10/02/09 – Notturna alla Sacra di San Michele ed al Colle Braida

Per questa sera, le previsioni del tempo di ogni possibile canale televisivo o sito Internet, caso più unico che raro, sono pienamente concordi: soffierà un vento che porta via, su tutto l’arco alpino occidentale, con raffiche oltre i 100 km/h. La più colpita dalle ire di Eolo, a quanto pare, sarà la Valsusa.
Questa sera noi si va a spasso in montagna: con la tempestività ed il senso di responsabilità e misura che ci contraddistinguono… Si va in Valsusa. Ok, bassa Valsusa, come se questo potesse servire a farci ottenere uno sconto di pena. Ma siamo proprio sicuri? A giudicare dalle raffiche che fanno ballare l’automobile lungo la tangenziale di Torino, mica tanto… Ma Mik è serafico: se proprio non si riesce ad andare avanti, o si rischia che qualche ramo ci caschi sul crapone, amen, torniamo indietro!

Giusto. Ma io, nel dubbio, parcheggio la Opel in un luogo il più possibile lontano dalla traiettoria di tegole, pezzi di cornicione, alberi, non si sa mai. Il cielo è limpidissimo; sembra quasi di vedere lo scintillio delle stelle; l’aria è pungente, ma qui, a Chiusa San Michele, proprio sotto il costone della montagna, non si sente il vento. Ci avviamo sotto l’occhio vigile della Sacra di San Michele, che incombe proprio sopra le nostre teste, qualche centinaio di metri più su, e sotto l’occhio perplesso di una comitiva di gente a spasso, dall’aria meno montanara di noi. Chissà cosa si può pensare di due personaggi che, alle otto di sera, al buio, partono armati di scarponi, ghette, bastoncini e zaini… Che non siano del tutto quadrati, minimo. Per fortuna ho smesso da tempo di prendere in considerazione l’opinione di chi si definisce, in modo del tutto arbitrario, “normale”, ammesso che abbia mai cominciato. Sì, partiamo, andiamo a camminare, sì, proprio adesso. E allora? E’ una delle tante barriere create da chissà cosa, dalla consuetudine, dalla mancanza di fantasia, per cui chi non sta alle otto di sera con i piedi sotto il tavolo è quantomeno strano.

Poche decine di metri di asfalto, poi su a sinistra, imbocchiamo un bel sentiero ripido, lastricato di pietroni che fungono da comodi scalini, terra umida ma niente fango. Qui si svolge, racconta Mik, una cronoscalata: mi sembra impossibile che ci sia al mondo qualcuno che riesce a correre qui, e sì che ho già visto correre in luoghi e con pendenze ben peggiori. A me piace questo tipo di sentiero, il giusto compromesso per guadagnare dislivello in fretta senza però strapparsi i polmoni; Mik mi concede con magnanimità di star davanti e fare il passo, così posso davvero godermi la salita senza l’incubo di perdere terreno rispetto al capofila. Son poi ben ridicola io: basta il fatto di salire stando in prima posizione, piuttosto che in coda, per infondermi coraggio ed euforia o per farmi piombare nello sconforto. Anzi, il non plus ultra sarebbe aprire la fila ed accorgermi che chi segue fa fatica a tenere il passo… Ma la mia vena sadica stasera non ha alcuna speranza di emergere, visto il pericoloso soggetto alle mie spalle! Non lo staccherei nemmeno se seminassi candelotti di dinamite accesi, dopo ogni passo…

Di tanto in tanto filtra, in mezzo ai rami, la luce della Sacra lassù, illuminata, ora un po’ più a destra, ora a sinistra, l’unico riferimento per la mia posizione. Il sentiero sale in tornantini ripidi, continui, permettendoci di guadagnare dislivello in fretta; di tanto in tanto, qualche fruscio, qualche rumore improvviso tra gli alberi, qualcosa che fugge via troppo in fretta perché ci sia possibile illuminarlo con le frontali. Pazienza, meglio così, sarebbe agra se quel qualcosa preferisse invece dirigersi verso di noi e magari fosse anche grosso ed affamato! Sarei spacciata, perché dei due camminatori la più in carne, nutriente, abbondante sono senza dubbio io. Chissà se, da sola, mi spaventerei? Anzi, chissà se, da sola, sarei mai partita per venire quassù? Non credo, probabilmente avrei una paura matta di qualsiasi minimo rumore, scapperei a gambe levate, o magari tirerei dritto, ma con il cuore in gola e le gambe molli. Devo provare, prima o poi.

Mik me l’avrà già descritto cento volte, l’itinerario di stasera, ma m’inganno lo stesso: quando arriviamo ad un bivio, una piccola radura da cui si vede la Sacra così imponente e vicina che basta solo più un salto per raggiungerla, mi viene spontaneo dirigermi lì, e invece no. Si va a destra, seguendo la traccia con pendenza che ora diventa più morbida, in qualche tratto addirittura in piano. Ancora per un po’ camminiamo tra rocce e foglie secche, un paesaggio più autunnale che da pieno inverno; dovremmo raggiungere, tra non molto, la Borgata Basinatto di cui tento di indovinare, per ora senza successo, le luci. Quassù sì che si sente, il vento: se ne sente il lamento, lontano, continuo, lugubre, in valle. Per noi è solo il fruscio delle fronde, appena un po’ più arrabbiato di quel che sembra nelle sere con la brezza; non minaccia, non fa paura.
Calpestiamo ben poca neve prima di spuntare in un prato ai piedi della borgata: quasi quasi rimpiango di non aver indossato le semplici scarpe da trail, al posto degli scarponi. Scateniamo il solito finimondo canino, tanto che anche qualche umano si affaccia sulla soglia a controllare la situazione. Beh, posso capire; credo che il passeggio turistico notturno da queste parti non sia un fenomeno così frequente. Mi distrae il profumo di cena che approfitta di qualche porta aperta per scappare via… Un paio di tornanti su una stradina stretta, ripida, asfaltata per modo di dire, unico collegamento di questo grumo di case con la strada principale che sale al Colle Braida: c’è neve a terra ed è ghiacciata, vuoi per la temperatura, vuoi per il passaggio dei veicoli, che l’ha resa uno strato spesso, compatto, scivolosissimo. Non dev’essere facile vivere qui, anche se siamo a due passi, due, dalla strada. Ci arriviamo infatti in pochi attimi: un paio di km, forse meno, e raggiungeremo via strada asfaltata il Colle Braida. Alle nostre spalle, la Sacra di San Michele ora con il solo sfondo delle stelle e del cielo, imponente nella sua corona di luce.

Il grosso del dislivello, osserva Mik, è archiviato… In soli quattro o cinque km. Il tragitto però è ancora molto lungo. Si dovrebbe arrivare, se non ricordo male, intorno ai venti km. Intanto, raggiungiamo il Colle, passando accanto ad un meraviglioso edificio con enorme parco illuminato, che scopriamo poi essere un hotel. Anche qui c’è una borgata, ma tutto tace, non una luce, non un movimento, niente; sembrano muri deserti. Svoltiamo a sinistra nella neve: ora non ripudio più la scelta degli scarponi… Ci avviamo per quello che mi pare un lunghissimo, interminabile tratto di strada in leggera discesa; ahimé, adesso in testa c’è Mik e sono dolori. Mi affanno per tenere il passo, ma qui si sprofonda, si scivola, si rischia di rotolare, un bel macello.

Ci lasciamo alle spalle anche le ultime sperdute case della borgata; ora solo più nero, in cielo, giù nella valle. Silenzio e vento che, in certi tratti, ci investe con forza, anche se non è ancora così feroce come s’era annunciato. Confesso che sono preoccupata: e se dovesse davvero rinforzare, ora che siamo quassù? Alzo il naso verso l’alto; c’è neve, ma non così tanta da far pensare al rischio di slavine; in più, siamo quasi sempre in mezzo al bosco. Mik racconta delle sue scorribande in bici, su questi tratti: provocatoriamente, sostiene che dovrei lanciarmi anch’io, ora che ho la bici da ciclocross… Ma declino volentieri. Faccio già fatica a mantener l’equilibrio a piedi! Brividi, ancora qualche raffica. Mi sforzo di indovinare dove andrà a passare la strada, se in quel punto sarà riparata o meno dal vento; intuisco solo un lungo traverso. Pare che si debba raggiungere, ad una distanza da qui indefinita, un’altra borgata: spesso ho la sensazione, se non la vera e propria convinzione, di vedere delle luci davanti a me… Ma chissà cosa mi passa per la testa. La neve ora non ci molla più; anzi, pian piano ci troviamo immersi fino alle ginocchia e costretti ad affrontare un bel tratto a passo di lumaca, incespicando, faticando come muli. Almeno, io, come sempre. Mi barcameno con scarpe e bastoncini,in equilibrio precario, perché, se solomi distraggo un attimo a guardare il panorama, è finita, mi ritrovo un tutt’uno con il manto bianco.

Breve sollievo quando giungiamo in vista della borgata: silenzio totale, tutto immobile, come se l’abitato fosse stato congelato insieme ai candelotti che pendono dai tetti. E mo’ dove si va? Un tornantino, appena sotto il borgo, fa pensare che da lì si stacchi una strada che prosegue dritto; ci buttiamo l’occhio, ma non è così. Superiamo la stretta rampa che conduce in mezzo alla borgata. Si direbbe che qui qualche presenza umana ci sia: non è possibile che questo posto sia stato deserto l’intero inverno; c’è un lampione, ci sono fogli affissi di fresco alla bacheca, non ancora sdruciti dall’umidità. Tentiamo di tenerci a sinistra, ma finiamo in una piazzetta formato tascabile, con una fontanella che sorprendentemente butta una bella cascata d’acqua; torniamo sui nostri passi ed imbocchiamo la strada a destra, che supera la borgata e, appena oltre, ci apre una splendida balconata sulla valle, una distesa immensa di luci visibilissime e nette anche a grande distanza, complice l’aria ben ripulita dal vento. Si direbbe che la nostra sia ora una posizione molto esposta, eppure del vento ancora nessuna notizia. Ma il mio cruccio adesso è un altro: siamo quassò, occhio e croce a mille metri di quota o poco meno; camminiamo nella neve alta, per fortuna abbastanza ghiacciata da sorreggere quasi sempre il nostro peso… E non sappiamo bene dov’è che stiamo andando. L’inquietudine cresce: il macabro incontro con un pezzo di cotenna di cinghiale nella neve fa il resto. Ci scherzo su, ma rabbrividisco, e non di freddo. Cavo un po’ di coraggio da qualsiasi cosa su cui mi capiti di posare gli occhi: i pali della luce dicono che per forza non possiamo essere lontani dalla civiltà; la neve a terra di tanto in tanto lascia vedere il fondo sterrato ma piatto e regolare di una strada; laggiù in fondo, nella valle, si vedono le luci della città. Quale, non lo so, forse non è una sola. La marcia è lenta e faticosa, troppa neve per pensare di procedere spediti. Il silenzio adesso è assillante. Non ho più riferimenti, né di tempo, né di spazio, nulla; mi pare d’essere in viaggio da un’eternità, basta neve basta buio… La mia unica ancora di salvezza è la luce di Mik, molto più potente della mia. Sospetto di non essere fatta per vivere al buio, perché al buio le paure si ingigantiscono; so già che domani ne riderò, ma stasera resto con il fiato sospeso.

Finalmente, sorpresa inaspettata, giungiamo ad un bivio. Non credo ai miei occhi quando vedo un’indicazione stradale, chiara, inconfondibile: adesso è sicuro, che siamo sulla strada giusta! Ora sì… Sono talmente contenta e leggera che quasi quasi sulla neve lascio impronte meno profonde. Meglio di me però se l’è cavata l’ungulato che ha pensato, è evidente, di farsi la stessa passeggiata, solo un po’ prima di noi, scendendo giù lungo la strada innevata, solo con qualche deviazione in mezzo al bosco. Le luci di Vaie si vedono giù, in fondo, ma abbiamo ancora sette-otto chilometri per arrivarci, tutti su neve insidiosa, ghiacciata, che non accenna a cedere il passo nemmeno quando abbiamo ormai perso abbondantemente quota. Mik sembra avere le ali ai piedi in discesa; sarà la fame, la voglia del lettuccio caldo,chissà? In entrambi i casi, non posso dargli torto; la tensione ormei s’è stemperata, il sonno è in agguato.

Camminiamo per un’eternità, curva dopo curva, tornante dopo tornante. Buttiamo l’occhio per scoprire qualche possibile scorciatoia, ma gli esperimenti sono un fallimento: si rischiano i garretti! Vaie è lì, proprio lì sotto, sempre disperatamente alla stessa distanza; sembra che non ci si avvicini di un millimetro, nonostante la discesa! Però si vedono anche le cime della valle, con la neve che le incappuccia fino giù, giù.
Gli occhi gialli di un micio che si arrampica sul tronco di un albero e lì, in quella precaria posizione, ci fissa dal bosco; le prime case, l’abbaio imperioso di due meravigliosi maremmani chiusi in un giardino, l’ultimo tratto di discesa su una vera e propria pista di pattinaggio sul ghiaccio.
Poi, finalmente, l’asfalto: dopo una traversata così impervia e massacrante per i muscoli, l’ideale è qualche chilometro di strada secondaria, la tranquilla ciclabile che ci riporta a Chiusa San Michele passando accanto ad alcune imponenti ville protette da intere mute di cani da guardia. Abbiamo messo in saccoccia circa 750 m di dislivello in salita ed è anche la prima sera in cui rientriamo alla base senza essere mezzi morti di freddo. A pochi passi da Chiusa, alzo lo sguardo e non la vedo più: strizzo gli occhi, osservo meglio, c’è una sagoma nera su in alto, sulla montagna, fa un buco nel tappeto di stelle; la Sacra? Sì, risponde Mik, di notte la spengono. Bene, allora la Sacra c’è, posso stare tranquilla. Manca solo una cosa ad una serata perfetta: una bella tazza di cioccolata calda…

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!