10 – 11 maggio 2008: Raid Provence Extreme

Ovvero… Come pedalare per cinquecento e rotti km e poi buttare tutto all’aria a meno di cento km dalla fine. Ovvero… Ma che alleno le gambe a fare, se poi sono una testa di quiz?
Ma andiamo con ordine; cominciamo dal giorno prima, come sempre importantissimo per il buon esito di un’avventura sportiva. Il giorno prima, mi ritrovo, come al solito, a dover ancora preparare tutto: bagaglio, bici, zaino. Sveglia alle sei, frugo nei cassetti alla ricerca dell’abbigliamento da pioggia, perché Meteo France minaccia acqua; metto la bici in auto, e pazienza se non ho cambiato i copertoncini, anche se non ne possono più: ho sempre rimandato quest’ingrato compito e adesso è troppo tardi, speriamo di non bucare. Ultime commissioni per l’ufficio, poi finalmente il momento cruciale della preparazione pre-agonistica: il saccheggio della panetteria! In previsione dei seicento km da fare in bici tra domani e domenica, libero sfogo alla golosità: mi prendo un ettaro di ogni tipo di pizza sul bancone; esco con otto bei pezzettoni, solo pomodoro, pomodoro e formaggio, zucchini e formaggio, pizza con le patate, chi più ne ha più ne metta. La panettiera augura buon appetito a me ed agli amici… Non è il caso di specificare che spazzolerò tutto io.
Alle undici si parte. Devo essere a St Remy de Provence alle sei, sono sette ore di viaggio, ce la faccio di sicuro! Le ultime parole famose… Fila tutto liscio fino a Sisteron, a parte il fatto che, scendendo dal Colle della Maddalena, per un pelo non faccio il gran salto sterzando tutto a sinistra per schivare una marmottona in mezzo alla strada; da lì in poi, però, un disastro. Si viaggia al rallentatore, mille semafori, traffico, e poi questo dannatissimo rispetto religioso dei limiti di velocità che hanno i Francesi… Se già sono agitata di mio, così divento proprio isterica! Beh, se non altro, ho tutto il tempo di spazzolare con cura quasi tutta la pizza… Me ne restano solo due pezzi per la sera. Potrei tenere un corso di guida sui tornanti mangiando la pizza al pomodoro senza fare chiazze sulla maglia!
Arrivo trafelata a St Remy, Place de Gaulle, alle sei e cinque. Parcheggio, vedo un assembramento di bici e di gente all’ingresso dell’edificio vicino e per un attimo mi manca il fiato. Ecco, sono stata tranquilla e rilassata fino a due secondi fa, e adesso addio, panico. Mi avvicino all’ingresso, entro con timore reverenziale, non so se sono più imbarazzata o più terrorizzata. Per fortuna, trovo subito un viso amico: è quello di Patrick, con cui ho scambiato tante e-mail fino ad oggi e che, finalmente, adesso conosco di persona. Un gran bell’uomo, brizzolato, gli occhi chiari ed un sorriso aperto e buono. Mi consegna il pacco gara, mi fa firmare qualche scartoffia; ho la mano che trema, faccio quel che posso, poi vado ad imboscarmi in fondo alla sala. Intorno a me, un sacco di ciclisti, visi bruciati dal sole, fisici asciutti, sguardi sicuri; immancabile la sensazione di essere nel posto sbagliato al momento sbagliato. Ho paura, solo una gran paura.
Patrick illustra, in francese ed in inglese, i vari aspetti della corsa, le regole, il percorso. C’è una modifica dell’ultima ora: la gara non salirà fino alla cima del Mont Ventoux, perché dal lato di Malaucene c’è ancora neve: le autorità hanno proposto a Patrick di aprire la strada, sotto la sua personale responsabilità per l’incolumità dei corridori, ma lui, è comprensibile, non se l’è sentita. Quindi si salirà a Chalet Reynard e poi giù a Sault, da lì ad Aurel e si riprenderà il percorso originario. Peccato: ci sono stata la scorsa settimana, al Ventoux; la neve sul versante di Malaucene era ben poca, a quest’ora s’è sciolta di sicuro; resteranno probabilmente pietre e sabbia, ma con un po’ di cautela si potrebbe tranquillamente scendere. Pazienza, così è, se vi pare.
La riunione finisce con tanto di applauso per le due donne presenti… Io le detesto, queste cose, vorrei farmi piccola piccola e scomparire, altro che applauso! L’agitazione è fortissima adesso… Schizzo via verso la macchina, con il mio pacco gara con due bottiglie di vino ed il mio road book. Mi rincorre uno dei ciclisti presenti alla riunione: è Rudolf, del forum di Bicidacorsa. Già, che stupida che sono, avrei dovuto fermarmi a salutarlo… Ma è sempre così, alla vigilia di una corsa io non capisco più niente! E’ gentilissimo, mi lascia il suo recapito se dovessi aver bisogno di qualcosa, sopratutto informazioni per la strada. Già, il mio cruccio è quello di sbagliare strada, anche se la settimana scorsa ho già provato tutto il percorso con Mik a far da navigatore.
Mi sposto con l’auto in un posto un po’ più defilato della piazza; do fondo alla pizza, studio le carte allegate al road book, poi, alle otto e mezza, abbasso per quanto possibile il sedile lato passeggero, srotolo il sacco a pelo e mi ci tumulo dentro. Con la fascia sugli occhi per fare l’effetto notte, piombo a nanna in un attimo e mi risveglio solo alle sei del giorno dopo, solo grazie alla sveglia. Mannaggia! Chissà perché riesco a dormire come un ghiro ovunque, tranne che a casa?

Bene… Il gran giorno è arrivato. La piazza è ancora deserta, l’appuntamento è per le sette e mezza, otto meno un quarto. La giornata si preannuncia bella. Mi vesto, faccio colazione a base di Nutella e Ritter: sono una fogna ambulante, lo so, ma se non sfrutto questa meravigliosa occasione per ingozzarmi come un coccodrillo senza danneggiare la linea… Quando me ne capita un’altra?
Capitolo secondo, preparare la bici. Qui la lucina posteriore merita un discorso a parte, a degna dimostrazione della mia idiozia… Ho comprato la lucina posteriore nuova giovedì, dopo aver stupidamente perso la mia la settimana scorsa. La provo, a casa, in corridoio al buio: funziona, fantastico. Stamattina, provo ad accenderla, nulla. Panico… E adesso, alle sette di mattina del giorno del via, che faccio? Tolgo e rimetto le pile, provo a farla funzionare, niente. Passo alle maniere forti, la sbatacchio un po’, niente. Poi mi accorgo che, tenendola in mano in un certo modo, funziona… Ma solo in quel certo modo… Che sia una questione di contatto? E’ solo dopo dieci minuti di sudori freddi, che mi accorgo che la lucina ha un sensore di luce… Si accende tenendola in mano, per il semplice fatto che, con il palmo, copro il sensore. Prendo la scatola, srotolo in foglietto delle istruzioni, è proprio così… Ed io ho perso un paio d’anni di vita per il terrore! Deficiente che non sono altro…

Poco dopo, ecco Patrick: mi viene incontro, sorridente, ci salutiamo, guarda la mia bici, la Opel, il sacco a pelo, è meravigliato… Dice che gli piace “il mio stile”: un po’ caotico, forse troppo… Ma io adoro viaggiare così, senza troppe pretese; l’essenziale ce l’ho, del resto si può fare a meno!
La partenza dei Grands Randonneurs, ossia di noi che faremo l’intero percorso in autonomia, è fissata per le otto e mezza. Cominciano ad arrivare, alla spicciolata, anche gli altri: e qui l’agitazione cresce. Li vedo tutti tranquilli, sicuri di sé, e vedo dei garretti che non promettono niente di buono. Basta, non vedo l’ora di partire, mettiamo fine a questo strazio! Di lì a poco arriva la mia collega, Patricia Berthelier, una signora simpaticissima che, per fortuna, nella vita insegna inglese: nessun problema di comunicazione, quindi! Già, io bazzico in Francia molto spesso, capisco quasi sempre quel che mi dicono, ma non sono in grado di mettere insieme una frase di senso compiuto. Poi c’è Cosmas, che, a quanto ho capito, è uno dei più forti; un ragazzo tedesco, alto e magrissimo, accompagnato dalla fidanzata o moglie, non so. Mi colpiscono, questi due, perché raccontano di non avere né un’auto, né un telefonino: si spostano viaggiando in treno ed in bici. Anche la ragazza, infatti, è dotata di bici da corsa equipaggiata da viaggio, con tanto di borse e luci. Lei però, più saggiamente, la prossima notte starà a dormire… Cosmas ha una Cervelo con le ruote ad alto profilo e le appendici da crono, giusto per far capire subito con chi abbiamo a che fare.
Sono l’unica che parte con cinque chili e più di zaino. Suscito lo stupore e lo scetticismo di tutti: c’è la possibilità di farsi portare del bagaglio ai vari punti di ristoro, perché scarrozzarsi tutto il peso per tutto il giro? Eh già… Il fatto è che io non sono tranquilla, se non ho il necessario con me. Magari consegno la borsa perché me la portino ad un certo ristoro, poi succede qualcosa per cui ritardo, fa notte ed io non ho nulla da vestirmi… E’ difficile, non so valutare cosa sia meglio fare, se prima non provo. E poi nello zaino ho un sacco di altre cose, il copertoncino e le camere d’aria di ricambio, gli attrezzi… Lo so, hanno ragione a criticare, ma al momento non vedo alternativa, preferisco viaggiare più pesante ma più tranquilla.

Finalmente, ore 8.30, la partenza. Siamo in sette. La tensione si scioglie, i pedali girano. Da St Remy a Bedoin via Noves, Caumont, Mazan, si viaggerà in gruppo; laggiù, stop fino alle 11 e poi via. Peccato che il gruppo prenda subito un ritmo esagerato… Mi sforzo di non perdere le ruote, non devo e non posso, ma faccio una fatica immensa. Le gambe sono subito di legno, arranco, quasi non respiro, mentre gli altri chiacchierano amabilmente come se nulla fosse. Ogni tanto qualcuno mi vede in difficoltà e rallenta appena per riportarmi nel gruppo, sopratutto sulle due o tre blande salitelle subito prima di Bedoin; devo avere il viso del colore vermiglio del mio telaio… Non sono ancora le dieci e mezza quando arriviamo a Bedoin; persino Cosmas si chiede che senso abbia avuto correre così, per poi essere costretti ad aspettare… E se lo dice lui!
Sono già preoccupata, chissà se adesso le gambe, dopo questa tirara assurda, recupereranno. I miei colleghi mi sembrano sempre più dei marziani: ma come si fa a partire con quel ritmo, per un viaggio di 600 e rotti km?
Infatti, non appena viene dato il via da Bedoin, spariscono tutti. Da qui e fino alla fine, viaggerò sempre da sola. Attacco il Ventoux con difficoltà: non so se sia colpa dello zaino pesante, o del fatto che ho esagerato cercando di star dietro agli altri, o della stanchezza generale dei settemila km fatti finora da inizio anno. Calma, Gian, calma. Metti il 29, ce l’hai per quello, no? Usalo, che costa uguale, e vai su piano. Se vorrai far le corse, avrai tutto il tempo. Fatico proprio tanto a salire; cerco di alzarmi ogni tanto sui pedali, ma con il peso dello zaino è difficile. Dai Gian, tranquilla, sono solo 16 km, solo più 10, 9, solo più 4, 3 ci sei, qui spiana, Chalet Reynard. Sono un po’ delusa, anzi un po’ tanto, non va per niente bene, come inizio. Ma che ci posso fare? Sono qui, adesso, la condizione è questa; facciamo buon viso a cattivo gioco ed andiamo avanti. Lunga discesa a fondovalle, in buona parte da pedalare, e risalita breve e secca a Sault; l’ultima auto di scorta aspetta me che sono già proprio l’ultima: un po’ mi vergogno, ma non posso fare altrimenti. Sei km di falsopiano e sono ad Aurel, al primo controllo. Luce dei miei occhi, il ristoro con il Camembert! Spazzolo una bella fetta mentre gli addetti mi segnano l’ora di passaggio, poi via verso il prossimo punto critico, Valensole, tra ben oltre cento km!
Da Aurel si sale a St Trinit: inizia qui un’interminabile serie di falsipiani, salite brevi e brevissime discese, continui cambi di pendenza che logorano le gambe. Se oggi fosse la prima volta che pedalo su questo percorso, credo che mi butterei per terra a piangere! Invece no, so già cosa mi aspetta; la ricognizione della scorsa settimana è stata preziosissima, sia perché oggi posso permettermi di viaggiare quasi a memoria, senza impazzire sul road book, e sia perché conosco già le strade e so già che devo prepararmi a soffrire su un percorso del tutto inadatto a me. E’ molto, molto importante.
Fatico molto, vado al rallentatore su ogni minima pendenza; impiego un’eternità a coprire questi chilometri. Sembra incredibile, pensavo di aver dimenticato in fretta l’itinerario, invece no, nomi e luoghi tornano alla memoria uno dopo l’altro, Revest, Banon, St Michel l’Observatoire – ma dove sarà poi questo Observatoire? Già la scorsa settimana me lo sono chiesto…
A peggiorare la mia fatica ci si mette anche il vento, da subito, da Aurel. Non sarà violentissimo, ma a me basta per crearmi non pochi problemi. E poi, man mano che vado avanti, rinforza. Verso Manosque, le raffiche sono davvero cattive… La salita da Manosque a Valensole, di per sé facilissima, diventa un tormento. Sento già le gambe dure da troppo tempo, questa non ci voleva, non ce la farò mai, come faccio in queste condizioni? Ok Gian, adesso calma, cerca di cavarti da qui ed arrivare a Valensole. Lì c’è il ristoro, ti fermi un attimo, mangi, ti riprendi, poi via. Calma e sangue freddo. Così faccio… A Valensole mi fermo circa un quarto d’ora, mangio tutto quel che mi capita a tiro, prendo anche un buon caffè. Intanto mi supera il primo dei corridori “Ultra”, quelli che fanno la versione agonistica della manifestazione, rigorosamente assistiti da squadra e macchina al seguito. Cavoli… Son partiti due ore dopo di me, e già il primo mi riacchiappa dopo poco più di 200 km!
Riparto, direzione Riez, Moustiers Ste Marie ed Aiguines, all’imbocco delle Gorges du Verdon, dove ci sarà il prossimo controllo. Questo tratto è un po’ più vivace, salite e discese brevi ma più ripide. Vorrei poter dire che sto meglio, ma non è vero, la fiacca mi perseguita ancora. Meno male che posso distrarmi un po’ guardando il panorama, il Lac de Sainte Croix che è bellissimo adesso, con la luce della sera. E poi ci sono sempre gli Ultra che continuano a passare, alla spicciolata: tutti con un saluto ed una parola di incoraggiamento, un applauso da parte dei gruppi al seguito, che bello. Questi sì, sono i momenti che danno forza. Più di una spinta in salita, molto, molto di più.
I cinque km di blanda salita ad Aiguines sono una sofferenza. Le gambe non ne vogliono proprio sapere. Il 29 è una necessità, non una scelta, ed è questo che mi spaventa. E’ crisi nera, sconforto.
Al ristoro mi fermo una decina di minuti, scroccando anche un massaggio alle gambe fatto davvero bene. Poi riparto, sta facendo buio. Continuo a faticare molto, troppo, anche se è pur vero che a questo punto ho già più di 230 km nelle gambe. Però il tramonto nelle Gorges è di una bellezza che toglie il fiato. Mi volto, vedo laggiù in fondo il lago ed il sole enorme, rosso, che scende pian piano; le pareti prendono sfumature di colore dal rosso via via verso il nero; una dopo l’altra, le prime stelle. Per quanto possibile, cerco di tenere la luce anteriore spenta: c’è uno spicchio di luna che illumina bene la strada; il fanale serve solo per i tratti di discesa. Finalmente, il buio è completo. Intorno a me, solo silenzio, animali che sgattaiolano via veloci al mio passaggio, cani che latrano in lontananza, qualche pipistrello che fa il volo radente sulla mia testa. Di tanto in tanto, vedo i fari di un’auto avvicinarsi piano, mi passa qualcuno degli “ultra”: uno di questi è Rudolf. Resto ammirata dalla sua organizzazione scientifica: ha persino la radio per comunicare con l’auto! Gentilissimo, mi offre una bottiglietta di Coca Cola a cui non so dire di no… E’ la mia droga! Poi lo saluto, prosegue di buon passo, io resto da sola. La strada si allontana dalle Gorges, passa a Trigance, al Pont des Soleils. Che spettacolo, questi paesini illuminati a giorno eppure deserti, come se fossero privi di vita. Ovvio, non so che ora sia, ma è notte fonda… Eppure non fa per niente freddo; finora ho solo tirato su i manicotti. Aspetto con preoccupazione la salita della Route de Cretes: la settimana scorsa, ci ho visto i sorci verdi, lì sopra, per la fatica e la sete che mi tormentava ormai da chilometri. Ma adesso sono a posto, ho l’acqua, devo solo stare tranquilla. Aspetto la pendenza assassina che non arriva mai: probabilmente perché non c’è, è solo un ricordo distorto di quel giorno in cui ho sofferto da matti. In cima, lo spettacolo sulle Gorges illuminate dalla luna è eccezionale. Meglio vestirsi, qui c’è una discesa piuttosto lunga, poi un po’ di saliscendi fino a La Palud, al controllo. La strada è ripida e sconnessa, ma non mi fa troppa paura: il buio nasconde il baratro che c’è dall’altra parte.
Puntualissimo, alla prima discesa un po’ lunga di questa notte, ecco il sonno. Uno, due, tre sbadigli. Non è il momento, Gian… Dai che tra poco sei a La Palud, un caffè, qualcosa da mangiare. A quanto pare, sono l’unica che viaggia di notte con i pantaloni corti: eppure non si può certo dire che faccia freddo! E’ la fine del tratto delle Gorges. Mangio pane e formaggio, qualche biscotto, poi via ancora in sella. Moustiers, Puimuissons, ancora Valensole, altro controllo, altro caffè.
Da Valensole inizia il difficile. Prima del prossimo controllo, a Cereste, ci sono ottanta km. E tanti sono di falsopiano in discesa e pianura. E’ ancora buio, pedalo verso Greoux les Bains, Vinon sur Verdon, Pont de Mirabeau. Il sonno non vuol più sentire ragioni. Mi si chiudono gli occhi; faccio di tutto per resistere, provo a fare ampi respiri, mi metto a cantare, che tanto non c’è anima viva nel raggio di chilometri… Intanto il cielo si fa chiaro, è già l’alba. Ho nelle gambe 400 km. Mi butto a sedere sulla panchina di una fermata del bus, appoggio la testa, chiudo gli occhi pochi minuti; basta questo per farmi sentire meglio.
Passo il Pont de Mirabeau ed imbocco la strada verso Beumont de Pertuis. Salita breve, blanda, ma continuo a fare tanta fatica. Da Beaumont a La Bastide, poi a destra, direzione Forcalquier, altra salita. Vedo le ombre lunghe, sono un po’ confusa, mi scopro a ragionare sul fatto che sia sera e poi mi rendo conto che quelle sono le ombre del mattino. Mi confortano i numeri delle strade, corrispondono a quelli del Road Book, ok, è giusto così. Passo Cereste, la boulangerie dove Mik ed io abbiamo fatto una delle nostre abbuffate la scorsa settimana; poco oltre, al bivio per Viens, c’è il controllo.
Qui inizia il mio vero declino. Ci sono settanta km prima del prossimo controllo. Chilometri e chilometri senza un’anima, con le gambe che davvero non so se mi porteranno fino alla fine. La fatica è sempre più pesante, vorrei pensare che posso farcela, ma mi accorgo che ormai la mia non è più una corsa, non è più nemmeno una marcia, mi sto trascinando su per queste salite, più piano, sempre più piano. Ed anche le discese, i tratti in piano, servono solo più per cercare di dare un po’ di sollievo al male che ho ovunque… Mi assale una paura strana, irrazionale. Non so se sia colpa della stanchezza, del sonno, di tutto l’insieme; mi convinco d’essere rimasta l’ultima, non mi aspetterà più nessuno, a quest’ora avranno già levato anche il controllo a Lambesc. Non ho più da bere, non c’è una fontana manco a pagarla, fa caldo, non ce la farò mai, mai e poi mai. Arrivo ad Apt, perdo l’orientamento, non riesco proprio a capire quale sia la strada che vogliono farmi prendere; non importa, devo andare a Lourmarin, seguo le indicazioni tradizionali, ci arrivo. Però… E se l’auto dell’organizzazione fosse passata proprio adesso? Magari si accorgono che ho sbagliato strada e mi squalificano… Ma sì, non importa, tanto alla fine non arrivo, non ce la faccio più… Se solo ci fosse qualcuno, mi basterebbe una mezza parola, un incoraggiamento. Invece no, il nulla.

Lourmarin, Cadenet, qui è il mio dramma. Ci sarebbe un bivio, ma io vado dritto. Mi confondo, non ricordo d’esserci passata; tiro fuori le carte, ma è come se fossi rimbecillita, più del solito, non riesco a capire, a fissare lo sguardo sul punto in cui mi trovo. Chiedo ad un passante la direzione per La Roche d’Antheron, mi manda “a gauche” mentre avrei dovuto andare “a droite”; mi ritrovo, dopo un buon numero di km, in un paesino che nulla c’entra con il mio itinerario. Guardo con terrore il numero della strada, non è la mia, sono fuori. Prendo la carta, mi pare ci sia una stradina che si ricongiunge all’itinerario giusto: la imbocco, viaggio in mezzo ai campi, ma ad un certo punto mi trovo davanti ad un tratto di sola ghiaia. Qui, il crollo. Mi fermo, butto lo zaino per terra, ho le lacrime agli occhi. Dalla rabbia, prendo il cellulare, mando un messaggio a Patrick: basta, è finita. Poi, a fatica, carico lo zaino in spalla e torno verso Cadenet. Lì sì, la trovo, la direzione giusta; arrivo a La Roque d’Antheron, ma ormai è finita davvero. Non riesco più a connettere, in un attimo m’è piombata addosso tutta la stanchezza che fino ad ora era rimasta un po’ latente. Patrick insiste per telefono, perché continui, ma io non sento più ragioni. Mancano circa novanta km, cinque ore, ma sono convinta che, in questo stato, siano davvero troppo poche per farcela. Ho perso un’ora preziosa. Ho rovinato tutto, sono un’imbecille, è finita, basta.

Salgo sull’auto scopa e vorrei scomparire nel nulla… Ho il terrore di arrivare a St Remy, vedere i volti felici di chi ce l’ha fatta. Solo 18 sono arrivati alla fine, mi dice David, che è venuto a recuperarmi. Vorrei sparire, vorrei che nessuno mi avesse mai vista lì. Lo so che, in realtà, del fatto che io arrivi o no non importa una fava a chicchessia… Però mi vergogno lo stesso, ho fatto un’altra volta il passo molto più lungo della gamba.
A St Remy mi accoglie Patrick, poverino, sinceramente dispiaciuto; si vede, che capisce perfettamente come io mi possa sentire. E’ davvero buono, quest’uomo, una persona speciale. Vorrebbe darmi il premio che spetta ai “finisher”: no Patrick… Ti ringrazio di cuore, ma tienilo lì da parte. Passerò a prenderlo l’anno prossimo.
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Oggi, lunedì, la tristezza è ancora tanta, ma prevale già la soddisfazione per aver vissuto un’esperienza comunque stupenda, molto molto importante come lezione per il futuro. Le gambe più o meno se la possono cavare anche sulle distanze lunghe; ho stabilito il mio record personale, circa 540 km , compresa l’inopportuna deviazione finale, su un percorso tutt’altro che facile. Dovrò imparare a controllare la testa, la paura, le emozioni. Mi piace questo mondo delle lunghissime distanze, del viaggio in solitudine, della fatica fino al limite. C’è ancora molto da imparare… Ma mi impegnerò!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!