1-2 maggio 2009 – Ricognizione Raid Vosgien Extreme – secondo giorno

Il secondo giorno non comincia sotto i migliori auspici: ieri sera abbiamo dimenticato di pagare la camera e, così, oggi ci tocca sprecare parte del beneficio della levataccia per rintracciare via telefono la titolare dell’albergo. Perdiamo mezz’ora buona; quando saltiamo in sella, ci accoglie un cielo un po’ velato. Le previsioni di MeteoFrance annunciavano, per oggi, un po’ di pioggia, almeno fino a giovedì; che dire… Speriamo che sbaglino. Infausto il meteo ed infausto l’umore del mio compare di viaggio, che fa finta di nulla ma ha al posto del viso un libro aperto: e non si tratta di un romanzo comico. Mah… Le necessità del corpo prevalgono subito su quelle dello spirito: passiamo davanti alla vetrina di una boulangerie e restiamo intrappolati dal suo campo gravitazionale. Dobbiamo integrare la magra colazione, avanzo di pane e marmellata, e procurarci scorte per la giornata, che, sulla carta, si annuncia lunga e faticosa.

Da Le Thillot ci spostiamo verso Saint Maurice s/Moselle, in un’alternanza di saliscendi e paesi ancora sonnacchiosi, ma, per ora, con il favore del sole. Da Saint Maurice saliamo, ancora una volta, al Ballon d’Alsace, finora il fulcro di tutte le nostre peregrinazioni; una salita che definire meravigliosa è poco. Strada ampia e liscia in mezzo alle pinete che ormai sono diventate la cornice naturale del viaggio; acqua che corre lungo la strada, acqua a profusione, tant’è che non ho difficoltà a fare il primo rifornimento della giornata; pochissimo traffico, automobilisti pacifici, qualche gruppone di boy scout un po’ cresciutelli, escursionisti che, ad occhio, mi sembrano più da tavola che non da sentiero. Sento parlare una lingua strana ed indefinibile, una via di mezzo tra il francese ed il tedesco, però gli incoraggiamenti mi arrivano in chiarissimo francese e gli applausi, poi, sono internazionali!
Provo un profondo senso di pace, tanto da non sentire nemmeno più così gravoso il peso dello zaino, né la fatica della salita. Ieri l’ho pensato, oggi lo confermo, sono innamorata di questo posto, così come l’anno scorso mi sono innamorata delle strade della Provenza.

Quando la pineta lascia il posto ai pascoli, capisco che alla cima, se così si può chiamare, non manca molto. Ai 1.200 m circa del Col du Ballon d’Alsace ritrovo Mik in paziente attesa; si torna a scendere, direzione Maseveaux, attraversando gli abitati di Sewen e Niederbruck tra gli altri, da cui siamo già passati ieri. E qui, nell’interminabile tratto di falsopiano che segue la fine della vera discesa, accade l’irreparabile. A dire il vero, me lo sentivo già da un po’: Mik, che da troppo tempo resta inspiegabilmente alle mie spalle anziché, come d’abitudine, duecento metri avanti, mi affianca, chiedendomi di rientrare stasera, in anticipo di un giorno rispetto a quanto previsto.

Nonostante i tanti tanti km, in bici ed a piedi, ed i tanti viaggi che abbiamo diviso da aprile dello scorso anno, cioè da quando abbiamo cominciato a pedalare insieme, Mik ed io non siamo mai stati grandi chiacchieroni, forse perché siamo entrambi, per carattere, abbastanza schivi e taciturni. O meglio: saremmo probabilmente più loquaci, perlomeno questo vale senza dubbio per me, se fossimo ciascuno in compagnia di una persona d’indole opposta, una persona che fa domande, ascolta volentieri, scherza, induce a raccontare e raccontarsi. Mi è accaduto spesso di pensare alla stranezza di questa situazione, e di chiedermi se fosse opportuno comportarsi in maniera diversa; però son fatta così, non riesco ad assumere un atteggiamento diverso da quello che sento, e men che meno vorrei passare per ficcanaso impicciona, fine che rischierei di fare se mi ostinassi a cercare la confidenza di chi non ama la confidenza. Io stessa, a parti invertite, ne sarei molto infastidita.
Nonostante tutto ciò, vedo bene, e non ci vuole una laurea in astrofisica per questo, che Mik è teso, come ammette lui stesso; mi accontento della sua scarna spiegazione, “Sono preoccupato”, anche perché posso ben immaginare la ragione del suo stato. Non capisco, quello no, proprio non riesco ad immedesimarmi, ma del resto non sono affari miei. Certo, non sono felice di abbandonare anzitempo questo paese delle meraviglie: ma non sono nemmeno il tipo da puntare i piedi e costringere a restare, a tutti i costi, chi non è in animo di continuare.

Mi piacerebbe, solo, non perdere la giornata: insomma, rientrare sì, ma dopo un bel giro che mi faccia stancare per bene, oggi, e mi renda meno penoso il ritorno. Consultiamo la carta: l’idea è, da Maseveaux, percorrere un tratto del giro del Raid che va a Grosmagny e Giromagny e, da lì, sale dal terzo versante al Ballon d’Alsace. Dopodiché si ridiscende a Sewen, si ripercorre la stessa strada che ci siamo appena lasciati alle spalle e si punta verso Thann, per poi tornare a Cernay. Aggiudicato.

Ci avviamo dopo aver riempito le borracce alla consueta fontana di “eau non potable”, con somma indignazione dell’autista di un furgone che ci assale a colpi di clacson: “Dev’essere velenosa davvero”, conclude Mik. Poi lunghissimi km di saliscendi in mezzo alla campagna: i monti qui sono sullo sfondo; intorno a noi, distese di prati verdi o gialli di fittissimi fiori, cavalli e mucche al pascolo, borghi da attraversare, traffico sempre poco e disciplinato. Soffro tantissimo qui: non riesco a mantenere un’andatura decente, perdo terreno di continuo; ogni leggera risalita è peggio di un Mortirolo. E guardo i monti con apprensione: le nuvole lassù si stanno addensando e sono sempre più scure. Man mano che ci avviciniamo a Giromagny, la cappa di nubi si estende e si gonfia, avvolge anche il cielo sopra di noi; si leva un vento ancora leggero ma freddo, che non lascia presagire nulla di buono. Così, dopo esserci sciroppati venti e più km di piattume da Maseveaux a qui, facciamo appena in tempo ad imboccare la salita, che il cielo ormai livido di rabbia e di pioggia scarica su di noi il primo scroscio, accompagnato da rombi di tuono e fulmini. Qualche ciclista in fuga ci avvisa del diluvio che si sta abbattendo poco più avanti. Non stento a crederci. La decisione da prendere purtroppo è una sola: andare avanti significa finire sotto la tempesta, che, vista la situazione, potrebbe tranquillamente essere grandine. Non ci resta che battere in ritirata il più in fretta possibile, tornando indietro per la stessa strada e sorbendoci, un’altra volta, i venti km di saliscendi fino a Maseveaux. Più quelli che restano, in pianura, fino a Cernay. Ci saranno in tutto 40 km, poco più, da qui all’auto.
Non lesiniamo di pestare sui pedali: le nuvole nerissime si stanno estendendo con velocità impressionante verso la pianura; i Vosgi non si vedono più, già inghiottiti e neri come i nembi. Faccio del mio meglio, anche se le gambe si ribellano, anche se ora al disgusto per la pianura si aggiunge il dispiacere del giro abortito; più vado avanti e più odio queste impercettibili salitelle, queste brevi discese, cambi di ritmo continui ed incroci che ogni tanto sbaglio. Faccio buon viso a cattivo gioco, cerco di sorridere perché tanto prendersela con il meteo sarebbe inutile; combatto la fame sbocconcellando la seconda delle tre leccornie dolci che ho comprato stamattina in boulangerie. In compenso, il mio compagno di viaggio è visibilmente sollevato.

Vorrei riempirmi gli occhi delle montagne che ora non si vedono più. Vorrei almeno poter aggiungere ancora qualche breve tratto di salita, arrivare a Cernay da Maseveaux via Bourbach e Thann, ove la carta indica una salita… Ma il temporale incombe, la tristezza pure; tagliamo per la strada direttissima ed odiosissima, fino all’abitato di Guewenheim: qui, arriviamo quasi ad infilarci in una sorta di superstrada… Ma ho il sospetto, anche se non ho visto alcun segnale di divieto, che noi si stia per fare una gran boiata. Rapido consulto della carta e dietrofront sullo svincolo: dopo qualche breve ma faticosissimo km piatto, controvento, fino al centro del paesello, troviamo sulla destra una strada che ci condurrà, in una decina di km ed una brevissima salita, fino a Cernay. St André, l’ultimo assaggio di un paesino che davvero non può essere reale, così perfetto lindo ed ordinato, con colori delle case vivi che sembrano appena stesi, e colori così improbabili poi, lilla, verde acceso, blu! Poi il caos di Cernay, la zona industriale, infine la Y. Ed il tuono che ci raggiunge mentre ci cambiamo, e la pioggia che ci dà giusto il tempo per chiuderci in auto prima di avere finalmente sfogo.

E’ il primissimo pomeriggio; ripartiamo, dopo un pieno di carburante e di Coca Cola per il viaggio, come sempre con un sorriso a nascondere la malinconia, torniamo in Italia e ci accoglie il sole. Con un pensiero fisso di saluto e congedo, che poi non uscirà in parole: questa volta non ti dico “Alla prossima”… Perché mi sa tanto che non potrà esserci, una prossima. Così è la vita, a volte!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!