10 aprile 2011 – Maratona Alpina di Valdellatorre

Inspiro a pieni polmoni l’odore dell’asfalto: certo, non sarà Chanel n°5, ma, per un indigeno della città come, mio malgrado, sono io, è questo il primo vero segno d’estate. Correre sulla pista ciclabile tra Vigone e Villafranca Piemonte, alle due del pomeriggio di un sabato d’aprile meteorologicamente folle, è il modo migliore per coglierlo, quel segno. Ho esposto tutta la superficie di pelle che è lecito esporre senza provocare l’intervento della Buoncostume: so già che stasera sarò talmente scottata da emettere luce mia propria, ma non importa. Il calore sulla pelle, la luce accecante sono beni troppo preziosi per me, soprattutto dopo l’interminabile notte invernale. Non la pensa così il buon Giorgio, che ormai ben conosco come animale da climi freddi e cieli cupi: dev’essere davvero sull’orlo del baratro, per gettare alle ortiche il suo impeccabile stile da Lord inglese e rassegnarsi a correre in pantaloncino e basta. Anzi no, e scarpe, ovvio. Non che la cosa dispiaccia, né a me né alle coraggiose madame, altrettanto discinte, che si avventurano sulla torrida pista in cerca del primato della tintarella: non si può negare che il mio compare di corsa, così agghindato, faccia la sua porca figura. Il guaio è che percepisco un insolito, insistente silenzio. Sintomo preoccupante: posto che la lingua, nel giorno del trapasso, sarà senza dubbio l’ultimo dei suoi muscoli a cedere all’immobilità, bel più tardi del cuore, significa che il tapino è in grave sofferenza. Si risveglia solo, di tanto in tanto, per farneticare di Coca Cola ed acqua frizzante.
La vista che si gode da qui spazia sull’intero arco alpino: è una giornata limpidissima, senza una nuvola. Cerco il profilo del Musiné: domani saremo a correre lassù. Proveremo più o meno la sensazione della pizza che cuoce nel forno a legna. Forse esagero, ma credo che quella zona sia una delle più aride e pelate dell’intero arco alpino. Il meteo annuncia splendido sole, senza pietà. Io ne sono ben lieta, ma credo non sia il caso di ricordarlo al panetto di burro in discioglimento che corre accanto a me con la forza della testardaggine…

Alle sei e mezza di domenica mattina, al Palazzetto dello Sport di Valdellatorre ci troviamo in tre tapini, Candido, Giorgio ed io, in uno stato di semi incoscienza da sonno, dormendo in piedi come i cavalli, al bancone del piccolo bar, davanti alla macchinetta del caffé, rintronata quanto noi. Colpa mia, con la mia paura cronica di arrivare tardi. A quest’ora fa freddo, ma il cielo promette una giornata da sogno… O da incubo, per molti.
Sonnecchiamo ancora un po’ in auto, mentre il piazzale si riempe. Realizziamo in ritardo che siamo arrivati qui per primi ma, per colpa della nostra inerzia, ci ritroviamo in fondo alla fila per la consegna dei numeri di gara, tra una chiacchiera a destra ed a manca e la mia cronica fonte di ansia: “Mi chiederanno mica il certificato medico? Non me lo sono portato dietro…”. Sono sempre la solita. E dire che basterebbe ricordarsi di averne sempre una copia: così, se anche non dovesse servire, almeno eviterei di macerarmi nell’angoscia. Nessuno mi chiede alcunché: del resto, avevo spedito tutti i documenti via e-mail al momento dell’iscrizione. Anche quelli di Giorgio, che con il mezzo informatico ha un rapporto oserei dire un tantino conflittuale. Numero 16: mi arrovello, come sempre, per cercare un legame tra me e il numero 16, ma non trovo nulla, né età, né data di nascita, numero civico, nulla. Vado a caccia del primo spicchio di sole, per scaldarmi un po’. Lo zainetto è piccolo e quasi vuoto: oggi non è prevista alcuna dotazione obbligatoria, per fortuna. Ci metto dentro una borraccetta di miele, telefono, portafoglio, rotolo d’emergenza ed il minuscolo giacchino Camp. Ed una borraccia per l’acqua, vuota. Le montagne staccano già nitidissime nell’azzurro splendido del cielo; sembra di poterne toccare i fianchi sabbiosi e spogli, coperti solo da ciuffi di arbusti e poco altro.

Breve riunione prima del via: stamperei un bacio in fronte all’oratore, che evita di proposito l’orrendo termine “briefing”. Scopriamo così che, ai punti di ristoro, troveremo da bere ma non da mangiare, o meglio, qualche stuzzichino in un paio di punti, nulla di più. In realtà, era tutto scritto nel regolamento; sarebbe bastato leggerlo. Non importa: ormai, un percorso che si può chiudere in 10 ore è quasi breve; di conseguenza, credo di poter sopravvivere, con l’aiuto del mio miele e delle bottiglie di Coca Cola che ho già addocchiato sui mezzi di trasporto dell’organizzazione. Pochi minuti e ci si riunisce tutti in strada, appena fuori del cortile del Palazzetto: c’è appena il tempo per le ultime quattro chiacchiere, poi via, si parte. Al trotto, lungo una strada subito sterrata in salita quasi impercettibile all’occhio, ma più che evidente per le gambe e per i polmoni ancora anchilosati. Le montagne si staccano nette dalla pianura, lì dove invece ci si immaginerebbe un pendio dolce e graduale, quasi fossero muri. Il copione si ripete: sembro una di quelle vecchissime auto dei film di Stanlio e Ollio, quelle che si decidono a partire solo dopo molti giri di manovella e tanta, tanta pazienza. Mi ritrovo subito in fondo al gruppone, con le gambe che corricchiano ma ancora stentano ad evitare ciottoli e buche. Una fatica improba, sperando con tutto il cuore che il tratto in piano si concluda presto. Imbocchiamo i bivi sotto l’occhio vigile dei volontari in mountain bike; tutt’intorno, prati verdi ed una fioritura di cicorie decisamente precoce. Candido è già sparito, lo ritroveremo all’arrivo; Giorgio morde il freno, non so se per prudenza o per pietà. Mi consolo un po’ pensando che molti dei corridori che ho davanti si fermeranno alla mezza maratona… Il guaio è che mi farebbero mangiar la polvere anche se corressero l’intero percorso.

L’aria frizzante del primo mattino ha già lasciato il posto ad un adorabile tepore. Scruto la montagna, agognando l’arrivo della salita. Sempre più vicini i latrati da un allevamento canino; superiamo alcune abitazioni, da cui si disperde nell’aria un invitante profumo di caffé.Un po’ di asfalto e finalmente la strada sale: su e giù, a tratti, quel che basta per prendere fiato. Siamo già quasi ultimi, ma non c’è ragione di affrettarsi; quaranta km sono ancora lunghi… E molti di quelli che ora corrono e schiamazzano se ne pentiranno presto. Camminiamo su un’ampia strada sterrata, polverosa per il caldo e la pioggia che manca da tempo; tutt’intorno è un trionfo di sfumature di verde brillante e fiori di ogni genere. Non mi spiacerebbe sperimentare questo percorso in MTB: lo metto nel cassetto dei buoni propositi. Al passo in salita, al trotto quando possiamo. L’unico lato negativo di trovarsi al fondo della corsa è la sensazione che i volontari a sorveglianza del percorso siano lì solo più per aspettare noi… Passiamo accanto ad un cimitero; un’altra borgata, ancora asfalto e via, discesa nel bosco lungo un sentiero stretto ma corribile. E poi il bivio, stavolta ben presidiato; l’anno scorso, i primi corridori giunti qui avevano tirato dritto anziché puntare verso l’alto… Giorgio si arrampica con l’agilità delle capre e va su; per me ci vuole un po’ di tempo per adattare il respiro, ancora affannoso, al brusco cambio di pendenza. Risaliamo un tratto ripido, all’ombra di piante dalle foglioline appena spuntate. Non affrettare il passo, Gian… Lasciali andare, tutti quanti, altrimenti la paghi. Pazienza se qualcuno ti raggiunge e ti sorpassa – toh, c’era ancora qualcuno!

Tornantino dopo tornantino, la vista guadagna spazio sulla pianura. Vorrei poter sollevare gli occhi da terra, ma, per farlo evitando di schiantarmi, dovrei fermarmi e non è il caso. Il sentiero si fa sempre più ripido, fino ad una rampa crudele: scorgo il colore arancione “da cantoniere” della maglia di un concorrente, lassù. Allora il mio distacco non è ancora così abissale. Non m’importa un fico secco della classifica, ovviamente, ma ho sempre il timore irrazionale di restar da sola in mezzo al nulla e senza traccia da seguire… Quanto mai irrazionale oggi, con il percorso ben segnalato con vernice blu che di certo nessuno si premurerà di ripulire.

Fatico ad issarmi su per gli ultimi metri; la terra sabbiosa si sgretola e mi fa scivolare. Meglio poggiare sull’erba, anche se temo che l’erba non sia della stessa opinione. La rampa conduce diretta ad un tavolino da picnic, sormontato da un tettuccio in legno. Sul tavolo, una scatola metallica che ha l’aria di contenere il libro di vetta. Immagino si tratti del Monte Baron, se non ricordo male. Tutt’intorno, nemmeno una pianta d’alto fusto; solo arbusti e terra scura. Proseguo lungo un interminabile traverso, un sentiero completamente esposto che taglia il pendio nudo della montagna, in leggero saliscendi, con vista infinita sulla pianura. Scorgo ancora le ultime retrovie, davanti a me; corro ma con cautela: ben conosco la mia innata capacità di inciamparmi ovunque… E’ sorprendente questa zona così arida, senza un solo albero, come fosse sferzata da venti feroci. Il sentiero piega con il pendio e mi nasconde la vista davanti; solo per un pelo, a ridosso di un bivio, mi accorgo di dover svoltare a sinistra. E dire che la segnalazione è a prova di idiota! Si torna a salire, decisi, ora in mezzo a roccette ed alberi, su e ancora su, a zig zag. Salgo di buona lena; va un po’ meglio, bastoncino dopo bastoncino, su con foga. In un tratto in cui la boscaglia si dirada, alzo il naso: la serpentina di persone sale verso la cima lungo una linea che ha l’aria di essere molto ripida. Mi pare di distinguere, un po’ più su, la maglia grigia e l’andatura tipica del buon Giorgio. Che abbia deciso di correre sul serio? Beh, in tal caso posso fin d’ora salutarlo… Io sono ancora in apnea; ci vorrà ancora almeno quest’intera salita perché riesca a rompere il fiato. Mannaggia a me, ho lasciato a casa la bandana: così adesso il sudore cola negli occhi… E gli occhiali scivolano di continuo dal naso. E’ una micidiale pozione di taccagneria e pigrizia, quella che mi trattiene dall’andare in un negozio di ottica ed ordinare un paio di occhiali come si deve, graduati e magari muniti di lenti fotocromatiche: quelli che indosso adesso sono quanto di più inadatto all’attività sportiva che si possa immaginare. Entro la fine della giornata, il polpastrello del dito indice destro sarà consumato, a furia di tirare su gli occhiali. Il sentiero fa presto guadagnare dislivello, ripido com’è: si respira a pieni polmoni il profumo di innumerevoli fiori. Molti, purtroppo, caduti vittime del passaggio del branco.

Quasi non mi accorgo d’essere in cima, Monte Rosselli credo; ci arrivo di gran carriera, dopo aver sorpassato un paio di colleghi d’avventura che mi renderanno il favore al primo accenno di discesa. Per fortuna, si scende ben poco; il sentiero torna a correre quasi in piano, segue un’ampia curva dove scorgo tracce di presenza umana. Corricchio, ma con cautela. Il tavolino del ristoro mi appare davanti al naso come un miraggio: proprio non me l’aspettavo, qui, non appena il percorso ci rituffa in mezzo al bosco. E guardacaso, chi ci trovo? Giorgio all’assalto di una cisterna di Coca Cola. Ne approfitto anch’io, Coca ed un paio di zollette di zucchero per placare la fame, che comincia a farsi sentire. Si torna subito a salire, senza scherzi e senza misericordia. Vediamo di metterci un po’ di brio. I raggi del sole fanno capolino tra le foglie ancora piccole; la temperatura è già salita a livelli stellari: se avessi una doccia sulla testa, sarei più o meno conciata come in effetti sono. Giorgio fa il passo, io seguo, con qualche difficoltà là dove gli “scalini” di roccia sono più alti. Le braccia fanno forza almeno quanto le gambe. Il telefonino schizza via dalla tasca applicata al bracciale: mi tocca sprecare ben due passi indietro per recuperarlo… Colgo l’occasione per buttare l’occhio al panorama, con il Monviso che fa capolino dietro i pendii brulli di erba bruciata, più vicini. La salita, davvero aspra, ci porta ad un punto in cui un paio di loschi figuri hanno deciso di tentare il suicidio: assisto in diretta, ed in posizione sopraelevata di qualche metro, alla partenza di uno di questi pazzi appesi al parapendio… Per qualche istante, sento mancarmi le gambe; da quassù, vedo questa specie di psicopatico lanciarsi in corsa verso il vuoto e staccarsi da terra, verso l’alto, proprio nel punto in cui io vedo il pendio digradare verso il baratro. Chiudo gli occhi, mi sforzo di fissare qualcosa di immobile, una pietra: tutto s’è messo improvvisamente a girare… Non è il momento di svenire, Gia, dai, tira dritto. Credo che potrei schiattare per lo spavento… O semplicemente impazzire.

Sbuchiamo, anche stavolta, su una cima che non sembra una cima; i volontari a presidio del bivio ci mandano giù lungo un sentierino ripido ed insidioso. Siamo intorno al decimo km. Ancora trenta e rotti, Gian. Calma, non fare la furbacchiona. Un po’ di miele adesso posso anche mangiarlo; ne avrò in abbondanza fino al traguardo. Il calore l’ha reso liquido quasi fosse una bevanda.
Attraversiamo lunghi tratti di pietraia, con il sentiero ben sistemato ed i frammenti di roccia incastrati tra loro a formare un comodo passaggio in piano ed un bel muretto di contenimento. Sotto i pietroni si percepisce, in qualche punto, il gorgoglio dell’acqua: sembra una presenza fuori posto, in un luogo tanto arido. Il sole è rabbioso, e dire che siamo più o meno a metà mattina.

Ancora in salita, passiamo accanto a quel che resta di un alpeggio; un po’ d’acqua scorre qui nei paraggi, ma non nella vasca di metallo. Un cartello indica il Colle della Lunella a 15 minuti: superiamo un paio di escursionisti e raggiungiamo il pannello con le indicazioni, in cima, impiegandone meno di cinque. Non siamo certo noi i fenomeni: mi domando come siano calcolati i tempi di certi percorsi… Un’allega combriccola, almeno una ventina di persone, occupa in modo pacifico e chiassoso il prato in cima. Anche troppo: mi infastidiscono gli schiamazzi, sia pure contenuti. In mezzo ai monti mi piacerebbe godermi il silenzio… Passiamo accanto e via, ancora in discesa, solo un rapido sguardo al panorama, che non mi permette di orientarmi. Nell’ampio pianoro che si apre subito dopo, perdo la traccia: istintivamente mi dirigo verso un bel rifugio, attraverso il prato e tra le chiazze di neve; la rotta, però, è più in alto: me ne accorgo scorgendo per un pelo uno dei colleghi, che punta diritto verso il bosco. Ok, si torna su: Giorgio mi segue, sulla fiducia. Quanto mai ben riposta: pochi istanti e torniamo in vista dei segni di vernice blu.
Da quassù si gode lo splendido spettacolo delle Alpi quelle vere, azzurre striate di neve. La primavera, già avanzata in pianura grazie al caldo anomalo dei giorni scorsi, quassù è ancora un accenno, nei colori dei bucaneve

“C’è il ristoro a due minuti”, annuncia un altro dei tanti angeli custodi della gara. “Attenzione, la discesa è brutta”, aggiunge. Non si può dargli torto, in effetti: tocca procedere tra rocce irregolari, facendo ricorso a doti di equilibrio di cui io sono del tutto sprovvista. Giorgio si allontana, mentre io studio con cura ogni passo ed ogni appoggio, ricorrendo, ove necessario, alle mani. La tensione si impossessa di me: è quella sgradevolissima sensazione di non avere il benché minimo controllo sui miei movimenti. Non so mai se il piede su cui appoggio il mio peso terrà, se la pietra è ben ferma o schizzerà via non appena la caricherò del mio dolce tonnellaggio; il terrore è di volare per terra, farmi male e dover rinunciare ai prossimi agognati appuntamenti montani. Com’è ovvio, poi, più divento nervosa e meno riesco a tenere mani e piedi ben saldi. Abbatto santi e beati a raffica. La voce del mio compare arriva da chissà quanto più avanti: “Dai che qui è meno brutta…”. La risposta che, tra me e me, gli riservo non è propriamente elegante. Due minuti, ha detto il volontario: significa che, da lassù al ristoro, ce ne vogliono almeno venti per un buon discesista… E mezz’ora per me. Non la conoscessi, l’affidabilità di certe affermazioni, quando provengono da chi non corre. Ma questa volta sono malfidente: ecco là sotto, in mezzo al prato, un bell’edificio con il tetto in lose, forse un rifugio, con tanto di tavolo imbandito. Il sentiero, finalmente più agevole, scende a dolci tornanti. Sono quasi in fondo quando… Dolore inestimabile: un salto un po’ più brusco dei precedenti ed un atterraggio sì in piedi, ma in rotta di collisione con il ramo di un arbusto, che pensa bene di conficcarsi nel mio cosciotto destro. Per fortuna, sul retro della gamba: così non vedo, ovviamente non guardo ed evito, almeno per ora, lo svenimento. Stringo i denti e tiro dritto.

Al punto di ristoro, abbondo con acqua e bibite, senza risparmio. La mia piccola ferita non passa inosservata: sanguina come se qualcuno mi avesse squarciato un’arteria… Giorgio, forse per deformazione professionale, provvede subito al primo soccorso, buttandomi acqua sulla gamba. Ma no… Mi dispiace, questa è l’acqua destinata ai corridori. Non c’è alcun bisogno, non fa neanche male; smetterà di sanguinare, prima o poi. Colgo al volo uno spezzone di battibecco tra alcuni corridori, della mezza maratona se ho ben capito; uno che si lamenta e sostiene d’essere già distrutto, altri che lo incoraggiano a suon di “Ormai è fatta”. Infatti: siamo al km 18, più o meno. E’ quasi fatta, per loro.

Ripartiamo al trotto, in discesa, lungo un sentiero non troppo tecnico in mezzo al bosco. Una delle poche parentesi d’ombra: infatti, resiste qualche chiazza di neve. Ne prendo una manciata e me la schiaccio contro la gamba, senza guardare: la minaccia, per me, non è il dolore, che tra l’altro in questo caso nemmeno si fa sentire, ma è la vista del sangue. Potrei svenire. Corricchio piegata in due, per tener la mano sul graffio, ma la neve si scioglie in fretta. “Prendine dell’altra – suggerisce il mio compare – che questa è tutta rossa”. Mi guardo la mano con orrore, caccio un urlo: impegno i successivi cinquecento metri nello sforzo supremo di non cadere a terra priva di sensi..
Ci sorpassa un gruppo di corridori, presumo della mezza maratona, a giudicare dal ritmo; immagino si siano lanciati nella sparata finale. “Che bello saper scendere così”, sospiro, seguendo i balzi del capofila. “Basta che molli i bastoncini e ti butti”, commenta la madama che lo segue a ruota. Certo, come no… Basta senz’altro, per guadagnare una vacanza premio in camera di rianimazione. La discesa ed io non avremo mai alcun argomento di discorso.

Il sentiero ci scodella su una bella strada sterrata, bianca e polverosa, solcata qua e là da ruscelletti e punteggiata da qualche residuo mucchio di neve. I velocisti di un attimo fa sono ancora in vista, ricondotti a più miti consigli dalla pendenza in leggera salita. Giorgio ed io ce la prendiamo comoda, visto che siamo appena a metà dell’opera: procediamo di buon passo, ma senza correre se non in qualche brevissimo tratto in leggera discesa. Troppo inpegnati a menar la lingua: argomento della conversazione, in questo caso, è il mio pensiero fisso degli ultimi giorni, visto che la mia esistenza è stata messa ancor più in subbuglio, se possibile, dall’arrivo di un secondo cane, una cucciolona di sei mesi e venti chili, Céline. Come ogni volta, quando io non sono a casa, i bestioni sono affidati alle cure di mammà. Di tanto in tanto, afferro una manciata di neve e me la metto in bocca, a mò di granita: rinfresca, dà l’illusione di dissetare ed è una sensazione piacevole.

Arriviamo in vista del Colle del Lys: tra gli alberi, si intravede il viavai delle auto e, poco più avanti, spunta il rifugio, con l’arco giallo d’arrivo della mezza maratona. L’anno scorso, l’ultima rampa che conduce al colle era un vero e proprio acquitrino; questa volta, per fortuna, il terreno è un po’ più consistente.

Moto ed auto parcheggiate ovunque anticipano lo spettacolo che ci accoglie appena girato l’angolo del rifugio: il pendio non è più erba verde, ma un tappeto brulicante di membra umane, cappelli da sole e flaconi di crema protettiva. Il disgusto mi assale. Ma come si fa? Com’è possibile ridursi in questo modo? Un carnaio senza fine a due passi dall’asfalto e, cento metri più su, il deserto… Tutti intruppati uno accanto all’altro, schiamazzi, sudore ed odori di cibo, bleah. Piuttosto che passare anche solo un’ora in quel modo, mi rinchiudo in studio a seppellirmi sotto i Modelli Unico. E magari questi personaggi, domani, andranno a raccontare di essere stati in montagna…

L’agognato punto di ristoro ci riserva una delusione. In realtà me l’aspettavo: è destino che, in questo genere di prove, agli ultimi concorrenti tocchino le briciole, e a volte neanche quelle. Certo, sul tavolo c’è un vassoio colmo di fette di salame: peccato che io sia vegetariana… E non abbastanza affamata da rassegnarmi a fare un’eccezione, come a volte succede per cause di forza maggiore. Ecco, se dovessi correre un centinaio di km ed il salame fosse l’unico alimento a disposizione, metterei da parte gli scrupoli. Oggi non è il caso. Afferro una fetta di pane e la puccio nell’acqua del bicchiere, perché asciutta, con la bocca impastata dal caldo e dalla sete, non riuscirei a deglutirla. Colgo anche gli ultimi due dadini di formaggio rinsecchito dal sole; qualche bicchiere di bibita e via.

Farsi strada in mezzo all’intrico di merenderos, stesi al sole immobili come le lucertole, non è facile. Qualche ammasso di lardo deve aver coperto le tracce di vernice blu. Noto con la coda dell’occhio un concorrente vestito di grigio che scompare in alto, oltre il pendio erboso; probabilmente lo stesso uomo della Provvidenza che già mi aveva riportata sulla retta via appena passato il Colle della Lunella. Il mio faro nella notte. Su, dritti in quella direzione. “Certo che non c’è proprio alcuna informazione sul significato di vegetariano”, commenta Giorgio. Apprezzo il suo piccolo sfogo come una premura rivolta esclusivamente a me: so benissimo che lui, in realtà, non condivide il mio pensiero. Come tanti, del resto, che archiviano il regime alimentare senza carne né pesce nel calderone delle fissazioni, delle manie. E’ probabile che quei tanti abbiano ragione, chissà. Io credo, forse a torto, che, al giorno d’oggi, soprattutto in un Paese come l’Italia che permette una vasta scelta di generi alimentari, si possa vivere egregiamente senza carne né pesce; d’altro canto, bisognerebbe prestare attenzione a variare la propria dieta e ad integrare gli elementi che non si possono ricavare dai cibi animali, cosa che io non faccio per colpa del mio disordine e della mia pigrizia. Non ho nemmeno voglia di cucinare una pasta; sono capace di andare avanti per giorni e giorni a pane e formaggio…

Ci inerpichiamo su per un aspro sentiero roccioso. Una fanciulla in discesa ci avvisa che troveremo neve: in effetti, ci tocca attraversare alcuni nevai. Del resto, siamo stati avvisati prima del via: “Oltre il Colle del Lys troverete neve; seguite le tracce di chi vi ha preceduto”. Ecco, almeno in casi come questo, passare per ultimi o quasi è conveniente. Le orme sono ben delineate; si evita il rischio di finire in qualche crepaccio in miniatura, senz’altro meno suggestivo di quelli che si possono incontrare risalendo i ghiacciai, ma comunque più che sufficiente per disintegrarsi un ginocchio od una caviglia nella caduta. Per quanto, impegnandomi, io riesca comunque a poggiare un piede in fallo e ad affondare con tutta la gamba.
Il sole picchia più che mai mentre risaliamo il ripido e c’infiliamo in mezzo alle fessure tra le rocce. Non mi rendo nemmeno conto di essere arrivata in cima, se così si può definire questo pratone che il primo caldo ha appena sgombrato dalla neve. Perdo la traccia del sentiero; vago per qualche istante, finché, oltre ad una macchia di pochi alberi, scorgo del movimento. Sono alcuni volontari della corsa: oltre a loro, un corridore che sporge la testa da sotto un telo termico e mi rivolge una battuta. Uhm: anche se la mia vista è tutt’altro che acuta ed il malcapitato è steso a terra, mi pare di riconoscerlo. Il mio neurone, ormai in carenza di ossigeno, impiega qualche istante di troppo per realizzare che una persona sdraiata sull’erba e coperta di certo non è esattamente nel pieno delle proprie forze: capperi, avrei almeno potuto chiedergli come sta… Mi consola il fatto che il poverello avesse voglia di scherzare: se non altro, la fase acuta del malore, se mai c’è stata, è già passata.

Dal Monte Arpone, ci tocca affrontare una discesa dannata, tutta scalini, salti, roccette scivolose e frastagliate. Mi ci consumo le mani ed il deretano. Giorgio, paziente, attende; si limita a constatare “Eh, certo che tu di tempo ne perdi tanto, in discesa”. Lo so, ma che ci posso fare? A questo punto, credo di poter affermare con certezza che non acquisirò mai la necessaria confidenza. Poco male: alla Madonna della Bassa, mi consola la confortante presenza di un punto di ristoro, con abbondanza di bibite ed un pintone di vino rosso che contribuisce a spiegare l’allegria scanzonata dei volontari. Ancora bibite a profusione ed un po’ di toma. Il piazzale del santuario è occupato da una vivace tavolata. Salutiamo e passiamo oltre, imboccando la strada sterrata chiusa da una sbarra. Deglutito il magro pasto, procediamo al trotto, proprio per decenza, per non trascinarci, anche se ormai lo spirito è quello della passeggiata. Ancora un paio di salite, Mont Curt e Monte Musiné.

Scorgo in lontananza un losco figuro: pian piano ne distinguo i colori della divisa, canotta e pantaloncino, ed il passo che mi sembra già di conoscere. “Vuoi vedere che è Gilberto?”. I miei occhi da miope impiegano qualche istante a mettere a fuoco il soggetto. Proprio lui: a volte ritornano… L’anno scorso abbiamo percorso insieme gli ultimi sedici, diciassette km di gara, incoraggiandoci a vicenda per conquistare un percorso che entrambi avevamo sottovalutato. Ora, eccoci dinuovo qui. Gilberto lamenta una stanchezza dovuta agli acciacchi invernali, che l’hanno costretto troppo a lungo all’immobilità, ma si sa che la compagnia fa miracoli. Dai che andiamo su insieme… Un sentiero stretto e ripido ci strappa alla comodità della strada. Si sale rapidi in mezzo al bosco; nelle gambe sento l’euforia della fine ormai vicina, si fa per dire. Ricordo abbastanza bene quest’ultimo tratto di gara, due salite decise ma brevi, su cui sgambetto con allegria, giocando a fare la locomotiva. Nulla mi dà più brio del fatto di essere capofila! Anche se so bene che i miei due vagoni sono tali solo per gentile concessione e che potrebbero mangiarmi in insalata ad ogni passo… Di tanto in tanto, il sentiero volge in modo tale da mettere in vista la vetta del Musiné. “E’ vicino”, insisto, “E’ sempre più vicino!”. I miei compagni di viaggio sono scettici… In effetti, ad essere sincera, anche a me pare che il panettone pelato sia sempre alla stessa distanza… Ma l’importante è crederci!

Alla vetta del Mont Curt, poco più di 1.300 m, prende avvio un’altra discesa a dir poco orrenda, peggiore della precedente, se possibile. Interminabili passi misurati, meditati con penosa cautela, in un tempo che sembra eterno, in lotta con la vertigine dei brevi tratti esposti, cercando disperatamente di non guardare giù. Non ci sorpassa nessuno, ma è solo perché dietro di noi non resta nessuno, o quasi. Saluto con immenso sollievo la sella boscosa che precede l’ultima salita. Ci imbattiamo nel penultimo punto di ristoro; con sorpresa, ci sono altri compari di sventura, che ripartono poco prima di noi. Tracanno due o tre bicchieri di bibite, ma non riempo la borraccia: acqua, bleah… Via dinuovo, sotto il sole a picco, anche se ormai è pomeriggio inoltrato. Una luce calda, gialla, intensa, illumina la pianura, evidenzia i riquadri di colori dei campi coltivati e sfuma nella cappa di umidità e fumo che avvolge la pianura, ma in lontananza.

All’inizio dell’ultima vera salita, mi concedo lo sfizio della “sparata” finale: non è una gran prova di coraggio, dal momento che ormai non rischio più nulla; se anche dovessi scoppiare, in qualche modo in discesa mi trascinerei comunque. Allungo il passo, all’inseguimento dei colleghi che raggiungo poco più su; salgo quasi di corsa, per quanto possa correre un pachiderma par mio, con il cuore infilzato sulla punta del bastoncino. Di lì a poco, mi raggiunge Giorgio, ansimante quanto me: eh già, figuriamoci se ammette di restare indietro… Saliamo veloci, a zig zag tra i tronchi ed i roccioni, all’inseguimento delle tacche blu confuse tra i mille segni di chissà quanti percorsi. L’orrenda immensa croce di vetta mi sbuca sulla testa all’improvviso. C’è un po’ di gente quassù, ma non faccio nemmeno in tempo a mettere a fuoco i visi, che son già in discesa, a combattere e tirar giù miserie contro l’ennesimo sentiero spaccagambe. Il primo tratto è ancor più ostico per via del salto che si vede giù sotto i piedi: perché non mi giri la testa, devo tenere lo sguardo ben fisso alla traccia di terra e roccia davanti a me. Mi distrae il passaggio velocissimo di un ramarro, l’ennesimo visto oggi: quale ambiente più idoneo, per un rettile par suo, dell’arido suolo del Musiné?

Parecchi metri più in giù, il sentiero si addolcisce e consente un blando passo di corsa. Giorgio prende vantaggio: è arrabbiato, esasperato dal gran caldo che patisce moltissimo. Non lo seguo né affretto il passo: mi godo invece questo interminabile traverso, sentierino stretto che taglia il pendio brullo e scende dolcemente verso la strada tagliafuoco, in direzione di Caselette. Mi guardo gli avambracci, già scuri per altro sole ma comunque arrossati; vorrei poter immagazzinare e conservare questa sensazione meravigliosa di caldo sulla pelle, visto che, è evidente, una temperatura così, ad aprile, può essere solo una breve parentesi. Fiori ed insetti di ogni genere accompagnano la mia marcia. Avanti, avanti, ancora avanti; si perde quota, ma in modo impercettibile, tanto che il mio compare di sventura sbotta: “E’ tanto lontana Caselette?”. Non dovrebbe mancare molto, ma comunque più di quanto immaginassi. Questo lunghissimo sentiero anrdà a convergere sulla strada, prima o poi. Mi pare d’averla intravista, poco sotto…

Gli schiamazzi dei merenderos pomeridiani, distribuiti lungo la strada tagliafuoco, annunciano che la meta è vicina. Non appena mettiamo piede sulla comoda via sterrata, filiamo via al trotto: per me, dieci minuti di puro dolore, con la fitta tra le costole, a destra, più acuta ed improvvisa che mai. Corricchio premendo con due dita e tanta forza sul punto dolente: è un trattamento che sembra dare un po’ di sollievo, anche se ogni passo toglie il fiato. Facciamo lo slalom tra famigliole, marmocchi e passeggini, anche se la tentazione sarebbe di asfaltarli tutti quanti, per il semplice fatto che ostacolano il nostro passaggio. Poco urbano come intento, ma la stanchezza è ormai palpabile.

Al campo sportivo di Caselette ci imbattiamo nell’ultimo punto di ristoro, dove i gentilissimi volontari tengono le bottiglie al fresco, approfittando dell’acqua di una fontanella. Giorgio si accascia sulla panchina, ma, come sempre, non riesce a mantenere la stessa posizione per più di qualche istante: eccolo in piedi, già pronto a ripartire, mentre io sono ancora in estasi mistica con un bicchiere di Coca in una mano ed una zolletta di zucchero nell’altra. Riparto masticando, con gran gioia delle carie. Leggera ma insidiosa salita lungo la strada sterrata: il mio compare è stranamente taciturno. Ancor più strano, tende a restare indietro. Lo tengo d’occhio facendo finta di niente: potrebbe interpretare i miei sguardi obliqui come un tentativo di controllare la sua posizione e poi lanciarmi in fuga… E sarebbe capace di schizzare via con la foga di un centometrista, pur di salvare l’onore!

Intravedo, poco più avanti, Franco e Morgana. Toh, un po’ di compagnia. La tentazione sarebbe di attaccar bottone e percorrere l’ultimo tratto di strada insieme, ma, quando Giorgio mi raggiunge e sembra aver superato il momento di buio esistenziale, prevale la voglia di arrivare. Ricordavo, da qui a Valdellatorre, un tratto di percorso breve e molto fangoso: quest’anno il terreno è un po’ meno intriso d’acqua, ma la mia stima della distanza risulta ben presto campata in aria. Ci toccano ancora diverse giravolte che ci costringono a marciare ancora ed ancora, nonostante ormai i segni della civiltà, i rumori della strada, i tetti delle case siano a portata di mano. Attendo con orrore che la scure di Giorgio si abbatta sulla mia capoccia: non so più da quanto tempo è che gli assicuro che “è quasi finita”… Sbotto io per prima: “Basta, ne ho le scatole piene di queste corse che aggiungono passaggi assurdi nel finale solo per aumentare la distanza percorsa!”. E’ probabile che, in questo caso, l’itinerario sia stato pensato semplicemente per evitare il passaggio sulla strada asfaltata e trafficata, ma ormai il neurone non ragiona più, è in tilt. Fango, acqua, salita, discesa, slargo, passaggio stretto tra gli alberi. Il colore verde acceso delle foglie dà il conforto della primavera, ma non sono più in grado di coglierlo.

Gli ultimi passi nel prato, verso il guado del torrente che l’anno scorso è stato una vera impresa alla Indiana Jones: oggi quasi non si corre rischio di bagnarsi i piedi… Raggiunto l’asfalto, per gli ultimi cento metri di corsa, mi trascino dietro Giorgio che, in preda a crisi di nervi e caldo a stento repressa, a momenti mi prende la direzione per Torino. Incrociamo le auto di quelli che, già arrivati da un pezzo, lavati e rifocillati, tornano a casa… E’ un attimo, la curva, l’ingresso del Palazzetto, i saluti, gli applausi che non si negano nemmeno alle ultime cartucce. 42 km per 2.400 m di dislivello, è andata. A mo’ di rabdomanti, puntiamo diretti verso il tavolo del ristoro, allestito nella palestra, per bere tutto ciò che ci capita a tiro, anche alcoolico. Giorgio si muove come un automa, riconosce solo due parole, “bere” e “doccia”. E doccia sia, mentre il buon Candido, arrivato già da più di mezz’ora, attende paziente che l’autista ritorni in sé. Ci attende un ricco pacco gara ed il ritorno, con le ombre lunghe della sera e la sagoma della Basilica di Superga, in lontananza, ad accompagnare il malinconico viaggio verso casa.

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!