1-4 maggio 2008: ricognizione percorso RPE. III tappa

Altra sveglia alle sei e mezza, ma questa volta l’ho già anticipata. Ho visto filtrare il sole alla finestra: è ora di rimettersi in strada. Come colazione, resta qualche avanzo di marmellata e pane della sera precedente; quel che ci dà la necessaria autonomia per arrivare fino alla più vicina boulangerie. Ripercorriamo a ritroso la strada che abbiamo fatto la sera prima al buio; a St Remy, finalmente, colazione come si deve. Anche oggi le gambe fanno male ed il soprassella strilla, ma sono fiduciosa; oggi è la tappa di “riposo”, si va al Mt Ventoux!
Secondo lo schema di viaggio originario, oggi avremmo dovuto partire senza zaini, andare a Bedoin, fare le tre salite del Ventoux e tornare indietro, per un totale di 260 km. Già, se l’avessimo davvero fatto, probabilmente io sarei ancora adesso laggiù, dispersa nelle campagne della Provenza… Anche qui, la modifica è colpa mia: si parte da St Remy con gli zaini, si va a Bedoin, si cerca una camera per la sera, si lascia il bagaglio e si va al Ventoux, leggeri leggeri. Per fortuna, Mik è buono e non protesta: lui, i 260 km, se li sarebbe sciroppati senza battere ciglio… Ma io, se devo morire, voglio farlo su una prestigiosa salita, non per sfinimento lungo le infinite piatture di St Remy!
Lo desidero tanto, questo Ventoux, ma oggi me lo devo proprio sudare. Ci sono almeno sessanta orrendi km fino a Bedoin, sempre pianura o saliscendi; il mio entusiasmo cola a picco in fretta… Pur con l’aiuto di Mik che è sempre davanti a far da apripista, io mi stacco in continuazione, non ce la faccio proprio; la fame, poi, è sempre più difficile da ingannare con gli avanzi di provviste che mi sono rimasti. Poco prima di Bedoin ci sono un paio di salitelle davvero facilissime, ma a me paiono il Mortirolo: mi si è spenta la luce, proprio non mi trascino più; a poco serve il conforto del cocuzzolo pelato della mia amata montagna, lì proprio davanti a me!

A Bedoin, sosta al minimarket, dove ci strafoghiamo di Mars e Coca Cola, una quantità vergognosa a testa. E osserviamo la processione di ciclisti, chi sale, chi è già sceso, chi guarda da sotto in su e probabilmente non ci proverà mai, a salire.

Compriamo anche la cena, vale a dire tre etti e mezzo di formaggio, pane confezionato e marmellata: finisce tutto nel mio zaino. Poi, senza gran difficoltà, troviamo una stanza in un hotel, dove lasciare il carico. Finalmente, nasi all’aria… Ventoux, sei nostro!

Al bivio, all’inizio ufficiale della salita, Mik mi dice “Ci vediamo su”. Sento solo più l’eco dell’ultima sillaba; lo vedo sparire avanti in un lampo. Io parto con cautela, su quei primi cinque km tranquilli; cerco di capire se le gambe han voglia di riprendersi un po’, oppure no. Poi, dopo quel mitico tornante a sinistra, decido: o la va, o la spacca. Voglio provare a farla bene, questa salita. Sono spesso in piedi sui pedali, rinuncio al 29, mi sforzo di mantenere un buon ritmo senza però sforzare le gambe al punto da indurirle. Qualche vittima in fondo la lascio sul campo pure io: e non solo le bici da viaggio stracariche di bagagli… Ormai conosco ogni metro di questa bella salita, l’ho già fatta un’infinità di volte; so che nel bosco ci sono gli strappi cattivi, che dopo una curva, a sinistra, spunta d’improvviso la cima in tutta la sua imponenza, poi ancora bosco, un breve tratto in piano a Chalet Reynard, e poi gli ultimi sei bellissimi km nella pietraia, con il sole a picco ed il bianco delle pietre che abbaglia.

Sto salendo davvero bene, sarà merito dei Mars, sarà l’effetto della folla di ciclisti che fa tanto granfondo; quel che è certo è che sto esagerando e la pagherò più tardi, salendo da Malaucene. Ma questo è il mio momento di gloria, quindi via, su fino all’ultimo respiro! Proprio quando arrivo all’ultimo chilometro, proprio dove Mik è appostato con la macchina fotografica, mannaggia la miseria, mi faccio bruciare da due ragazzini!!! Ok, loro non sono certo partiti da Bedoin, anzi, fanno lì la sparata che andrà a morire poco dopo; ma io sono al gancio da troppo tempo, non ho speranza di reggere il loro passo. Eh vabbè, pazienza Gian, lo sai che in bici sei sempre stata più ippopotamo che camoscio!
Arrivo in cima giusto per immortalare il secondo arrivo di Mik, che alla vetta è già arrivato da mezzo secolo. 1h 26′ per lui, per 1600 e rotti metri di salita… Fenomenale, davvero.

Scendiamo a Malaucene dopo aver superato un breve tratto, pochi metri, ancora coperto dalla neve. Mik buca nei primi km, ma nulla di grave, si sostituisce la camera e via. Bella, questa discesa, persino per me che sono un disastro ad andar giù.

Altro minimarket, altri Mars, altra Coca Cola. Poi si torna stoicamente su. Qui Mik dichiara di voler salire con calma, ma è più forte di lui, non ce la può fare; mi aspetta di tanto in tanto, mentre io stavolta arranco sul serio. Le gambe sono vuote, non riesco a spingere se non mettendo quasi sempre il 29. Mi rassegno ad andar su pian piano, pazienza se ci metterò un’eternità: voglio arrivare! Anche qui, conosco bene la strada e so che la pendenza è sempre molto costante, mai esagerata ma costante. A Mont Serein la prima sbarra che indica la chiusura del colle; poco più in alto, la seconda. Mi sento un po’ meglio, come sempre, ora che la quota è più alta. Da lì, alla cima arrivo abbastanza in fretta, senza più soffrire. Nel giro di due ore, il tratto da percorrere a piedi nella neve si è già molto ridotto! Incredibile la velocità con cui si scioglie la neve.

Sulla cima, l’ardua decisione: scendere ancora a Sault e risalire dal terzo versante? Mik non avrebbe alcun problema a farlo, ma io sì; sono le sei e mezza, io sono cotta; se mi buttassi sulla terza salita, rischierei di tornare a Bedoin a notte fatta. Lo so, non sarebbe affatto un dramma, tantopiù oggi che abbiamo già la stanza riservata. Ma no, non ho proprio voglia. La stanchezza è tanta, ho voglia di andar giù, fare una doccia, magari due passi tranquilli in paese. Mik acconsente, anche se so che in fondo in fondo non approva…

La discesa verso Bedoin, con la luce gialla della sera, è bellissima ma molto fredda. Sento i brividi nonostante la giacca; scendo male, perché quella è una strada che mi ha sempre fatto paura; mi sorpassano tutti, compresi due bambini con le MTB che si divertono come pazzi a tagliar le curve… Eppure provo una sensazione piacevolissima questa sera, una specie di serenità, la tranquillità di andar giù, buttarmi sotto l’acqua calda, avere un po’ più di tempo per riposare e prender fiato. Eh lo so, mi piacerebbe atteggiarmi da superdonna dal fisico bestiale, ma non lo sono affatto, anzi; sono facile preda della stanchezza fisica e dello sconforto.
Ci cambiamo, abiti borghesi, facciamo due passi tra le case di Bedoin, fino alla chiesa e ad un punto panoramico, su, in alto, da cui si vede il Ventoux vestito da sera.

Ancora qualche foto, prima della nostra solita cena a pane e formaggio in camera, prima di nanna. Non mi par vero d’avere qualche ora di sonno a disposizione in più, anche se questa volta, chissà perché, passerò buona parte della nottata a guardar la luce che filtra dalla finestra. E con la pancia che ulula per la fame. Strani giochi fa la stanchezza.

(Visited 6 times, 1 visits today)

Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!