1-4 maggio 2008: ricognizione percorso RPE. I tappa

Giovedì primo maggio, cinque del mattino: stipiamo la povera Y di Mik all’inverosimile e partiamo. Come d’abitudine, pur mezzi rintronati per la levataccia, facciamo subito l’inventario delle cose fondamentali ed irrinunciabili nel viaggio che abbiamo dimenticato a casa: non ci viene in mente niente… Possibile? Mah, ce ne accorgeremo quando sarà il momento, cioè troppo tardi. L’importante è che ci sia la macchina fotografica!

Già in auto ho il cuore in gola per l’emozione. Nei giorni scorsi non ero troppo in forma, anzi, un po’ di febbre, un po’ di fiacca; spero solo d’essere in grado di combinare qualcosa di buono, perché ci tengo tantissimo! Il viaggio è lungo, niente autostrada, ma ci godiamo la bellissima Valle Stura con le prime luci del mattino e poche anime in giro per la strada: poco dopo la galleria delle Barricate, ci attraversa la strada un gruppo di camosci – almeno, credo, considerata la mia ignoranza in materia di fauna. E poi il panorama del lago di Serre Ponçon, la fortezza di Sisteron. Finalmente, dopo quasi cinque ore di viaggio, eccoci a Manosque.
Il programma di Mik prevede la partenza da qui, anziché da St Remy come invece avverrà nella rando, perché Manosque è il punto della corsa più vicino a casa; così, la distanza da percorrere in auto è stata ridotta al minimo. In questa prima tappa, percorreremo l’itinerario delle Gorges du Verdon fino a Valensole; poi, da lì, devieremo di una ventina di km dal tracciato della rando per tornare a Manosque. Scopo di tutto questo, poter tornare almeno la prima sera all’auto e quindi poter fare la prima parte del viaggio senza zaino pesante sulle spalle.

Scarichiamo e prepariamo le bici: quella di Mik sembra un’astronave… Sul manubrio c’è di tutto, faro, Gps ed almeno altri due aggeggi che non so bene a cosa servano; probabilmente fanno il cappuccino con le cialde, chissà! In più, nel borsello, una macchina fotografica spaziale che, da sola, peserà tre chili! Beh, tanto Mik va forte anche con la zavorra… Io mi porto giacca impermeabile, pappatoria e la mia macchinina fotografica ben più elementare della sua; pieni d’entusiasmo, si parte. Peccato solo che mi sia rimasto un gran mal di testa.
Sotto uno splendido sole, ci avviamo lungo uno stradone trafficato e su per una lunga e blanda salita, direzione Valensole. Si sale sale sale, sembra di vedere un colle, prima o poi si scenderà… Invece no, la strada poi diventa un lungo falsopiano. Mi giro indietro, ecco laggiù, lontano ma inconfondibile, lui, il Ventoux! Ci vedremo presto, aspettami!

Da Valensole alle Gorges è tutto un saliscendi, salite brevissime, discese altrettanto brevi, sempre su e giù. Ecco, proprio quello che temevo, il tipo di percorso che odio. Un buon ciclista, quelle salite lì, le salta una dopo l’altra; a me proprio non riesce, io devo mettere il 34 ed attaccare ogni minina pendenza come se stessi per scalare lo Stelvio, perché, se solo provo a fare lo “strappo”, dopo due o tre strappi mi ritrovo le gambe di legno e non vado più né avanti né indietro. Risultato, perdo una marea di tempo in questo tratto, che è anche molto lungo. Certo che il paesaggio è stupendo, i colori, la vegetazione, la terra arida danno il senso del caldo che si gode in queste zone: da buona lucertola, io adoro il caldo! Sembra d’essere in Toscana o nell’entroterra della Costa Azzurra. Fatico, arranco, ma per ora ho ancora troppo entusiasmo per accorgermene. Mik inizia qui il suo lungo esercizio di pazienza, lui che queste asperità nemmeno le vede, che va su come un camoscio, e con la stessa eleganza, e che su ogni cocuzzolo deve fermarsi per aspettarmi.

Dopo aver percorso credo una sessantina di km e superati i paesi di Riez e Moustiers Ste Marie, arriviamo all’attacco della prima salita che possa definirsi davvero tale: qui troviamo ad attenderci Matteo, che, come d’accordo, ci accompagnerà nel giro delle Gorges. Salita lunga, con pendenza facile facile; vado a testa bassa finché non si arriva, finalmente, alle famose Gorges. Mamma mia che spettacolo imponente… Anche se, a dire il vero, delle Gorges riesco a vedere ben poco. Ci si dovrebbe fermare, affacciare al parapetto, guardare giù e riempirsi gli occhi, perché questa è una meraviglia; ma io devo pedalare, ho un solo pensiero in testa, il fatto che oggi ci son più di 200 km da percorrere, poche ore di tempo, e che sono lenta lenta lentissima! Alle foto pensano Mik e Matteo, che, con tutto il tempo che perdono ad aspettarmi, potrebbero girare un documentario! Per fortuna, la strada non è affatto esposta, anzi; il parapetto nasconde bene la vista del baratro. Lo so che è assurdo, visitare le Gorges e pretendere di non vedere il precipizio, ma io son fatta così, ho paura dell’altezza e del vuoto. E poi, nella corsa, qui passerò di notte; sono più tranquilla se so che non devo far troppa attenzione a non volare di sotto.
Raggiungiamo il Col d’Illoire che, come fa notare Matteo, è tutto fuorché un colle; la strada continua a salire ancora per un po’.

Da qui, una serie interminabile di salite brevi e discese altrettanto brevi, ma facili e veloci, anche per me che sono una frana. Fa caldissimo, il sole è splendido ed impietoso sulle nostre teste. Mik e Matteo ogni tanto si fermano, poi mi riacchiappano, passano avanti chiacchierando; beati loro che possono farlo. Io comincio a sentire la fatica di questi tratti irregolari, dove non riesco mai a prendere il mio ritmo.
Ad un tratto, la strada si allontana dalle Gorges e continua in uno scenario sempre bellissimo ma più anonimo, per poi riportarsi alle Gorges con una salita lunga e cattiva che ci riporta a quota 1.400 m circa. Le rampe sono ripide, metto per la prima volta il 34-29; ma non è la fatica qui che mi manda in crisi. E’ la sete terribile: fa caldo, il sole picchia, ed io sono già a secco da chilometri. Più che la sete, in realtà, è la paura della sete. Spremo la borraccia, ogni tanto esce ancora qualche goccia, ma immancabile l’ansia mi ha già assalita. Maledico le rampe, mi abbatto, mi sembra di non andar più avanti, mi arrabbio; Mik e Matteo mi sorpassano dopo essersi fermati, scherzano ma io non riesco a ridere con loro: in due parole, è crisi nera, nerissima. Ora ho un pensiero fisso, voglio una Coca Cola. E’ vitale, per il prosieguo della giornata, che io trovi da qualche parte una Coca Cola, prima che subito. Altrimenti defungo qua. Finalmente la cima arriva, e poi una picchiata in discesa nell’unico tratto in cui il fondo del baratro si vede benissimo, porcaccia la miseria! L’asfalto non è bellissimo, cosa che rende la discesa ancor più critica per me, ma adesso non importa, non esistono il vuoto ed il fiume laggiù, c’è solo che voglio la mia Coca Cola. Sto malissimo, sia con le gambe che soprattutto con il morale. Finalmente arriviamo al primo avamposto della civiltà dopo le Gorges, l’abitato di La Palud: magari i miei colleghi non hanno nessuna voglia di fermarsi, ma io devo… Che immensa goduria la Coca Cola bella fredda.

Qui ci separiamo, Matteo torna sui suoi passi verso l’auto: non ho ben capito che giro farà, ma ci rinuncio, la geografia è un’altra delle tante cose con cui non vado d’accordo. Fatidiche le sue parole di congedo: “Avete solo più 100 mt di dislivello e poi è tutta discesa”… Probabilmente, per il miracolo della moltiplicazione dei metri di dislivello, da lì Mik ed io ci sorbiamo ancora un’interminabile serie di salite e salitelle. Di per sé, nulla di tragico, ma a questo punto io sono in crisi completa: ogni minima asperità, fosse anche un dosso rallentatore, mi manda in angoscia. Non so perché, sarà ancora l’effetto del malessere dei giorni scorsi, ma mi sento sempre più vuota, benché Matteo mi abbia ceduto le sue albicocche secche – non ce la facevo più a mandar giù le mie merendine ed ho gradito immensamente il dono. Non vado avanti ed ho male dappertutto: anche questa, cosa strana, davvero insolita per me. Salite, discese, in continuo, ogni volta mi sembra che sia finita ed invece no, ancora un altro salto; ogni volta ho paura ad alzare gli occhi perché so che ci sarà ancora una collinetta, e poi un’altra, e le gambe che così proprio non vogliono saperne di rendersi utili.

Si ritorna a Moustiers, poi Puimoisson e finalmente Valensole, finalmente l’ultima breve salita, poco più di un km, e poi la lenta discesa verso Manosque.

Mi gira la testa, persino le braccia fanno male; cerco di non dar troppo a vedere la cotta e di pedalare per quanto possibile, ma, arrivata all’auto, crollo. Ho le gambe dolenti come mai mi è successo, come se stringessi tutti i muscoli con le unghie, male alla schiena, al collo, quasi da non riuscire più a girarmi. Anche metter la bici in auto è una sofferenza… E Mik invece è fresco come una rosa, come se fosse appena partito, pronto alla ricerca di una stanza dove dormire, efficiente come sempre.
Riesco a fatica a salire gli scalini dell’albergo, ho freddo freddo fino alle ossa, la testa che scoppia. Davvero non capisco, è stata una giornata dura ma non ha senso che mi sia ridotta così! Cedo a Mik l’onore della doccia, mangio una banana ed attacco la farmacia che mi son portata appresso da casa: un’aspirina ed una pastiglia di antiinfiammatorio. Poi la doccia calda: tempo un’ora e sono come nuova…
Ultimo dramma della giornata: sono le dieci di sera passate, Mik ed io stiamo morendo di fame, che si mangia? A Manosque c’è il Mc Donald, ci fiondiamo lì. A quell’ora è aperto solo il Mc Drive, ci accontentiamo. A me tocca anche far lo strappo alla regola della mia vegetarianità: non c’è nulla che non abbia almeno pollo o pesce. Ci rassegnamo a due Coca, due insalate col pollo – ma sfido chiunque a dimostrarmi che razza di specie animale fosse quella roba sull’insalata; poteva anche essere pantegana di fogna all’aspetto – ed un panino di dubbia composizione. Il letto diventa una splendida tavola imbandita: pazienza, stasera si tira un po’ cinghia, quel che conta è che a me è già tornato il sorriso, sono contenta di vedere che è contento anche Mik; penso che in fondo non c’è alcun altro posto né alcuna situazione diversa al mondo in cui vorrei essere in questo istante. Dài Gian, domani andrà tutto bene!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!