10 marzo 2013 – DI CORSA DA CEVA A SPOTORNO

Il marchingegno automatico del casello autostradale di Ceva, oggi, dev’essere in confusione: invece di mangiarselo, come fanno di solito tutti i caselli o perlomeno quelli che frequento di solito, mi restituisce il biglietto che ho appena inserito. Purtroppo, però, i soldini se li tiene, e neanche pochi: cinque euro e settanta per pochi km di autostrada, credo sessanta. Ceva mi accoglie con una temperatura che, dato il clima abituale di questa sezione distaccata di Antartide, si può quasi definire tropicale, ben quattro gradi alle cinque del mattino passate da poco.
Parcheggio la Zafirona nella solita piazza centrale, appena sotto la stazione ferroviaria, in modo da ridurre al minimo il tragitto che dovrò percorrere a piedi, stasera, con le gambe disintegrate. Giacca, berretto, guanti, zaino: pronti, via, si parte, alla luce giallognola e fioca dei lampioni, in compagnia di un paio di viandanti notturni dall’aspetto a metà tra stravolto ed addormentato. Tempo di percorrere duecento metri e… Alt, indietro tutta, il telefono è rimasto in auto! Fosse solo per me, potrebbe restarci, in auto; anzi, già che ci sono, lo catapulterei direttamente nel Tanaro, visto che ce l’ho qui a disposizione… Ma la mamma è sempre la mamma, potrebbe aver bisogno e in ogni caso vuole sapere come va in tempo reale! E poi ci sono i Tittoni, ho necessità di sapere notizie dei Tittoni almeno un paio di volte nella giornata.
La seconda partenza è quella buona. Supero il viale centrale del paese, in direzione di Mombasiglio. Nel silenzio dell’ora mattutina, mi giungono le voci concitate di quella che ha tutta l’aria di essere una lite: poco più avanti, quattro o cinque energumeni davanti alla saracinesca sprangata di un bar altercano con fare minaccioso. Passo oltre con un certo timore, sperando che nessuno si interessi a me… In effetti, credo non si accorgano nemmeno del mio passaggio. Supero il ponte e la rotonda e procedo in direzione di Battifollo; la strada sale ed offre un bel panorama sulle luci di Ceva e del circondario. Di certo, lo spettacolo notturno è più suggestivo di quello diurno: eccezion fatta per il centro dell’abitato, tutto il resto è un’accozzaglia di capannoni e strade.
La mia presenza suscita la viva indignazione dei cagnetti e cagnoni a guardia dei giardini, probabilmente poco avvezzi ai viandanti mattutini. Posso solo immaginare il fremito di paura dei proprietari di casa, svegliati di soprassalti dall’abbaiare furioso dei quattrozampe. Di questi tempi, corro quasi quasi il rischio di essere impallinata, a maggior ragione man mano che mi allontano dall’abitato e percorro tratti più isolati.
La strada sale decisa appena superato il cavalcavia dell’autostrada. Qui, all’aperto, il termometro dev’essere sceso parecchio; un refolo di vento contribuisce a rendere più acuta la sensazione di freddo. Affronto il primo tornante all’interno della curva: il piede, appoggiato all’asfalto con la decisione dell’andatura di corsa, scivola; l’altro piede lo segue a ruota: a momenti mi ritrovo lunga e distesa per terra… Meglio tener conto del ghiaccio. La neve, abbondante a bordo strada, si scioglie durante il giorno e forma colate d’acqua che di notte si trasformano in un micidiale strato scivolosissimo.
Non c’è bisogno della luce frontale; la luna non si vede, ma la striscia bianca a bordo strada è più che sufficiente ad indicare la direzione. Inoltre, spesso sulla strada si affacciano case e cortili. Nel buio delle pareti spicca già qualche quadrato luminoso, qualche autoctono mattiniero come me. Mi sembra quasi di sentire il profumo del caffè… Andrebbe tutto bene, se non fosse per il freddo intenso. Pessima decisione, quella di privilegiare la felpa, sia pure spessa, rispetto alla giacca che ripara meglio l’aria. Mi sembra di essere assalita dagli spifferi… Il freddo alle spalle ed alla schiena mi mette in agitazione, non lo sopporto.
Buio e silenzio assoluto sulla strada e nel bosco; solo lo scorrere impetuoso di tanti rivoli d’acqua e, a seconda dell’orientamento del pendio, il fruscio dei rami e dei cespugli. Non posso dire di sentirmi in gran forma, proprio no: fatico, sono senza forze, fiacca, ho freddo. Ma ormai mi conosco: so bene che all’inizio è sempre così, e pazienza se l’inizio dura venti e più km. Andrà meglio, più avanti. In qualche tratto cedo alla tentazione della camminata, sia pur veloce: probabilmente ce la farei, a correre anche i tratti più ripidi, visto che, su questa salita, di ripido c’è ben poco. Ma il viaggio è lungo… Meglio conservare le forze ed i muscoli integri. Intanto tengo d’occhio i cartelli con l’indicazione dei chilometri: dovrebbero essere dieci, dall’uscita di Ceva a Battifollo. Scorrono lenti e travagliati.
Il primo accenno di alba mi coglie più o meno a metà salita, appena una sfumatura nel cielo nerissimo. Ed anche la prima auto, che sento giungere alle spalle: la sento rallentare, passarmi accanto con cautela, la vedo ripartire. Posso solo immaginare lo sguardo perplesso dell’automobilista mattutino. Seguono, a breve distanza di tempo, altri due fuoristrada. Non si può dire che ci sia molta gente in giro da queste parti…
L’affascinante ed insieme inquietante sagoma della mezza torre di Battifollo mi appare ben prima di quanto me l’aspettassi, e pure in un punto dove non avrei creduto di vederla: rispetto a me, tutta a destra. Quindi la strada qui fa un ampio curvone verso destra… Incredibile, quanto ci si perda di un paesaggio, se si percorre una strada sempre e solo nello stesso verso. Io da qui sono sempre passata in discesa, in bici… In salita, la prospettiva è tutta diversa. Mancano tre chilometri all’abitato, così dice il cartello: la torre è una lama nera che squarcia il velo scuro del cielo, dove pian piano si fa strada un po’ d’azzurro. Gioia per gli occhi, quest’alba, ma non per il resto del corpo: quassù, dove la strada corre più esposta al vento, il freddo è feroce, morde le gambe, le spalle, la schiena. Mi sento a disagio: il freddo è da sempre uno dei miei peggiori nemici; uno dei tanti, purtroppo, perché di certo io non sono un cuor di leone… Temo il freddo, temo la pioggia, il vento, la nebbia, insomma, fatemi correre con il solleone del pomeriggio sahariano e ve ne sarò grata!
Il momento è pura poesia, ma sono costretta mio malgrado ad infilarci un intermezzo di prosa: sosta tecnica lungo uno dei pochissimi sentieri vagamente praticabili, in parte sgombro dalla neve e non troppo paludoso. Inutile dire che la parte migliore di me, così crudelmente esposta al gelo, si iberna all’istante. Sarà anche per questo che la ripartenza è particolarmente vigorosa…
Sotto un cielo screziato di viola, arrivo alle prime case di Battifollo. Qualche camino fuma, ma in giro non c’è un’anima. Manifesti elettorali e manifesti mortuari si contendono l’occhio del passante; ghiaccio a terra, silenzio, immobilità. La prima salita finisce qui: ora si va giù, destinazione Bagnasco, non prima di aver scattato un paio di foto alla torre che, in questo momento, svetta proprio sopra la mia testa. Dovrebbero essere sei km, da qui al gelido fondovalle. E se, quassù, un pallido sole sta tentando di spedirmi pietoso i suoi raggi ed infondermi un po’ di tepore, giù in valle sarà un supplizio di gelo e nebbia.
Ampie curve mi accompagnano giù verso la coltre bianca che nasconde l’abitato. Incontro solo un paio di auto; per il resto, tutto tace. Ghiacciano anche i rumori del bosco.
Sono ormai alle porte di Bagnasco quando squilla l’odiato cellulare: non sarei tranquilla senza il collegamento diretto con casa, nell’eventualità che mia mamma avesse bisogno di me, ma nutro un odio viscerale verso questo aggeggio. L’idea di essere sempre, o quasi, reperibile mi dà angoscia. Non sono indispensabile… Lasciatemi in pace! E invece no, la genitrice vuole accertarsi che io sia viva e vegeta. Così mi tocca sfilare i guanti e, con le dita irrigidite, frugare nella tasca dello zaino alla velocità della luce, perché la mater è anche impaziente. Addio alla poesia del gesto regolare della corsa.
Archiviata l’inopportuna telefonata, attraverso la strada principale di Bagnasco, per dare inizio alla seconda salita, verso il Colle dei Giovetti. Il freddo è rabbioso; anche qui, ghiaccio ovunque, per terra e sulle chiome degli alberi. Chissà se, e quando, un raggio di sole scenderà fin giù. Se non altro, il cielo è limpido…
Le gambe non sembrano gioire della nuova salita, che pure, all’inizio, è davvero appena accennata. Sono un po’ inchiodate. Cataste di legna coperte di brina a bordo strada; un solo essere umano attraversa il paese, oltre a me. Ci salutiamo con diffidenza reciproca: l’uno pensa dell’altro che si tratti di un miraggio, è probabile.
Quando la strada prende a salire sul serio, mi converto all’andatura di passo, svelto ma pur sempre passo. La strada è lunga, meglio risparmiare le energie. Finalmente la luce del sole penetra fino a me, sia pure solo a chiazze: è spettacolare il gioco di riflessi con la brina sulle chiome degli alberi; merita un paio di foto, anche se so già che la mia idea della foto da scattare non corrisponde affatto a quel che in effetti ne verrà fuori. Sui successivi tornanti, un po’ di luce mitiga di quando in quando il rigore della temperatura. Osservo la strada che sale fra i tronchi ancora spogli, anche se ormai la conosco a memoria; proseguo a passo il più possibile svelto. In salita mi scaldo, ma già temo per il brivido della discesa…
Al colle, la desolazione di sempre, bellissima. Il sole scioglie la brina su rami degli alberi, sembra che nel bosco venga giù il diluvio; a me tocca, ancora una volta, ripiombare a fondovalle, dove ormai dispero che arrivi un po’ di tepore. In discesa, complice la forza di gravità, posso riprendere la corsa, mentre tutto intorno a me ancora tace: solo, ogni tanto, dai rami piomba giù un grumo di neve che si sbriciola prima di toccare terra. Oggi i muscoli non si rassegnano al clima; strillano anche se non fanno fatica, sono rigidi. E il passo è per forza ingessato. A fatica, raggiungo nella tasca dello zaino l’ultimo Mars che ho trovato in casa; a parte la consistenza marmorea per il freddo, è delizioso… Di bere, invece, non se ne parla, non ho nemmeno la borraccia. Confido di trovare, prima o poi, un rivolo d’acqua accessibile e più o meno potabile. Dovrebbe esserci, appena prima di Calizzano, una delle tante fontane provviste di statua della Madonna: con poca coerenza, visto che non nutro affatto simpatia per il soggetto e per tutti i suoi affini, ne approfitterò.
Curva dopo curva, come previsto, la foschia mi avvolge. Non è fitta, ma è quanto basta per intirizzire le ossa.
Non finirò mai di benedire la mia diffidenza nelle previsioni meteo, che per oggi avevano annunciato una giornata quasi primaverile. Altrove, forse… Non qui, climaticamente una enclave della Norvegia. Cerco altri pensieri per distrarmi dal pensiero delle mani gelide, ma quelli che trovo sono altrettanto antipatici, casa, lavoro. Forse sono ancora meglio le dita gonfie e rosse tipo salsiccia.
Attraverso la borgata quasi deserta: solo una casa ha il camino che fuma; tutte le altre sono sprangate, la neve accumulata davanti ai cancelletti d’ingresso, le porte protette da pannelli di plastica o metallo fino a mezz’altezza. Io mi lamento del costo del riscaldamento a Carmagnola, ma qui, per raggiungere una temperatura che niente niente consenta l’esistenza di una forma di vita in casa, credo si debba bruciare mezza Foresta Amazzonica all’anno. I campi sono ostinatamente ricoperti di neve; i cavi dell’elettricità, abitati solo da qualche corvo, neri sul bianco dello sfondo, sembrano quasi spartiti musicali.
La mia corsa, a questo punto, è proprio penosa. Supero il primo e poi il secondo ponte sul torrente; un paio di sentieri che si inerpicano tra i tronchi spogli del bosco attirano la mia attenzione. Chissà dove portano? Sono anche segnati… I ruderi pericolanti, poi l’ultima curva che mi porta in vista di Calizzano. Qui dovrebbe esserci la fontana… Infatti la trovo. Una targa millanta chissà quali virtù curative di quest’acqua: e capirai… Fosse almeno frizzante, di già che afferma d’essere così speciale! In realtà, non amo l’acqua naturale, affatto… Almeno per il palato, è come non bere proprio nulla, ma è sempre meglio la fontana di una borraccia che sballotta nello zaino. L’acqua balla comunque, anche se la borraccia è ben fissata in una tasca.
Dopo aver prosciugato lo zampillo dell’acqua, riparto verso Calizzano, le gambe sempre più appesantite. Il lungo rettilineo prima del paese “fuma” per effetto del calore del sole; tutt’intorno, le montagne sono ancora cariche di neve. Calcolo con una certa preoccupazione la strada che mi resta da percorrere: con i garretti in questo stato… A Calizzano, qualche anima osa aggirarsi per il paese. Dovrei aver percorso poco meno di quaranta km, occhio e croce; quindi, ormai è mattino avanzato… Superato il paese, la strada torna a salire blanda. Mi impongo di correre almeno fino all’inizio del tratto nel bosco, gli ultimi sei km di faggi e di curve. Raggiungo la borgata con l’unico negozietto che vende di tutto, dal pane al detersivo; più avanti, l’agriturismo. La fame si fa sentire, ma non ho più nulla per placarla. Provvederò più avanti.
A fatica raggiungo, di corsa stentata, l’obiettivo che mi ero prefissata; di lì in poi, cedo alla tentazione della camminata a passo svelto, anch’essa faticosa ma meno massacrante per i muscoli ormai doloranti. Beh, che dire, la mia condizione sportiva non è mai stata brillante, ma oggi sono proprio a terra…
Perlomeno, le stalattiti che pendono giù dai muretti in pietra sul bordo della strada sono quasi dissolte; ne restano solo i monconi sgocciolanti. Salgo di buon passo, guardandomi intorno; questo è il bosco in cui, anni fa, ho scoperto l’esistenza di quel curiosissimo fenomeno chiamato “anastomosi”, una sorta di “ponte” tra due alberi, un ramo che sembra nascere da entrambi i tronchi e fa da collegamento… Da allora, ogni volta che passo di qui, butto l’occhio per scovarne qualche altro caso. Oggi, infatti, sono fortunata: aguzzando la vista ne scopro un’altra, evidentissima, a cui scatto qualche foto.
Mi preoccupa un po’ quel che vedo in direzione del colle, ancora lontano: sembra uno strato di nuvole scure… Vuoi vedere che io da ore bramo il calore della riviera e invece di là, oltre il Melogno, mi ritroverò nella nebbia? In effetti, chilometro dopo chilometro, mi avvicino alla coltre scura, mentre, ironia della sorte, in direzione della Valle Tanaro il sole illumina le cime. Pazienza, indietro non si torna, ormai, anche perché sarebbe lunga assai. Affretto, per quanto possibile, il passo; chiudo per benino la cerniera della giacca antivento, che speravo di levare parecchie ore fa e che invece mi è ancora indispensabile. I cartelli che indicano km e centinaia di metri mi informano che ormai al colle manca poco: il sole è sparito oltre la nebbia. Mi resta ancora la speranza che si tratti di un nuvolone che ha incappucciato solo le vette…
La trattoria del Melogno è una vera tentazione. Per fortuna, il capannello di gente che è lì lì per entrare mi fa desistere dal proposito gastronomico; questa piccola orda di barbari affamati monopolizzerà i titolari per un po’… Ed il mio panino andrebbe per le lunghe. Meglio puntare all’altro bar, al bivio con la strada che va verso Pian dei Corsi, tra un km o poco più. Supero la galleria del forte, anche se, con mia gran sorpresa, noto un cartello di divieto di passaggio ai pedoni: mi spiace ma non vedo alternative… Vorrà dire che non sarò arrestata per questo. Ciò che vedo dall’altra parte annienta ogni residuo barlume di speranza: nebbia. Il mare, questo sconosciuto, risulta oggi non pervenuto. Rassegnata, riprendo la corsa, con gran dolore delle gambe ancora più inchiodate. La discesa è lunga, sedici km… O la va, o la spacca.
Un altro curioso fenomeno vegetale attira la mia attenzione, nonché l’obiettivo della macchina fotografica: due aberi, un faggio ed una conifera nella cui identificazione non mi cimento, hanno i tronchi letteralmente fusi l’uno nell’altro per un breve tratto. Chissà chi ha mangiato chi…
Da una delle prime case, mi abbaiano due cani ormai noti, un Sanbernardo ed un botolino a pelo lungo. Mi piacerebbe un sacco coccolarli, ma non oso importunare i padroni di casa, presenti in cortile.
Un certo senso di panico mi assale quando mi rendo conto che il bar, l’ultimo prima di arrivare al mare, è chiuso… Ma immediatamente m’illumino d’immenso: la nebbia svela, sul piazzale proprio di fronte, il banchetto del venditore di formaggi. E’ vero, mi sono ripromessa di diventare, pian piano, vegetariana integralista, vegana, insomma; per coerenza, la toma sarebbe vietata… Ma il mio stomaco non è affatto coerente; prende il controllo della situazione e mi trascina davanti alla lussuriosa esposizione di leccornie. Il simpatico venditore, un omone dall’aria paciosa, completa l’opera porgendomi un boccone di formaggio dolce e fresco. In men che non si dica, il mio zaino accoglie una bella fetta da tre etti di toma. Il formaggiaro mi chiede che giro io stia facendo e rimane perplesso alla mia risposta: non so se ci creda davvero… Comunque sia, mi ha salvato la vita. Contenta come una Pasqua, riparto di corsa con il mio dolce ed odoroso peso supplementare; farò merenda lungo la discesa. La compagnia della toma allevia un po’ il male alle gambe, che ormai si fa sentire prepotente, ed anche la tristezza della nebbia che avvolge ed annulla la mia speranza per un po’ di tepore.
Incontro parecchi ciclisti che salgono con ogni tipo di mezzo, dalle bici da corsa ai pesantissimi trabiccoli da downhill. Ci vuole coraggio per affrontare l’ascesa al Colle del Melogno con quelle bici pesantissime ed ammortizzate: infatti, la maggior parte degli appassionati della disciplina suicida, da queste parti, va su con i furgoni e le bici nel rimorchio. Non li invidio in ogni caso: almeno per me, scendendo verso mare, la foschia si attenua un poco. Il mare, più che vedersi, si intuisce, anche se ormai da qui sono ad un tiro di schioppo.
Levo finalmente i guanti e, senza smettere di correre sia pure a passo di lumaca anziana, sbrano un pezzo di toma. A Gorra, per fortuna, la fontanella rimedia all’arsura del formaggio… Giusta punizione per la mia golosità.
Alla fine della discesa, ho la sciagurata idea di passare da Finalborgo. E sì che ormai mi conosco da quasi trentadue anni; sono capace di perdermi in un bicchier d’acqua… Succede, infatti. All’uscita del borgo, imbocco la strada lungo il torrente, ma nella direzione sbagliata. Il sospetto mi coglie quando butto l’occhio alla direzione della corrente: è contraria alla mia… Sto andando verso monte anziché verso mare. Per carità, sono poche centinaia di metri da ripercorrere al contrario, ma non ne sentivo il bisogno…
Faticosamente, tra un marciapiede, un passeggino e varie altre insidie ai miei garretti, conquisto il mare. E questa è una certezza anche per il mio scarso senso di orientamento: da qui, per raggiungere Savona o almeno avvicinarmi, non mi resta che tenere le onde alla mia destra.
Il sole latita, anche in Riviera. Soffia un vento freddo, per fortuna non così intenso. Beh, non tutto il male viene per nuocere: il meteo cupo scoraggia i turisti da passeggiata, soprattutto quelli con torme di marmocchi al seguito. Sopporto volentieri il disagio del clima, in cambio della quiete. Mare e cielo hanno lo stesso colore metallico… Ciononostante, qualche temerario osa avventurarsi in spiaggia in tenuta da bagnante. Sarà qualcuno che ha una fiducia ostinata ed incrollabile nelle previsioni del tempo, che per oggi promettevano una giornata calda ed asciutta. Rabbrividisco al solo pensiero: sarà che io sconto anche un po’ di stanchezza e patisco il vento perché sono sudata, ma mai e poi mai rimarrei all’aperto con meno di due strati di vestiario, oggi.
Le gambe sono tutt’altro che in forma. Legnose, doloranti, oggi va così. Sono un po’ delusa, anche se, in tutta onestà, non è che potessi aspirare ad un risultato molto migliore di questo. Grazie, si fa per dire, a quella stramaledetta 24 ore a circuito di San Benedetto del Tronto del primo dicembre… Oltre ad aver seriamente rischiato di demolire l’auto nel viaggio di ritorno, mi sono anche procurata un’infiammazione con i controfiocchi al ginocchio destro: ormai ero quasi arrivata a credere di non poter più correre… Dieci km al massimo e poi il dolore sull’esterno del ginocchio spuntava e cresceva nel giro di poche centinaia di metri, fino a rendermi del tutto impossibile la corsa. Ho sempre confidato nella capacità del mio corpaccione di risolvere da sé i guai, senza andare a sprecare soldi miei e soldi del Servizio Sanitario Nazionale in chissà quali visite ed esami specialistici, ma devo ammettere che questa volta sono giunta a nutrire qualche dubbio in proposito. Per fortuna, alla lunga, per questa volta ho ancora avuto ragione; sia pure tra improperi, dolore, rabbia e tristezza al pensiero di non poter più correre, il problemaccio, com’era arrivato, se n’è andato. Il guaio è che due mesi di seri allenamenti sulla distanza sono andati in fumo… E probabilmente ho messo su della gran ciccia. Pazienza: tocca rassegnarsi.
Mentre corricchio a velocità da carro funebre sul lungomare, quasi stordita dal movimento regolare di un mare quasi placido nonostante il vento, mi rendo conto che forse è il caso di tenere d’occhio l’orologio. Avendo io viaggiato fin qui con molta lentezza, ho fatto tardi: a Savona, di questo passo, non arrivo di certo prima delle sette e mezza. Già, ma poi? Ci saranno ancora treni per Ceva, e quando? Già, un viaggiatore accorto e previdente si sarebbe preparato una tabellina con gli orari delle partenze dalle varie stazioni, da Finale a Savona. Io non ho la più pallida idea di niente di tutto ciò. Mah… Finale, Varigotti, le bellissime scogliere, oggi ancor più arcigne per effetto della luce; i gabbiani con le loro grida stridule; la vista sulla costa, che ogni tanto sfuma nella foschia; i brividi per le folate di vento. Non mi va giù l’idea di non arrivare a Savona, ecco… Ma le gambe stanno cercando di farmi capire che non hanno intenzione di portarmi fin là di corsa. Il mio viaggio rischia di diventare eterno… OK, la costa non è il deserto; non è grave perdere l’ultimo treno, alla peggio si dorme in stazione e si prende il primo dell’indomani. Ma scoccia, anche perché a casa ci sono i miei beniamini pelosi in attesa.
A Noli la stazione non c’è, almeno credo. Passo lungo la spiaggia, butto l’occhio ai cartelli stradali, ma non vedo nulla che mi ispiri. A Spotorno, il prossimo paese, se non erro dovrei essere più fortunata… Raccolgo le ultime forze per allungare ancora un po’ il passo: sempre più rari i pedoni che incontro sulla mia rotta. Il vento rinforza, la luce cala; è ora, per chi può, di ritirarsi al calduccio. Ma a Spotorno ci sarà poi davvero la stazione? E’ la domanda che comincia a tormentarmi. Curioso, come la stanchezza ingigantisca piccoli problemi che in realtà non sono degni della benché minima ansia. In fondo, se anche non dovessi trovare un treno, non ci sarebbe poi nulla di male… Prima o poi, ne arriverà per forza uno!
Con il cuore in gola, non solo per la fatica, entro in paese. Poche centinaia di metri e, con sollievo, addocchio il cartello con il simbolo del treno. Perfetto… Abbandono il lungomare, seguo le indicazioni. La stazione appare, effettivamente, di lì a poco. Mi precipito, come posso, al tabellone dei treni: partenza per Torino, 17.25… Guardo l’ora e mi affloscio: sono le 17.27. Il prossimo treno sarà tra due ore… In un impeto di disperazione, pigio forsennatamente i tasti del bigliettaio automatico, che, per fortuna, non si offende per la mia mala grazia. Poi, con le residue forze, schizzo al binario deputato. Vedere un fitto assembramento di persone mi rincuora… “E’ già partito il treno per Torino?”, chiedo al primo viaggiatore in attesa che mi sembra avere la faccia di chi sa quel che dice; “No… E’ in ritardo”. Beh… Credo di non aver mai gioito così tanto, di cuore, per il ritardo di un treno. E’ proprio vero; io viaggio in treno una volta ogni morte di Papa e puntualmente incappo in un ritardo… Mi vien da dire, questa volta, meno male! Trovo persino una cabina in cui cambiarmi la maglietta al riparo dal vento gelido. Ancora qualche minuto e la locomotiva spunta fischiando. Il tragitto è di quelli in stile carro bestiame; manco a pensarci, di trovare un sedile; ancor grazie che si trovi spazio vitale in piedi. Mi ritrovo in mezzo ad una vera babele di lingue, stili e motivi di trasferta: dai pensionati che fanno la spola tra Torino e la Riviera agli studenti fuori porta, alla famigliola di orientali, credo filippini, ai vù cumprà vocianti con la loro voluminosa mercanzia. In tutta sincerità, non amo la multietnia e non riesco a trovare nulla di pittoresco in tutto questo crogiolo di origini… Ma faccio buon viso a cattivo gioco, il viaggio è breve. E pazienza se il posticino a sedere che faticosamente mi ritaglio – per terra, accanto ad una delle porte – è spazzato dalla corrente gelida degli spifferi, e pazienza anche se la stanchezza mi provoca un fortissimo mal di testa. Mi consolo con l’ultimo frammento di formaggio, alla faccia dell’igiene e delle mani ormai lerce – a cosa serve il sistema immunitario altrimenti? – finché mi accorgo di essere ormai a destinazione. La Zafirona è ancora lì, in paziente attesa; mi ci fiondo e, per prima cosa, accendo il riscaldamento al massimo. Poco più di settanta km nelle gambe, occhio e croce, mi rendono arduo persino manovrare i pedali… E il fatto di patire la lunga distanza, per me, è un duro colpo all’orgoglio. L’unico mio lato positivo è sempre stato proprio quello di reggere bene la fatica prolungata; se mi s’incrina questa certezza, sono dolori… Coraggio, datti da fare Gian, tira via la ruggine. Ci vorrà un po’ per recuperare, ma è ora di scrollarsi di dosso un bel po’ di patemi, fisici e morali. La radio a tutto volume terrà lontani i mugugni, almeno fino a casa. Poi affogherò la tristezza tra peli e bava dei miei beniamini: la migliore psico e fisioterapia!
(Visited 15 times, 1 visits today)

Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!