1 – 2 maggio 2010 – The Abbots Way

Ho scovato di recente, girovagando in Internet, la notizia, non so quanto fondata, di un’invenzione rivoluzionaria: un’automobile che non ha più bisogno della retro, perché può invertire la direzione di marcia con una semplice rotazione dell’abitacolo intorno al proprio centro. In quell’istante, ho trattenuto un moto di fragorosa gioia: questa sì, sarebbe l’invenzione del secolo, ma che dico, del millennio, dell’era geologica. Altro che il fuoco, la ruota, il motore a scoppio, la catena di montaggio, la televisione, no no, è questa la vera rivoluzione. La fine delle mie tribolazioni, la conquista della pace per le carrozzerie bollate, scheggiate, graffiate, la liberazione dall’incubo del parcheggio in retro.
Purtroppo, se anche la notizia non dovesse rivelarsi una bufala, oggi è comunque una realtà ancora lontana. Quindi, la Opel, mi tocca proprio estrarla dal garage alla vecchia maniera. Percorrere all’indietro la stretta striscia di cortile, dove Matteo riesce a parcheggiare il furgone al millimetro, dove il giardiniere sistema il camion con molta nonchalance, dove io rischio lo schianto alternato contro il muro della casa, rinculando verso sinistra, o contro il muretto della cancellata, arretrando verso destra. Di farla andar dritta, ‘sta benedetta auto, proprio non c’è verso. E le insidie non finiscono al di là del cancello carraio. Una volta superato quello, bisogna fare attenzione a non decimare la popolazione carmagnolese, lì dove la traiettoria della vettura attraversa la parte pedonale del viale. Certi pedoni sembrano provare gran gusto nell’accelerare il passo proprio mentre il deretano della Opel procede, e c’è da dire che io proverei altrettanto gusto nell’accelerare la manovra una volta puntato il pedone nel mio infallibile mirino mascherato da specchietto retrovisore… Infine, l’ultima sfida: immettersi, sempre di posteriore, sulla strada, strabuzzando gli occhi per controllare, al di là degli orrendi cespugli rachitici che ostinatamente fanno brutta mostra di sé nelle aiuole, che nessuno sia in arrivo, né da destra, né da sinistra, a beneficio delle fiancate.
Ma le insidie sono sempre più numerose e subdole di quanto la mente umana, nel caso specifico quella dell’automobilista, possa prevedere. Mai mi era capitato di compiere la tormentosa manovra in contemporanea con altro baldo pilota, impegnato pure lui nello stesso virtuosismo, in uscita dal cancello di fronte al mio. Dopo aver controllato tutto, ma proprio tutto, dappertutto, alzo gli occhi allo specchietto interno, quasi per caso: un’indistinta macchia scura… Una macchia scura? Prima ancora di aver realizzato la situazione, inchiodo: lo stesso fa il mio omologo, ma con un istante di ritardo. Il “tunc” è inevitabile. Per fortuna, ci si muoveva entrambi talmente piano che, più che colpirsi, le nostre bagnarole si sono appena appoggiate l’una all’altra: solo che la mia carretta dell’asfalto ha il paraurti in volgare plasticaccia e se ne frega; l’utilitaria del compare, invece, tutta metallizzata, ha patito qualche graffio. Ma è vecchietta pure lei. Osservo il misfatto mentre, tra me e me, ritiro nel fodero il coltello che avevo metaforicamente sguainato scendendo dall’abitacolo: non certo per aggredire, visto che il danno materiale, se anche ci fosse stato, mi avrebbe lasciata quasi indifferente, ma per difesa, conoscendo la reazione media del maschio automobilista italiano medio, protettivo e geloso della propria auto persino più che dei propri gioielli di famiglia… Il maschio in questione non rientra, per mia fortuna, nella media. Quasi non proferisce verbo, mentre io taglio corto: “Lei abita qui davanti? Io abito lì, guardi, facciamo che sentirci lunedì”. Ciò detto, recuperiamo ciascuno la propria vettura, per andare incontro ai rispettivi destini.

Il mio destino, o perlomeno la mia destinazione, è Pontremoli, provincia di Massa Carrara, che solo da poco ho scoperto essere due città e non una sola. Entro le sei di questo pomeriggio, devo recuperare il numero di gara: è già l’una e non ho idea di quanto impiegherò nel viaggio e nella ricerca, in paese, del Teatro della Rosa. E di un parcheggio appena meno che indecente. Lunga galoppata solitaria in autostrada, tormentata dal profumo delle otto porzioni di focaccia che costituiranno parte del mio frugale pasto di questa sera. Il resto è succhi di frutta, crostatine al cioccolato, frutta secca, miele, cioccolato. Villanova d’Asti, Piacenza, Parma; poco più di tre ore dopo, abbandono la Opel proprio sotto il cartello di un divieto di sosta di cui una lunga fila di auto già s’infischia: ho seguito la traccia di borse gialle e blu, pendenti dalle braccia di più d’una persona, e ne ho raggiunto, a mò di segugio, la fonte. Quel poco di assembramento che trovo nei locali del teatro, destinati al controllo del materiale obbligatorio negli zaini ed alla distribuzione dei pettorali di gara, già mi mette a disagio; sbrigate le formalità, mi dileguo, ripongo la borsa in macchina – splendido, il pacco gara con porzione di Parmigiano omaggio! – e mi dedico ad una passeggiata esplorativa per la città. Meravigliosa l’area del Castello del Piagnaro: ci si arriva attraverso un dedalo di viuzze minuscole, camminando sui ciottoli, in mezzo a muri di pietra, archi ed archetti, portoni di legno che sono vere opere d’arte, volte e passaggi intricati, incuneati l’uno nell’altro, edifici dall’aspetto austero e solidissimo, ristrutturati e curati con evidente gusto. Una meraviglia. Vado a curiosare intorno al castello, dall’esterno, e mi godo il panorama da quassù: a parte la contemplazione estatica del paesaggio, mi cade l’occhio su un bel piazzale adibito a parcheggio, dove potrei trasferire la Opel, onde non solleticare troppo la solerzia dei civich pontremolini. O pontremolesi? Chissà. Indugio ancora in passeggio tra le botteghe, angusti locali dal sapore antico; più curiosa di tutte, la vetrina di un calzolaio dove “Non si accettano lavori urgenti”. Buona idea, potrei affiggere lo stesso cartello sulla porta dell’ufficio.

Mentre torno sui miei passi, incontro un anziano, seduto sulla scala in pietra, all’ingresso di casa. Mi chiede se domani parteciperò alla gara: “Ma quant’è lunga? E dove passate?”. So solo dirgli che correremo per circa 125 km, e che passeremo prima a Bardi, per poi raggiungere Bobbio. Nomi che a me dicono poco, ma che in lui risvegliano chissà quanti ricordi, perché s’illumina tutto in viso, raddrizza la schiena: “Da lì – mi indica la montagna – l’altro giorno, il 27 aprile, io sono sceso a piedi. E sai che cos’avevo in spalla?”. Lì per lì, non capisco: cosa può aver trasportato questo signore, tre giorni fa? “Un mitra”, sentenzia. Finalmente il mio neurone si attiva: tre giorni fa, sì, il 27 aprile, ma di parecchi anni addietro. “Ero partigiano”, continua, infervorato, e si lancia, da lì, in considerazioni un po’ troppo criptiche perché io possa seguirlo. Accumula cenni ad episodi che ha vissuto; vorrei chiedergli di più… Ma d’improvviso si alza. “Io ne ho ottantacinque”, conclude. In effetti, i conti tornano… Però, lo squadro con tanto d’occhi; è alto, dritto come un fuso, asciutto nel corpo; la pelle del viso ancora rosea e liscia, gli occhi azzurri penetranti. “Non li dimostra affatto”, esclamo, sinceramente sorpresa: “E’ perché mi mantengo bene”, commenta. E mi spiega il suo segreto: fragole intinte nel vino bianco, “Me l’ha insegnato mia moglie, sai. Io in cucina non so far nulla, mi ha insegnato tutto lei”. Che tenerezza. Mi saluta con un augurio: “Buona fortuna, nini”.

Piacevolmente sorpresa, torno ad attraversare la piazza centrale, quella da cui domattina alle sei partirà la gara, e recupero la Opel, trasferendola nello spiazzo che avevo individuato da lassù, dal castello. Non sono ancora le sette, ma, da buona atleta virtuosa, mi accomodo per la notte: spazzolo tre pezzi di focaccia, che vanno ad aggiungersi ai due già sbranati durante il viaggio; mi lavo i dentini, reclino il sedile e mi imbozzolo nel sacco a pelo, con la fascia di pile per le orecchie ben calata sugli occhi, a creare l’effetto buio. Ancora per qualche minuto mi lascio cullare dalla radio, in particolare dalle splendide note di Barry Manilow, “Mandy”. E scrivo un messaggio a Matteo, che in questo momento sarà lì lì per imbarcarsi per la Corsica. Un giorno e mezzo per quasi quattrocento km di vagabondaggi in bici, tutto solo, lui ed il suo spropoisitato bagaglio di cibarie: approfitterà del primo maggio, credo il suo unico sabato di vacanza nell’intero anno, per un buon allenamento in vista del Raid Provence Extreme, 600 km su due ruote attraverso la Provenza, fra tre settimane. Mi sarebbe piaciuto seguirlo: ma non sono all’altezza della sua velocità, e non sarei capace, per quanto abituata a sistemazioni spartane, di eguagliare il suo livello di adattabilità all’imprevisto, al meteo avverso, ai luoghi ignoti. Prevede di dormire in spiaggia, lui: ecco, io già non ce la farei; ho bisogno di una struttura sopra la testa, fosse anche il precario riparo di una pensilina del bus.

Poi, spengo la radio e ringrazio, per l’ennesima volta, la mia capacità di addormentarmi sempre, dovunque, comunque. Mi risveglio, un po’ infreddolita ma ben riposata, al trillo del telefonino, alle quattro in punto, e dedico, una volta tanto, cura maniacale nella preparazione dello zaino e delle due borse da inviare, rispettivamente, a Bardi, a circa metà percorso, ed a Bobbio, all’arrivo. La ragione del mio accesso di meticolosità, a dire il vero, è un po’ folle. Mi piacerebbe poter trasformare questi due giorni in un serio allenamento sufficientemente distruttivo per l’appuntamento della Nove Colli Running, 202 km e 3.500 m da percorrere a piedi nel fine settimana del 22 e 23 maggio. Beninteso, non è che io reputi la gara in sé troppo corta e troppo facile, ci mancherebbe altro; è che vorrei costringermi, al termine dei 125 km dell’Abbots Way, a percorrere almeno un tratto della strada del ritorno, via asfalto, approfittando del fatto che, tra Bobbio, Bardi e Borgotaro non sembrano esistere collegamenti diretti di mezzi pubblici, e che da Borgotaro a Pontremoli si può viaggiare invece in treno. Costringermi, in poche parole, ad aggiungere fatica alle gambe già disintegrate dalla fatica, perché alla Nove Colli, oltrepassata la boa dei cento km, sarò uno straccio eppure dovrò ancora trovare la forza almeno per pensarne, se non percorrerne davvero, altrettanti. Con quest’idea balzana, di cui sono orgogliosa e convintissima, ho organizzato le due borse, da mandare a Bardi e Bobbio, in modo da dovermi poi caricare nello zaino, per il ritorno, il minimo indispensabile di peso. A Bobbio farò comunque una doccia, prima di ripartire; per risparmiare il peso dell’asciugamano, ho messo nel bagaglio, per asciugarmi, un po’ di carta da cucina…

Bando alle elucubrazioni; in ogni caso, bisogna prima di tutto pensare alla gara. Il dopo, si vedrà. M’incammino, poco prima delle cinque, per le vie della città deserta, ancora buia. Nessuno nel parcheggio, nessuno lungo la strada, nessuno davanti al Teatro della Rosa né sui bellissimi ponti. Il fiume scorre placido; sento in lontananza delle voci: mi rincuoro, per un attimo, saranno altri concorrenti. Invece no, è un gruppo di ragazzotti chiassosi, vistosamente alticci, di ritorno da una serata brava. Rabbrividisco a sentire che stanno andando alla ricerca delle loro auto e che tra poco, in quello stato, correranno lungo una strada… Proseguo verso la piazza centrale. Ancora silenzio, non un’anima in giro. A questo punto, l’agitazione già serpeggia nel petto. Ma sarà davvero qui la partenza? Avrò capito bene? No, stà a vedere che si parte altrove, magari da un luogo lontano da qui, non ci arriverò mai in tempo, partiranno senza di me… Quand’ecco, all’estremo opposto della piazza, materializzarsi un puntino rosso. Stropiccio gli occhi, metto a fuoco; il puntino è una fanciulla, abbigliata per la corsa, che si guarda intorno, spaesata come me. Va da sé che, in queste circostanze, i puntini si attraggano; non tardiamo ad unire il nostro sgomento: sono le cinque, il via è tra un’ora, qui non c’è anima viva… Ma i puntini, pian piano, si moltiplicano; arrivano alla spicciolata, da soli, a gruppetti, chiazze mobili e multicolori tappezzano la piazza, il brusio si leva, squillano i primi saluti entusiasti, le risa, per la gioia degli autoctoni che stamattina, sabato primo maggio, avrebbero desiderato onorare la festa del lavoro con qualche ora di sonno in più.

Con un po’ di disappunto, osservo che non ci sono bagni pubblici, o, se esistono, non sono per nulla segnalati. Tocca rassegnarsi al bar, e non è certo per il prezzo del caffé che la cosa mi dà fastidio – anzi, il caffé lo tracanno volentieri, e pure doppio – quanto la coda interminabile che inevitabilmente si formerà davanti alla porta dell’unica toilette di uno dei due soli locali aperti a quest’ora antelucana. So che i partecipanti non sono moltissimi, ma sarei felice di avere a disposizione almeno i variopinti wc chimici… Invece, niente. Si vede che non è previsto che i duri e puri corridori in montagna abbiano necessità corporali. Trascendono tutto ciò…

La piazza si affolla, sotto un cielo velato, color del metallo. Fa chiaro e, con la prima fioca luce, riesco a mettere a fuoco qualche volto noto. Volti, ma quasi mai nomi, tranne quelli ormai familiari, come il buon Mario, alias “Scion” per la spiccata somiglianza con l’attore Sean Connery, della banda dei matti di Liguria, iscritto anche lui, come me, alla versione della gara in tappa unica. Già, perché, volendo, si poteva anche scegliere l’opzione tappa doppia, con notte da trascorrere a Bardi, oppure “twin team”, in cui ciascuna delle due tappe è ancora divisa a metà e ciascuna metà deve essere percorsa da uno dei due componenti di una coppia. Opzioni che però non ho nemmeno preso in considerazione. “I want it all… And I want it now!”.

La trafila che precede il via è quanto di più spartano possa essere concepito: spunta dei concorrenti a mano, ad opera dell’infaticabile Maria, la simpaticissima ragazza inglese che fa parte del gruppo organizzatore; qualche ultima raccomandazione ufficiale, dispensata a voce, senza microfono né megafono; niente palchi, niente archi, niente musica. Così radunati, un centinaio di scalpitanti adulti regrediti alla condizione di esuberanti alunni delle elementari in gita scolastica, ci muoviamo in massa dietro a due lepri in divisa azzurra. Così ci allontaniamo dal centro, al trotto, protetti dall’auto dei Vigili Urbani: un sottopassaggio crea già i primi segni di affanno. Poi una scalinata in discesa, un sentiero in mezzo ai vigneti ed accanto ad un campo da golf, deserto data l’ora; l’erba fresca, verdissima di primavera, umida di rugiada da calpestare. Cedo spazio a chi s’intestardisce per sorpassare: ce n’è tanta, ma tanta, di strada davanti… Il percorso svela ben presto la propria natura: ampie strade bianche, continui saliscendi, tanti tratti dove è possibile correre ed alcuni abitati. Ci lasciamo a fianco il fondovalle. Il cielo non è dei più promettenti; velato, per ora; frange di nebbia adornano i pendii più in alto. Staremo a vedere; il meteo annuncia tregenda, ma per domani. Motivo in più per non perdere tempo. Potrei impiegare suppergiù ventiquattro ore, anche se la matematica, su una corsa da 120 e rotti km, ha ben poca attendibilità, di solito.

I primi km sono puro affanno: brevi salite, brevi discese, troppi tratti che invitano alla corsa. So bene che non devo esagerare, perché ogni sforzo inutile speso adesso sarà energia che verrà a mancare dopo ottanta, novanta km, ammesso che io ci arrivi. Il terreno è abbastanza asciutto; il sole dei giorni scorsi deve aver contribuito a rimediare ai guasti dei troppi giorni di pioggia. Qui intorno si chiacchiera ancora, come sempre, come da copione; il fiato non manca, sembra inesauribile. Siamo tanti, tutti insieme, corridori della tappa unica e corridori della prima di due tappe, che si fermeranno questa sera a Bardi. Li si può distinguere dal bagaglio, quelli che, come me, hanno uno zaino ben consistente sulle spalle, quelli che invece portano un semplice marsupio, o addirittura nulla. La temperatura è fresca, fin troppo per i miei gusti; spero che salga un po’, con il passare delle ore.
Come sempre, corro con il paraocchi; sono già troppo intenta a guardare dove poggio i piedi, per accorgermi di chi mi sta attorno. Di tanto in tanto, qualcuno mi saluta, mi chiama per nome, precipitandomi quasi sempre in un abisso di imbarazzo: “Chi sarà costui?”. Tra i miei tanti difetti c’è una pessima memoria per i volti ed i nomi. D’altro canto, è bello drizzare le orecchie e captare spezzoni di discorso in ogni dialetto e con ogni possibile inflessione di pronuncia. Veneti, Toscani, Romani, Liguri…

Pochi km ed ho già le orecchie che fumano; i saliscendi continui non sono proprio il mio mestiere. Per mia immensa fortuna, le strade bianche risparmiano almeno, in buona parte, la fatica di mantenere l’equilibrio, anche se, di tanto in tanto, la facciata per terra la rischio anche qui. Il primo punto di ristoro giunge, del tutto inatteso per me che non ho consultato il percorso, al km 12, circa. Una bella tavolata con acqua e fette biscottate con il miele, graditissime. Come sempre, la fretta mi tradisce; afferro solo due fette, là dove dovrei invece approfittare del miele, e le mastico malamente lungo la successiva risalita, chiacchierando con uno dei compagni d’avventura che mi saluta per nome e che al volo non riconosco, Geogeo. Con il risultato di non mangiare abbastanza e, nel contempo, di rischiare il soffocamento, un po’ per le briciole malandrine che si conficcano in gola, un po’ per il tragicomico racconto del mio collega. Mi narra infatti la disavventura occorsa ieri ai concorrenti che, radunatisi a Bobbio, sono saliti su una delle due corriere che avrebbe dovuto trasferirli a Pontremoli, alla partenza. Ad uso dei profani, quando una corsa parte da una località ed arriva in una località diversa, è più pratico, per chi organizza, radunare i concorrenti, il giorno prima del via, al punto d’arrivo, e trasferirli alla partenza, perché, così facendo, li raccatta tutti insieme in una sola volta. Guai se si dovesse gestire il rientro di tante persone che arrivano alla spicciolata a fine gara, lungo un arco di diverse ore. Io ho scelto di andare in auto direttamente a Pontremoli… E meno male! Perché, a quanto pare, una delle due corriere destinate al trasporto degli atleti non era esattamente di primo pelo ed ha lasciato i malcapitati passeggeri, dopo travagliate vicissitudini, letteralmente a piedi in autostrada. I poveretti hanno raggiunto Pontremoli a sera inoltrata: orrida prospettiva, considerando l’orario della sveglia!

Si passa poi accanto ad un lago dall’intenso colore verde: già, ne avevo sentito parlare… Il Lago Verde, verde di nome e di fatto, che ci lasciamo sulla sinistra; alcune abitazioni isolate, sempre in pietra, giardini curati e tavole pronte per una colazione all’aperto. Le strade bianche sono spesso attraversate da veri e propri torrenti, che mi costringono ad acrobatici guadi, con un certo timore. Vedo gli altri corridori saltare come cavallette da un sasso all’altro… Per me, un vero disastro quando mi trovo di fronte ad un passaggio più ampio e delicato dei precedenti. Con tanto di volontari a sorvegliare lo sciame dei partecipanti. Qui l’unico itinerario possibile prevede il salto di roccia in roccia, ma quelle superfici levigate, tonde e bagnate sono puro terrore; già mi vedo scivolare, battere malamente, disintegrarmi… In preda al panico, cedo il passo, mi faccio da parte per qualche istante; cerco negli altri volti i segni della mia stessa paura, eppure nessuno sembra mostrare la minima ombra di dubbio… Arrivano, saltano, passano, spariscono di là. Devo andare, non posso fare altro che andare, altre vie non ce n’è. Mi butto, col cuore in gola, la prima pietra, la seconda, i bastoncini a far da appiglio nella corrente che li porta via. Quanto può essere bella e insieme terribile quest’acqua così limpida. Indugio qualche secondo di troppo sull’ultima roccia, il voluminoso posteriore tutto proteso indietro a far da bilancere, poi mi decido: o salto o mi arriva un calcio… Salto, atterro malamente là dove l’acqua è più bassa; provoco un’onda di maremoto, ma sono fuori, è fatta. Benedette scarpe in GoreTex, non mi bagno neppure i calzini. Con l’adrenalina in circolo e le gambe che formicolano, riparto di rabbia lungo la salita, appena un po’ più aspra delle precedenti, ma sembre breve e sempre immersa nella vegetazione lussureggiante della primavera. Fiori ovunque e canti di uccelli, merli soprattutto. Di tanto in tanto ritrovo Scion; gli rosicchio un po’ di vantaggio in salita, ma inesorabilmente perdo terreno in discesa, anche nella più blanda delle discese, dove proprio la mia inferiorità atletica e di equilibrismo diventa manifesta.

Segue un tratto in cresta: poco fa, avevo sentito in effetti una voce casuale magnificare un passaggio da cui si sarebbero potute ammirare le due valli, a sinistra ed a destra; lo scorcio più bello dell’intero percorso, così si diceva. Peccato che io ci arrivi quando la nebbia ha già avvolto ogni cosa. Soffia un vento violento e gelido, da destra, talmente forte che dà persino la sensazione di sbilanciare la camminata. Non c’è dubbio, sono su una cresta; vedo il sentierino davanti a me e l’erba che, ai due lati, digrada verso il basso fino a perdersi nel soffice umido grigio delle nubi. Folate che mi fanno rabbrividire: chiudo la cerniera del gilet, curando di riparare per bene il collo; su i manicotti, e speriamo che il supplizio abbia presto fine. La salita si fa impervia, tra roccette e terra scivolosa; qui servono piedi, mani ed ogni altro appiglio disponibile. Sento alle mie spalle risa e schiamazzi; è evidente che non tutti soffrono il mio stesso timore. Tribolo per restare in piedi e trascinare avanti il corpaccione; quando mi saranno alle costole, mi farò da parte. Davanti a me scorgo pochi metri di traccia, contorni incerti; ogni passo richiede cautela e ponderazione. Chissà che salto c’è di fianco a me: magari la pendenza si attenua pochi metri più giù, magari si vola fino a fondovalle, chissà. Dicono che questo sia il punto più suggestivo dell’intera gara? Ci credo sulla fiducia… Anche così, comunque, ha il suo fascino.

Gli inseguitori mi saltano e passano avanti, sempre di ottimo umore. Intuisco che sono arrivata in cima perché il sentiero, all’improvviso, inverte la pendenza; se prima ero in difficoltà, adesso mi trovo decisamente con l’acqua alla gola. La discesa è il mio calvario. Una valanga umana mi supera senza troppi riguardi; qualcuno non aspetta nemmeno che io mi faccia da parte… Potrebbero anche darsi una calmata: se sono ancora qui a quest’ora, il podio ormai è andato, per loro come per me. Spero solo che i chilometri che seguiranno non siano tutti di questo tenore… In effetti, non lo sono. Lungo sospirone di sollievo, quando la nebbia si dirada e rivela un crocchio di loschi variopinti figuri. Il crocchio nasconde un tavolo imbandito di pappatoria: Coca Cola, pacchi di biscotti frollini, banane e spicchi di limone. Un po’ per uno, per non far torto a nessuno, e si riprende il viaggio: per me è l’eterna lotta tra la tentazione di saltare il ristoro, per non perdere tempo, ed il buonsenso che invece impone di sfruttare le pause, sia pure brevi. Siamo all’incirca al ventesimo chilometro: ne mancano oltre cento… Ancora bosco e, più avanti, una splendida, fittissima pineta: solo tronchi e rami nudi, fino a qualche metro d’altezza; gli aghi sono molto più in su. E, a terra, nemmeno un filo d’erba, solo un soffice tappeto di aghi secchi. Il vento soffia, ma il suo rumore sordo, continuo, si sente come in lontananza, su, in alto, sulle cime. Qui in mezzo filtra una luce tenue, qualche raggio che illumina il pulviscolo al suo passaggio. Un profumo da respirare a pieni polmoni, una meraviglia. Qualche gruppo di case, sempre gli stessi muri in pietra, imponenti; i cortili in cui giacciono gli attrezzi agricoli. Alcune abitazioni sono abbandonate e percorse da lunghe, minacciose crepe.

La vallata si apre e mostra, ancora in lontananza, un abitato che, sempre stando alle poche informazioni che catturo qua e là dalle chiacchiere altrui, potrebbe essere Borgo Val di Taro, quindi, il trentesimo chilometro o poco più. Di tanto in tanto, compaiono i cartelli che ci ricordano che, sotto i nostri piedi, scorre l’itinerario della Via Francigena. Ma, pian piano, la strada, le suole, il fiatone, le nuvole, tutto si dissolve: resta solo una voce narrante alle mie spalle. La voce, una bella voce d’uomo, ferma e precisa, racconta l’esperienza di un Cammino di Santiago, percorso nel maggio di qualche anno fa: potrei sbagliarmi, ma l’accento sembra tanto delle mie parti. E il narratore ha l’aria di essere qualcuno che sa parlare. Drizzo le orecchie; tra me e me, mi associo alle domande dell’interlocutore; partecipo in silenzio e m’indigno quando quest’ultimo rivolge una domanda a cui la voce narrante aveva già risposto… Potrei accelerare il passo e guadagnare, forse, qualche minuto, ma mi perderei l’emozione di questo racconto che potrebbe ben essere un romanzo e mi ha già colpita al cuore. Dev’essere stato un viaggio stupendo; chissà se un giorno anch’io… Quasi senza rendermene conto, mi lascio raggiungere. La curiosità è fortissima, tanto che, alla fine, con buona dose di faccia tosta, riesco anch’io a ficcarmi nel discorso ed a snocciolare le mie, di domande. Circa novecento km, a tappe forzate di sessanta km al giorno, con una carta di viaggio da bollare, e si accettano anche i miscredenti mangiapreti come me, che scarpinerebbero mossi da intento sportivo e turistico. Una rotta segnata da una conchiglia gialla, simbolo del Cammino, lungo cui s’incontrano personaggi di ogni genere e dove, pur partendo magari da soli, soli non si rimane mai. Così chiacchierando, ce ne andiamo di buon passo verso Borgotaro: non lo sappiamo ancora, ma il non più ignoto narratore ed io continueremo a seccarci la gola a suon di chiacchiere da qui fino al traguardo di Bobbio.
E’ vero, per natura io tendo ad essere una viaggiatrice solitaria; mi piace godermi la fatica e lasciare che i pensieri viaggino nel caos, per conto loro. Talvolta attacco bottone, ma la prima salita o la prima discesa aprono un abisso tra me e l’occasionale compagno di viaggio: di solito, accade perché io rimango clamorosamente indietro e perché la lingua è il primo muscolo che resta a secco quando l’ossigeno scarseggia. E non me ne rammarico, perché capita molto di rado che io riesca a sopportare la stessa presenza umana accanto a me per più di pochi istanti. E’ così nella vita, figuriamoci in gara… Di tanto in tanto, però, accade l’imponderabile. Forse perché il buon Giorgio è un corridore per passione ed un veterinario per professione, quindi di argomenti in comune ne abbiamo già due, le corse e gli animali: e su questo, entrambi potremmo scrivere un’enciclopedia… A lui tocca il vantaggio, in questo caso sì è un vantaggio, di avere qualche primavera più di me, ergo un bagaglio di esperienze senz’altro più ricco a cui attingere, una più affascinante dell’altra. Persino la Marathon des Sables.

Superiamo il ponte sul Taro, accennando una corsa che per me è già un po’ affannata; ho una gran fame e voglia di bere qualcosa di dolce. Entriamo in paese superando una bella scalinata in pietra, con il conforto di un po’ di tifo; peccato non ci sia il tempo di guardarsi intorno: questa ha l’aria di essere una bella cittadina. La pedana, con tanto di arco, nella via principale, non è per noi ma per il rally che si sta correndo, proprio oggi, da qualche parte nei paraggi. Ci rassegnamo con il ristoro; Coca Cola e focaccia e plumcake a gogò: me ne riempo le mani e fagocito tutto in poche centinaia di metri, nel disperato e malfermo tentativo di conciliare il passo svelto, la chiacchiera e la pappatoria, senza soffocarmi. Qualche raggio di sole: potrebbe essere tarda mattinata, forse primissimo pomeriggio, chissà; io viaggio sempre nel limbo, senz’altri riferimenti che l’altezza del sole. Giorgio è più attento all’orologio, ma l’unico momento in cui mi sforzo di non ascoltarlo è proprio quando parla di ora e di velocità media… E’ scettico sull’ipotesi di poter concludere nelle ventiquattro ore; continua a ripetere che non reggerà questo ritmo fino alla fine. Mah: non mi pronuncio, ma ho l’impressione che lo reggerà molto meglio lui, rispetto alla sottoscritta. Ha un fisico snello, asciutto, gambe nervose, e di certo non dimostra l’età che dice di avere, anzi. Gli darei almeno dieci anni in meno. Un rantolo di dolore interrompe le mie elucubrazioni: la dolce passeggiata lungo il fiume Taro ci scodella senza mezzi termini alla base di una cattivissima rampa di cemento, da percorrere sotto un sole finalmente caldo come si deve; è l’inizio di una salita abbastanza lunga, dieci, dodici km, che ci porterà ancora a superare quota 1.000 m. Si tratta, anche stavolta, di una salita molto dolce, a parte alcuni strappi; abituata come sono ai sentieri di montagna, quelli che costringono a notevoli salti di dislivello in brevissima distanza, oggi più dell’ascesa patisco la sua irregolarità, le continue seppur brevi inversioni di pendenza, il fatto di correre, camminare e poi ancora correre, senza riuscire a stabilire un ritmo costante. Ho il pensiero fisso delle salite del Gran Trail Valdigne, lunghe, da prendere con il passo dell’asino stanco. Giorgio segue, senza perdere terreno e senza insistere per passare davanti: ho il timore di rallentarlo, più volte gli dico di andar per la sua strada, se ritiene di poterlo fare; però, confesso che sono sempre contenta di sentirgli dire di no. La sua compagnia è un buon conforto anche quando, si tanto in tanto, arriva l’accenno della crisi, quando sento la testa vuota, o meglio, più vuota del solito, ed i rumori che si allontanano, come ovattati, e le gambe molli. Faccio finta di nulla, stringo i denti, passerà… Tratti nel chiuso del bosco si alternano a lunghe traversate all’aperto, con vista sui pendii e sui tanti minuscoli mucchi di case sparsi qua e là. Il cielo è tornato chiuso, cupo. Risalendo una delle infinite spalle, alzo la testa e mi trovo davanti tre croci: immagine a dir poco inquietante; stà a vedere che quella è la fine che tocca anche a noi… La fatica comincia a farsi sentire, forse anche per via del caldo. Io lo adoro, il caldo, ma quest’anno non c’è stata occasione per abituarsi a sopportarlo. Quale croce tocca a te, quale a me? Fa lo stesso, tanto pare che tutti e tre i malcapitati non abbiano fatto una bella fine… Chissà, mi corregge Giorgio; dei due ladroni non si è più saputo nulla. Il terzo elemento, secondo alcuni, è risuscitato, secondo altri non è proprio morto, s’è ripreso ed è fuggito in India. Già, l’avevo già sentita, questa storia. Del resto, c’è un sacco di gente che ha una fervida fantasia. E poi, tanto per restare in tema, la corsa in montagna è un ottimo terreno di esperimento per spiegare come sia possibile convincersi di aver visto cose fuori dalla realtà: quante volte, oggi e in altre gare, ho sentito gente dichiarare di aver visto madonne, santi e tutti i cherubini… Chissà se la pastorella di Lourdes aveva zaino, bastoncini e un chip di cronometraggio? Perché, se così fosse, ecco chiarito il mistero. Io personalmente ho gusti diversi e, nelle mie allucinazioni, potendo scegliere, preferisco figurarmi George Clooney in costume adamitico.

La lunga discesa verso Bardi ci porta a condividere poche centinaia di metri di asfalto con le auto del rally. A sentire quel frastuono, a vedere quelle auto così conciate, viene spontaneo un commento: “Esaltati”. Ma ho la netta impressione che lo sconcerto sia reciproco. Oltre il ponte, sopra le nostre teste, una rocca ed un castello in cima alla rocca. Giorgio ed io l’osserviamo sconsolati: sappiamo entrambi che ci toccherà arrivare lassù… Ci muove la consolazione che in cima, a Bardi, troveremo un punto di ristoro più ricco dei precedenti e potremo prendere fiato per qualche minuto. Bardi è il km 65 ed è anche il termine della prima tappa, per chi percorre la gara in due giorni. L’ascesa è ripida, cattiva: noi l’affrontiamo per la via diretta, accompagnati dal rombo dei motori che risalgono la strada asfaltata. Ad ogni tornante, incrociamo la loro traiettoria: c’è da farsi venire i brividi… Stanchi e lenti come siamo, potremmo fungere da birilli! Per fortuna, ci sono i volontari di sorveglianza alla gara che vigilano su di noi.

Ho bisogno di un attimo di requie. Giorgio sembra ancora più pimpante di me: ma entrambi, quando poggiamo i piedi dal sentiero al ciottolato, proprio sotto l’imponente maniero, tiriamo un sospiro di sollievo. Oltre il tappetino del cronometraggio, ci attende il punto di ristoro. Fatte le debite proporzioni, è un piccolo girone infernale: ovunque, anime penitenti abbandonate sugli scalini, con i piedi in mano, a dare aria e sollievo e cerotti alle piaghe. Il mio compagno di viaggio si accomoda su una seggiola e si dedica amorevolmente ad un piatto di roba che a me pare semplice riso: ma è evidente che di cose esotiche non capisco nulla… E’ cous cous. Gelido, immagino, come le mie penne, che pure trangugio con stoicismo. Non posso nemmeno dire di essere molto affamata, ma so che la strada è ancora molto lunga e l’effetto inceneritore presto mi tenderà il suo agguato. Devo riempirmi la pancia con qualcosa di più solido delle barrette o dei biscotti. C’è di tutto, quassù; frutta secca, dolci, cereali, bibite di ogni genere, persino le uova sode. Tutto condito dall’entusiasmo e dalla gentilezza dei volontari, armati di vassoi e mestoli. Tra una forchettata di pasta e l’altra, recupero la mia borsetta, quella che avevo consegnato a Pontremoli, prima della partenza; cavo di lì quel che mi servirà per la notte: una canotta ed una maglietta di ricambio, più un berretto ed i guanti lunghi. Finisce tutto nello zaino, che già è un bel peso massimo di suo. Del resto, saranno più o meno le cinque del pomeriggio, adesso; non fa caldo, ma è troppo presto per vestirsi già in previsione delle ore notturne. Gli ultimi bocconi spariscono in compagnia di un amico di Giorgio, che corre la gara in due tappe ed ha concluso la prima all’incirca in nove: davvero bravo!

Sono forse un po’ tirannica nei modi, ma la fretta mi fa friggere le chiappe sulla sedia. Basta indugi, è ora di ripartire, sbocconcellando ancora gli ultimi scampoli di frutta secca. Dopo aver saggiamente desistito dall’idea di saltare la catenella tesa in mezzo alla strada, a delimitare l’area del ristoro, approfittiamo ancora un attimo dei servizi, più che altro per lavare via il sudore ormai appiccicato alla pelle del viso: poi, rinfrancati, ci rimettiamo in marcia. Ed è come se avessimo trascorso l’intera vita a correre insieme.

Ci attendono circa dodici chilometri di lenta salita su strada asfaltata. Il percorso, in origine, prevedeva la salita ai milletrecento e rotti metri del Monte Lama: per via delle previsioni meteo, però, l’organizzazione ha disposto di aggirare la vetta. Si sarebbe corso un rischio eccessivo, lassù, in caso di nebbia o forte pioggia. Mi torna in mente la cresta attraversata questa mattina; già lì, in effetti, mettere a fuoco il sentiero non era un gioco di fanciulli. In ogni caso, non mi lamento affatto del cambio di programma, anzi; io sono pur sempre, prima di tutto, una podista da asfalto… Una telefonata a casa, un messaggio a Matteo, disperso in bici chissà dove per le strade della Corsica, che pure non si è dimenticato di me. Anche per lui, ci saranno ancora ore di fatica.
E poi, chiacchierando fitto fitto, di viaggi in Provenza, nei Paesi del Nord Europa, nel deserto della Marathon des Sables, i km se ne vanno in fretta, uno dopo l’altro. E’ incredibile, come ci si senta a proprio agio a parlare di tutto e di più con una persona quasi sconosciuta, quando magari è difficilissimo fare altrettanto con un familiare o un amico di vecchia data. Sarà perché qui, in questo momento, siamo nascosti al mondo ed alla vita di ogni giorno, troppo lontani da tutto. I due podisti che, all’uscita del paese, vediamo alle nostre spalle, presto spariscono. Li lasciamo indietro con un passo veloce, regolare, alternato a brevi tratti di corsa. Ci accompagna un vento già freddo, subdolo, che si placa e poi ricompare oltre la curva; io chiudo il gilet e ritiro su i manicotti, Giorgio indossa un sottile ma efficace k-way.. I chilometri scorrono sui grandi cartelli bianchi, quadrati; cielo sempre più plumbeo, di tanto in tanto cade qualche goccia. Di fronte a noi, prima lontanissima e poi pian piano più d’istinta, s’intravede una sella, nera in questa luce metallica contro il cielo livido. Attraversiamo qualche gruppo di case, alcune abitate, altre dall’aspetto trascurato, vuote da chissà quanto, prima di scollinare. In realtà, non scolliniamo affatto; svoltiamo l’angolo di una vecchia costruzione, una trattoria. Ci troviamo di fronte, all’improvviso, un altro concorrente, che riparte con noi dopo una sosta: per la verità, non ha un bell’aspetto; è cereo in viso e sembra un po’ confuso. Lo sentiamo sbraitare nel telefonino mentre ci allontaniamo su per un’inattesa ripida risalita su sentiero, domandandoci dove possa essere il successivo punto di ristoro. Ormai la stanchezza ci fa sognare tavolini ad ogni angolo… In effetti, la successiva discesa ci porta, ormai a sera, all’abitato di Bruzzi, dove ci raggiunge e ci supera di gran carriera il collega incontrato poc’anzi. Lo sentiamo strillare ai volontari di guardia all’incrocio: “Bisogna per forza passarci, al ristoro?”. Impiego qualche istante a capire il senso della domanda: per avere la pappatoria, questa volta, bisogna sobbarcarsi una deviazione verso sinistra, un centinaio di metri o poco più. A mio parere, a questo punto, rinunciare anche ad un solo punto di ristoro è folle. In particolare, questa volta vale davvero la pena di una sosta: sui tavolini allestiti al di fuori di una trattoria, e conditi dai saluti calorosi dei volontari, è a disposizione, tra le altre cose, una gustosissima torta salata di patate e formaggio. Una vera delizia: me ne riempo le mani e riparto, poco dopo, canzonata dal buon Giorgio, che invece vive d’aria e finora ha mangiato pochissimo. Poverello, gli ho concesso si e no trenta secondi di sosta… A lui che ha proposto, comodamente seduto a tavola, di ritirarsi qui! E’ stato comunque abbastanza perché potesse assaggiare alcuni dei salumi lì esposti. Mi odierà, mi considererà una specie di tiranna, ma che posso farci? Io ferma non resisto…

Torniamo sui nostri passi, per scoprire che l’altro concorrente, tanto frettoloso, è ancora lì. Ancora un po’ di salita: lo abbandoniamo un’altra volta indietro e ci lanciamo all’inseguimento dell’altro figuro, indefinito, qualche decina di metri avvantaggiato su di noi. Un’altra salita spoglia, su per un declivio nudo che sembra finire contro il cielo della sera. Il figuro pian piano prende forma e colore, entrambi familiari. Maglietta e pantaloncini arancioni, capello corto ribelle, ecco Mark, l’inglese più pazzo del mondo. Accelero un po’ il passo, per raggiungerlo e salutarlo: mi spiega che è soddisfatto, si sente bene, al contrario dell’anno scorso, in cui era stato costretto al ritiro a Bardi per un dolore alla gamba. “Toccando i maroni”, chiosa, con un marcato accento inglese che mi fa ribaltare dalle risate. “Ehi Mark, come di dice toccarsi i maroni in inglese?”. “Fingercrossing – replica – noi Inglesi siamo un po’ più fini…”. Passiamo accanto ad una splendida torre, severa, dall’aspetto però poco solido; deve aver patito gli schiaffi del tempo.
Tentiamo di sbagliare strada in mezzo ad un pugno di case; poco male, ritroviamo ben presto la retta via. Qualche tornante giù per la strada asfaltata, in leggera corsa, ed eccoci al paese di Groppallo. Questa volta, quel demonio tentatore di Giorgio ha la meglio su di me: non riesco a resistere all’offerta di un caffè. E, già che ci sono, di una rapida puntatina in un bagno civile. Io non sarò mai in grado di compiere lunghi trekking in autonomia, quei viaggi da sogno lontano da tutto e da tutti: non riesco ad emanciparmi dalla mia sudditanza al trono di ceramica… Caffé e quattro chiacchiere con la simpatica barista: inaudito, tutto ciò è indegno di un vero, duro e puro corridore in montagna. Tutto ciò è mollezza…

Usciamo ed approfittiamo del dehors deserto per prepararci per la notte. Rapido cambio di canotta e maglia, indosso la giacca, il paraorecchie e la luce frontale. Forse è troppo, ma presto la temperatura scenderà. E, forse, verrà a piovere… Scruto ansiosa il cielo, a caccia di una stella; non ne vedo, ma m’illudo che sia colpa delle luci del paese. Quanta vita: quattro anime, ma anche quattro bar… Mi torna in mente una vecchia graziosissima novella di Rodari, che narra di un personaggio con trenta capelli in testa, proprietario di trenta automobili. Pochissimi i capelli, tantissime le auto, tutto è relativo! C’è anche una piccola discoteca, ma non è roba per noi, stasera. Da Groppallo, ci attende una lunga discesa, poco meno di dieci km, fino a Farini; talvolta in mezzo alla vegetazione, talvolta invece in spazio aperto. Ormai il buio è nostro fido compagno, già da un po’. E’ proprio qui che si fa sentire, più che altrove, il conforto di avere un alleato nel viaggio. Patisco le prime tenebre, non tanto per il sonno, quanto per una sorta di senso di intontimento che mi lasciano l’oscurità ed il cerchio di luce della pila frontale. Sento la testa pesante, neanche avessi abbinato il cicchetto al caffé: Giorgio procede di gran carriera, mentre io faccio un po’ di fatica, perdo qualche metro. Vietato, vietatissimo mollare, anche se abbiamo alle spalle già ben più di ottanta km. Per fortuna, a Giorgio non mancano gli argomenti di conversazione, anche per riempire i miei silenzi. Sono terribili, i silenzi, bisogna combatterli per tenere lontano il sonno. Superiamo uno dopo l’altro un’infinità di ruscelletti; facciamo zig zag tra le pozze di fango. Al buio è più difficile distinguere i punti in cui la terra reggerà, così accade, di volta in volta, di affondare nella melma fin quasi alla caviglia: accade a me, ovviamente, non al mio compagno di sventure, che è leggero come una piuma. Lo seguo fedelmente, mi aggrappo alla sua presenza per scacciare la fatica che m’è cascata addosso a tradimento. Lo vedo bene, viaggia spedito, senza esitazione.
Ci tocca, prima di Farini, la tribolazione di una discesa spesso aspra, difficile, dove ogni passo va misurato con cautela, dove a volte capita che un piede scivoli ed un improperio risuoni nella quiete della notte, finora rotta solo dai cinguettii multiformi dei merli e di chissà quali altre specie. Giorgio senz’altro lo sa. Le caviglie accusano la fatica, sono malferme, ma noi esorcizziamo tutto questo e molto altro, discutendo di progetti e di gare. Incontentabili ed incapaci di goderci il presente, siamo già lanciati verso la prossima corsa.

A Farini c’è vita: del resto, non credo sia poi così tardi. Il ristoro è in posizione strategica, proprio accanto ad un distributore di preservativi: io ci butto subito l’occhio, ma reprimo la battuta inopportuna; non così il mio compare, che non si fa sfuggire l’occasione. “Casomai qualcuno avesse un’improvvisa tentazione…”. “Sì, figurati – lo rimbecco – se qualcuno arriva qui, al novantacinquesimo km, ed è in grado di sostenere anche solo l’idea di una tentazione, allora lo voglio conoscere!”. Un altro pieno di torta salata con le patate, abbinata all’immancabile Coca Cola: è una vera delizia… Il fotografo, guardacaso un ragazzo di Fossano, a trenta km da casa mia, immortala le nostre maschere di fatica e sonno, che non gli fanno comunque mancare un sorriso. Un attimo dopo, ci congediamo. Ci attende ora l’ultima vera e lunga salita, circa tredici km per un dislivello complessivo di ottocento metri; masticando gli ultimi bocconi, ci avviamo lungo la strada asfaltata, in uscita dal paese. Scende minacciosa qualche goccia. Confesso che mi tormenta un’angoscia serpeggiante; l’idea di dover affrontare la pioggia non mi sorride per niente. E’ vero, ho la giacca impermeabile, ma non credo di essere abbastanza equipaggiata per l’evenienza. Nei materiali, forse, ma non nello spirito. Per favore, una stella, vorrei vedere anche solo una stella… Mi spaventa anche il freddo; il vento soffia ancora, non s’è placato, anche se presto la strada torna a serpeggiare al chiuso della vegetazione. Ormai fatichiamo a distinguere quel che è cielo e quel che è montagna; nemmeno una timida traccia della luna, solo una luce, alta sulla montagna alla nostra destra. Il primo tratto di risalita è aspro, severo, o forse sono le nostre gambe che lo sentono così. Ho ceduto, poco prima dell’ultimo ristoro, alla tentazione di una bustina di Nimesulide, non tanto per il dolore alle gambe, che, per fortuna, non s’è ancora fatto sentire, quanto per una fastidiosa acuta puntura sulla destra, sotto le costole, almeno, così sembra, una puntura che mi rende dolorosa la corsa o anche solo la camminata veloce; sembra che sia servita: del doloretto, nessuna traccia. In compenso, non trattengo uno sbadiglio, credo il primo della serata. Il cinguettio allegro del merlo continua a farci compagnia; di tanto in tanto, il cono di luce della frontale incontra gli occhi gialli e luminosi di un gatto, che si acquatta e poi fugge via veloce. La luce si avvicina, ma fatichiamo a delinearne i contorni, finché non ci troviamo proprio a ridosso dell’imponente edificio.
Paziente, Giorgio permette che sia sempre io a decidere l’andatura, almeno in salita; in effetti, per me è importante poter essere in testa, perché la presenza di chiunque altro davanti a me mi istiga a correre troppo, oppure, al contrario, mi rende difficile sopportare un passo più lento del mio. Un lungo traverso, dopo tanto salire in mezzo al nulla, ci porta nel mezzo di un avamposto di vita, dove troviamo, quasi inatteso, un punto di ristoro. Un bicchiere di Coca, qualche boccone da mangiare; questi ristori potrebbero raggiungere l’apice della perfezione, se solo offrissero anche il caffé. Ma non esageriamo. La salita non è ancora conclusa, siamo al km 105, circa venti al traguardo. Non siamo soli qui, Giorgio ed io; ci sono anche alcuni altri concorrenti, tra cui un volto noto, che lamenta d’essere distrutto. “Ma no – sentenzio – non si può essere distrutti ora che è quasi fatta”. Già, quasi. Riprendiamo la salita che sembra non finire mai: ogni punto di ristoro, adesso, è un disperato inseguimento delle forze che vengono meno. Conquistiamo ancora un po’ di dislivello, ogni volta sembra di avere davanti il colle, ma questo benedetto colle non arriva mai… Giorgio aggiorna di tanto in tanto la quota, di cui tiene nota lo strumento che ha al polso. Arriviamo, come da programma, a superare quota 1.200, sia pure non di molto. Di fronte a noi, oltre una radura erbosa in cui quasi quasi facciamo fatica a ritrovare la strada, si srotola una lunga strada sterrata, che ha l’aria di esser comodissima. E, lontano, all’orizzonte, una luce intensa, violenta, probabilmente un faro. Continuiamo pazientemente la nostra marcia: la pendenza ed il fondo, ora, sarebbero perfetti per correre, ma né Giorgio né io ne abbiamo voglia, e tantomeno gambe. E’ tanto bello, da quassù, da questa posizione privilegiata, buttare lo sguardo sul manto nero che ci circonda, rotto solo da qualche puntino di luce, molto più in basso. E, proprio di fronte, fioca, spunta un alone rosso, ora più esteso, ora nascosto dalle nuvole. E’ la luna, ne sono sicura, è lei che tenta il suo cammino.

Questa lunga strada sterrata è priva di riparo e ci getta senza pietà in pasto ad un vento forte, gelido. Acceleriamo il passo, ma non basta a proteggerci dai brividi. Sento il freddo mordere le ginocchia nude, le mani, le orecchie e la faccia, e poi farsi strada anche sulla schiena e sul torace. Indossare la giacca in salita è stato forse un errore, ma la sola maglietta sarebbe stata troppo leggera… Ed il gilet era ormai fradicio. La luce, che sembrava così vicina, si nasconde dietro ad un cupolone naturale; la strada descrive una curva ed un’altra, e un’altra ancora. Tutto ciò mi ricorda gli ultimi km della salita al Col de la Bonette, da St Etienne de Tinée, uno dei miei terreni di pedalata preferiti: la cima è lì, sembra a due passi, eppure, ad ogni curva, resta sempre alla stessa distanza. Quanto fiato tocca sputare, da quando dici “Finalmente ci sono” a quando ci arrivi davvero. Il freddo è pungente, il mio morale è sull’orlo di una lunga discesa, come quella che dovremo affrontare tra poco. Ma quando arriva il faro… Per fortuna, ci pensa Giorgio a tenermi sveglia. Mi domando come mi sentirei se adesso fossi da sola. La sua presenza è preziosissima, anche se, d’altro canto, quasi mi preoccupo, perché dovrei essere in grado di cavarmela da sola. Sarei stata capace di cavarmela da sola?

Finamente, eccoci al faro. Una grossa tenda quadrata ci accoglie nel suo calore: in realtà, non è che l’interno sia riscaldato; semplicemente, è al riparo dalle raffiche. Due corpulenti alpini ed un ragazzino sono pronti a prodigarsi per noi: ci porgono nientemeno che due ciotole di minestrone di verdura, caldo e fumante. Un toccasana, per i nostri stomaci che ormai mostrano poco entusiasmo per qualsiasi cibo. Tutto è invitante, ma non dopo ben centootto km. E’ in particolare Giorgio che ha difficoltà a mangiare; io caccio giù volentieri, oltre alla zuppa, anche una buona dose di patatine fritte, quelle sottili, dei pacchetti. Non sarà cibo da atleta, ma è perfetto per attenuare la nausea. Intanto, lascio che il mio compagno di guai prenda fiato qualche istante: vorrei ripartire subito, anzi prima ancora, ma in fondo anch’io godo di questo inatteso, provvidenziale riparo dal vento. Il ragazzino, ammirevole nella sua dedizione, ci conforta come può: “Adesso andate in discesa e il vento si calmerà un po’”. Speriamo. Salutiamo e ci rimettiamo in cammino, proprio nell’istante in cui altri due loschi figuri emergono dalle tenebre. Lasciamo la Sella dei Generali, giù per un sentiero arcigno, mentre le folate di vento freddo ci sbattono in faccia goccioloni di pioggia. “Ci siamo – penso rassegnata – è ora”. A balzelloni, incespichiamo giù per la discesa; Giorgio segue, un po’ taciturno. Sono preoccupata per lui; timidamente, provo a chiedergli se va un po’ meglio… Ma la sua voce nasconde qualsiasi segno di sofferenza; è sempre pacato, gentile, anche se sono certa che, in cuor suo, qualche volta avrebbe voglia di mandarmi al diavolo. Dobbiamo perdere seicento metri di quota, all’incirca; poi ci toccherà una risalita, ma breve, l’ultima per davvero. E scendiamo a lungo, infatti, fino ad insinuarci in quello che sembra il fondo di un vallone cieco. E’ impressionante, non ne vedo l’uscita… Qui il vento tace, non il canto instancabile dei merli. Precipitiamo giù verso un torrente di cui si sente il rombo sommesso, lontano, senza mai perdere d’occhio la segnaletica della gara: le fettucce, i bollini bianchi. A maggior ragione adesso, stanchi come siamo, è un attimo perdersi, anche dove la retta via pare ovvia.

Attraversiamo infine un bel ponticello; mi pare scontato che ora noi si debba risalire, per uscire da questa gola nera e boscosa. Ci inerpichiamo su per un sentiero molto ripido, che passa accanto a quel che resta di una torre: una lama, nera e minacciosa, l’ultima parete rimasta in piedi. Conficco i bastoncini a mo’ di piccozza, mi ci aggrappo con ogni forza: la conclusione della grande fatica è vicina, ma non ancora abbastanza. A notte fonda, a Coli, ci imbattiamo nell’ultimo punto di ristoro, con i volontari ancora allegri, imbacuccati nelle spesse giacchie, sempre pronti a sorridere ed incitarci. Ancora un bicchiere di Coca Cola, non si può dire di no. Ormai siamo su di giri anche noi; è vero, si salirà ancora un po’, ma arriveremo in cima con la forza dell’entusiasmo. Attraversiamo un gruppo di case, una luce malinconica accesa alla finestra, cani che latrano al nostro passaggio; finalmente, sopra di noi, il saluto delle stelle, qualche raro squarcio tra le nuvole. Ora potrebbe anche diluviare… Non c’importa più.

L’ultimo sentiero ci porta su, in breve distanza, in vista di un colle che subito si staglia contro il cielo; l’altimetro conferma che, almeno stavolta, la salita non c’ingannerà portandoci a spasso per chilometri. Appena oltre il colle, proprio come ci avevano annunciato all’ultimo ristoro, ci appaiono le luci di qualcosa di più grosso di un paesello: è Bobbio, non c’è dubbio. Dobbiamo solo convincerci a non cantare vittoria prima del tempo; la discesa sarà lunga e fonte di amare tribolazioni. Infatti, ben presto ci tocca lasciare la comoda strada sterrata, per ficcarci nel fitto di uno strettissimo budello, fendere la vegetazione, infliggere salti e storte alle povere caviglie già martoriate. Sembra quasi impossibile che si debba scendere proprio per di qua: in certi punti, la vegetazione chiude quasi del tutto il passaggio. Nei rari scorci sul fondovalle, le luci di Bobbio sono ancora lontane, anche se si possono distinguere già nitidi i palazzi e le piazze. Gli improperi si sprecano all’indirizzo della mente che ha partorito questo colpo di coda finale: ma con tutte le belle e facili discese che abbiamo avuto fin qui… Proprio adesso, negli ultimissimi km, devono infliggerci il colpo di grazia?

Ma Bobbio ormai è vicina, vicinissima. Giorgio è contentissimo all’idea di arrivarci non solo in meno di 24, ma addirittura in meno di 23 ore. Il budello sfocia, ormai a livello del paese, in una strada quasi pianeggiante, dove a nessuno dei due passa proprio più per l’anticamera del cervello l’idea di correre. Attraversiamo uno splendido, lunghissimo ponte, Ponte Gobbo, di nome e di fatto, che a Giorgio richiama ancora una volta il ricordo degli innumerevoli ponti romani attraversati durante il Cammino di Santiago. E in me rinforza il proposito, ormai seminato e radicato, di intraprendere, prima o poi, quel viaggio.
Attraversiamo il centro del paese, quasi deserto, tranne per un anziano un po’ spaesato che ci indica la strada. Sono le sei meno venti, all’incirca: proprio per onorare l’arco d’arrivo, percorriamo di corsa gli ultimi venti metri. E passare oltre il tappetino d’arrivo, per inciso 125 km di su e giù in 22 ore e 29′, è insieme una bella gioia ed una sottile delusione. E’ finita…

La gentilissima ed infaticabile ragazza inglese, Maria, della squadra degli organizzatori, ci carica sul pulmino e ci porta immediatamente al palazzetto, dove troveremo spogliatoi, doccia e qualcosa da mangiare. Qui si conclude la “nostra” avventura: Giorgio mi riaccompagna in paese, senza smettere un attimo di tentar di dissuadermi dal mio bellicoso proposito, che non ho ancora abbandonato. Rimettermi in marcia a piedi, in direzione di Borgotaro, fin quando le gambe mi reggeranno, e cercare poi un passaggio di fortuna per raggiungere proprio Borgotaro, primo avamposto di mezzi pubblici. Sono combattutissima. Da un lato, rinunciare senza nemmeno tentare mi sa di vigliaccata, bella e buona, di spacconata buttata lì per chissà quale assurda mania di grandezza. Eppure io so che potrei ancora macinarne un bel po’, di km. I problemi sono due. Il primo è lo zaino che, pur avendo ridotto il carico all’osso, dopo averci aggiunto il bagaglio che l’organizzazione mi ha portato qui all’arrivo è diventato un vero macigno. Il secondo, quello che mi turba di più, è il cielo: plumbeo già adesso e, secondo le previsioni, destinato ad inferocirsi lungo la giornata. Si annunciano violenti temporali. Il guaio è che io, proprio per ridurre il peso, sarei qeuipaggiata per una pioggerella, non per un fortunale da sopportare ancora per chissà quanti km.

Davvero non so che fare. Anzi, lo so, cosa fare, so già benissimo che non avrò il coraggio di mettermi in marcia con questa prospettiva. La tentazione, fortissima, sarebbe di proporre al mio compagno di viaggio un ritorno a Pontremoli, una pappa veloce da qualche parte ed un bel giro per la città, dato che anche lui apprezza la bellezza di questi paesi e soprattutto, a differenza di me, conosce vita, morte e miracoli storici, laddove io mi limito ad ammirare a bocca aperta e sentenziare “Che bello”. Ma non posso chiedergli questo: sarebbe come fargli fare il tassista, fargli aggiungere chissà quanti km in auto oltre a quelli che già lo separano da casa. E poi, sarà stanchissimo; se anche accettasse, lo farebbe solo per farmi piacere, non certo perché sia davvero entusiasta dell’idea. Anche se mi spiace, devo rassegnarmi, ho già approfittato anche troppo del suo spirito di sopportazione.

Ci salutiamo. Io girovago ancora un po’ con il naso all’insù, guardando con tristezza i pochi francobolli di cielo azzurro che spariscono, inghiottiti dalle nuvole. Che imbecille sono: ho appena concluso una gara bella ed impegnativa, eppure provo più delusione per ciò che non ho avuto il coraggio di fare, che soddisfazione per ciò che ho appena portato a termine. Sarà un viaggio interminabile il ritorno a Pontremoli, tra pullman, treni e tre ore di sosta forzata a Parma, a spasso per la città. La pioggia mi sorprende già lì, sulla piazza del Duomo e del Battistero, mi accompagna per tutto il tragitto da Parma a Pontremoli, mi si rovescia addosso con rabbia nelle poche decine di metri tra la stazione d’arrivo e la Opel. Beh, se tutto ciò l’avessi dovuto affrontare a piedi… Guai.

Tre ore di viaggio delirante di sonno e pensieri confusi concludono la mia stramba domenica. Sono sveglia dalle quattro di ieri mattina e, nei paraggi di Villanova d’Asti, mi sembra di vedere lungo la carreggiata le stesse fettucce segnavia che tracciavano il percorso di gara. Finalmente a casa, non mi resta che concludere la giornata con un’energica pulizia della Opel: la seconda, credo, in un decennio. Sciagurata decisione, che darà il via ad una settimana di diluvio ininterrotto… Mannaggia a me!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!