10-11 agosto 2008: Gran Trail Valdigne “fai da te”

Prima d’ora non avevo mai provato l’esperienza del campeggio selvaggio, né mi era mai passata per l’anticamera del cervello l’idea di montare la tenda per una sola notte, anzi, nemmeno un’intera notte: poche ore di sonno, pochissime. In questi casi, l’unica ed ovvia soluzione, per me, è sempre quella di dormire in auto; giù il sedile, se possibile, sacco a pelo e via. Anzi, quando sull’auto ho anche la bici, il sedile non si può nemmeno reclinare; dormo così, in posizione seduta, senza tante storie; per fortuna, il sonno non mi manca mai. E’ per questo che storco un po’ il naso quando Matteo rifiuta categoricamente la mia soluzione. A me, questa storia di piazzare la tenda così, alla selvaggia, al di fuori del campeggio, non piace proprio per niente. Insomma: in auto, di solito, mi fermo in autogrill, oppure nelle aree di sosta dei camper; mi ci sento relativamente sicura, anche perché, tra me ed il mondo, metto le serrature e la lamiera della carrozzeria; poi c’è sempre la chiave nel cruscotto, in caso fosse necessaria una fuga d’emergenza… La tenda non offre nulla di tutto ciò, nemmeno la minima protezione contro eventuali malintenzionati; in più, espone al pericolo che qualche zelante gendarme decida di far rilevare il divieto di campeggio e faccia sloggiare, nella migliore delle ipotesi, o appioppi una bella multa.
Purtroppo, questa volta non ho io il coltello dalla parte del manico. Se voglio tentare questa impresa, e lo voglio, fortissimamente lo voglio, devo gettare la spugna ed adeguarmi, mio malgrado, al programma di viaggio della mia guida alpina. Non ho scelta: io ho lanciato l’idea, quella di ripercorrere gli 87 km e 5.100 m dell’itinerario del Gran Trail Valdigne; da qui in poi, però, è Matteo che si occupa di tutto, che provvede a trascrivere il mio sogno sotto forma di linea sulla cartina, a tradurlo in punti di partenza, di arrivo, di sosta, in tempi presunti di percorrenza, insomma, in progetto concreto e realizzabile.

S’è deciso di partire domenica 10 agosto, di buon’ora, e di procedere finché ci sono chilometri da macinare: niente soste in rifugio; del resto, l’appuntamento del Trail Courmayeur-Champex-Chamonix di fine agosto imporrà una notte su sentiero, quindi, è buona cosa provare l’esperienza almeno una volta. Il dubbio è, dormiamo da me e partiamo in auto ben prima dell’alba, oppure andiamo a far qualche ora di nanna in loco e poi ci mettiamo in cammino appena svegli? Per me sarebbe ben più gradita la seconda opzione: benché ormai i miei ritmi sonno-veglia siano completamente alterati, a furia di notti in bici o in viaggio – mai tante come quest’anno! – preferisco comunque andare a nanna un po’ più tardi ma rosicchiare un po’ di sonno in più al mattino, senza il pensiero di dover macinare km in auto prima di mettermi in cammino. Ed è qui che mi do la zappa sui piedi, perché Matteo accetta ma impone la tenda.

L’itinerario ufficiale del Trail prevede la partenza e l’arrivo a Courmayeur. La mia guida decide invece una variazione sul tema, fissando il via a Prè St Didier. Scelta dettata soprattutto da un’ottima ragione pratica: così facendo, percorreremo di giorno il tratto che io non conosco e giungeremo a Courmayeur nel tardo pomeriggio, comunque ancora con il favore della luce. Da lì, credo, spero, di riuscire ad individuare il sentiero anche quando calerà la notte, visto che ci sono già stata. Errore fatale… Ma andiamo con ordine.

Nella notte tra sabato e domenica, un po’ prima dell’una, la vecchia ma inossidabile Opel giunge a Prè St Didier. Bisogna trovare una sistemazione per concedersi qualche ora di sonno. Mica facile! C’è un ampio parcheggio, ma ci hanno montato un tendone e ci stanno facendo gran festa, canti, fracasso, insomma, qui non va bene. A furia di girare, scoviamo un fazzoletto di prato di fronte ad un edificio in ristrutturazione e proprio accanto al palazzo delle terme: auto di traverso, a nascondere la nostra malefatta, e la tenda è ritta in un attimo. Ammetto che, in questo frangente, la mia presenza è utile più o meno quanto lo sarebbe una barca a remi in mezzo al deserto: Matteo, pragmatico come sempre, si dà un gran da fare a stendere teli, piantar picchetti, tirare cavi, correggere di qua e sistemare di là; io resto in disparte, infreddolita e molto, molto, moltissimissimo titubante. Sarò anche la solita disfattista… Ma, secondo me, qui, tempo trenta secondi che qualcuno chiama i Carabinieri. Per bene che ci vada, ci fanno sloggiare e addio sonno; se invece va proprio male, finiamo in caserma per vagabondaggio!
Tutt’intorno è buio pesto; dall’albergo pare che nessuno si sia ancora accorto di noi; non c’è nessuno in giro, credo che siano tutti alla festa, di cui si sentono qui canti e chiasso in lontananza. Insomma: sono qui da pochi minuti e già mi domando chi diamine me l’abbia fatto fare… Ed è una domanda che mi porrò più e più volte, nelle prossime ore.

Va bene. Non ho scelta: mi imbacucco come l’Omino Michelin, mi imbusto nel sacco a pelo, punto la sveglia e via. Dopotutto Matteo è convinto; ne sa certo più lui di me, di questo genere di viaggi all’avventura; e poi, della propria guida alpina ci si deve fidare ciecamente, no? Alla fine, più dell’angoscia potè il sonno.

Ci sveglia, troppo presto, il trillo del cellulare, strappandoci ad un riposo troppo breve e, per quanto mi riguarda, interrotto qualche volta dai brividi di freddo. Non c’è niente da fare, io mi lancio sempre in imprese da superman, ma non ci ho il fisico! Non ha senso voler fare vita da montanaro per chi è così freddoloso… Sono le cinque e mezza; bisogna sbrigarsi ed approfittare dell’oscurità per levare via la tenda, veloci e silenziosi come ladri che hanno appena portato a termine il colpaccio. Anche qui, è Matteo che si dà da fare: mi aspetto che, da un attimo all’altro, sbotti e mi strilli di darmi una mossa e rendermi utile… Ne avrebbe tutte le ragioni, ma è un buono e non lo fa. Dal canto mio, me ne rendo conto, sono più che mai frastornata, forse per il sonno che manca, forse perché adesso mi trovo faccia a faccia con la mia malsana idea, con gli 87 km, con il dislivello pazzesco che dovrò metter sotto le suole nelle prossime ore. Insomma, faccia a faccia con qualcosa che è più grande di me.
Fa freddo, è buio, le luci dell’albergo sono già tutte accese. Urca, mi sa che è meglio fare presto e filare! Di già che fino ad ora l’abbiamo scampata… Matteo butta la tenda in auto; via, si riparte! Ci trasferiamo nel parcheggio dove, fino a poche ore prima, si faceva baldoria: qui, a cuore un po’ più leggero, ci prendiamo una mezz’oretta per la colazione. Pastasciutta, naturalmente: fredda e con olio e piselli per me, fredda e, credo, con pomodoro per Matteo. Più Mars ed altre schifezze varie: perché, si sa, l’alimentazione del trailer è una cosa seria!
La giornata si preannuncia semplicemente spettacolare. Il cielo, ora che il sole sorge, è di un meraviglioso profondo blu; sopra le nostre teste, un’immagine che immediatamente rapisce la mia attenzione. Io non so un beneamato nulla di montagna, ma quella splendida guglia lassù l’ho già vista, più e più volte, sui libri di alpinismo, sulle riviste del CAI che a casa di certo non mancano; si chiama, se non ricordo male, Dente del Gigante, ed è… Stupendo! Come tutto il massiccio del Bianco. Quando sono stata qui in occasione del trail, non ho visto niente di tutto ciò: solo nuvole e pioggia! Ecco perché oggi è tutto una sorpresa.

Per quanto mi sforzi, e per quanto non sia certo una personcina di pasto piccolo, non ce la faccio proprio a finire il mio quintale di pasta con i piselli. Oltretutto è quanto mai disgustosa… Ovvio, l’ho cucinata io! Per fortuna, ad evitare lo spreco provvede Matteo, che fagocita all’istante quel che resta della mia colazione. Poi, ultimi preparativi: spalmo sui piedi una dose industriale di pasta di Fissan, indosso due paia di calze, infilo le scarpe che proprio Matteo mi ha portato dal suo negozio ieri, nuove di pacca. Chiudo lo zaino, speriamo di non aver dimenticato nulla: è leggerissimo, una piuma in confronto a quello della mia guida alpina! C’è da dire che io ho una scorta alimentare fatta solo di barrette e gel, laddove lui invece si porta dietro il baracchino della pastasciutta, panini, frutta, persino la mozzarella nel sacchettino, ancora da scolare! Alla faccia del limitare il bagaglio…

Partenza. Da Pré St Didier, attraversiamo il ponticello su un impetuoso corso d’acqua e ci inerpichiamo lungo un ripido sentiero a tornanti in mezzo al bosco, che ci permette di prendere rapidamente quota e vedere i tetti del paese sempre più piccoli, laggiù in fondo. Le cime intorno cominciano appena adesso a prendere il colore acceso della luce del sole. Sono entusiasta e terrorizzata insieme: sto muovendo i primi passi di una camminata che durerà, ad essere ottimisti, almeno venticinque ore! Checché ne dica Matteo, sempre molto ottimista nelle valutazioni e circa le mie possibilità. Io no, non sono affatto fiduciosa; temo la fatica, temo il mal di gambe. Almeno le previsioni meteo, questa volta, sono confortanti, sia per oggi che per domani.
Fino ad Arpy, conosco la strada: sono quegli ultimi 6 km che ho percorso la notte del trail, prima di fermarmi all’ostello, fradicia della pioggia di tutto il giorno, preoccupata, rassegnata. Il sentiero, ad un tratto, sfocia su una strada sterrata ma carrozzabile che sale blanda fino ad immettersi sulla strada asfaltata che conduce al Colle San Carlo. Già sentito, questo nome: mi pare sia una delle salite che si percorre nel giro ciclistico del Monte Bianco. Pochi tornanti e siamo ad Arpy: I primi 600 m di dislivello sono alle spalle. Ne restano… 4.500!!!
Passando accanto al gruppo di case, ammiro i muri in pietra ed i caratteristici tetti in lose, stupendi, curati. Le case paiono accatastate le une sulle altre, senza logica; chissà come sono complicate, all’interno! Matteo brandisce il sacchetto della mozzarella: che fine orribile per quella povera creatura! Si procede lungo un sentiero quasi pianeggiante, chiacchierando del più e del meno; sempre attenta, io, a mordere il freno, a mantenere un passo il più possibile regolare e tranquillo e, intanto, a studiare le scarpe nuove. Non si sentono: è esattamente quel che volevo! Nel contempo, non sento più il rilievo dei sassi contro il piede; insomma, sono comodissime.
Il sole comincia appena a fare capolino sulle nostre teste: in effetti, fino ad ora la temperatura è stata piuttosto rigida. Passiamo accanto ad una meravigliosa baita ancora in ombra; attirano la mia attenzione le catenelle che pendono giù dalle grondaie: me le immagino in veste invernale, decorate da sculture naturali di ghiaccio vivo che luccica sotto i raggi del sole, ammesso che il sole d’inverno ci arrivi, fin qui!
Quando scolliniamo al Lago d’Arpy, Matteo annuncia che ci siamo appena lasciati alle spalle i primi 1.000 m di dislivello. Bene: mi pare di non avere ancora fatto nulla… Però, Gian, calma: non devi, assolutamente non devi illuderti, nemmeno per un attimo; non devi abbassare la guardia, mai, perché la fatica sarà ancora lunghissima e peserà ancor più, sempre di più. Aggiungi poi il fatto che, fino a Courmayeur, non sai quel che ti aspetta… E, peggio ancora, da Courmayeur lo sai fin troppo bene!

Il sentiero procede, senza pendenze troppo severe, fino al Colle Croce, luogo spettacolare da cui si gode una vista eccezionale sul massiccio del Bianco. Ritrovo quello che ho deciso sarà, oggi, il mio immaginario, fedele custode di pietra, il Dente del Gigante: non ho la macchina fotografica, ancora fuori uso, ma posso sempre tentare un’istantanea con il cellulare. La luce è splendida, accecante!

Per errore, anziché imboccare il sentiero che scende diretto a La Thuile, ci spostiamo un po’ troppo verso i ruderi in pietra sulla sinistra del colle: ci facciamo ingannare dai segnali tracciati sulle rovine e dagli scalini che sembrano fatti apposta per passare di lì. Quando l’errore è palese, Matteo individua il sentiero guardando dall’alto, laggiù, molto più a destra rispetto a noi: ergo, per non perdere troppo tempo, ci lanciamo ad attraversare diagonalmente il pendio di prato, rododendri, sabbia e pietrisco. In una parola, per me, il panico: terrorizzata da quella pendenza, butto a terra tutti gli appoggi che ho, scendo a quattro zampe, ghermisco i ciuffi d’erba nella speranza che le radici sostengano il mio peso in caso di scivolata. Il sentiero, lo vedo, mi sembra lontanissimo… Sono i primi momenti di paura, anche se cerco di dissimulare la mia evidente preoccupazione. Matteo, con la sua proverbiale pazienza certosina, si piazza sempre davanti a me, pronto a fermarmi in caso dovessi franare: illuso, non è mica così facile arrestare sessanta kg più zaino in caduta libera!
Eterni minuti e mille scivolate più avanti, dopo aver arrecato un danno non da poco all’ecosistema di quel povero pendio, arrivo finalmente al sentiero e tiro un lungo sospiro di sollievo. La Thiule si vede laggiù a fondovalle, lontanissima: qui Matteo comincia con i suoi pronostici, “Dobbiamo arrivare giù in X ore Y minuti Z secondi”, una litania che sentirò ancora mille e mille volte da qui a Pré St Didier… Ma non me ne curo. Primo, perché non amo misurare i miei viaggi con le lancette di un orologio; preferisco che siano i luoghi, le immagini, a scandire il tempo del mio incedere. Secondo, perché proprio l’ultima cosa che mi interessa oggi è l’obiettivo di impiegare un certo tempo prefissato per coprire una certa distanza. Non ha alcuna importanza: sarà già un miracolo se riuscirò a giungere alla fine con i miei piedi. Ergo, i proclami cronometrici della mia guida mi entrano da un orecchio e mi escono, poco rispettosamente, dall’altro.

La discesa è lunga e comoda, lungo una strada carrozzabile in mezzo al bosco. Matteo frigge, si vede lontano un miglio che vorrebbe vedermi correre; mi punzecchia di continuo, ma in fondo lo sa, che è perfettamente inutile: non correrò un solo metro, nemmeno sotto tortura. Facile, per lui che ha un allenamento eccezionale, ma io conosco bene i miei limiti e so che non posso permettermi di impiegare nulla più della minima energia indispensabile. So bene cosa vuol dire farsi venire mal di gambe troppo presto: vuol dire stop, fine del giro, rientro in corriera. Non è il caso. Ho tra le mani una bella occasione, due giornate splendide; non voglio sprecare nulla di tutto questo.

La Thuile è ormai alle porte. Si vede, dall’altro versante della valle, il sentiero che taglia la montagna e ci condurrà al secondo scollinamento della giornata, il Colle dell’Arp. Sono un po’ preoccupata: il dolore alla gamba che mi infastidisce ormai da un mese è già forte. E’ strano, un dolore che parte dalla chiappa destra, come una puntura, e pian piano si estende lungo la coscia, sull’esterno del polpaccio, e costringe a camminare per storto; è una fitta ad ogni passo e, soprattutto, cresce d’intensità in fretta, troppo in fretta. Ma lo sapevo già e, per questo, ho portato una buona scorta di antiinfiammatori: quattro pastiglie di Intralgis, un farmaco che avevo comprato in Francia, più quattro buste di Nimesulide. Comincio con due pastiglie, da innaffiare subito con una buona dose di Coca Cola acquistata in un affollato minimarket di La Thuile. Che postaccio, questo paese: come tutti quelli che esistono da queste parti solo in funzione del turismo di massa. Caos, auto, folla, schiamazzi, strilli di marmocchi, tutto questo mi dà un’istantanea, crescente irritazione. Leviamoci da qui, il più in fretta possibile!

Anche questa volta, imboccare il sentiero è tutto fuorché agevole: partiamo decisi nella direzione sbagliata e ritorniamo poi sui nostri passi attraversando un prato, alla Indiana Jones. Centro giusto giusto una bella distesa di ortiche che mi sforacchiano senza misericordia le gambe nude: ecco perché i pantaloni lunghi sono molto meglio in questi casi! Però, se non altro, stavolta il prato è in piano o quasi; meglio le ortiche del baratro!
Prendiamo dolcemente quota lungo un sentiero a mezza costa, non troppo impegnativo, che ci permette di rifocillarci con calma: torte e panini per Matteo, le immancabili barrette di cui ho fatto scorta da Decathlon per me. La salita si immette poi lungo un tratto di strada asfaltata: un vero montanaro inorridirebbe, ma io non disdegno affatto l’idea di marciare su un fondo così comodo, rilassante, anche se ovviamente la strada impone un tragitto molto più lungo, rispetto ad un sentiero, per guadagnare un po’ di quota.
Nei pressi di un abitato, bisogna lasciare la strada ed inerpicarsi lungo un sentiero a sinistra, ancora indicato dalla freccia rosa e dalle iniziali GTV del percorso del trail. Pendenza da camosci! Ad un tratto, o è il sentiero che si perde, o siamo noi stessi a perderlo; fatto sta che, vista la strada lassù in alto, e sapendo di doverla riguadagnare, ci arrampichiamo lungo il pendio per la via più diretta possibile. Dato il mio scarso equilibrio, anche qui mi aggrappo a qualsiasi cosa che possa offrire un minimo sostegno: peccato che talvolta si tratti di piante con le spine… Dolores! Giungiamo nei pressi di un altro abitato, bello come i precedenti, e ci reimmettiamo sulla strada asfaltata. Non posso che sentire la mancanza, qui, del mio primo amore, la bici da corsa, con cui assaggerei volentieri le pendenze di queste rampe. Per essere una strada secondaria, che finisce nel nulla, questa ha un asfalto curato come il piano di un biliardo, che si interrompe una volta giunti ad uno splendido alpeggio. Da qui, la carrozzabile prosegue, sterrata, con alcuni tornanti, per poi giungere ad un altro piccolo alpeggio dove si apre un ampio pianoro. Lassù in alto, una costruzione che immagino essere un rifugio: Matteo mi corregge, sembra il punto d’arrivo di una funivia. Infatti è proprio così.

Sotto il sole cocente, mi godo il momento di tregua che la pendenza dolcissima del pianoro regala al sentiero. Ho tempo di guardarmi intorno, di sentirmi felice per quello che sto vivendo, anche e soprattutto di ringraziare Matteo, perché è grazie a lui che posso essere qui; solo tra me e me però, perché è strano il destino di noi facce di bronzo: la timidezza che ci assale talvolta è tanto inspiegabile quanto immensa! L’itinerario sale poi sulla destra del vallone, fino al colle che già si intravede qualche centinaio di metri più in alto. Poco avanti a noi, un escursionista che sale a piedi spingendo per mano una Mountain Bike. In effetti, pensandoci bene, questo è un bell’itinerario percorribile in MTB, a parte alcuni tratti come quello che stiamo salendo adesso. Però, in me si fanno strada i primi segni della stanchezza: comincio a sentire le gambe un po’ pesanti, mi sembra di dover rallentare il passo, di sentire il fiatone farsi più affannoso. E, nel contempo, c’è la voglia di raggiungere il MTBiker, diventato per me il rivale da battere lungo quest’ascesa. E’ un po’ una guerra tra poveri… Ma bisogna pur trovare una ragione per andare avanti!

Matteo si accorge della mia difficoltà; del resto, non faccio mistero della mia cotta incipiente. Promette qualche minuto di sosta in cima: ne approfitterò per sistemare la calza sinistra, che sta facendo una piega sul tallone e rischia di creare una bolla. Guadagno la cima e mi butto a sedere: con gusto, davvero, con sollievo. Estraggo il tubetto di Pasta Fissan, ne spalmo un po’ sul tallone leggermente irritato e risistemo la calza: il tutto, prestando orecchio ai discorsi di alcuni escursionisti che stanno riposando un attimo, pure loro, sul colle. C’è una signora giovane, minuta, in dolce attesa, con un pancione di sei mesi: spiega che è salita con il cardiofrequenzimetro, perché non può superare i 120 battiti al minuto. Tutti le fanno, di cuore, i complimenti: a giudicare dalla corporatura esile, asciutta, scattante, dalla pelle bruciata dal sole, si vede che è una donna abituata a questo ed a ben altro! Sono certa che i primi passi del pargolo saranno mossi su sentiero.

Rimessa la scarpa, mi avvio verso la discesa. Anche stavolta, il sentiero non sembra essere particolarmente impegnativo… Ma è lunghissimo! Anche perché, ormai, si impone, almeno per me, una pausa un po’ più seria, una tappa a fare spesa, a prendere qualcosa da bere e da mangiare che sia sostanzioso ma, soprattutto, “diverso”. I miei desideri adesso sono due: la bottigliona di Coca Cola ed una buona dose di yogurt. Matteo continua a snocciolare pronostici circa l’ora a cui giungeremo a Courmayeur; che sia verosimile o no, però, io ormai non l’ascolto nemmeno più. Arriverò all’ora a cui arriverò, senza troppi patemi, senza fretta. Sto bene… Perché mai dovrei affannarmi, preoccuparmi?

Poche centinaia di metri prima di giungere a Dolonne, l’abitato quasi attaccato a Courmayeur, sento i rintocchi del campanile che segnano le quattro: “Visto, Matteo? Per le quattro spaccate non ce la facciamo più”, lo prendo un po’ in giro. Lui sostiene che il campanile sia sbagliato e che l’ora corretta sia quella del suo orologio da polso: mi viene in mente la lotta tra Peppone e Don Camillo, tra l’orologio del campanile e quello della Casa del Popolo… E Matteo, da qui a fine trail, sarà la Casa del Popolo!
A Courmayeur troviamo tutte le comodità: i bagni pubblici – finalmente una toilette civile dopo tante ore en plen air -, una pizzeria al taglio ed un Dì per Dì dove soddisfare i nostri desideri più inconfessabili, la Coca, lo yogurt, il succo di frutta, le banane. Usciamo e ci accampiamo alla bell’e meglio in un’aiuola, suscitando sguardi di disgusto e riprovazione tra i turisti fighetti che affollano quest’orrenda ed altrettanto pretenziosa cittadina. Credo che l’operazione “pulizia del barattolo di yogurt”, senza disporre ovviamente di un cucchiaio, sia quella più raccapricciante agli occhi di madame e madami ben vestiti ed impomatati: proprio per questo, ancor più divertente!

Consumato il frugale pasto, ci avviamo verso la parte di percorso che a me è già nota. Sono le cinque del pomeriggio. Da qui, ci attendono 1.400 e rotti metri di dislivello fino al Colle Licony. Me li ricordo bene: la parte finale è dura! I primi km scorrono su strada asfaltata, in mezzo alla pineta e ad alcune frazioni: Villair, Plan Gorret, Ermitage. Solo, mi pareva che il tratto su sentiero cominciasse ben presto dopo l’abitato: evidentemente, si trattava di una traccia segnata appositamente per il trail, ma non permanente. Percorriamo su asfalto un tratto ben più lungo di quello che io ricordavo. Chiediamo informazioni a due escursionisti che stanno scendendo: ci confermano che sì, siamo sulla direzione giusta per il Licony… Ma, ci avvisano, la strada è lunga! Tra me e me, penso, non ti preoccupare bimbo, abbiamo un’intera notte davanti!
La strada va poi a morire in mezzo alla pineta; imbocchiamo a sinistra il sentiero che sale verso il Colle Licony. Matteo riattacca con i pronostici: io ricordo che, al trail, avevo impiegato esattamente due ore dalla partenza a Courmayeur fino al colle; un tempo, per me, eccezionale, dato dal fatto che ero fresca e che mi sono lasciata trascinare dall’impeto della massa. Errore da non ripetere oggi, ma in fondo non c’è pericolo: la stanchezza comincia a pesare; alle spalle abbiamo già 2.500 m di dislivello in salita, troppi per potersi permettere di forzare l’andatura.
Il tratto di salita in mezzo alla vegetazione è abbastanza ripido, da affrontare con le molle; poi, ci metto del mio per complicarmi la vita ed imboccare ripide scorciatoie credendo che siano il sentiero. Lungo una di queste, incontriamo un gruppo di gitanti in discesa, in compagnia di un bel dalmata e di un simpaticissimo bassotto che, poco incline all’escursionismo, perentoriamente chiede ed ottiene ospitalità in braccio alla padrona.
Man mano che il sentiero procede, offrendo qualche tratto di respiro, lungo un traverso in mezzo ai prati, mi accorgo che ormai la luce è quella della sera. Il luccichio accecante dei ghiacciai del Bianco è ancora vivo, ma il cielo assume pian piano una tonalità rosa, poi sempre più scura. Il sole sta scendendo pian piano a toccare il fianco del massiccio, imponente lì sull’altro versante della valle. In breve arriviamo al tratto finale di questa salita, il canale: me lo ricordo bene, è lungo, erto e faticosissimo. Devo affrontarlo con la massima calma, passi brevissimi ed attenzione a non scivolare. Matteo si adegua, paziente, mi lascia andare avanti e fare l’andatura; si chiacchiera ancora, ma un po’ meno, mettendo tra una parola e l’altra tante pause di apnea. E’ qui che mi chiedo, ma i bastoncini… Potrebbero servire? O no? Sono scettica. Forse, in alcuni casi, potrebbero aiutare a sostenere il peso, alleviando un po’ la fatica delle ginocchia. Però, c’è anche da dire che io incespico ad ogni piè sospinto; quante volte mi tocca buttar le mani avanti per parare la caduta… Non averle libere al momento giusto potrebbe essere un grave handicap.

Sbuffando e risbuffando, si arriva al colle. Sono le sette e mezza di sera. Ricordo che la vista, di lassù, mi aveva lasciata senza fiato; questa volta, se possibile, la sorpresa è ancora più bella. Passiamo da un versante ancora illuminato dai raggi del sole, ad una conca ormai in ombra, occupata da uno splendido lago di un intensissimo colore verde, col sentiero che corre a sinistra sul pianoro e poi si tuffa giù, lungo il torrente, verso il minuscolo abitato di Licony. Di fronte a noi, non più il Monte Bianco ma la splendida vetta del Gran Paradiso, che ci accompagnerà per buona parte della discesa.
La differenza di temperatura si percepisce immediatamente. Indosso la giacca, ovviamente quella da bici, in WindStopper, nonché la fascia per le orecchie e metto a portata di mano i guanti invernali: serviranno, a breve. Poi mi avvio, sgranocchiando barrette, mentre Matteo si ferma qualche minuto a sbranare la pastasciutta. Tanto, a breve, mi raggiungerà. Infatti se ne arriva, frugando nello zaino alla ricerca di un limone, cosa che mi ricorda una vecchia ed anche un po’ stupida barzelletta, della serie “Hai provato col limone?” “Sì, ma se lo tolgo ricomincia…”, e così il limone diventa il tormentone dell’intera discesa

La discesa risveglia il dolore alla gamba che la prima dose di antiinfiammatori aveva sopito: vorrei poter stringere i denti e resistere, ma è troppo rischioso. E’ un fastidio strano, rende sempre più difficile il movimento della gamba; se lascio che peggiori, rischio poi davvero di non poter più camminare. Non se ne parla proprio. Terza dose di antiinfiammatori, dopo aver trangugiato le ultime due pastiglie a Courmayeur: stavolta tocca ad una bustina di Nimesulide, decisamente più efficace, che fa effetto nel giro di pochi minuti.

Arrivare a Licony è lungo e penoso, un po’ per la discesa ripida, un po’ perché le case si vedono laggiù in fondo al pianoro, fin da subito, ma non ci si giunge mai. E ormai sta scendendo il buio. Chissà se ci vive qualcuno, qui? Ci sono alcune luci, pare di sì. Lungo la carrozzabile che conduce all’abitato, incrociamo un fuoristrada il cui pilota ci guarda con una certa perplessità. No, non siamo fantasmi, e Lei non ha nemmeno bevuto troppo, stia tranquillo! Approfittando del tratto di percorso piano e rilassante, Matteo ed io scambiamo messaggi via cellulare con il resto dei rispettivi mondi. Ed è qui che accade, o meglio inizia, l’irreparabile… Matteo scrive, “Mi perderò nella notte”: l’intento è quello, un po’ viperesco, di insinuare un certo timore nel destinatario… Ci scherziamo su, divertiti, ignari: lo scopriremo più tardi, che non c’è proprio niente di niente da ridere…
Abbandoniamo la carrozzabile prendendo un sentiero a sinistra che conduce a Planaval, dopo una lunga ma facile discesa in mezzo al bosco ed un’altrettanto leggera risalita. Sempre ignari, percorriamo un primo tratto e ci troviamo d’improvviso davanti ad un recinto. Già, il recinto ingloba un tratto di sentiero ed ospita una mandria di mucche: ce ne sarà, occhio e croce, una ventina. Beh, in apparenza, nulla di strano; per chi va in montagna, è all’ordine del giorno l’incontro con le mandrie. E poi, io stessa spesso, anche in bici, mi faccio strada in mezzo alle bestie che salgono o scendono dai pascoli: è una delle cose più normali del mondo. Ma allora, perché adesso questa paura? Sarà perché le bestie smettono di brucare e si voltano verso di noi, tutte, ma proprio tutte. Ci scrutano, ci fissano, e chissà come la prenderanno, la nostra intrusione? Io non so nulla di mucche, non credo che possano essere bestie aggressive, tutt’altro, ma quegli sguardi mi mettono comunque addosso un violento senso di paura. Anche Matteo, tutto sommato, non è così tranquillo: una ragione di più perché io sia terrorizzata! Però di qui, volente o nolente, s’ha da passare. Che fare? Superiamo il recinto, attraversiamo il pascolo cercando di tenerci il più possibile distante dalle mucche. Quelle non ci levano gli occhi di dosso e, non so perché, non paiono affatto contente della nostra presenza. D’improvviso, una di queste, anche troppo vicina, si muove, sembra volerci correre incontro: per me è il terrore, panico. Perdo qualsiasi lume della ragione, corro verso l’altro lato del recinto; mi esce dalla bocca un “Ti prego stai lì”, rivolto alla bestia, un’implorazione della cui profonda inutilità ed idiozia mi renderò conto più avanti, a mente fredda. Schizzo fuori del recinto senza rendermi conto che sono sul bordo scosceso di un canalone: non è ancora buio abbastanza per nasconderne la profondità. Dalla padella nella brace, guardo in su e vedo le mucche che mi fissano, guardo giù e vedo il salto; mi aggrappo con tutte le mie forze alla vegetazione, mi spelacchio le mani con le spine, punto forsennatamente i piedi, insomma, in un modo o nell’altro, riesco a spostarmi di lato fino a riguadagnare il sentiero, fuori del recinto. Matteo è lì che mi aspetta, beato e tranquillo, perché lui, se anche si spaventa, non lo da a vedere… Ma io ci metto un bel po’ a recuperare un minimo di stabilità sulle gambe; da qui in poi, mi sembra di sentire ovunque campanacci di mucche!

A notte fatta, mi accorgo che la mia frontale ha ormai le batterie scariche. Che scema, e dire che me l’ero anche raccomandato, di cambiarle prima di partire! Per fortuna, ho portato anche la luce della bici, una Cateye che fa un fascio di luce lungo ed ampio; in più, Matteo mi presta la frontale che ha con sé come scorta e che illumina il sentiero quasi a giorno. Scendiamo in mezzo alla pineta; lassù, una bella luminosissima mezza luna; qui, accanto a noi, i tronchi ed i rami dei pini che spuntano pallidi dal nero della notte e danno alla situazione un aspetto davvero spettrale, tipo le ambientazioni dei film dell’orrore.
Non ho mai trascorso una notte su sentiero: se non ci fosse Matteo qui con me, credo che, a quest’ora, sarei in preda ad un’irrazionale quanto incontrollabile paura. Come se non bastasse, ci si mettono anche i pensieri più assurdi, dettati un po’ dalla situazione, un po’ dalla stanchezza accumulata fin qui: chissà se ci sono animali “pericolosi” da queste parti, mucche a parte? Magari orsi? No, orsi penso proprio di no… Ma forse lupi, quelli sì? Boh, non lo so, la mia ignoranza è abissale. Mi sforzo di pensare ad altro, ma quando arriviamo a Planaval? Questa strada è interminabile, questo silenzio è assordante. Finché si cammina, non fa troppo freddo. Anche Matteo è stufo, “Ma questa Planaval esiste?”. Sì, esiste, al trail c’era pure il ristoro! E ammetto che mi farebbe molto molto piacere ritrovarlo adesso…

Finalmente le luci dell’abitato. Benchè sia tardi, c’è vita in questo paesino; c’è un albergo, tutte le luci accese; c’è un pastore che parte verso l’alpeggio in fuoristrada.
Imbocchiamo il sentiero che segue, a destra, il torrente, percorrendo un lungo tratto pianeggiante. Ahimè, poco dopo, iniziano i guai. Ad un certo punto, sulla sinistra, c’è un ponte che conduce ad un alpeggio apparentemente vuoto. Non ricordo che ci fosse un ponte, non mi pare che il trail sia passato di lì: eppure, il sentiero che stiamo percorrendo a destra del corso d’acqua sembra perdersi, poco più avanti del ponte, in un altro recinto. Vuoi vedere che bisogna proprio passare di là del ponte? Torniamo un po’ indietro, superiamo la passerella, arriviamo all’alpeggio giusto per renderci conto che di qua non si va da nessuna parte. Ci guardiamo un po’ intorno, ma qui c’è solo prato, nessuna traccia di sentiero, nemmeno accennata. Torniamo al di là del ponte, riprendiamo la traccia precedente, che spesso è proprio solo accennata. Ci sono alcune segnalazioni di tanto in tanto, sulle pietre, ma sono così lontane l’una dall’altra, che perdersi è un attimo.
Inutile negarlo, l’inquietudine mi fa compagnia ormai da tempo. E’ il buio, è il fatto che ci stiamo lasciando alle spalle l’ultimo baluardo di civiltà, Planaval. Matteo, nonostante tutto, è ottimista; mancano poco più di 900 m di dislivello in salita, si può dire che sia quasi fatta! E’ vero, devo ammettere che finora è andato tutto abbastanza bene e che io stessa mi sento ancora bene, fisicamente; però, l’agitazione serpeggia già da un po’. La mia guida non lo sa, ma da questo momento io dipendo in tutto e per tutto da lui: è dalla sua imperturbabilità che traggo la forza per combattere l’ansia. E’ dall’attenzione spasmodica al suo tono di voce, al contrario, che cerco di cogliere il minimo segno di incertezza, di capire se c’è ragione per la mia paura o se proprio sto solo dando i numeri e basta. Lo sapevo, prima o poi ci sarei arrivata, a questo punto: ma non è il luogo, non è il momento delle crisi isteriche; non servirebbe a nulla, solo a far danni e creare problemi ad entrambi.

All’improvviso, dritto davanti a noi, due punti gialli, fissi: le nostre frontali illuminano due occhi, fissi verso di noi, ma non ci permettono di capire chi, o meglio, che cosa ne sia il proprietario. L’animale si sposta, ma piano, con circospezione: salta il torrente, risale il pendio dall’altra parte, di tanto in tanto si ferma. Lo illuminiamo con le frontali, contro il prato: è grosso, troppo per essere un gatto, e del resto dei felini non ha nemmeno le movenze; troppo anche per essere una volpe: in effetti, pare proprio che si tratti di un lupo. Anche qui, non posso esserne certa; potrebbe anche darsi, come ipotizza Matteo, che sia semplicemente un cane di qualche alpeggio. Ma è strano; il cane starebbe nei pressi della mandria o comunque dell’alpeggio, difficile che se ne vada a spasso per i monti; in più, credo che un cane ci avrebbe almeno abbaiato, mentre l’animale che abbiamo di fronte non emette fiato. Lo vediamo sparire su per il pendio, gli occhi gialli ancora rivolti verso di noi; poi riprendiamo la marcia, muti ed incerti. A questo punto, faccio davvero fatica a controllare il terrore. A mezza voce, chiedo a Matteo se sia proprio il caso di continuare; per fortuna, lui non mi dà retta e tira dritto. Io mi volto indietro ogni due o tre passi, per controllare chissà chi, chissà cosa; ho il cuore in gola, le gambe che fanno giacomo giacomo, eppure non devo perdere le tracce di Matteo, che procede sicuro sulle rocce, risalendo il torrente impetuoso che ci accompagna con un frastuono assordante.

D’un tratto, dall’altra parte del torrente, compare un ometto, un “ciciu”, di quelli che segnano i sentieri. Passiamo di là, acanto all’ometto, ed al buio della notte si aggiunge quello del nostro senso dell’orientamento. Da lì in poi, più nulla: non un segno colorato, non una traccia, niente, solo pietraia. Io ricordo, son proprio sicura, che da questo punto il sentiero si inerpicava, minuscolo e ripidissimo, lungo un canale, fino ad un primo scollinamento e poi, poco dopo, ad un’altra sella; da lì, il percorso del trail si immetteva su una strada carrozzabile, con pendenza lievissima, fino ad un alpeggio. Ma qui non c’è sentiero, non si va da nessuna parte. Proviamo in ogni possibile direzione, con l’aiuto anche del mio terzo faretto; giriamo in lungo ed in largo, perdiamo un’eternità di tempo, ma non troviamo nulla, proprio nulla. Devo ammettere, con grande disappunto, che non è affatto scontato riuscire a scovare, di notte, un sentiero percorso di giorno, per giunta segnalato per un trail, quindi seguito senza troppa attenzione ai particolari. A questo punto, lo sconforto la fa da padrone: ho freddo, ho perso la speranza di trovare la via giusta; soprattutto, ho paura che, a furia di girare così come stiamo facendo, perderemo anche l’idea della direzione da cui siamo arrivati. E, a quel punto, che si fa? Secondo me, l’idea migliore è lasciar perdere, tornare a Planaval finché ne siamo capaci e, da lì, scendere direttamente a Morgex. Ma Matteo – per fortuna, con il senno di poi – è ben più coriaceo, non si arrende così facilmente: forse ha intuito una traccia, forse ha capito dove corre il sentiero. Vuole fare ancora un tentativo; lo vedo partire e seguo con ansia la sua lucina che si arrampica sulla pietraia. E’ un misto di speranza e timore, quello che sto vivendo: mi spiacerebbe da morire dover gettare la spugna adesso, ora che sto bene e che comincio, concretamente, a credere che il mio progetto diventi realtà; d’altro canto, però, ho paura di andarmi a cacciare in una situazione critica, pericolosa, da cui poi non sarò più in grado di cavarmi. Lo so che Matteo non è certo uno sprovveduto, anzi, sa perfettamente quello che fa e non è un esaltato a caccia del rischio; però, conosco anche me stessa e so che, in certe circostanze, arrivo a perdere completamente il controllo, il lume della ragione. Che ce ne sia motivo, oppure no.

Ad un tratto, mi sembra di intuire che finalmente la spedizione di Matteo abbia avuto esito positivo: non riesco a chiedere né sentire nulla, il frastuono della corrente d’acqua copre le voci, ma decido di avvicinarmi. Pochi metri più in su, la conferma: sì, ecco il sentiero. Peccato che ci sia da guadare il torrente, peccato che i punti di appoggio siano pochissimi; ovunque io appoggi le mani o i piedi, scivolo. Matteo fa il possibile per cercare di rassicurarmi, per offrirmi appoggio, per farmi passare di là, ma non c’è proprio verso, più fallisco e più mi terrorizzo, fino a diventare – ma me ne rendo conto soltanto dopo – brusca e maleducata nei suoi confronti. Mi ci vogliono dieci minuti buoni per attraversare quel ridicolo torrente, e molti di più per recuperare un minimo di autocontrollo, mentre scarico la mia rabbia cieca pestando su quel sentiero che sembra voler salire in linea dritta verso il cielo, tant’è ripido. Anche Matteo si rende conto che è un pessimo momento, tant’è che mi dice, “Se non sei convinta, torniamo indietro”; ma ormai no, indietro non voglio tornare, non foss’altro che non ho alcuna intenzione di ripassare quel maledetto torrente. Vado su di rabbia, per la mia idiozia, per il tempo perso, perché pensavo di potermi ricordare i passaggi e invece è proprio come se non fossi mai stata qui. Questo tratto duro, sì, me lo ricordo bene, ma ci sono tanti, troppi punti oscuri. E ancora non è finita, anzi, è appena cominciata!

Di tanto in tanto, alzo il naso, vedo la prima sella farsi sempre più vicina e, nel contempo, intuisco il salto sotto di me che, per fortuna, il buio ha già inghiottito. Ecco finalmente il colle, poi l’altra sella, poco oltre, infine un pianoro. Ecco, qui dovrebbe esserci la strada: ma dov’è? Saliamo su una gobba erbosa verso destra; no, qui non c’è nessuna strada, e nemmeno la si vede. Torniamo verso il centro del pianoro; Matteo procede deciso verso la montagna di fronte: giustamente, se qui passa una strada a mezza costa, è matematico che prima o poi, andando avanti, la incontreremo. E infatti è così. Stanchi ma un po’ rincuorati, ci incamminiamo verso l’ultima asperità della giornata, la Punta Fetita. E qui Matteo esprime un dubbio a cui io proprio non avevo pensato. Sarà prudente andare, adesso, lassù? Arrivarci non sarebbe un problema; il guaio è che, da lì, per giungere al sentiero che poi conduce, dopo lunghissima discesa, a Morgex, bisogna farsi strada lungo un ampio tratto di prato, come in effetti ricordo. E ricordo che, pur con le segnalazioni, in certi punti avevo avuto qualche dubbio circa la direzione da seguire. Il dubbio è, viste le difficoltà che abbiamo incontrato fino ad ora, riusciremo a trovare la via giusta? Forse, dall’alpeggio che incontreremo qui lungo la strada tra pochissimo, è meglio proseguire lungo la carrozzabile che riporta giù a Planaval; in fondo, la nostra gita perderebbe poco in dislivello ma guadagnerebbe in sicurezza e, per me, tranquillità.

In realtà, il problema non si pone, perché all’alpeggio non arriviamo affatto. Appena superata l’ultima curva, ci ferma il latrato di un cane dal vocione possente. Illuminiamo i suoi occhi, gialli come quelli del lupo, ad un centinaio di metri di distanza: dev’essere il cane dell’alpeggio, di guardia alla mandria, di cui si sente lo scampanìo. Ok, da qui non c’è grande pericolo: di certo, il cane non molla le bestie a cui sta facendo la guardia, per lanciarsi contro di noi; infatti, gli occhi gialli sono sempre lì, immobili, scossi dai latrati. Ma cosa potrebbe succedere se ci avvicinassimo? Il cane pare discretamente grosso e molto spaventato dalle luci; il mio timore è che ci consideri come una minaccia per le mucche e, se ci avviciniamo, decida di attaccarci. Matteo quasi quasi sarebbe incline a tentare la sorte: ma io non ne ho alcuna intenzione, nemmeno per scherzo. Se finché restiamo qui, fermi, siamo al sicuro, di certo non mi sento di garantire che vada a finir bene, avvicinandosi. In più, non riesco nemmeno a capire se l’alpeggio sia già lì, o se si tratti di una mandria peregrina come quella che abbiamo incontrato prima di Planaval.

E adesso, che si fa? Beh, una soluzione ci sarebbe. Visto che, in ogni caso, abbiamo praticamente deciso di “tagliare” Punta Fetita e tornare dall’alpeggio a Planaval, possiamo fare proprio questo; tornare a Planaval. Solo che, a questo punto, siamo costretti a ripercorrere in discesa il canale seguito in salita per giungere alla strada. Il solo pensiero preoccupa persino Matteo; figuriamoci quanto sono entusiasta io, che già ho enormi difficoltà lungo le discese elementari. Lì la pendenza è tale che fatico a stare in piedi anche in salita… Ma non abbiamo scelta, ormai. Per quanto difficile e, sì, anche rischioso possa essere, tutto ciò che possiamo fare è scendere di lì.
Ennesimo errore tattico: alla fine della strada, imbocchiamo una traccia di sentiero, convinti di potre ritrovare la retta via in un attimo. Già. Peccato che quella via si sia come volatilizzata, sia scomparsa, sparita nel nero della notte. La cerchiamo, la cerchiamo in lungo ed in largo, battiamo ogni collinetta, ogni minimo avvallamento che possa sembrare una sella, ma niente, non troviamo più niente. Giriamo in tondo, continuiamo a ripercorrere i nostri stessi passi, ci sforziamo di vedere, con tutte le luci che abbiamo a disposizione, tracce di sentieri dove non c’è proprio nulla. Ci affacciamo in più punti dal pianoro verso la valle, ma non vediamo altro che paretoni e baratri: con il buio, troppo pericoloso anche solo avvicinarsi al bordo, altro che tentare un’improvvisata discesa! No… Farsi male qui, in questo modo, sarebbe davvero mostruosamente stupido. Dannazione, se non troviamo quel maledettissimo sentiero, ci tocca restare qui! E qui siamo a 2.500 m, senza uno straccio di riparo, fa freddo! No, non se ne parla nemmeno, non voglio neanche pensarci… Ma la mia convinzione, dopo un’ora buona di affannosi giri a vuoto, per forza o per sfinimento, crolla. Quando vedo Matteo partire per l’ennesimo tentativo di ricognizione, questa volta non lo seguo: mi abbatto per terra, seguo la sua luce sparire dietro ad una collinetta. Ho il cuore in gola, ho paura che si spinga troppo vicino al burrone, per il desiderio ormai sfrenato di scendere, per il sonno, per la stanchezza. Lo so, è assurdo, la mia guida non è certo uno sprovveduto, sa benissimo quello che fa; però, quando, passati alcuni interminabili minuti che a me sono sembrati ore, vedo rispuntare la luce, tiro un lunghissimo sospiro di sollievo.

Sono quasi le quattro di notte e tocca ammettere la dura realtà. Ci siamo persi. Cioè, no, non ci siamo persi; diciamo che siamo bloccati, via, scarichiamo la colpa sul cane dell’alpeggio. Sapremmo benissimo dove andare, ma di lì non possiamo passare. Resta solo una possibilità, l’ultima: trovare un luogo riparato, arrotolarsi nel telo termico e provare a dormire un paio d’ore, aspettando le luci dell’alba. A quel punto, riusciremo finalmente a vedere qualcosa; trovare il sentiero che scende ripido a fondovalle, oppure il modo di aggirare la mandria ed il cane.
Matteo mi fa notare che lì, dove mi sono seduta io, tira l’aria gelida del torrente; meglio andare a caccia di un luogo un po’ meno esposto. Già, facile a dirsi: questo è un pianoro, ripari non ce n’è! Mugugnando, troviamo un fazzoletto di prato dove il vento sembra meno cattivo: ma forse è solo un’illusione dettata da sconforto e sfinimento. Indossiamo tutto quel che abbiamo, giacche, guanti, pantaloni lunghi; ci sdraiamo sull’erba, il più possibile attaccati l’uno all’altro per concentrare il calore, e ci copriamo con il telo termico – la parte argentata, recitano le istruzioni, a contatto con la persona.
Dal telo spuntano solo i nostri nasi ed i nostri occhi. Recriminiamo ciascuno per conto proprio: lui per aver voluto, a tutti i costi, individuare il sentiero giusto, dopo Planaval, ed esserci anche riuscito; io, più in generale, per aver voluto questa assurda avventura. Per carità, è evidente che non ci troviamo in una situazione di particolare pericolo; è vero, fa un freddo cane, ma non è certo questa la temperatura che può causare congelamenti, anche se abbiamo i piedi umidi – io ho vanificato l’effetto protettivo, fin lì perfetto, del GoreTex infilandomi in una pozza con l’acqua fin sopra la caviglia, per esempio. Anzi. A guardar bene, ora che abbiamo spento le frontali, lo spettacolo sopra le nostre teste è mozzafiato: una miriade di luminosissime stelle, davvero un’infinità. E poi, non dimentichiamoci che oggi è l’11 agosto, il periodo delle stelle cadenti! Infatti, il cielo stanotte è prodigo di velocissime scie luminose, anche se nessuno di noi s’azzarda ad esprimere un desiderio. Restiamo lì, ricordando quel beffardo SMS, “Mi perderò nella notte”, che adesso suona, senza dubbio, come una vigorosa martellata sui gioielli di famiglia. Di certo ci addormentiamo: un sonno, per me, leggero, tormentato, interrotto a volte da un brivido di freddo che si infila sotto il telo termico, da un crampo a qualche muscolo indolenzito, dalla sensazone di sentire qualcosa o qualcuno nelle vicinanze, ma chi? Il vento rinforza, le folate mi congelano il fianco; nonostante la giacca da bici, i pantaloni felpati, la seconda giacca GoreTex, sento un freddo nelle ossa che mi fa tremare incontrollabilmente, anche se non vorrei.
Mai come in questo momento credo d’essermi sentita così felice di non essere sola. Mi costa, ammetterlo, proprio io che faccio un punto d’onore del fatto di volermela sempre cavare da sola. Se ci penso, è facile rendermi conto che non c’è nulla di cui aver paura; si tratta, in fondo, di starsene buoni qui sul prato per un paio d’ore o poco più, aspettando che faccia chiaro; peccato che non sia così facile essere razionali, dopo quasi venti ore di cammino, qualche spavento di troppo, la stanchezza ed il freddo che imperversano. Per fortuna, alla mia paura fanno da argine l’imperturbabilità e l’allegria di Matteo, che riesce sempre, nonostante tutto, a scovare un lato divertente in ogni situazione. Ovviamente lui il freddo non lo patisce, anzi, fa da scaldino a se stesso ed a me, premuroso ed attento come sempre: è per questo, che dico che, se la guida è lui, mi potrei lanciare nella più assurda delle imprese montanare, o quasi; perché so che ha un senso di responsabilità incrollabile, per sé e per gli altri. Non si ferma davanti alla fatica, mai, ma sa benissimo quale sia il limite di pericolo da non attraversare. Già, basta solo pensare ai giri matti da trottola che abbiam fatto fino a poco fa per ritrovare il sentiero: vuoi per stanchezza, vuoi per distrazione, io mi sarei avvicinata troppo agli strapiombi, semplicemente perché non mi rendevo nemmeno conto che ci fossero, se non fosse stato lui a raccomandarmi di restare ben lontana dai bordi, magari anche scivolosi.

Tra un momento e l’altro di sonno tormentato, mi sveglio a metà giusto per sentire i campanacci delle mucche vicino, che ci sono ma non si vedono. Matteo mi fa notare che in cielo c’è già un po’ di chiaro, e che in lontananza si sente un rumore continuo e sordo, come di un generatore elettrico: ma chissà da dove viene? Se in questo istante mi dicesse che è ora di alzarsi e ripartire, lo farei; con mio grande sollievo, invece, Matteo suggerisce di aspettare ancora un po’, che la luce sia più netta e permetta di guardarci meglio intorno: torno a sprofondare sotto il telo termico, bagnato della condensa stile “effetto stalla”. Nel dormiveglia, sentiamo due scariche di pietre lontane, che quasi riproducono il rumore dei passi di una persona che corre: è tanto realistica quest’illusione, che entrambi ci liberiamo all’improvviso del telo termico per guardarci intorno alla frebetica ricerca di questo misterioso personaggio che corre. Per me, è un secondo di sollievo, come se la presenza di un terzo essere umano potesse dare aiuto e conforto: poi ci penso un attimo, mi dico, ma aiuto per cosa? Lo vuoi capire, Gian, che non stai correndo alcun pericolo?

Ancora un po’ di indugio, a crogiolarci nel tepore del tutto immaginario del telo termico – tant’è che io sto tremando come una foglia; sono le sei e mezza, ci alziamo, faticosamente mettiamo in moto le membra mezze intirizzite dal freddo, raccogliamo le nostre cose e ci rimettiamo in marcia. Per dove? Scegliamo di fare un tentativo in direzione dell’alpeggio, laddove stanotte abbaiava il cane; chissà, magari la mandria adesso si è spostata, magari ci sono i pastori e, in ogni caso, non mi preoccupa troppo l’idea di passare di lì ora che è giorno e che posso vedere bene in viso, anzi in muso, il mio avversario canino, intuendone le mosse.
Mentre camminiamo, rimuginiamo sul rumore delle scariche di pietre udite poco prima: per quel poco che ne so, è strano che le pietre si muovano da sole al mattino presto; di solito accade quando il calore del sole scioglie il ghiaccio, quindi molto più avanti nella giornata, e poi, comunque, qui non c’è certo ghiaccio adesso! Sarà stato qualche animale, forse.

Dopo la fatidica curva a sinistra, ecco l’alpeggio: c’è una luce accesa, adesso, e tutto tace. Si vede che c’è gente, adesso: pian piano, ci avviciniamo e scorgiamo i pastori indaffarati nella mungitura, i cani che ci corrono incontro, abbaiano, ringhiano, ma, al mio gesto di tender loro la mano per una carezza, hanno paura, sono diffidenti, si allontanano. Sfilo lentamente accanto a quella costruzione, a quegli animali, al pastore che saluta bonario, e mi rendo conto di quanto sia lontano anni luce il mio universo di cittadina viziata ed avvezza alle comodità, da quest’altro mondo fatto di muri di pietra dall’aspetto precario, di tetti in lamiera e lose, di terra e fango e lerciume, di mani e braccia sporche, bruciate dal sole, indurite dalla fatica. Altro che doccia una volta al giorno, anche due. Non vuole certo essere un’osservazione snob o polemica, la mia, ci mancherebbe altro; è solo espressione di meraviglia ed incredulità, come a dire “Non so come farei, al posto di questa gente, a sopravvivere così”. Mi rendo conto, in questi casi, che le cose indispensabili per vivere sono infinitamente meno numerose di quanto io creda… Chissà, per certi versi l’esistenza dei pastori quassù è certo più serena e tranquilla della mia, ma, per quanto io sia già molto misantropa, non credo che potrei adeguarmi a questo livello di isolamento dal mondo. A ciascuno il suo mestiere, insomma. E poi, chissà che se ne dice, il pastore, di due che se ne vanno a spasso a quest’ora del mattino, a quella quota, con l’aria un po’ stralunata e sconvolta di chi ha passato una nottata brava in discoteca.
Il rumore del generatore che abbiamo udito nella notte proveniva proprio da qui: ce n’è uno in moto, infatti. Averlo saputo: avremmo potuto riprendere la marcia subito, perché generatore acceso significa presenza del pastore! Va bè, pazienza, ormai è andata così.

Sulla sinistra dell’alpeggio si stacca il sentiero che va alla Punta Fetita. Quasi quasi non lo vediamo nemmeno: ormai è troppo tardi; Matteo deve essere a Genova alle quattro e mezza del pomeriggio; dobbiamo sbrigarci a scendere: la strada ampia e comoda verso Planaval è una scelta obbligata. E, devo ammetterlo, non me ne dispiaccio affatto. Non tanto per la stanchezza: con una buona dose di meraviglia, mi rendo conto che le gambe, sì, dolgono un po’, ma potrebbero ancora camminare per un tempo indefinito, sia in salita che lungo discese così dolci, da “passeggio”, come questa. Non capisco se si tratti dei benefici dell’allenamento – se si può chiamare “allenamento” il fatto di aver collezionato due uscite due in montagna dall’ottobre dello scorso anno – oppure se sia merito della dose equina di antiinfiammatori che ho preso ieri e che, nel dubbio, porterò anche al trail del Bianco, a fine mese.
Le cime intorno, come ieri, prendono fuoco, illuminate dai primi raggi del sole, che pian piano scendono giù lungo i pendii. Si apre la vista sull’intera vallata e, quasi come una beffa, sul sentiero che ieri sera abbiamo imboccato da Planaval verso la testa della valle: dall’alto, seguiamo facilmente il torrente, vediamo il ponticello e l’alpeggio verso cui ci siamo diretti per errore; notiamo poi la biforcazione dei corsi d’acqua, la traccia di sentiero che faticosamente abbiamo riacchiappato dopo lunghe peregrinazioni… Mi resta una curiosità: ma, dal pianoro dove ci siamo fermati a dormire, dove cavolo avremmo dovuto andare per scendere lungo il canale? Boh, in fondo ora non ha più alcuna importanza.
L’alpeggio, dove un cartello di legno indicava quota 2.490 m, è sempre più piccolo e lontano, lassù, lungo il pendio alle nostre spalle. Matteo osserva che, vista la conformazione del prato, per evitare il cane e la mandria avremmo potuto abbandonare la strada e scendere lungo il prato: già, a saperlo! Lassù, nel buio pesto pestissimo della notte, non avremmo mai potuto capire che accanto c’era un prato anziché un dirupo. Inutile recriminare.

Il cielo stamattina non è più splendente e terso come ieri. Si addensano nuvoloni grigi, stratificati: mi sa che, come ciliegina sulla torta, prima della fine del giro ci beccheremo anche il temporale. Vabbè, pazienza: ormai siamo a quote basse, Planaval è 1.700 m circa; ci immettiamo sulla strada asfaltata: non c’è più ragione di aver timore. La discesa su Morgex, via strada, si preannuncia interminabile… E noi non ne possiamo più! Nel senso che siamo proprio stufi e, se potessimo, vorremmo teletrasportare l’auto da Pré St Didier a qui e tagliarci gli ultimi km, tecnicamente insignificanti e noiosissimi. Ma non si può. Così, buttiamo i nasi oltre i guard rail a caccia di possibili scorciatoie in mezzo ai prati: persino io, che le scorciatoie le odio e le rifuggo come il veleno! E son proprio io, questa volta, la causa della catastrofe… Mi par di vedere una traccia in mezzo ad un prato che conduce, più sotto, ad una frazione. Benissimo, quella che si vede lì non può che essere la strada che stiamo percorrendo adesso; andiamo giù e ci risparmiamo un tornante. Errore fatale, quando riguadagnamo l’asfalto, svoltiamo a destra anziché a sinistra: pessima idea, fidarsi del mio senso dell’orientamento che è nullo… Convinta come non mai, dalla frazione imbocco un sentiero che scende sulla sinistra; Matteo, disgraziatamente, mi segue. Questo sentiero, che subito sembra bello ed ampio, in breve finisce nel nulla: io invece finisco a terra, scivolando sul fango e depositando l’adiposa chiappa sinistra guisto giusto su un ramo spinoso. Dolores, meno male che non ho ancora levato i pantaloni lunghi.
Da qui in poi, gli errori si sommano e si ingigantiscono: Matteo si lancia attraverso un prato; io lo seguo ed approvo l’idea di tentare una discesa lungo la linea dei pali dei fili elettrici; insomma, in men che non si dica, ci ritroviamo in mezzo ai rovi, alla boscaglia, a tracce di sentieri che si perdono chissà dove. Non è possibile… Siamo a quattro passi in linea d’aria dalla civiltà e riusciamo ad incasinarci anche così! Matteo si ostina a non voler tornare indietro, cerca ancora una via di fuga che ci permetta almeno di risparmiare qualche tempo e qualche metro di dislivello, ma non c’è proprio verso: meglio risalire, almeno finché abbiamo ancora una vaga idea di dove siamo e dove dobbiamo andare. Faticosamente ritorniamo al prato che abbiamo attraversato ormai da una buona mezz’ora; ci dirigiamo verso una casa, dove per forza deve passar la strada asfaltata, e ci ripromettiamo di abbandonare per sempre qualsiasi tentativo di scorciatoia. Ormai le gambe procedono per inerzia, senza più nemmeno lamentarsi, senza chiedere perché; i tempi, a furia di errori e km e dislivello inutili aggiunti, si sono dilatati mostruosamente rispetto alle previsioni. Scendiamo in silenzio, di buon passo, uno davanti all’altro; sogno di veder passare uno di quei trattorini con il rimorchio, a cui chiedere un passaggio fin giù… Ma non c’è speranza, ci sfilano accanto solo linde automobili che mai e poi mai ospiterebbero due fantocci infangati e non certo profumati come siamo noi in questo momento.
Qualche curva più avanti, imbocchiamo un sentiero stavolta sicuro, che ci porterà più vicino a Morgex rispetto alla strada. Quasi quasi adesso sì, che avrei voglia di correre! Sono arcistufa… I tetti delle case a fondovalle, finalmente, si avvicinano; vien su il rumore di vita e di traffico, che, una volta tanto, mi dà sollievo anziché disgusto. Non è finita, ma quasi: giungiamo prima a La Salle, poi a Morgex, di cui attraversiamo la via centrale, in mezzo al caos ed a strilli di marmocchi che immediatamente, a pelle, mi fanno rimpiangere il bivacco notturno forzato in mezzo al nulla. Però, se non altro, qui fa caldo, adorabilmente caldo.
Matteo è stranamente taciturno: dev’essere, pure lui, stufo arcistufo, o forse è preoccupato per l’ora tarda. Mi spiace, so che il ritardo è colpa soprattutto mia, perché pensavo di ricordare molto meglio un itinerario che invece non sono stata in grado di ripercorrere, e poi ho peggiorato la situazione cercando inutili ed insensate scorciatoie quando già l’avventura sembrava conclusa. Sono circa le dieci quando imbocchiamo, da Morgex, il sentiero per Prè. Ci tocca un lunghissimo tratto dritto, quasi pianeggiante o con salita blanda, dove molti vanno a spasso o corricchiano a piedi, lungo il torrente e sotto i piloni di un impressionante viadotto autostradale. Saranno anche, ecologicamente parlando, degli obbrobri, i viadotti, però io li trovo stupendi per la loro arditezza. Meno male che, quando ci viaggio sopra, non mi rendo conto di quanto vuoto ci sia sotto!
Finalmente si comincia a salire, svoltando a sinistra lungo un sentiero vero e proprio; si sale sale sale, poi si scende in picchiata con diversi tornanti, poi si sale ancora a lungo, o meglio, così ci sembra: la voglia disperata di arrivare alla fine dilata le distanze oltre misura. Matteo allunga il passo, io non ci provo nemmeno: in fondo, lo so, che Prè non può essere lontana…
La mia guida, ferma ad attendermi, invoca con un filo di voce la tumulazione immediata qui, lungo il sentiero; io però ormai ho recuperato appieno il mio ottimismo, anche perché, in fondo, non ci sono più abbastanza km perché possa capitare qualche altro intoppo! Infatti, poco più avanti, ecco il bivio con la strada che sale ad Arpy, quella che abbiamo imboccato ieri mattina. E’ fatta: quattro o cinque tornantini in discesa ed eccoci al ponte, al piazzale, a Prè, a levarmi le scarpe, dopo, mal contati, una novantina di km e più o meno 5.000 m di dislivello in salita. Ma non riparto prima di aver guardato lassù in alto e strizzato l’occhio all’altro fedele compagno che ha vegliato su ogni passo della mia marcia, come a dirgli “Hai visto? Ce l’ho fatta!”. Alla prossima: ti saluto… Dente del Gigante!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!