effetti, io sono molto lenta sia a piedi che a motore, quindi è perfettamente plausibile che a Digne arrivi lui prima di me. Mi stupisco già un po’ di più di non vederlo quando arrivo alla periferia di Digne. “Sarà in centro, imboscato in qualche boulangerie”, penso. Proseguo lentamente, scrutando le figure sui marciapiedi: di lui nessuna traccia. Attraverso il centro di Digne in direzione di Barcellonette: nulla. A questo punto, parcheggio e provo a chiamarlo al telefono. Nessun segno di vita dall’altra parte: uno, due, tre tentativi, nulla. Ok Gian, calma e sangue freddo, adesso riparti e torni indietro per un po’. Con una certa ansia all’idea di guidare il furgone nel traffico cittadino, con il mercato e l’isola pedonale. Arrivo fino al confine della città: nulla. Torno indietro ancora una volta e ancora nulla, nessuna traccia di Matteo. In compenso, la Gendarmerie comincia a tenermi d’occhio. Un furgone in luogo affollato, di questi tempi, è cosa poco rassicurante, ma io ho intenti omicidi verso una sola persona in questo momento, sempre che non gli sia già accaduto qualcosa.

In preda allo sconforto, mi fermo di nuovo. Non so che fare: l’unica idea che mi viene in mente, con i brividi lungo la schiena ed i peggiori pensieri foschi, è rivolgermi davvero alla Gendarmerie e chiedere se per caso abbiano notizia di un incidente occorso ad un ciclista italiano. Tento ancora una volta di mettermi in contatto con Matteo per telefono. Incredibile dictu, stavolta il suo cellulare suona. E lo sciagurato risponde: mi spiega, col fiatone, che sta pedalando e si trova una decina di km oltre Digne, verso Barcellonette. Ma non ha potuto avvisarmi perché il suo cellulare non funziona. Certo. Ovvio. Ci siamo dati appuntamento qui, tu hai il cellulare che non funziona, quindi qual è la decisione più razionale da prendere? Proseguire, ovvio, chi non lo farebbe. Riparto per l’ennesima volta, ma senza più avere misericordia alcuna dell’acceleratore, mentre tra me e me medito se passargli sopra oppure passargli accanto e tirare dritto verso casa, lasciando che i trecento km rimanenti soddisfino la sua voglia insaziabile di pedalare. Sì, ecco, sarebbe splendido, la giusta vendetta, sadismo allo stato puro. Passano parecchi km prima che io lo raggiunga, nonostante la guida in stile curve su due ruote. Quando finalmente ce l’ho nel mirino, solo per un estremo sforzo di autocontrollo riesco a seppellire, almeno un pochino, l’ascia di guerra e fermarmi su una piazzola, permettendogli di salire a bordo, ma non senza fargli presente quel che penso della sua brillante iniziativa. Ci vorranno parecchi km ed un bel po’ di curve su per la Maddalena, prima che il mal d’auto intervenga a placare e sovrastare l’istinto omicida, ed un bel bicchiere di Moscato a casa per riportare la pace. Ma la prossima volta non mi becca più! Da oggi in poi, l’auto non si schioda più se non con a bordo tutti i passeggeri, parola mia.

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!