1 e 2 maggio 2010 – Matteo in Corsica

Sono stata io a domandargli di poter pubblicare il suo racconto del mini viaggio in Corsica: nonostante il fatto che nelle sue vene scorra puro sangue genovese DOCG, Matteo mi ha concesso il nulla osta senza nemmeno esigere il pagamento dei diritti d’autore. Mi ha chiesto di presentarlo con una bella introduzione: ecco, neanche a farlo apposta, la mia ispirazione oggi è entrata in sciopero. Ho passato la giornata a spremere il neurone: nulla, s’è rinsecchito, prosciugato. Non mi resta che prendere il racconto di Matteo così com’è… Una volta tanto, mi risparmio la fatica di scrivere; tocca a qualcun altro!


Sfugge sempre qualcosa, anche quando ci si illude di aver pianificato tutto per il meglio. Altrimenti che gusto ci sarebbe se le avventure fossero già scritte in partenza…
Me ne accorgo la sera del primo giorno, con 310 km nelle gambe, convinto di trovare da un momento all’altro un posto per la notte. Scoprirò il mattino seguente che la strada su cui poggiavo le ruote, nel 1988, data della mia cartina, non esisteva! Cosa succede a voler risparmiare…

Ma andiamo con ordine: la notte precedente, sul traghetto, è trascorsa tranquilla, e lo sbarco è puntuale, alle 7 e mezza. Un pensiero a Giancarla: immagino che si sarebbe arrabbiata perché non c’era possibilità di arrivare prima… la partenza ad ora “comoda” oggi è imposta…
La prima parte della mattina, su strade facili e arcinote, mi proietta, senza che me ne accorga, a 50 km dal porto, alla base delle montagne. A Ponte Leccia abbandono lo stradone, passo sotto l’ultimo ponte della micro-ferrovia e mi addentro nel vallone di Calacuccia. Bellissimi i viadotti su cui passano i treni, progettati da Eiffel, e le somiglianze con la struttura della torre ci sono tutte!
La salita è blanda, solo ogni tanto qualche rampa, per il resto una pendenza lieve, costante ma continua: mai pianura e mai si scende. Così per altri 50 km, fino a quota 1500, sul “Col de Vergio”. La valle è brulla, rocciosa, con il sole che già al mattino si riflette sulle pareti e non offre angoli in ombra; incantevole per i colori caldi e per il contrasto con la vegetazione, presente solo molto più in alto. Sulle vette ancora macchie di neve. Un cartello: “Monte Cinto: 12h”. Chissà quanto ci vorrà di corsa… Oltre il paese di Calacuccia l’ambiente cambia aspetto: la strada entra nel bosco, e ci resterà fino a pochi km dal colle.
Nel frattempo le provviste “evaporano” a gran velocità, nonostante mi imponga di razionarle… almeno mi alleggerisco. Il carico è così ripartito: borsello posteriore dedicato a ricambi e mini sacco a pelo, zaino e borsello anteriore interamente colmi di cibi e bevande.
Discesa a Evisa, da dove già si intravede il mare, quindi, nonostante la tentazione di scendere direttamente, risalita al Col de Sevi per poi raggiungere finalmente la costa ma più a sud: a Sagone.
Inizio ad aver fame sul serio: i morsi isolati ai vari panini, merendine, barrette, frutta secca, biscotti, banane, ecc… non mi soddisfano più. Sopravvivo ancora per una ventina di km mangiucchiando a rate e finalmente, a Cargese, mi fermo su una panchina e sfodero la pastasciutta! Due etti di fusilli con il sugo e 20 minuti di sosta mi fanno tornare energie, entusiasmo e voglia di pedalare.
E’ la volta del Col de Lava, 500 metri, oltre il quale, appeso sopra il mare, è costruito il paese di Piana. Da qui entro nelle “Calanche”, formazioni rocciose aride e nette, ripide, di colore rosso quasi irreale. Passarci in un momento in cui la strada è deserta e non ci sono turisti è uno spettacolo che da solo vale tutto il viaggio.
Nel frattempo inizio ad essere preoccupato per l’acqua, quasi agli sgoccioli, nonostante sia partito con ben 3 borracce. Una provvidenziale fontana e qualche meno provvidenziale nuvola mettono fine ai miei pensieri. Poco dopo approfitto del paese di Porto per fare un’abbondante spesa e, dopo aver sistemato tutto sulla bici in modo un po’ fantasioso, proseguo con una zavorra, data dal peso del cibo, degna dei migliori turisti tedeschi…
Sono a quota 200 km, è tardo pomeriggio e mi sento ancora abbastanza bene: faticherei forse a fare un allungo deciso, ma la velocità in salita è quella di sempre, al contrario di quanto mi succedeva spesso in passato. Un violento scroscio di pioggia allontana sia i pensieri sull’ora di arrivo, sia l’edonismo mentale sulle mie prestazioni ciclistiche. Copro tutti i portapacchi con vari sacchetti di plastica e proseguo, fiducioso che sarà una cosa breve: “in Corsica non piove mai”, penso… Infatti smette. Oltrepasso Galeria e, al bivio, trovo le due strade per Calvi. Scelgo quella secondaria sul mare, e sbaglio! E’ più bella, o meglio, sarebbe più bella, se si vedesse qualcosa: ricomincia a piovere e mi trovo su una stradina dissestata, piena di pozzanghere, fossi, sabbia impastata con l’acqua, in un’interminabile serie di saliscendi che, valletta dopo valletta, si alternano e mettono a dura prova i nervi. E pensare che, dall’altra parte, ci sarebbe stata una strada in ottime condizioni e una salita da 400 metri di dislivello in una botta sola con pendenza costante!
A Calvi arrivo alle 8 di sera; le 6 brioches (di 10!) acquistate e mangiate non bastano più: un’insegna “pizza à emporter” mi fa inchiodare in mezzo alla strada. La pizzaiola, oltre ad essere grassa, è pigra e lenta: mi fa aspettare 20 minuti. Pazienza, approfitto per l’antipasto e per armarmi di luce e giubbetto.
Mi dice “bonsoir” e mi vede partire con le luci accese e il cartoccio sul manubrio… alla ricerca di un posto che mi ispirasse per far cena.
Finisco di mangiare che è buio; il cielo sembra sereno e il vigliacco proposito di cercare una camera se avesse continuato a piovere è archiviato con soddisfazione. Mancano due salitelle da 150 metri l’una e una ventina di km. Stranamente mi sento ancora abbastanza bene, comunque procedo senza strafare e con attenzione perché c’è molto traffico. Al km 295, secondo la cartina, dovrei essere arrivato, invece nessuna traccia del bivio indicato… Proseguo ancora nel buio, ormai lontano dai paesi. Guardo ancora la carta e l’unica spiegazione che trovo è che, ad una cifra di indicazione dei km, manchi un “1” davanti: dovrebbe essere 17 e non 7… Spiegazione fantasiosa, dettata dallo sfinimento: chiunque avrebbe capito l’assurdità di ciò che stavo pensando. Faccio i 10 km e… nulla. Finalmente un bivio. Capisco di esser ben oltre ma non guardo più la carta: in fondo ora non interessano le coordinate geografiche! Torno indietro e imbocco un mini bivio con l’indicazione “Ostriconi”. Il nome mi ricorda il punto di partenza per il “trekking des Agriates”: dovrebbe essere una grossa insenatura con una spiaggia. La strada corre alta sul mare e poi finisce. Si sente il rumore delle onde ma, senza luna, non si vede nulla. La percorro due volte, scorgo un sentiero e provo a scendere: due tornantini e uno spiazzo. E’ mio!
Torno sulla strada a prender la bici (santissime scarpe da MTB) e mi sistemo. A metà della notte sogno un laghetto incantevole con una cascata e gli spruzzi che mi arrivano sul viso. Apro un occhio e la goccia che ci cade dentro mi sveglia definitivamente: piove!!! Mi alzo per prendere il telo termico e coprirmi al meglio ma… non c’è! Altro errore di pianificazione! Pazienza: mi infilo di nuovo nel sacco a pelo dicendo: “finché non è tutto zuppo io continuo a dormire”…
Mi sveglio appena umidiccio: pioviggina piano. Alzo la testa e, sotto di me, uno spettacolo incantevole: una baia enorme, deserta, di sabbia grigia, circondata dal verde brillante della vegetazione. Io appena sopra, su un fianco dell’insenatura, a pochi passi dal mare.
Soliti riti del mattino, cioè la colazione, ormai frugale perché cibo ne è avanzato poco, e via, in sella. Ultimi 60 km fino a Bastia, e ormai non importa se piove ancora: il viaggio è stato talmente bello da far dimenticare ogni difficoltà!

Copyright Matteo Repetto

(Visited 8 times, 1 visits today)

Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!