1-2 maggio 2009 – Ricognizione Raid Vosgien Extreme – primo giorno

I Vosgi. Sono mesi che ci rimugino. La scorsa estate, un mio conoscente, validissimo ciclista da ultradistanza, il buon Rudolf, si è lanciato nell’avventura del Raid Vosgien Extreme, una prova ciclistica in autonomia, stile randonnée, da 540 km e 13.000 m di dislivello, all’incirca. Roba da nulla per lui che è abituato a ben di peggio: roba da matti per me che, come al solito, corro sempre più con la fantasia che con i pedali. I Vosgi: non so nemmeno dove siano, io, i Vosgi. So che sono montagne: questo mi basta. A “sinistra” di Basilea, mi dice Rudolf: ok, bisognerebbe sapere esattamente dove si trova, Basilea… Basterebbe consultare una cartina. Ma in fondo tutto ciò non ha molta importanza: per me i numeri sono più che sufficienti.
Nel 2008 non ho potuto partecipare, a causa della sovrapposizione con una gara di corsa in montagna in Valle d’Aosta, a cui ero già iscritta. Per il dono dell’ubiquità, sto lavorandoci su… Ma al momento non ne dispongo ancora. Ho però una memoria ferrea per quel che mi interessa: se qualcuno mi chiede cos’ho mangiato oggi a colazione, è probabile che non me ne ricordi; ma se mi chiede il calendario gare… Lo snocciolo a raffica!
L’idea di andare a provare il percorso era già nell’aria lo scorso autunno, poi rinviata per impegni vari ed inconciliabili dei due candidati, i soliti noti, Mik ed io. Con l’avvento del 2009, s’è pensato di fissare, con largo anticipo, la data fatidica al fine settimana del 1° maggio: venerdì, sabato, domenica, tre giorni sono il minimo indispensabile per una trasferta così impegnativa, mille km di auto tra andata e ritorno, più quelli da pedalare.

Ogni volta, in questi casi, mi riprometto di presentarmi all’appuntamento preparata, di studiare almeno un po’ le carte, gli itinerari, il piano di viaggio. Ma poi va sempre a finire che, sapendo di poter contare sulla meticolosità dell’Ing, mi lascio prendere dalla pigrizia e guidare dalla sua traccia GPS. E finisco per salire in sella senza avere la più pallida idea di dove, quando, perché. Tanto le gambe son sempre pronte a tutto, più o meno. Questa volta però, lo giuro, avevo le migliori intenzioni del mondo: il mercoledì sera avrebbe dovuto essere dedicato a consultare la mappa preparata da Mik, a capire e mettermi in testa le tappe, insomma, ad avere almeno un vago concetto di ciò che stavo per andare a combinare. La realtà è stata un po’ diversa; il mercoledì pomeriggio l’ho passato a combattere l’alluvione in cantina ed a pulire i tombini del cortile per far defluire l’acqua, mentre il mercoledì sera se n’è andato su una sedia del Pronto Soccorso accanto alla nonna, poi ricoverata per accertamenti… Insomma, come al solito ho finito per preparare il bagaglio in fretta e furia e ritrovarmi catapultata sull’auto di Mik, mezza addormentata e tutta rintronata, giovedì sera poco più tardi delle sei, in partenza per il grande viaggio. Già bellissimo di per sé, almeno fin quando son riuscita a restare più o meno sveglia: Torino, la Val d’Aosta, il traforo del Gran San Bernardo con lo spettacolo delle cime ancora cariche di neve nella luce del tramonto, la Svizzera, l’autostrada che scorre sotto le ruote ed accompagna i pensieri, l’attesa, l’ansia. Sapevo che sarebbe bastato poco. Sono partita con l’angoscia, un po’ di senso di colpa: mia nonna non ha nulla di grave, non ha bisogno d’assistenza in ospedale, ma so di essere ben egoista a partire lasciando a casa una situazione comunque scombussolata. Sono partita perché mi sarebbe spiaciuto rendere vano tutto il gran lavoro di preparazione di Mik, ed anche perché a questo viaggio tenevo tanto, troppo per lasciare che un caso beffardo, un gioco di coincidenze, mi costringesse a casa. Ma quel che vedo ora intorno a me prevale su tutto, cancella tutto: poche ore di viaggio ed io non sono già più presente a me stessa ed alla mia vita di ogni giorno. Ancora una volta, ho saltato il confine, sono già nel mio Paese delle Meraviglie: da qui si vede tutto il resto, sì, ma è sfocato, lontano. Egoismo, superficialità, immaturità? Forse. Ma me lo tengo stretto, tutto questo. E’ troppo bello guardare i ripidissimi pendii bianchi e pensare che quest’estate tornerò a calpestarne i sentieri, ascoltare la musica e dividere una pizza ridendo al pensiero che l’autovelox immortali il buon Mik alle prese con il volante e le chiazze di pomodoro, aver voglia di arrivare ed allo stesso tempo sperare che il viaggio non finisca mai. Un po’ sono preoccupata, a dire il vero: i chilometri, tanti, in bici ed a piedi che ho accumulato tutti insieme quest’anno si fanno sentire, lasciano già da qualche tempo uno strascico di fiacca e fiato corto; chissà se ce la farò, e come.

Martigny, Berna, Basilea, è mezzanotte passata quando giungiamo in albergo a Mulhouse. Per me si tratta solo di spostarmi, in stato di sonnambulismo, dalla Y di Mik al materasso; gli strascichi del trambusto dei giorni precedenti, le poche ore di sonno della notte prima, fanno il resto. Coma profondo fino al suono, troppo presto, della sveglia.

La partenza del nostro itinerario non coincide con quella del percorso del Raid Extreme Vosgien, fissata a Luxeuil Les Bains. Per comodità, Mik ha scelto per il via il luogo che richiedesse, per quanto possibile, il viaggio in auto più breve e che offrisse un minimo di accoglienza turistica; a quanto pare, infatti, la regione dei Vosgi è tutto, fuorché popolosa. Meno male.

Saltiamo in sella a Cernay, una quindicina di km da Mulhouse, al mattino di venerdì, di buon’ora. Curioso, qui la luce del giorno si fa vedere prima, che non dalle nostre parti: elementare, mi fa notare Mik che è ben abituato ai viaggi a tutte le latitudini, siamo più a nord. Il cielo non è limpidissimo; l’aria è fredda, cristallina. Lasciamo l’auto nella periferia del paese, tra villette in tinta pastello, tutte linde, ordinatissime, con il loro giardinetto e le auto parcheggiate davanti, con i fiori e senza recinzione; un’atmosfera irreale, da set della pubblicità del Mulino Bianco, da fiaba. I primi km sono dolcissimi saliscendi ai margini delle montagne, proprio ai piedi di questi rilievi che paiono più colline tondeggianti, verdi verdissime, com’è verde la campagna quaggiù, dove la stagione primaverile sembra essere appena spuntata, con i primi timidi fiori. Si va a caccia della prima salita, con lo zaino sulla schiena che pesa come se fosse pieno di macigni, le gambe che ancora si lamentano per lo sgarbo della corsa in montagna della scorsa domenica, ma il cuore che balla la tarantella per l’emozione di essere qui. Ci attende, secondo le informazioni fornite dai creatori del Raid, una strada in “mauvais état”, e chissà se ho azzeccato il verso dell’accento. Siamo in Francia, ma i nomi dei paesi hanno una netta connotazione tedesca: Uffholz, Wattwiller, Wuenheim, dove finalmente, dopo una decina di km dal via, la strada comincia a pendere. E’ malconcia, in effetti, ma non tanto da impensierire chi, come noi, è abituato ad asfalti ben peggiori… Quelli italiani! I copertoncini da 28 della Ridley, poi, si fanno un baffo delle buche e delle crepe e delle pietre e dei tratti di sterrato. Ci ritroviamo all’improvviso nel fitto buio di una meravigliosa pineta, un ambiente insolito per la quota a cui ci troviamo: saremo a trecento metri sul livello del mare, eppure la vegetazione è molto simile a quella che, sulle nostre montagne, si trova oltre i mille metri. Alberi, il torrente che scorre sulla sinistra, la strada che sale dolce a curve e controcurve: e non un’anima. Una, forse due auto che incontro in diversi chilometri di salita: una decina, pù o meno, fino al Col Amic, quota 800 e rotti. Un attimo di tentennamento da parte del GPS, poi si imbocca la discesa, come al solito Mik avanti ed io dietro: non posso che gioire al vedere questa discesa così ampia, bella, con asfalto perfetto, facile da affrontare a cuor leggero persino per me. Fa freddo, i manicotti ed il giacchino non bastano a tener lontani i brividi, ma non importa, la calata sul fondovalle non può essere lunga. Goldenbach-Attenbach, un po’ di pianura ma poca, e poi si torna a salire, ancora curve, ancora verde, pinete e poi pascoli a perdita d’occhio, mucche e cavalli e pecore, splendide malghe in legno e pietra, acqua che scorre ovunque a bordo strada, quiete, immutabile quiete. Questo sembra sempre più un paese di fiaba. Sento la fatica, gravosa, sento le gambe che ad ogni salita stentano a tornare “in temperatura”, i muscoli che tirano, lavorano incerti e malvolentieri; forse patisco un po’ il caldo che già si sente in salita, dove il vento non raffredda e si sente solo il sole che picchia. O forse sono cotta e basta. Discesa su Masevaux; la salita successiva inizia dal minuscolo abitato di Sewen e ci porterà su al Col du Ballon d’Alsace, poco meno di 1200 m di quota. Salita che soffro fin da subito, non per colpa delle pendenze ma proprio per il mio stato un po’ traballante; che bella, però… Nasce in un villaggio minuscolo con il campanile svettante, la guglia sottile; sale a stretti tornanti secchi fino alla diga che contiene uno degli innumerevoli laghi di cui è costellata questa regione; poi spiana ed ancora sale, a strappi, a rampe cattive, nel fitto della vegetazione, fra i tronchi di pini svettanti e nudi fin quasi alla cima, mi fa sperare in un po’ di pietà dietro ad ogni curva, pietà che non arriva mai, chissà se vincerà la strada o vincerò io. So che la vetta non può essere lontana, che le quote qui non sono alte e che, se la pendenza è questa, allora la cima arriverà in fretta… Mi han sorpassata due ciclisti, uno è sempre là davanti, in vista, soprattutto quando il bosco lascia il posto ai pascoli ed alle prime tracce di neve che quassù ancora resiste. Ballon d’Alsace. Mi chiedo cosa si intenda per “Ballon”, visto che si tratta di un termine usato anche per altri luoghi qui intorno: so che c’è una corsa in bici chiamata “Les 3 Ballons”; vorrà dire cima, qualcosa del genere. Mi sa di “cima tonda”… In effetti le montagne qui son fatte così; non c’è ombra di roccia né di asperità, solo verdi panettoni. Sarà la fame che mi suggerisce la visione?

Altro bivio e lunga discesa, interminabile, verso un giro ad anello che ci riporterà, stasera, allo stesso punto da cui siamo appena passati. Zona di miniere, questa; infatti, dopo lunghi chilometri di stradone, appena addolcito dalla pazienza incredibile dei pochi automobilisti da queste parti, ci ritroviamo a veleggiare su strade secondarie, in mezzo a paesi dall’aspetto più che mai disabitato. Pochi anche i ciclisti, pochi e tranquilli. Mi colpisce una ragazzina, d’una decina d’anni al massimo: esce da un cortile in sella ad una bella bici da corsa formato mignon, mi sorpassa con gran sparata, poi leva le mani dal manubrio e si rassetta la coda di capelli… Resto a bocca aperta, io che in anni ed anni non ho mai imparato a pedalare senza mani; tiro dritto divertita, sperando però nella prossima salita, perché questi lunghi falsipiani attraverso la campagna, pur bellissima, mi stanno uccidendo lentamente. Le colline però sono lì, sempre più vicine; ho fiducia.

A Plancher Les Mines dovremmo, in teoria, fermarci a dormire questa sera, secondo il programma di viaggio. Però… Nell’unico albergo del villaggio, non c’è più posto per uno spillo. E non c’è altro nelle vicinanze, né hotel né camere. Mik ed io consultiamo la carta: a questo punto conviene completare l’anello, tornare al Col des Croix dove siamo passati già una volta e scendere a Le Thollis, l’unico paese che sembra un po’ più consistente degli altri, qui nei dintorni. Forse lì qualcosa troveremo. Altrimenti, per me non è un problema buttarmi a dormire in qualche prato: non sarebbe la prima volta… Ma Mik respinge la proposta indignato: piuttosto si pedala tutta la notte fino all’auto! Già, facciamo gli smargiassi adesso, ma in cuor mio faccio gli scongiuri, speriamo di trovare almeno un pagliericcio!

Ultima tappa alla fontana e si riparte, per quella che vorremmo fosse l’ultima salita. Ma, ancora una volta, scopriremo, nostro malgrado, di essere stati troppo fiduciosi. Sulla carta, manca poco, trenta o quaranta km, anche perché abbiamo corretto il tiro rispetto alla tappa prevista in origine per oggi. Mik aveva messo a preventivo 230 km: a me sarebbe tanto piaciuto, rispettare quel conto… Ma già sapevo che, anche nella migliore condizione possibile, per me sarebbe stata utopia, con lo zaino pesante sulle spalle e la necessità di frequenti soste, vuoi per controllare l’itinerario, vuoi per cercare la pappatoria. Direzione Col du Mont De Fourche: da lì, torneremo al Col des Croix. Caratteristica del Raid Vosgien Extreme è di avere un percorso molto contorto, che richiede di passare più volte negli stessi punti, salendo ai colli da ogni possibile ed immaginabile versante. Ergo, per essere fedeli alla mappa di navigazione, dal Col des Croix dovremmo ridiscendere e ripassare a Plancher Les Mines, ipotesi che invece abbiamo già scartato perché poi non sapremmo dove rifugiarci per la nanna. Dal Col des Croix, con breve discesa, saremo invece a Le Thollis.
Poco prima dell’attacco della salita, Mik si ferma d’improvviso: ha notato un negozietto di alimentari. Uno stambugio, grande quanto un box auto, spoglio, con pochi piani di scaffale, pochissima mercanzia, generi alimentari messi lì quasi a casaccio insieme a detersivi e varie altre merci; un bancone basso, di legno, su cui passa tutto, i soldi, le cibarie senza confezione, le mani. Io certo non mi scandalizzo, anzi mi ci sento a mio agio, alla perfezione: ho sempre detestato la maniacalità per l’igiene… E a che ci serve il sistema immunitario, se ogni tanto non lo alleniamo un po’? Mik ghermisce una grossa pagnotta che avrà, occhio e croce, lo stesso peso specifico della ghisa; l’accompagneremo con un’ampolla di marmellata di albicocche, perché non c’è altro. Il pagnottone, quasi una baguette obesa, finisce in una borsina di plastica. E poi incameriamo una pizza che pare mummificata lì sopra, su una mensola, da chissà quale era geologica: non importa, oggi tutto fa brodo; abbiamo una fame tale che potremmo cannibalizzarci a vicenda. La madama del negozio ce la taglia in due; provvederemo noi a strapparne una metà ancora in metà, appena fuori dal negozio, per conservare invece l’altra metà per la sera. E’ incredibile, quanto ci si possa ridurre a soffrire la fame in questi viaggi: sembra che il corpo capisca da sé che deve chiedere, chiedere ad ancora chiedere, per il presente ed anche per quel che l’attende in futuro; sembra che lo sappia, che è meglio fare scorta. Mi sento una marmotta che deve metter su grasso per affrontare il lungo letargo invernale… E dire che la riserva adiposa a me non manca di certo!

Il pagnottone finisce nel mio zaino, la mezza pizza pure; la marmellata spetta a Mik. Sbraniamo l’altra mezza pizza con la ferocia con cui una tigre dilania la sua preda; pizza con funghi e cipolle e chissà quale altro indefinibile ingrediente: come si suol dire, energia a pronta assimilazione… Poi però è ora di ripartire. Comincia il toto-ora di arrivo: le sette e mezza, le otto? Non siamo lontani… La salita è tranquilla, come tutte deserta, da meditare; come sempre, non so quanto sia lunga, ma ormai ho capito che qui non posso aspettarmi quindici km di ascesa, con le quote massime che si raggiungono. Manca poco… Ma anche stavolta la jella ci mette lo zampino, sotto forma di cartina stradale troppo stretta: cosicché ci convinciamo di dover passare proprio per due villaggi che si chiamano La Montagne e La Rosiere, apparentemente piazzati lungo la nostra strada. Ad un bivio, deviamo per una ripida discesa sconnessa, in mezzo ai campi ed a poche cascine da cui non trapela cenno di vita umana; a La Montagne effettivamente arriviamo, e vediamo anche il bivio per La Rosiere, solo che il bivio è verso sinistra mentre, secondo noi, dovrebbe stare a destra. Ohibò: dove cavolo siamo finiti? Quella su cui stiamo viaggiando sembra piuttosto una stradina di servizio dei pascoli e dei piccoli paesini che punteggiano queste splendide colline. Proseguiamo ancora un poco, mentre il proverbiale nuvolone di Fantozzi pensa bene di piazzarsi proprio sopra le nostre teste e scaricare una breve doccia; ci ripariamo sotto lo spiovente del tetto di una cascina e rimuginiamo sul da farsi. Ci sono, incredibile dictu, due anime qui: Mik s’ingegna, mostra la carta, chiede dove dobbiamo andare per andare dove dobbiamo andare. Ci suggeriscono di scendere ancora, troveremo una strada che ci porta a La Rosiere; ma noi, testoni, l’indicazione per il paese l’abbiamo vista poco fa; decidiamo di ignorare il consiglio e tornare indietro di un km, che ahimé, è un km di distanza ma a momenti anche di dislivello, mannaggia paletta! Due rampe assassine prima del bivio, un’altra sorella delle precedenti subito dopo, e meno male che fino a La Rosiere ci son solo due km. Il problema è che, raggiunto l’abitato, ne sappiamo quanoto prima: contavamo di sbucare su una strada più significativa, ma non è affatto così. La mia idea è che il primo errore sia stato abbandonare la salita verso il Col du Mont de Fourche prima di aver effettivamente raggiunto il colle: riguardando la mappa col senno di poi, avremmo dovuto tenerci sulla strada principale, che percorre un’ampia curva verso destra, mentre quel che abbiamo fatto in realtà è stato “tagliare” la curva, con l’aggravante che in mezzo ci sono discese e salite molto ardue. Si vede che per le stradine di servizio non val la pena di sprecare asfalto a far tornanti!
A Corravillers finalmente ci immettiamo su uno stradone che, in altre circostanze, odierei: ma questa volta ne sono lieta e sollevata; perlomeno ora abbiamo una vaga idea di dove ci troviamo! Qualche curvone ci porta su al Col du Mont de Fourche, che avremmo dovuto raggiungere dalla direzione opposta; lì trovo Mik che mi indica la strada, a destra, e mi raccomanda di aspettarlo se dovessi incontrare qualche bivio. E’ qui che comincio ad avere la sensazione che il mio compagno di viaggio abbia qualcosa che non va: siamo entrambi abbastanza taciturni e restii a parlare dei cavoli nostri, o anche solo a manifestare quel che proviamo in gesti ed atteggiamenti; però ormai lo conosco da un po’, quel tanto che basta a percepire qualcosa di insolito nell’aria, e non positivo, qualcosa che non ha nulla a che fare con la stanchezza fisica della giornata, ma che lo preoccupa e lo tiene lontano da qui, anche se fisicamente è ben presente sulla sella. Chissà. Forse, da buona amica, dovrei provare a chiedere cosa c’è che non va: ma non mi viene, proprio non mi viene; mi sentirei troppo impicciona, pensando poi quanto detesto, io stessa, che si ficchi il naso negli affari miei. Mi distraggo poi con l’occhio ai nuvoloni, che han girato intorno per mezza giornata ed ora sembrano ben decisi ad accumularsi tutti quassù. La strada sale leggermente, scende, poi sale ancora, nascosta in mezzo a boschi e laghetti; ogni tanto, per terra, la distanza al prossimo GPM: ma sono GPM con una ventina di metri di dislivello in tutto! Spero che la meta finale giunga più rapidamente della pioggia, perché altrimenti qui si finisce sotto un fortunale! Mi raggiunge Mik, si allontana, ci ritroviamo poi sul Col de Croix. Sotto di noi, la visione ora confortante di Le Thollis, che, al confronto dei microscopici paesini attraversati oggi, sembra una metropoli. La breve discesa, due o tre km, ci riserva ancora un’insidia, sotto forma di mucca placidamente piazzata in mezzo alla strada: grossa, imponente, pelo lucido come tutte le mucche di queste zone, bianca e nera, soprattutto inamovibile. Dopo rapida riflessione, decido che è meglio passarle davanti piuttosto che dietro, che almeno scongiuro il rischio di beccarmi un calcio: scampato pericolo. Finalmente arriviamo; un paio di vasche in paese, giusto per dare un’occhiata intorno, ed al secondo tentativo troviamo una sistemazione per la notte. Finalmente, davvero, perché sarà colpa della notte precedente in cui s’è viaggiato e dormito poco, sarà stato il primo caldo di oggi, sarà stato lo zaino pesante, non so, fatto sta che sono davvero distrutta ed ho solo voglia di buttarmi a dormire. Dovremmo aver macinato tra i 180 ed i 190 km; quanto al dislivello, la mia stima arriva a malapena a 2.500… Ma Mik, indignato: “Saranno almeno 4000! Se dici 2500, le mie gambe si offendono!”. Doccia, magra cena a pane, marmellata ed un quarto di pizza: a questo punto, quello che su al Col du Mont de Fourche era solo un dubbio è diventato una certezza inconfutabile: Mik è più taciturno del solito, ha un muso lungo così; è evidente che sullo stomaco ha non solo un rospo, ma un’intera colonia di rospi, tutta la popolazione di uno stagno; è assente, con la testa altrove. Mah. Chissà perché, anzi, il perché lo posso ben immaginare; di più, posso dire che la cosa non mi stupisce e che, anzi, avevo già avuto il sentore che qualcosa del genere sarebbe presto accaduto. Mi spiace vederlo così. Come sempre, però, opto per la riservatezza: anche perché, onestissimamente, sono a pezzi; se fino a poco fa avevo considerato l’ipotesi di una passeggiata, visto che saranno al più tardi le nove e mezza, ora chiedo solo il materasso, il piumone, la nanna. Abbandono la testa sul cuscino, volto la schiena a tutto; il ticchettio convulso dei tasti del telefonino sotto le dita del mio tormentato compagno di viaggio diventa un rumore di sottofondo, lontano, ed in un attimo sparisce nel nulla.

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!