10 agosto 2013 – LOMBARDA, BONETTE, MADDALENA IN COMPAGNIA

Vorrei porgere di persona i miei complimenti a colui che ha progettato l’autostrada per Cuneo, perché un giro più arzigogolato di questo sarebbe stato ben difficile da concepire. Il buon Walter è scusato, è forestiero, non è pratico della strada statale… Ed io non oso troppo insistere, ma in questo caso la strada statale sarebbe senz’altro più rapida, pur con tutti i limiti di velocità. Carmagnola, Marene, Fossano, Cuneo, voilà, altro che questi mille rovelli di curve e controcurve e svincoli che ci portano a casa del diavolo! Mi ci vuole un bel po’ per raccapezzarmi e capire dov’è che siamo sbucati… In pieno centro a Borgo San Dalmazzo: geniale, non c’è che dire! Malimortacci…
Per fortuna, si preannuncia una giornata splendida, con un cielo blu da far dimenticare i disguidi automobilistici. Il tempo di un caffé a Demonte e si riparte: il punto di partenza per oggi è Vinadio, sulla piazza “dei camper”. Saremo in tre: Walter, Alessandro ed io, l’Armata Brancaleone all’assalto del mitico giro dei tre colli. Gruppo perfettamente omogeneo, direi: Alessandro dotato di bici da corsa d’ordinanza e fisico tiratissimo, senza un filo di grasso, il polpaccio tutto un muscolo guizzante; Walter ed io in mountain bike, sia pure con assetto stradale, e fisico… Ehm diciamo diversamente asciutto. Beninteso, i muscoli guizzanti li abbiamo pure noi, solo che li teniamo adeguatamente al sicuro sotto un morbido strato isolante. Però una cosa l’abbiamo in comune, tutti e tre: sfoggiamo orgogliosamente la divisa bianca, nera ed arancio del Team Nordovest.
Sbrigati i preparativi, l’Armata Brancaleone si mette in marcia in direzione del bivio per il Colle della Lombarda: trascinata dall’entusiasmo, per poco non mi faccio stirare da un autoarticolato già al primo colpo di pedale. Breve tratto di illusoria discesa, che sarà un calvario in risalita alla fine della giornata, e poi subito a sinistra: via dal traffico dei camion che affollano la Valle Stura, ma in compenso tormentati dal traffico di auto e moto di turisti, pellegrini e compagnia cantante. Attacchiamo la salita, 21 km per 1.400 m di dislivello, entusiasti e baldanzosi, ben sapendo che solo uno di noi potrà permettersi entusiasmo e baldanza anche dopo i primi due chilometri. Abbiamo ancora il fiato per chiacchierare tra noi e salutare a gran voce chi sale a piedi, trascinandoci nel contempo su per il primo “scalino” a tornanti oltre l’abitato, per il tratto lungo il torrente, per la risalita verso le baracche diroccate. Per me il tornante è sempre un toccasana: anche dal punto di vista psicologico, una salita a tornanti è mille volte più domestica di una lunga rampa, a parità di dislivello. L’ombra scura copre ancora buona parte delle montagne intorno; solo le cime brillano di una luce viva ed intensa. L’aria è ancora fredda, troppo per levare via il gilet. E’ Walter, alias il President, a dettare il ritmo su questa prima ascesa: devo dire che faccio una certa fatica a stargli dietro. Mi tocca spendere parecchio tempo in piedi sui pedali, almeno finché mi ostino a non voler usare la coroncina anteriore più piccola, ma ho come la sensazione che pagherò la mia audacia.
Il tratto centrale in falsopiano offre a tutti l’occasione di rifiatare. Ci si scruta a vicenda: Alessandro probabilmente preoccupato per la possibile prematura dipartita dei suoi compagni di viaggio, causa fatica e stenti; Walter ed io impegnati a non cedere l’uno all’altra la posizione di coda nella carovana. La maglia nera è sempre stato un titolo ambitissimo tra noi paracarri DOCG!
Oltre il bivio per il Santuario di Sant’Anna, possiamo sperare di esserci liberati di una bella fetta del traffico d’auto, anche se i viandanti a motore non mancano nemmeno quassù. Le forze per menar la lingua ci sono ancora. Mi stupisco di come Alessandro riesca a resistere a quest’andatura da bradipo stanco, lui che è capace di concludere una Nove Colli in poco più di sette ore… Eppure non si allontana di un metro e riesce persino a mascherare il disgusto!
Finalmente, usciti dal bosco, ci ritroviamo con un po’ di sole e tepore sulla schiena. L’ambiente è da cartolina: prati, laghetti, cielo terso, nemmeno un batuffolo di nuvola. Gli ultimi cinque km concedono un po’ di respiro ma infliggono anche qualche rampetta traditrice… Proprio su una di queste, il President fa un allungo e si invola verso il colle. Pochi metri ed Alessandro ed io scopriamo il motivo: Walter ha immolato i suoi polpacci per arrivare prima, afferrare la macchina fotografica e scattare un’istantanea ai suoi due compagni di viaggio. Quasi quasi c’era da inscenare uno scambio di borraccia in stile Coppi & Bartali…
Approfitto dell’appetito dei due colleghi per portarmi avanti con il lavoro in discesa. Lenta come sono, se non mi avvantaggio un po’, rischio di costringere i tapini ad un’attesa eterna giù ad Isola: beh, eterna ma neanche troppo, da quando viaggio in MTB. In effetti la discesa in Francia per la strada della Lombarda, con il potente mezzo ed i freni a disco, è divertente persino per me: strada larghissima, asfalto impeccabile, tornanti ampi. Il tratto verso il fondovalle è un imbuto ancora tutto in ombra e ben poco confortevole quanto a temperatura…
Ad Isola, tappa obbligata per svestizione e pieno alle borracce, nonché la mia immancabile visita all’adorato “wc public”. Poi mi tocca affrontare l’incubo: quella decina di km o poco più verso St Etienne… Odiosissimo tratto con leggeri saliscendi dove io di solito mi pianto come un paracarro. Infatti, i miei due compari si avviano con cautela… Ma io resto subito parecchio indietro. E che barba. Le gambe, in pianura o simile, non girano, non ne vogliono sapere. Io sbuffo, impreco in silenzio, ma non c’è verso. Quando i colleghi si accorgono del vuoto alle loro spalle, passano in modalità di marcia “carro funebre” e mi permettono di riavvicinarmi.
Nei pressi di St Etienne, suggerisco di imboccare la strada sulla destra, dotata di pista ciclabile, abbandonando la principale, perché “c’è meno traffico”: infatti, l’unica auto che incontriamo è quella che invade la pista e per un pelo non ci fa volare tutti e tre per aria come birilli, scatenando le sacrosante ire del President. Appena oltre il paese, poi, inizia la lunghissima ascesa alla Bonette. 25 km, circa: blandi, all’inizio, poi sempre più severi, complice la quota. Si arriverà a superare quota 2.800 m. Il caldo ora è adorabile: per alcuni senz’altro una temperatura da forno; per me, freddolosa inguaribile, si sta appena appena bene.
Procediamo più o meno insieme, a parte qualche inevitabile distacco mai comunque eccessivo. Il President accusa un po’ di malessere, dovuto, dice lui, alla pressione: preferisco tenerlo d’occhio, questo soggetto pericoloso; sarebbe capace di arrivare lassù anche se gli piombasse un meteorite sul cranio, tosto com’è… Se lo si aspetta, almeno non c’è il rischio che si affanni per andar più forte di quanto si senta. Bivio per St Dalmas Le Selvage: la tentazione è di girare di lì… Anche per quella via si arriva alla Bonette, ma gli ultimi km sono su strada sterrata. Per oggi no, restiamo sul classico. I tornanti, un po’ d’ombra, il pianoro con il rifugio e poche case; ancora un paio di km e siamo a Bousieyas, con una bella fontana in pietra a disposizione. Nel frattempo, ci sorpassano alla spicciolata altri compagni di squadra, partiti parecchio più tardi di noi da Vinadio e che faranno lì ritorno molto prima di noi: tempo di un saluto e sono già lontani. C’è chi può. Anche Alessandro potrebbe, probabilmente più di tutti, ma sceglie di restare con il President e con me. Secondo me c’è un secondo fine nel suo gesto altruistico: gli ho accennato di un’eccellente boulangerie a Jausiers… E’ costretto ad aspettarmi, se vuole che lo conduca in tale luogo di perdizione.
Ancora quattordici km, anche se la vetta ormai si vede. Saliamo con calma, in pieno sole, un po’ di vento che rinforza man mano che prendiamo quota. Walter appena dietro, controllato a vista: brontola di non essere in forma, ma non molla una pedalata. Io “me la tiro” tornando indietro, ogni tanto, per controllare che sia tutto ok… In effetti però, quassù, le gambe sono davvero in condizione eccellente. Riesco persino a tirare un rapporto molto più duro della norma, per questa pendenza, per rallentare quanto basta da adattarmi all’andatura del President. Mi sento un po’ in colpa: probabilmente, buona parte della sua fatica è data dalla scelta della MTB in luogo della bici da corsa… Scelta che non avrebbe mai fatto se non per solidarietà nei miei confronti!
Gli ultimi sette km, oltre le baracche di Camp des Fourches, sono per lui un bel calvario. Il testone quasi non si lamenta, ma la sua fatica è evidente. Confesso di essere parecchio preoccupata: se dovesse capitare qualcosa di storto quassù… Ok, so bene che sto esagerando; la cotta sulla salita della Bonette è la norma, anzi ciò che è fuori del normale è giungere in cima indenni. Però… Conto i chilometri, i metri, le pedalate. Dai che ce la fai… Dai che manca poco… Pochissimo, infatti. Raggiungo il colle, dove Alessandro, che si è portato avanti quel tanto che gli è bastato per fare il “tour” della cima, siede in paziente attesa. Walter è subito dietro. Non sono un medico, ma, nella mia ignoranza, credo che, se il problema è la pressione alta, sia opportuno andare giù prima che subito… Quindi, bando al giro della cima: se avessi un po’ più di confidenza, gli darei una pedatona nel didietro e lo scaraventerei direttamente a Jausiers, ovvio a fin di bene. Con più diplomazia, invece, mi limito a sollecitare una rapida partenza. Alessandro non se lo fa ripetere due volte; il richiamo dello stomaco è ormai fortissimo. Giù, in discesa: qui sono io che, come al solito, mi faccio attendere. La bontà di Walter è tale da impedirgli di insultarmi pesantemente ad ogni curva… Che ci posso fare? La MTB ha già migliorato moltissimo la mia sensazione di stabilità e la mia velocità in discesa, ma le curve ed io non abbiamo proprio un buon rapporto. Un amico, tempo fa, mi sgridava perché “faccio le curve quadre” e non aveva affatto torto!
Se posso trovare un difetto alla MTB, è il senso di formicolio alle mani nelle lunghe discese. Infatti arrivo alle porte di Jausiers con le dita addormentate. Fontana, pieno alle borracce, poi finalmente l’agognata meta: la boulangerie. Soddisfazione per tutti: anch’io ne approfitto per prendere due pezzetti di croccante alle mandorle. Uno è immediatamente fagocitato, l’altro servirà da colazione domani. Il President mi sembra in buone condizioni… Ormai il più è fatto. Ogni volta che percorro questo itinerario, quando raggiungo Jausiers mi sembra di aver concluso la fatica. C’è ancora la Maddalena, ma non è salita tale da impensierire. 16 km per 700 m di dislivello.
Ancora in sella: qualche km lungo il torrente Ubaye, superiamo La Condamine e finalmente diamo l’assalto all’ultima ascesa. Sarebbe vietatissimo salire in bici dal versante francese, così come minacciano parecchi cartelli, per via di una vecchia frana che ogni tanto dà segni di vita e movimento. Ma noi, da buoni italiani, non ci siamo e se ci siamo dormiamo… Alessandro ed io approfittiamo di una sosta ai box del President per prendere un po’ di vantaggio; tanto ormai io sono così gasata che farò inversione al primo abitato, Meyronnes, per tornare a controllare che sia tutto ok. Sulla Maddalena, persino io posso permettermi gli scatti. Lascio andare Alessandro, recupero Walter, tira e molla fino a Larche: sulle nostre teste, un cielo ancora sfacciatamente terso; la valle prende i colori della sera. Anche se non ho idea di che ora sia… Ho perso la nozione del tempo.
Da Larche, mi lancio baldanzosa in una progressione che vorrebbe coprire tutti e cinque i km mancanti al colle; in effetti, sputando i bronchi, per i primi tre pedalo davvero spedita… Poi, un muro di vento, improvviso, insormontabile ed ovviamente contrario. Congelamento istantaneo e sforzi improvvisamente vani: non si procede, o meglio, si va avanti a velocità di lumaca. Non c’è speranza che la sua violenza si attenui, prima del colle: anzi, sarà vento contrario fino a Vinadio… Le auto degli escursionisti se ne vanno alla spicciolata, le ombre si allungano, il verde dell’erba è più intenso. Con immane fatica raggiungo il colle e levo le ragnatele di dosso al povero Alessandro, seduto in paziente attesa. Lo invito ad andar giù, prendere l’auto e partire, lui che “tiene famiglia” e rischia di fare davvero tardi stasera. Ma, da quel signore che è, il compare rifiuta. Mi vesto, torno indietro per un breve tratto finché non incontro Walter: ‘rcamiseria… Io ho sputato l’anima per arrivare su il più in fretta possibile e lui, bel bello, è già qui!
Tappa al bar lungo il lago; il President agogna una bottiglia d’acqua frizzante. Lo capisco, è cosa che capita spesso anche a me, sia pure non oggi. Attendo fuori, godendomi lo spettacolo del luccichio sulla superficie del lago appena increspato e degli ultimi caldi raggi di sole. Si riparte: via il pianoro, poi giù per i tornanti fino ad Argentera. Il traffico di auto e moto è sostenuto, ma al semaforo rosso in paese si fermano tutti. Io, manco a dirlo, passo… Ho perso i due compari e devo sbrigarmi!
Il pianoro appena prima del Villaggio Primavera è un calvario, con il vento contrario ed i merenderos che sciamano lungo la strada. Poi la pendenza torna favorevole: la galleria, le Barricate meravigliose al tramonto, Pietraporzio, Sambuco. Faccio del mio meglio per mantenere un ritmo appena decente, anche quando la strada risale un po’ o viaggia in piano oltre il bivio per le Terme di Vinadio: tutto ciò mi costa una gran fatica… Ma i miei compagni hanno misericordia ed evitano di infliggermi l’umiliazione di un sorpasso col sorriso sulle labbra. Grazie… Ne sarei psicologicamente distrutta.
L’ultima asperità della giornata è la risalita a Vinadio: breve, dolce, ma non per chi ha già nelle gambe quasi 160 km e 4.000 m di dislivello in salita. Superato anche quest’ultimo scoglio, la nostra avventura si conclude al parcheggio, dove l’auto di Walter, per fortuna, c’è ancora. Ci si saluta, ci si dà appuntamento alla prossima mattana; si fa il possibile per rendersi vagamente presentabili e poi via. Sono le sette e mezza, cavoli, non mi ero resa conto che fosse così tardi, ma non importa. Vorrà dire che, per questa sera, le tre belve che mi attendono a casa dovranno tenersi il languorino per qualche ora in più.
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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!