10/03/09: Notturna al Musinè

Stasera “full moon party”, così lo battezza Mik: ma sì, mettiamoci un po’ d’inglese, che fa tanto moderno e non impegna. Non possiamo proprio lamentarci: la luna piena ce l’abbiamo. Ed abbiamo anche l’aria limpida che più limpida non si può: merito forse della giornata di vento, forse della pioggia abbondante dei giorni scorsi; già dalla tangenziale di Torino si distinguono, nonostante il buio della notte, i contorni netti della corona di montagne contro il cielo, velate di grigio fino giù giù; quel grigio che di giorno è bianco ed è la triste prova di quanta neve sia scesa in questo interminabile inverno. Triste per chi ama guadagnare le alte quote cavalcando la bici da corsa: toccherà attendere con tanta, tanta pazienza.

Destinazione Caselette, almeno per la Opel. Per noi, invece, la vetta del Musinè, quota 1.100 e poco più. Se Mik non me ne avesse parlato, non avrei mai saputo nulla, pur vivendo a pochi chilometri da qui, dell’intrico di leggende e fantasie che avvolge questo luogo; si narra che sia teatro di manifestazioni inspiegabili, presenze misteriose ed inquietanti, fenomeni luminosi; si dice che induca nientemeno che “fenomeni di percezione extrasensoriale”… Beh, cavoli, un ottimo motivo per andare a dare un’occhiata; chissà che non riesca a percepire i numeri vincenti del Superenalotto!

Partenza del sentiero accanto al campo sportivo, con la luce della luna che rende, almeno per il momento, inutile la pila frontale. Io ho scelto, per prudenza, gli scarponi, memore della marcia nella neve di un paio di mesi fa: partendo proprio da qui, abbiamo viaggiato per un’eternità affondando nella neve fino al ginocchio… Mik invece, più ottimista, è già passato alle scarpe leggere: i fatti gli daranno ragione. La prima parte della salita, fino al Santuario di Sant’Abaco, si snoda su un bel sentiero ampio e tocca alcune cappellette, recanti ciascuna il nome di un personaggio o di una famiglia che, credo, ne ha finanziato la costruzione o qualcosa del genere: un obolo per qualche anno di Purgatorio in meno? Ma sì, ci sta, se ci stanno i lupi mannari e le streghe e i dannati quassù… Non c’è che l’imbarazzo della scelta, a ciascuno la sciocchezza che preferisce!
La pendenza è severa ma non ancora troppo; alcuni tornanti in rapida successione ci portano presto al Santuario. Non appena saliamo un po’ rispetto alla pianura, ai nostri occhi si apre uno spettacolo bellissimo: incredibile, come la notte possa trasformare in meraviglia ciò che, di giorno, è solo un’accozzaglia di cemento, strade, capannoni, ferrovie. La pianura è una distesa di luci scintillanti; l’altro versante della valle sembra proprio qui, a due passi, nitido; si vedono anche lì le pieghe della montagna, la linea della neve, le luci di chissà cosa, forse piste da sci, forse rifugi. E si vedono la Basilica di Superga e la luce mobile del Faro della Maddalena. Fa freddo, soffia una leggera brezza, ma siamo ormai lontani dalle temperature glaciali di due mesi fa, quando Mik ed io abbiamo dato vita a questa bellissima abitudine del vagabondaggio notturno in montagna. Non vedo l’ora che la neve se ne vada, perché possiamo lanciarci su qualche itinerario ancora più ardito, ancora più su. Sarà difficile convincere l’irriducibile Mik a rinunciare del tutto, per una notte, al materasso in favore del sentiero… Ma gutta cavat lapidem; tradotto in parole povere, se continuo il mio paziente lavoro di stracciamento dei santissimi, magari cede!

Strano contrasto, io salgo con la giacca invernale rubata al corredo da bici, i guanti lunghi, il berretto di pile, mentre Mik procede in maniche corte. Oltre il santuario, la pacchia finisce: il sentiero si impenna e si inerpica, irregolare, su per le rocce. La vegetazione tutto d’un tratto cambia radicalmente: del bosco resta solo più qualche albero isolato, qualche arbusto spennacchiato, qualche cespuglio che non sembra godere di ottima salute. Tra le apparenti stranezze che appartenono a questa montagna c’è proprio la mancanza di vegetazione; si dice che i numerosi ed ostinati tentativi di rimboschimento si siano conclusi, sempre, miseramente, con la morte delle nuove piante. Boh, sarà un ragionamento semplicistico il mio, ma mi viene in mente il Mont Ventoux: lassù non cresce un filo d’erba, perché tira un vento dannato… Qui sul Musiné non soffieranno le stesse raffiche, ma, se ci si guarda indietro, non si può fare a meno di notare che siamo su un costone affacciato sulla pianura, direi ben esposto, anche qui, al vento. In più, la roccia sembra battere di gran lunga, in proporzione, la terra. Non trovo così inspiegabile il fatto che ‘sto posto sia pelato come una zucca o quasi.

Pochi passi sul sentiero e, in mezzo ai pochi rami, intravedo un’intensa luce azzurra: incredibile, non siamo gli unici pazzi di passaggio a quest’ora quassù! A meno che si tratti delle famose anime dannate… In fondo, i tempi cambiano per tutti; può ben essere che anche loro si siano stufate di brancolare nel buio e si siano dotate di pratiche lampade frontali. Per essere dannati, sono comunque molto cordiali, salutano con allegria e proseguono verso la pianura.

Mik si mette davanti e tira come una locomotiva; io gli sto dietro come posso, ma solo grazie al fatto che ogni tanto, bontà sua, si ferma e controlla a che punto sono. Il mio cruccio sono gli scarponi, che costringono i piedi ad un’andatura più goffa e faticosa, anche se danno una buona protezione alle caviglie, su questo fondo così scosceso ed irregolare. Calpesto foglie che sembrano di nocciolo, incespico e sbuffo come una locomotiva; di questo però non mi stupisco, è sempre così all’inizio di ogni fatica, sia ciclistica che podistica. Cuore e fiato non tarderanno a placarsi. Così, ad occhio, il sentiero raggiungerà almeno un paio di selle prima della cima vera e propria, che si intravede già nel buio, lassù, incappucciata da un alone bianco che è il riflesso della luce lunare sull’enorme croce piazzata in vetta. Più lo guardo, Mik, e più invidio il suo passo leggero, proprio come se si muovesse in assenza di gravità; il fiatone, lui, non sa nemmeno cosa sia. Apprezzo moltissimo, tra me e me, l’andatura regolare, spedita ma non ancora tale da tirarmi il collo: speriamo che il dannato, lui sì, non acceleri! Anche se penso che questo sia un ottimo itinerario su cui organizzare una cronoscalata.

Il sentiero sale costante con rampe cattive, vere coltellate nelle gambe; stasera, osserva Mik, è puro dislivello. Spesso ci tocca ricorrere all’aiuto delle braccia per superare qualche scalino; per me, poi, la salita a quattro zampe è un’abitudine, elevata poi all’ennesima potenza in discesa. Man mano che ci innalziamo sulla pianura, sentiamo più forte e più freddo il vento; non faccio altro che alzare ed abbassare in continuazione la cerniera della giacca, oltre a rabbrividire per i poveri bronchi di Mik, che da qualche mese a questa parte non se la passano troppo bene. Quasi quasi vorrei fargli notare che la maglietta a maniche corte non mi pare la scelta più saggia… Ma poi mi ricordo che non è il caso di far la mamma e taccio. Meno male, così risparmio un po’ del mio poco fiato!

Qualsiasi cosa diventa un buon appiglio in questa ripida ascesa: anche i tronchi dei pochi, rachitici alberelli, anche le rocce. Non ho grandi remore a metter le mani dove capita: questo è indubbiamente luogo di villeggiatura da vipere, ma non in questa stagione, almeno, non credo. D’estate qui deve picchiare un sole feroce!

Siamo già oltre la metà del percorso di andata; di presenze occulte, nessuna traccia – è evidente che si occultano bene; in compenso, però, ci folgora la presenza palese, imponente ed abbastanza orrenda del traliccio enorme di un elettrodotto. Terribile, appunto: ma ti piace la corrente elettrica in casa, vero Gian? Ti piace il microonde, la lavatrice, il computer? E allora fai meno la schizzinosa e taci… Il traliccio s’ha da fare e tollerare, punto e basta.

Oltre, il sentiero si impenna, se possibile, ancor di più; fa la sua comparsa quella poca neve che è rimasta, qualche chiazza qua e là, che però non ci crea altro problema che qualche breve tratto di sentiero fangoso. Tengo d’occhio l’enorme croce, che pian piano si avvicina; ormai salgo solo più a quattro zampe, mi appendo ovunque per strappare questo corpaccione alla gravità. E penso, con terrore, all’idea di dover fare lo stesso percorso a ritroso. Mik ha accennato ad un’altra via di discesa: ma pare che non sia tracciata, quindi sarà improbabile individuarla, soprattutto di notte.
Quando la vetta sparisce del tutto, diventa evidente che ormai ci siamo sotto: ancora qualche sforzo, su rocce umide di neve e con l’aiuto di un paio di catene fisse, e spuntiamo sulla cima, ai piedi di un’immensa croce bianca, ancor più orrenda del traliccio, se possibile. In compenso, da quassù si gode una vista spettacolare sulla valle e sulla cerchia di montagne: davanti a noi, sull’altro versante, la Punta Aquila, teatro di una delle più belle scorribande notturne di quest’inverno. Una tavola segnaletica indica le varie vette visibili da qui, l’Aquila appunto, poi l’Uia di Ciamarella, il Rocciamelone… E si vedono, davvero, sotto la cascata di luce della luna.
Non posso fare a meno di ripensare ad un’intervista pubblicata dalla rivista Alpidoc a Piergiorgio Odifreddi, irriducibile razionalista… Si parlava di un gruppo di fedeli saliti in cima alla Bisalta, su cui svetta una croce di metallo, nel 1960, ed uccisi da un fulmine; evento ovviamente interpretato come segno di chissà quale punizione divina per chissà quale misfatto. Odifreddi è sarcastico e geniale: “…dal punto di vista della natura, non c’è niente da interpretare: se uno mette una croce di ferro su una montagna, visto che il ferro attira i fulmini, c’è il rischio che i pellegrini rimangano stecchiti”. Elementare Watson!

Abbiamo superato ottocento metri di dislivello in un’ora e poco più: niente male. Peccato non poter pensare di tenere lo stesso ritmo più a lungo; i muscoli si ribellerebbero ben presto. La temperatura quassù, per effetto del vento, è gelida; la maglia umida di sudore; rabbrividisco. E’ solo per pigrizia, che non mi decido mai a portarmi un indumento di ricambio.
Dopo qualche timido tentativo di ricerca del sentiero alternativo per la discesa, rassegnati, torniamo sui nostri passi; con infinita cautela, scendiamo giù scivolando ed incespicando sulle rocce. Mik è preoccupato per la condizione delle sue gambe: domenica lo attende la Mezza Maratona di Torino… A me invece basta non fracassarmi qualche osso; poi, se domani i muscoletti urleranno, pazienza, farò il possibile per ignorarli.
“Se aguzzi la vista, laggiù vedi la macchina”: siamo a picco sul parcheggio di Caselette, mi fa notare Mik. No, non la vedo, sono troppo miope… O forse qualcuno l’ha fatta sparire!

A ritroso, la pendenza si attenua un po’; peccato non potermi godere il panorama, ma devo restare concentratissima sui miei passi. Già così, inciampo di continuo. In certi punti, il sentiero sembra scendere a picco sulla pianura: devo fare uno sforzo per contenere il senso di vertigine e paura. Meno male che Mik controlla la situazione, curando sia la sua discesa che, con molta discrezione, anche la mia. Ormai lo sa, che sono un soggetto pericoloso!

Poco oltre il traliccio, si stacca una traccia di sentiero che va verso il basso: forse un’alternativa, parziale, alla discesa per la via della salita. E’ una traccia minima, ma abbastanza chiara, che lì per lì sembra tuffarsi nel canalone di fronte a noi, ma poi piega a tornanti e scende giù. Dovremmo andare a finire, secondo Mik, alla strada tagliafuoco che collega, su sterrato, Caselette ed Almese: per forza, quella strada passa qui sotto; ci dobbiamo arrivare. Il problema è che, nel buio, non riusciamo proprio ad intuire dove questo sentiero che stiamo calpestando vada a buttarsi. In ogni caso, seguo Mik fiduciosa: di certo ne sa più lui di me; infatti, in molti punti, si butta deciso su una traccia che io non avrei mai nemmeno indovinato. Superiamo un paio di bivi, sempre puntando decisi verso il basso; ci pare di essere in discesa da un’eternità… In realtà è solo la sgradevole sensazione data dalla discesa, ripida e sconnessa, che dilata i tempi e riesce, a noi salitomani, del tutto indigesta.

Prato, rocce spesso aguzze, ometti di sassi; piante ancora poche, pochissime, basse e dall’aspetto sofferente. Davanti a noi le luci, infinite e immobili, infinite e mobili della vita della pianura, i nastri illuminati che sembrano stelle filanti e sono le strade del fondovalle. Ne salgono anche i rumori, i motori, i clacson, i latrati dei cani. Man mano che scendiamo, possiamo distinguere i profili degli edifici. Ed un alone chiaro dietro ai monti dà quasi l’impressione che stia per spuntare l’alba, in realtà ancora lontana.
Non posso nascondere una certa preoccupazione: nessuno dei due sa in realtà dove stiamo andando… Questo è un sentiero segnato, evidentemente percorso, poi ci sono le tacche, gli ometti; tutto questo, però, lo penso per convincermi, senza convincermene. Magari, tra un po’, raggiungiamo un punto dove non è possibile proseguire… E ci tocca tornare su! In realtà, tornare su non sarebbe poi questo gran problema; il fatto è che, ormai lo so per esperienza, individuare un sentiero, anche evidente, nella notte, non è affatto una questione così facile da risolvere, anzi. Tutt’altro!

Mik procede sicuro, lo seguo. Quasi quasi, laggiù, mi pare di intuire una linea chiara trasversale. Infatti, dopo un’interminabile serie di giravolte, piccole selle, passaggi nascosti tra le pietre, ecco che spuntiamo, all’improvviso, sulla bella mulattiera tagliafuoco, bianca di ghiaia. Troppa grazia: ci concediamo almeno qualche minuto di normale camminata sulle gambe dritte, sperando che tutto ciò aiuti a mitigare i lamenti che domani si leveranno dai muscoli indolenziti e bistrattati. L’enorme croce lassù, sopra le nostre teste, ormai lontana. Attraversiamo il pianoro erboso, l’estremo baluardo dei merenderos domenicali, del cui passaggio resta qualche traccia di barbecue, e ce ne torniamo all’asfalto, alla Opel, a nanna. Senza aver visto nemmeno un fuoco fatuo, nemmeno piccolo piccolo. La prossima volta sarà meglio premunirsi: porterò il fiasco di Genepy!

(Visited 13 times, 1 visits today)

Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!