10/11 luglio 2010 – Gran Trail Valdigne

“Ah sì, Giancarla Agostini”. Non mi tocca nemmeno fare lo sforzo di estrarre la carta d’identità dal portafoglio: ormai devo essere famigerata a tal punto che, qui e là, il mio nome ricorre. La signora che distribuisce i numeri di gara mi consegna il pettorale 201 e mi mette in mano una penna ed un papiro da firmare: scarico di responsabilità, o qualcosa del genere. Pare che il mio certificato medico non risulti consegnato all’atto dell’iscrizione: eppure sono certa di averlo inviato via posta elettronica, e comunque ce l’ho, garantito che ce l’ho, e poi sono tesserata per due federazioni podistiche ed una ciclistica, più di così… E, soprattutto, credo di aver già avuto piena dimostrazione della solidità del mio cuoricino. “Firmo tutto quello che volete, anche un assegno in bianco, un bonifico… Basta che mi facciate partire!”.

Al via della gara mancano ancora quasi due ore; c’è tutto il tempo per girovagare per Morgex, farsi un caffé, scambiare quattro chiacchiere, aggiungere un secondo caffè. Ormai è difficile percorrere dieci metri senza attaccare bottone: è vero, la categoria dei matti che si cimentano con queste avventure è di anno in anno più numerosa, ma ci sono i volti noti, gli assidui, quelli che son sempre dappertutto, come il prezzemolo. Proprio come me. L’unico guaio è che, per ricordarmi un volto ed associarlo magari anche ad un nome e ad una storia, dovrei incontrarlo almeno tre o quattro volte; capita così che, al festoso saluto di qualche corridore, io risponda con altrettanta enfasi, salvo poi rimuginare per un bel po’: “Ma chi sarà mai costui? Dove l’ho già incontrato?”.

In compagnia di Giorgio, faccio due o tre volte la spola tra il parcheggio, il palazzetto dello sport e l’area della partenza: c’è sempre qualc osa che hai dimenticato, qualcosa che hai lasciato in auto ma forse ti converrebbe portarti dietro, qualcosa che hai messo nello zaino ma, a pensarci bene, ti sembra inutile. Nel mio c’è l’essenziale: telo termico, giacca impermeabile, un cambio di maglietta e canotta, perché si prevedono temporali nel pomeriggio; ancora, la luce frontale, le batterie di ricambio, il bicchiere, l’acqua e la pappatoria. Scruto il cielo senza troppa fiducia: vero, per ora l’azzurro la fa da padrone, ma nel pomeriggio ci toccherà soffrire e stare all’umido. Le previsioni del tempo, ormai, non sbagliano più; inutile illudersi. Mi consola il fatto che un bollettino meteo affisso ad una bacheca nella zona della partenza annuncia lo zero termico a 4.400 m di quota: se non altro, non si patirà il freddo.

La partenza da Morgex, anziché da Courmayeur, novità di quest’anno per il Gran Trail Valdigne, mi dà l’impressione di essere un po’ sottotono: non mancano i partecipanti, né il palco, né la musica, ma la sensazione è quella di un evento meno sentito, di un via meno intenso e coinvolgente. Meglio così, intendiamoci, per i miei gusti. Del resto, io stessa non sento più quella frenesia, quell’ansia che provavo in occasione dei primi trail. Non che io abbia in tasca la certezza di concludere la gara, beninteso; sono pur sempre poco meno di 90 km per 5.400 m di salita, una notte a spasso per sentieri. Però, oggi posso permettermi di sdraiarmi sull’erba del parco giochi, sgranocchiare quel che resta di una buona dose di focaccia e consolare, per quanto possibile, le paturnie del buon Giorgio, che si è iscritto alla versione “corta” della gara – corta si fa per dire, sono poco meno di 50 km – ma vorrebbe tanto poter cambiare idea… Ci ho provato, io, a richiedere lo spostamento del suo nome all’elenco iscritti del percorso lungo: ma la risposta è stata picche, chissà poi perché, visto che il costo delle due prove è identico ed era già stato pagato, in ogni caso, da un bel po’. Forse i boss non vogliono trovarsi a dover gestire un carosello di variazioni per colpa degli eterni indecisi. Poveretto, ha tutta la mia comprensione: piuttosto che prendere parte al percorso breve di una gara che prevede anche un itinerario più lungo, mi rinchiuderei in casa a cospargermi il capo di cenere; sarebbe una sofferenza troppo profonda. Ma tant’è… Godiamoci gli ultimi istanti di riposo, con la schiena appoggiata al morbido e la testa abbandonata sullo zaino; passeranno ore ed ore di tregenda, prima di poter assaporare un’altra volta un momento come questo.

Ennesimo caffé prima di entrare in griglia: sulla rotta verso il bar, mi imbatto in Teomat, alias Matteo Ghezzi, il vincitore dell’edizione 2009 del Gran Trail Valdigne ed ovviamente al centro dell’attenzione anche per quest’anno. Spero tanto che riesca a fare il bis… Caffé con lo zucchero: è una concessione che mi offro solo prima di una corsa o di un allenamento, contravvenendo alla regola secondo cui il caffé buono va sorseggiato amaro. E’ una debolezza, lo so, ma ho un alibi; posso sempre scaricare la colpa su Giorgio, che, in fatto di caffeina, è un consumatore dipendente più incallito di me. Poi, via verso le transenne; primo controllo del chip, poi ci si trova un angolino defilato e si poggiano le soavi chiappe a terra. Al via manca ancora più di mezz’ora, che Giorgio ed io dedichiamo al pettegolezzo selvaggio. Un tatuaggio su una caviglia con lo stemma della Marathon des Sables, una ragazza che corre con il velo bianco da sposa in testa; l’orologio del campanile che sembra essersi fermato, il cielo azzurro solcato da qualche nuvola passeggera, lo zaino piccolo, lo zaino enorme, guarda quelle scarpe strane, quelle altre uguali alle mie… Menar la lingua è uno dei modi più efficaci per stemperare la tensione, con un occhio fisso alle lancette del campanile. Già, perché io come al solito non ho con me alcuno strumento che misuri il passare del tempo – c’è il telefonino, ma quello è ermeticamente chiuso nella tasca, invisibile – ed il mio compare ha un aggeggio da polso complicatissimo, con milleduecento funzioni compresa la messa in piega, l’autolavaggio e la cottura dei toast… Ma con le batterie quasi completamente scariche. Utilissimo, direi.
Ormai rischiamo, così distesi per terra con le zampe allungate, di farci rovinosamente calpestare dalla folla. Meglio alzarsi, anche se manca ancora qualche minuto. L’altoparlante sbraita raccomandazioni che, in mezzo al brusio della folla, arrivano ai timpani a pezzi e bocconi. Drizzo le orecchie quando sento parlare di “temporali anche forti, intorno alle 17”: chi ha i bastoncini in carbonio è pregato di stare attento… Osservo i miei: non ho la più pallida idea del materiale di cui sono fatti, ma di sicuro non ho alcuna intenzione di abbandonarli per strada: primo, perché mi ripugna perdere materiale in ottimo stato; secondo, perché, senza bastoncini, sono un’escursionista finita, me lo posso scordare il trail!

Il sole illumina appena la via centrale, riparata dagli edifici. Qualche nuvola passa, di tanto in tanto, e va. Finalmente, a porre fine all’eterna attesa, arriva il via, quasi di sorpresa. Si parte, ci si ferma, si riparte, al passo, al trotto. I due percorsi, lungo e corto, si dividono appena oltre il ponte, circa un chilometro dopo il via: saluto Giorgio, lo rivedrò all’arrivo, forse. Se ci arrivo. Per certi versi, correre la gara in compagnia potrebbe essere piacevole; ma ormai ho realizzato, per esperienza, che a me la compagnia fa più danno che beneficio. Non certo per colpa del compagno di viaggio di turno, ma proprio perché sono io a non sapermi adattare, nemmeno quando l’altro fa del suo meglio per adattarsi a me. Per trovare il giusto passo, per frenare l’euforia, per superare i momenti di scoramento o di malessere fisico, per vincere la paura, devo essere da sola, non c’è nulla da fare. Altrimenti, rischio di rovinarmi il fegato e distruggere un’amicizia, perché solo io, ed i tapini che hanno avuto la sventura di provare l’esperienza, sappiamo a quali livelli di odio ed aberrazione io riesca a scendere quando sono in crisi. E pensare che, nella vita di tutti i giorni, mi si riconosce il pregio di essere una che vive, lascia vivere e si concentra sulle sue fissazioni senza tormentare il suo prossimo.

Vai, Gian. Le prime ore saranno pura sofferenza, ormai lo sai, da questo supplizio non ti salverà nessuno. Leggera corsa sul tratto iniziale di strada sterrata, che, nelle precedenti edizioni, era piazzato più o meno a metà gara. Già, il percorso ad anello è rimasto invariato, ma il via ha subito una traslazione di 50 km: ecco, se me l’avessero spiegata in questi termini, a scuola, la traslazione, forse avrei capito qualcosa. Lascio correre i siluri e mi metto al passo non appena la strada accenna a salire. Strada che diventa presto sentiero, in molti tratti corribile; una salita, una breve discesa a tornanti, poi ancora su e giù, fino al bivio presidiato dai volontari. E’ un’altalena di timori: vorrei correre di più, per non rallentare chi mi segue, ma ho paura di sforzare troppo i muscoli all’inizio, con il rischio di pagare il conto ben prima della fine. Discesa a tornanti su Pré St Didier: in senso contrario, salgono i corridori più veloci, che hanno già completato il giro nel centro del paese. Oltre il ponte sulle acque impetuose della Dora Baltea, attraverso il piazzale e raggiungo il punto di ristoro: anche se siamo appena partiti, un bicchiere di Coca non me lo leva nessuno. Riparto di gran carriera, decisa ad affrontare di petto questo primo tratto di salita, fino al rifugio di Arpy: chissà poi perché… Incrocio a mia volta corridori che ancora scendono. In salita non riesco proprio a trattenermi, se c’è qualche avversario nei paraggi: lo so, è una soddisfazione da poco, ma questo è l’unico terreno su cui posso permettermi di dire, qualche volta, la mia. Mi rendo conto che il ritmo che ho preso è esagerato per essere all’inizio dell’avventura: rischio serissimamente di scoppiare. Eppure è altrettanto emozionante vedere persone che si scansano per lasciarmi passare. Si sa, noi schiappe abbiamo bisogno del nostro piccolo motivo per sentirci grandi, anche solo per qualche istante… Per fortuna, il sentiero stretto rallenta a volte l’andatura della fila e mi consente di tirare un po’ il fiato, guardando, molto più in basso, da un tornantino, le case piccine piccine di Pré St Didier.
Il sentiero ripido confluisce in una strada sterrata, dove chi può si mette le gambe in spalla e schizza via. Io no: su questa pendenza, ben più blanda della precedente, sono impotente, per quanto paradossale possa sembrare. Percorro un tratto al passo veloce, in compagnia di Silver e di un paio di suoi compagni d’avventura, ma non riesco a tenere la loro andatura. Calma Gian, non consumarti inutilmente qui, non avrebbe alcun senso. Le gambe sono già inchiodate, il fiato corto, ma non è il caso di preoccuparsi; tutt’al più, di buttare giù un po’ di zucchero, se non altro per sentirne il gusto. E’ una cosa che ho notato da non molto: forse da quando ho aumentato le prove di lunga distanza a pochi giorni o settimane l’una dall’altra. Una gran voglia di zucchero, proprio le semplici zollette di zucchero, o le bustine da caffé, un desiderio che mi accompagna da cima a fondo della prova. Se poi lo zucchero bianco sia o meno l’alimento ideale, non lo so…

La strada sterrata offre un bel panorama sulle cime e passa accanto a bellissime case in pietra, con i vasi di gerani d’ordinanza ai balconi, ma non sale mai… Cammino ormai nel vuoto, ma solo fin quando si torna sul sentiero. Da qui, non mi è difficile mettere il sale sulla coda di chi mi precede. Un chilometro circa di sentiero ripido e sconnesso, che corre lungo un canale artificiale, colmo d’acqua, e lo interseca più volte. Tocca fare ben attenzione a non inciamparsi nel tubo che segue la stessa direzione. Salgo con andatura quasi frenetica, anche per non rallentare chi mi segue e non intende sorpassare: non sempre fare da locomotiva è così facile… La vegetazione è fitta ed umida; splendidi giochi dei riflessi del sole sulle gocce che bagnano le foglie. E poi il brusio dei fili dell’alta tensione, a ricordarci che stiamo solo giocando alla vita selvaggia: le comodità non sono lontane.

Il sentiero sbuca in un bel prato, ai piedi dell’abitato di Arpy. Abitato per modo di dire; le case, stupende e ben ristrutturate, con i tetti in lose, sembrano deserte, se non fosse per una tendina bianca ed un paio di pantofole sulla soglia di una porta. Primo vero ristoro, con la pappatoria, al rifugio. Come sempre, tracanno Coca Cola a volontà. e mangiucchio un po’ di tutto, dalla frutta secca al cioccolato, ai cubetti di zucchero che ingoio a manate. E mi porto via un po’ di formaggio, da sbafare nel successivo tratto quasi in piano. Via, di corsa, fuori, anzi no, si torna dentro: con le mani piene di cibarie, ho scordato i bastoncini. Lungo tratto al passo veloce in mezzo al pianoro: sfiliamo di fronte all’ultima baita, sotto gli occhi dei commensali di una ricca tavola imbandita in giardino. Qualche famigliola si gode il picnic sulle sponde del torrente; il sole è ancora limpido e caldo. Oltre il ponte, svolta a sinistra e poi subito a destra: si torna, finalmente, a salire, lungo una strada sterrata e fangosa che presto incrocia un’altra volta il corso d’acqua e torna ad essere sentiero. Si risale in parte proprio il percorso dell’acqua; benedette scarpe in GoreTex che mi evitano la preoccupazione di controllare dove metto i piedi. Tornanti su tornanti, verso quel che sembra il bordo di un gradino nella montagna, all’inseguimento non troppo prudente né sensato di chi mi precede, soffiando come un mantice, con il cuoricino che chiede pietà. Sento una fatica che mi schiaccia, dolori alle gambe, alla schiena: ma so che tutto passa, con la distanza, ed oggi non sarà un’eccezione, almeno spero.
Oltre l’ennesima svolta, mi trovo di fronte al lago di Arpy, affollato di turisti. Un attimo di esitazione sulla direzione da prendere; poi, due spettatori mi indicano il sentiero che corre lungo il lago. Infatti, scorgo più avanti altri compagni di sventura. Da lì, ancora salita, fino a lasciarsi la vegetazione sotto i piedi: con il naso all’insù, affretto il passo, raccatto qualche avversario, per conquistare una soddisfazione temporanea, che sarà smontata, pezzo per pezzo, non appena la pendenza s’invertirà. Non vedo altro che la punta delle mie scarpe, il prato ed il traverso finale, su al colle. Ci arrivo e trovo, lì appostate per il passaggio della corsa, coppie e famigliole accompagnate dagli amici a quattro zampe: non posso trattenermi dal dispensare due coccole ad uno splendido labrador dallo sguardo dolcissimo; “Mi porterai fortuna fino alla fine!”. Quota 2.400, circa: da qui a La Thuile, un’unica, lunghissima discesa. Con un occhio al sentiero e l’altro, preoccupato, ai nuvoloni che si addensano proprio nella direzione della gara: grigi, gonfi, minacciosi. Del resto, Gian, si sapeva già. Oggi il temporale non si scampa: e speriamo che sia solo quello, appunto, solo un temporale, e che la sera e la notte siano, come promesso, limpide ed asciutte. E’ indispensabile perché io possa pensare di concludere la gara.

La discesa è interminabile e drastica, soprattutto nella prima parte. Per quanto io mi sforzi di non pensarci, sento braccia e gambe intorpidirsi, persino le labbra formicolare. La vista si annebbia un po’ e la testa prende a fare un gran male, come se il cuore si fosse trasferito a battere nella scatola cranica. E’ anche possibile che sia andata così: lo spazio vuoto, da quelle parti, non manca… Mi assale un senso di sfinimento, una fiacca che non riesco ad arginare. Anche questa è una situazione che già conosco; mi accade spesso quando la discesa è molto ripida e veloce; sarà colpa della pressione, chissà. Forse dovrei fare come i sub; acclimatarmi gradualmente prima di scendere… Intanto, mezzo mondo mi sorpassa, come da copione. Saltano come camosci e filano via, mentre io sono costretta a condurre uno studio di fattibilità su ogni appoggio del piede. Ed a combattere contro la testa che gira. La sensazione di svenimento è così intensa che, quando sono ormai quasi a La Thiule, mi tocca fermarmi un istante sul ponticello di legno e riordinare le idee: va a finire che crollo come una pera matura…
Pian piano, mi avvio verso le prime case ed imbocco la strada sterrata che, seguendo il canale, porta al paese. Sullo striscione d’ingresso al punto di ristoro, leggo una notizia confortante: siamo al km 23. Ma allora… E’ vero, ho sofferto parecchio sinora, ma ho già macinato 23 km! Non è che ci sia poi tanto da stupirsi, visto che la gara è composta da quattro salite ed una è già alle spalle; in ogni caso, è una splendida sorpresa. “Complimenti – esclama una signora all’ingresso della struttura – meno male che il tempo accompagna!”. E qui, se avessi la materia prima, porterei d’istinto le mani in luogo innominabile: affermazioni come questa portano una rogna incalcolabile… Al tavolo del ristoro, alterno Coca Cola e brodo, fedele alla mia raccomandazione di fermarmi un po’; ci aggiungo poi qualche boccone di tutto, dalla frutta secca al cioccolato. Una rapida occhiata alle seggiole mi dice che molti tendono a prendersela comoda, intenti a mangiare, chiacchierare o curarsi le vesciche ai piedi: tanto meglio; vorrà dire che, per un po’, non resterò sola. Ma è più forte di me, io non ce la faccio a stare buona e calma. Devo ributtarmi fuori, con le mascelle ancora all’opera, fuori, verso la prossima salita. Mi distrae solo la splendida vista di un cagnone enorme, un incrocio con una Frisona, credo: pelo di aspetto e colore simile al Bovaro Bernese, ma questo è più grosso persino di un Sanbernardo. Lo punto, vorrei strappargli una carezza: ma lo vedo entrare in un cortile, seguito dai compagni bipedi, due persone che insieme, secondo me, non pesano quanto il bestione. Mi riporta alla realtà un rumore sordo, cupo, inconfondibile: il primo tuono. Lascio la vita di La Thiule, tavolini e negozietti, per salire verso un cielo plumbeo che più non si può. “Meno male che il tempo accompagna”… Già, mannaggia la miseria. Imbocco il sentiero in mezzo al prato, che sale dolcemente: cosa buona e giusta per il pancino ancora impegnato nel primo atto della digestione. La temperatura è crollata repentinamente. Una marea di pensieri inquieti: il temporale inizia appena adesso; sto salendo verso un passo che supera i 2.500 m di quota. Di certo non arriverò lassù prima che Giove Pluvio si scateni; anzi, mi sa tanto che mi troverò nel posto peggiore e nel momento peggiore, tra non molto. Quindi? Quindi niente, non ha senso rimuginare, tanto non ci sono alternative. E, se anche ci fossero, non ne voglio sapere. Avanti, a tutti i costi, finché si può.
Più volte i goccioloni cominciano a cadere, costringono ad indossare la giacca impermeabile, poi si placano. Infila, sfila, sempre senza fermarsi, con evoluzioni degne di una contorsionista per tenere tutto in mano, la giacca, lo zaino, i manicotti, i bastoncini. Osservo i corridori accanto a me: qualcuno si copre, altri procedono imperterriti in maglietta. Brrr… Non sopporterei di camminare quassù con la sola maglietta, per giunta fradicia. E’ vero, con la giacca impermeabile si suda molto e ci si bagna lo stesso; però, se non altro, si preserva la sensazione di calore.

Sopra la nostra testa, le nuvole passano da un grigio intenso ad un orrendo color topo: ho la sensazione che marchi proprio male… Però, se non altro, a me sembra di stare un po’ meglio. Ho recuperato un buon numero di fuggitivi; altri ne recupero sul breve tratto di ripida scorciatoia che taglia il tornante in mezzo alle poche case. Poi ancora strada sterrata, che mostra qualche traccia di una remota presenza di asfalto. Cosa Giove Pluvio abbia intenzione di riservarci, non si riesce a capire; di tanto in tanto, un raggio di sole riesce persino a farsi largo tra le nubi. Un curvone a destra ci porta al banchetto del ristoro: Coca, manco a dirlo, e the caldo. Arrivo già con il braccio proteso e la tazza in mano, a mò di mendicante; oggi vale la regola “chiedi e ti sarà dato”. La salita, da qui, è ancora lunga e blanda, almeno all’inizio. Il pianoro porta ancora tracce di neve, in via di scioglimento, e pozze che sembrano voler dire che ha già piovuto. Fosse vero… Ma i nuvoloni lasciano intendere tutt’altro, in verità, e le cime frastagliate delle montagne sembrano ancora più nere e minacciose con la luce metallica di questi istanti. Vai Gian, bando agli indugi, fila. Forse la scampi… Se almeno riuscissi a scollinare, lassù. Già vedo il passaggio, ben più in alto; le sagome di persone ferme sul colle. In realtà non è che cambi molto, a trovarsi sotto il fortunale appena prima del colle o appena oltre, ma è l’aspetto psicologico quello che conta. Il vento è freddo e rinforza, passo dopo passo; i primi bubbolii del tuono presto diventano rombi cupi ed inquietanti. Guardo giù per fare come gli struzzi, nascondere la testa, ma la luce improvvisa e violenta dei fulmini si fa vedere anche così. Lampi e colpi sempre più ravvicinati; vien voglia di coprirsi le orecchie con le mani, mentre i piedi annaspano sul sentiero, più in fretta, ancora più in fretta, su verso il colle. E’ strano: so bene che sto correndo un grosso rischio, anzi, lo stiamo correndo tutti noi che siamo nei paraggi in questo momento; però, non provo paura, anzi. E’ una strana sensazione, quasi di euforia. Sarei terrorizzata se con me ci fosse qualcuno a cui tengo, ma no, in questo preciso istante e sotto le saette ci sono io. Alla peggio, le piume ce le rimetto solo io… Forse non è, a mente fredda, un punto di vista così condivisibile, visto che, a casa, qualcuno che non sarebbe esattamente lieto dell’evento c’è; però, pensieri e sensazioni durante una corsa, quando il resto del mondo è così lontano che sembra quasi non esistere, sono elementari, istintivi.

Passo al colle a velocità da siluro e poi giù, per un sentierino scosceso e scivoloso che però a me sembra un’autostrada. Sembra sempre più scuro, come se stesse per calare la notte, ma sono sicura, pur non avendo con me un orologio, che siamo solo nel pomeriggio. Giù goccioloni sempre più decisi, ancora fulmini e tuoni: e quel poco che riesco a vedere del cielo davanti a me, con gli occhiali bagnati, è tutto fuorché incoraggiante. Va bè, Gian, dai, non è il momento di disperare. Una priorità per volta: adesso, l’essenziale è filare via di qua. Più in basso, potrai meditare sul da farsi. Alla peggio, se proprio Giove Pluvio non volesse saperne di mettere la testa a posto, puoi sempre fermarti a Courmayeur.
Però, le previsioni meteo hanno parlato di temporali, e di cielo sereno nella notte. Nel profondo del mio cuore incosciente e fiducioso, ci credo. Ho come la certezza che prenderò pioggia forse fino a fondovalle, ma poi potrò proseguire, all’asciutto per giunta. Intanto, però, i goccioloni hanno ceduto il posto a qualcosa di più solido: sono chicchi di grandine… E neanche poi così piccoli! Mannaggia, proprio io che non uso il casco in bici, lo vorrei adesso… Gambe in spalla per sfuggire alle saette ed ai bernoccoli, quasi mi stupisco delle mie insospettabili doti di discesista sul bagnato. Mi tocca pure una deviazione per andare a recuperare la borraccia che, saltata via dalla tasca, ha pensato bene di rotolare una decina di metri più in giù, verso il torrente… Mi scoccia, ma la recupero, non certo per il suo valore, ma perché detesto l’idea di abbandonare un rifiuto.

Dal sentiero al bosco ed alla strada sterrata: continua a piovere, ma ora si viaggia più sereni. Le cime davanti a me sono in parte nascoste dalle nubi ancora ostinatamente nere: ma sarà quella la direzione che dovrò prendere ora? Boh. Chissà come se la cavano i concorrenti del percorso corto. A quest’ora, Giorgio dovrebbe già essere al sicuro, ed anche parecchi altri, speriamo bene.
Poco prima di Courmayeur, la pioggia cessa del tutto. Raggiungo l’asfalto e faccio lo slalom tra pozze e pochi turisti frettolosamente equipaggiati con golf ed ombrelli: è l’unico momento in cui posso permettermi una telefonata e turbare l’operosa quiete del buon Matteo in negozio. Vedo così che sono circa le 18. Mi viene spontaneo abbozzare due calcoli: a Courmayeur siamo più o meno a metà e ci sono arrivata in otto ore… Già, però la prossima metà è più dura, infligge due salite toste alle gambe già stanche. Riuscirò a rosicchiare qualche minuto rispetto alle diciannove ore e venti dello scorso anno? Boh, in fondo chissenefrega…

Il punto di ristoro non è, come pensavo, al palazzetto dello sport di Dolonne. Tocca attraversare Courmayeur, il centro; è anche piacevole, visto il tifo sfegatato dei turisti del sabato pomeriggio. Poi si raggiunge un parco, un paio di gazebo: eccolo qui, il tavolo dei rifornimenti. Ancora prima di arrivare alla pappatoria, mi imbatto in Teomat: “E tu che ci fai qui?”, esclamo. “Mah sai, ho già fatto il giro una volta, adesso riparto…”. Lì per lì, non mi sorge alcun dubbio sull’attendibilità delle sue parole: sarebbe capacissimo di farlo sul serio. Invece no, mi racconta che si è ritirato per problemi di digestione. Peccato… Un attimo dopo, mi butto sulle cibarie con l’impeto di un’idrovora. Trangugio un piatto di pasta calda a mò di pitone, quasi senza masticare; caccio in bocca frutta secca, cioccolato, formaggio, in rigoroso ordine sparso. Ripartire, tutto quel che voglio è ripartire, andar via subito. E così faccio, in preda ad una furia che nemmeno io so spiegarmi: furia, entusiasmo, voglia di farcela. Mi rimetto in marcia senza nemmeno cambiarmi la maglietta alla pelle, fradicia: e sì che si va verso sera… La mia è un’aggressione in piena regola alla salita del Colle Liconi, in barba a qualsiasi norma di buonsenso e prudenza, se non altro per risparmiare un po’ le gambe. Con furia in mezzo al bosco, tanto che ad un tratto riesco persino a sbagliare strada. Ma quasi subito mi accorgo della mancanza di balise e torno sui miei passi, incassando un paio di improperi dal corridore che mi ha seguita fidandosi di me. Riacciuffo la retta via: e qui faccio conoscenza di un corridore che, iscritto al percorso lungo, ha sbagliato strada all’inizio della gara ed ha seguito per un’ora l’itinerario corto, prima di accorgersene e tornare sui suoi passi… Il tapino si cosparge il capo di cenere e si dà dell’idiota; io però lo ammiro moltissimo, per la volontà ferrea che lo ha spinto a tentare comunque, a buttarsi in una corsa ad inseguimento, laddove tanti altri avrebbero gettato la spugna demoralizzati. Invece questo fenomeno ha macinato un bel po’ di km più di me… Ed è qui, adesso!

Salita ripida in mezzo al bosco, col profumo dei pini e la luce che volge alla sera. Si arriva ad un rifugio che ben ricordo: Paolo, che segue a ruota, vaneggia di un the alla menta e di un pastore del rifugio di origine marocchina… Il the alla menta in effetti c’è, ma alla faccia del pastore marocchino, quella che vedo io è una gran bella donna bionda, con gli occhi chiari ed un sorriso meraviglioso! E non posso nemmeno pensare di avere un’allucinazione; nei miei momenti di follia, io vedo di solito George Clooney… Un altro lungo tratto nel bosco, prima di uscire sull’interminabile traverso che sale, a tratti anche ripido, più o meno in rettilineo, e ad ogni costone della montagna svela un altro lungo tratto, ed un altro ancora. Sprazzi di cielo azzurro tenue; le gambe reggono bene, ma non ne devo approfittare. Un po’ di zucchero di tanto in tanto, non si sa mai. Attraverso un paio di nevai con il cuore in gola: pochi metri, con il passaggio già ben segnato dalle orme di chi mi ha preceduto, ma una rapida occhiata alla mia sinistra basta ed avanza per farmi capire che, se dovessi scivolare, andrei a fermarmi molto, ma molto più giù. L’aria leggera mi appiccica la maglietta ancora umida alla pelle, ma non ha senso che mi cambi qui: tra poco c’è la salita ripida, il salto che mi farà sputare lacrime e sangue, oltre ad altro sudore. Procedo con cautela e rallento un po’, man mano che il sentierino si fa più stretto e scivoloso. Non vedo l’ora che arrivi la rampa… Per togliermi di qua.
Arriva, la rampa, eccome se arriva, eccola lì. La traiettoria di salita diventa d’un tratto verticale. Ed è più agra di quanto pensassi: non avevo calcolato il fango… Già è difficile salire con il naso quasi incollato al sentiero, piantando i bastoncini a mò di piccozze da ghiaccio; figuriamoci poi se le scarpe non sempre fanno presa sul terreno viscido e sulle rocce bagnate. Calma e sangue freddo: ho paura di scivolare, ma anche di scagliare inavvertitamente una pietra sulla capoccia di chi mi segue… Non vorrei davvero essere nei panni di chi passerà qui di notte. Ci metto l’anima in questo tratto, per colmare la distanza rispetto a chi mi precede: forza, anche la terza scalata è quasi fatta. Tra uno scivolone e l’altro, la paura mi fa quasi levitare fin su al colle. Ma in cima, un bicchiere di the caldo non me lo leva nessuno. E nemmeno qualche minuto di pausa per cambiarmi finalmente canotta e maglia: ora si scende e farà freddo. Solo un rapido sguardo al panorama dal colle, poi giù verso il pianoro: il lago è ancora in buona parte ghiacciato, un arcobaleno di colori dall’azzurro al bianco del ghiaccio al rosa del tramonto… Accenno qualche passo di corsa, ma è meglio che non tiri troppo la corda. Non avrei mai osato sperare di poter ancora contare, nel tratto più arduo della discesa, della luce del giorno.

Oltre il pianoro, il sentiero precipita giù con una serie di tornantini, accanto alla fragorosa cascata del torrente, quasi assordante. Più giù, verso il secondo pianoro, vedo alcuni concorrenti che sciano sul nevaio senza sci: mi assale il panico… Per fortuna, mi accorgo di un paio di puntini che invece hanno preso la via della pietraia. Meno male, alla neve c’è alternativa: quando ci arrivo, non ho dubbi e mi butto anch’io sulle pietre. Scomode, sconnesse, una tortura per i piedi, ma sempre meglio del pattinaggio. Laggiù, tra le poche casupole nel pianoro, è già in funzione il faro del punto di ristoro. Incredibile, quanto si riducano le distanze, quando si è già mandato a memoria il percorso. Ormai so cosa e quanto c’è da qui a qui a lì… Riempo la borraccia e riparto, destinazione Planaval, una lunga morbida discesa. Sei, sette km, circa: un podista accanto a me, toscano a giudicare dalla parlata, promette a chissà chi, al telefono, di raggiungere Planaval in un quarto d’ora. Trasecolo: sì, un quarto d’ora, manco con l’elicottero!

La lunghissima discesa supera un torrente: passaggio in cui approfitto del provvidenziale aiuto di un concorrente che mi fa strada. Poi via, in mezzo al bosco, senza fine. Ormai è buio; sulla destra, verso valle, luci di abitati; intorno a me, foglie, rami e radici a cui la luce della frontale dà vita, una sinistra spettrale forma di movimento immaginario. Ricordo che, poco prima del ristoro, il sentiero si fa più ampio e riprende a salire leggermente; infatti, passando accanto alla sagoma di una costruzione, forse una stalla, mentre presto orecchio ai campanacci delle mucche dal buio, ho l’impressione di scorgere una lucina che procede lesta, un po’ più in alto. E di lì a poco, molto prima di quanto mi aspettassi, ecco alla mia destra le luci di Planaval. Le luci, le voci, il brusio dei generatori. Perfetto, Gian: adesso, calma. Avrai ancora venti km, poco più o poco meno: fermati, mangia, riprenditi un attimo. Già, una parola… Bevo Coca Cola a volontà, anche se è a temperatura ambiente, che quassù significa fredda; bevo the e mangiucchio qualcosa, ma non tanto quanto vorrebbe il mio pancino. Ho fame, ma la pappatoria non vuole andar giù: tantovale allora riempire il sacchetto che ho attaccato allo spallaccio e cercare di buttar giù qualcosa strada facendo. Tanto, di qua in poi, c’è un buon tratto in piano.

Recupero i bastoncini e riparto, sgranocchiando frutta secca e cioccolato. La luce del ristoro sfuma pian piano; ora la strada me la segnano due concorrenti un po’ più avanti di me. Va tutto bene, finché posso approfittare della traccia, sia pure lontana, delle loro frontali. Il guaio è che, all’improvviso, li raggiungo e, complice una loro sosta, li sorpasso. Sono dolori… Non che manchino le bandierine di segnalazione, tutt’altro; è solo che, con l’aggravante delle mie difficoltà di vista, mi tocca zampettare su sassi e sfasciumi, là dove non si può più parlare di un vero e proprio sentiero. La vedo, la bandierina successiva; il problema è arrivarci senza capitomboli… Ripenso a quella splendida notte di agosto del 2008, quando ho percorso l’itinerario di questa gara con la guida di Matteo. Siamo passati di qui nella notte, anche quella volta, ed abbiamo tribolato l’indicibile per poi scovare la traccia quasi per caso: adesso capisco… Non è facile nemmeno stanotte, con le balise a guidare la rotta! Incespico un’infinità di volte e perdo il senso della distanza; so che, tra poco, mi toccherà affrontare l’ultima rampa… Ma non riesco a valutarne la distanza. E più inciampo, più sento salire il nervoso. Per fortuna, il cielo è meravigliosamente limpido, anche se la luna questa notte non ci fa compagnia.

Il rumore della cascata è fragoroso, assordante; dà alla testa, soprattutto nell’ultimo ripidissimo tratto. Per quel che posso, alzo l’occhio verso le lucine che salgono lente sulla verticale della mia capoccia, ma al buio non riesco a farmi un’idea della distanza. Cammina Gian, sali più in fretta che puoi, e pensa ad altro, non al frastuono che ti sta martoriando i timpani… O impazzirai! Anche qui, come sul Liconi, si cammina e si scivola nel fango; che angoscia, spiccare un passo poggiando su un piede che non sai se terrà… Fatica, fiatone, cuore che scoppia; chi mi sente arrivare si fa da parte, approfitta di una pausa. Guai, fermarsi in salita, guai.. Che sia quasi finita, non posso vederlo, ma lo sento quando le ginocchia cominciano a fare un po’ meno fatica per sollevare l’ingombrante posteriore. Sento un odore intenso di carne alla brace, ma forse è la mia immaginazione… Che i volontari del punto di controllo stiano improvvisando una grigliata notturna? Non so, non mi avvicino nemmeno per un bicchier d’acqua; saluto e passo oltre, sorpresa di trovarmi già sul lungo tratto di strada sterrata, quasi in piano, che porta verso l’alpeggio. Camminata veloce, con le luci di Planaval sulla destra, ma molto più in basso… Ed il sonno che, improvviso, mi piomba addosso. No, cavoli, non è il momento… Eppure, è fatale che accada proprio in questo tratto: qui la marcia è facile, non ci sono pericoli né sorprese, a meno di inciampare nei propri stessi piedi. Slalom tra le pozze: devono essere le tracce del temporale dello scorso pomeriggio. Ammiro le stelle e sbadiglio, mi perdo dietro a pensieri così lontani da sconfinare nei sogni, e chissà che questa non sia una via di mezzo tra veglia e sonno. Non è il momento di cedere; manca davvero poco, ormai.
L’alpeggio è deserto; ne sono sorpresa, mi aspettavo di trovarci il bestiame ed i cani da guardia. Nulla, questi muri hanno quasi l’aspetto di ruderi, sporchi e riparati da coperte stracciate a mò di tenda. Ma forse è il buio che rende l’immagine più cupa di quel che è. O il sonno.

Il corridore che ha scollinato poco prima di me è già sparito, arzillo ed agile. Io ho un sonno tale che vorrei davvero sedermi a dormire… Solo qualche minuto… Ma è meglio di no, quassù ci si raffredda in un attimo. Forza, Gian, vedrai che tra non molto raggiungerai il punto di ristoro. La strada diventa sentiero, sono confusa, non ricordo bene dove, come, per quanto. Si sale, si scende, si sale ancora; una curva, un’altra curva e dietro ancora il buio, il nulla, nessuno oltre a me. Eppure è la strada giusta, ci sono le fettucce… Un pendio erboso senza fine, le palpebre sempre più pesanti. Il rumore cupo del generatore è un vero soffio di vita per me: luce, le voci, ecco il rifugio. Mi ci butto con entusiasmo: non è la fame che mi spinge, ma il tentativo disperato di svegliarmi. Coca Cola, the, per l’ennesima volta; poi riparto, con la promessa di tornare qui, a settembre, con un carico dei celebri peperoni carmagnolesi, direttamente dalla Sagra.

Ora è davvero l’ultima salita. Di giorno, quasi uno scherzo, ma al buio… Il sentierino taglia il prato, salendo a tornanti, e poi diventa un traverso in pendenza, con il vuoto sulla destra. Non vedo altro che la stretta striscia di terra, poco più larga del mio piede, ed il pendio che si dissolve nel nulla, là dove la mia luce frontale non può essermi d’aiuto. E qui le gambe tremano: procedo pianissimo, un passo meditato dopo l’altro, pur con la consapevolezza che, così, impiegherò un’eternità. Pendo verso sinistra per il terrore di ruzzolare giù a destra: ho i nervi tesi come corde di violino, anche perché so bene cosa mi attende… Alla fine del traverso, come previsto, passo dalla padella nella brace. Alla Testa Fetita si arriva risalendo un tratto di roccia su cui, ahimè, servono le mani; ma fin qui sarebbe ancora tollerabile… Il guaio è che io non riesco ad individuare la linea del percorso tra una balise e l’altra; sarà anche elementare, ovvio, ma non ci riesco, sono davvero impotente. Supero con difficoltà il primo passaggio delicato, con i piedi malfermi su quel poco di terriccio umido, e per farcela mi aggrappo a tutto, anche agli arbusti. Provo con il secondo: esito, punto il piede, mi do lo slancio… L’appoggio scivola e mi ritrovo in un attimo, senza rendermene nemmeno conto, con le mani aggrappate alla roccia, i bastoncini penzolanti dalle fettucce ai polsi ed i piedi che non fanno più presa. E’ il panico. Riesco a girarmi di schiena, mi appoggio alla pietra confidando nell’attrito prodotto dal mio voluminoso deretano e realizzo in un istante che, da qui, non mi schioderò più… Con il cuore impazzito ed i singhiozzi che premono per uscire, mi sforzo di riordinare le idee. La roccia accanto a me mi dà la stessa fiducia di uno specchio per giunta strapiombante; se ci provo un’altra volta, finisco dritta e filata tra le braccia di Belzebù. Piango, sì, almeno mi sfogo, ma so benissimo che non è la più utile delle soluzioni… Non mi resta che aspettare, sperare che ci sia ancora qualche concorrente alle mie spalle. Mi siedo tra gli arbusti, il volto verso il nulla. Qualche minuto, già i brividi mi mordono le spalle, ed ecco una lucina, anzi due. Più o meno mi sento come se avessi visto arrivare un’intera squadra del Soccorso Alpino, con tanto di Sanbernardo e fiaschetta. Come se qualcuno mi avesse appena detto “Lazzaro, alzati e cammina”. Calpesto senza misericordia quel poco che resta della mia dignità e, con la voce ancora malferma, chiedo aiuto alla prima delle due lucine. Mosso a pietà, il sant’uomo si prende a cuore il mio caso e quasi quasi a spalle il mio peso: non solo mi fa strada, ma mi dà subito un gran senso di sicurezza. Mi ci affido con tale slancio che, se in questo momento mi dicesse “Fai un salto e buttati di sotto”, credo che obbedirei senza discutere… E’ un lettore dei miei racconti, il samaritano: mannaggia che bella figura che rimedio… Non posso nemmeno più nascondermi; questa specie di fagotto tremante ed infreddolito ha un nome ed un cognome, ormai. Pazienza, l’importante è che adesso siamo in cima, fuori dall’incubo. C’è un punto di controllo, in cima: ma il tratto più pericoloso è del tutto sguarnito…

Tribolo ancora un po’ a scendere giù per i pietroni; anche qui, la tecnica a quattro zampe con rinforzo di chiappa è quella che mi salva. Poi perdo inesorabilmente la scia del mio angelo custode; va troppo forte, lui… A me non resta che l’interminabile discesa verso La Salle, combattere contro il sonno cantando tutto quel che mi salta in mente, infarcire la melodia di coloriti improperi. Il polpaccio destro è contratto, fa abbastanza male; scendo scaricando il peso, per quanto possibile, sui bastoncini e sull’altra gamba: così, un buon numero di storte alla caviglia sinistra provvedono ad equilibrare almeno la sensazione di dolore ai due lati.
Le luci del fondovalle, che si vedevano di lassù, spariscono ben presto, quando la vegetazione torna ad inghiottire il sentiero. Un solo pensiero mi rimbomba tra le tempie: non finisce più, non finisce più… Non finisce davvero più, questa discesa da incubo, con la schiena che grida vendetta, le gambe che s’inciampano, il sonno che reclama il suo tributo.
Il piccolo grumo di case, il penultimo punto di ristoro, arriva inaspettato, come una vera liberazione. I volontari, nonostante l’ora tarda, sono più alacri e gioviali che mai… E c’è persino la focaccia! Passo come una meteora, ne afferro due bei bocconi e via, ancora in discesa, strada sterrata e poi sentiero, e ancora strada. Finalmente, l’abitato. Si potrebbe correre, qui, volendo: ma vedo che nessuno vuole… Tantomeno io. Ci troviamo, tre o quattro anime in pena, a ciondolare tra le case silenziose, le fontanelle e le cascate di fiori che la brezza agita nei vasi. E ritrovo un volto noto, il buon Silvio: con ritmi del tutto diversi, alla fine approdiamo allo stesso porto, più o meno nello stesso momento. Resta solo l’ultimo ristoro, poi via, pochi km di strada sterrata lungo il fiume, che ricordavo in discesa… Già, così pareva. A correre non ce la faccio; il polpaccio è inchiodato, il piede destro si appoggia solo con un angolo di novanta gradi. Non resta che il passo spedito da bersagliere: quattro chiacchiere per digerire l’ultima fatica, per aggiornarci l’uno con l’altro sulle ultime avventure. Quando la strada sbuca alle prime case di Morgex, alzo lo sguardo e noto che le montagne spiccano già un po’ di più nel cielo… Le prime, primissime luci dell’alba. L’orologio del campanile indica le quattro e mezza passate da poco: stai a vedere che rimango al di sotto delle diciannove ore… Silvio ne è sicuro, ma io stento a crederci: l’accetto solo quando realizzo che l’arrivo non è, come temevo, oltre Morgex, ma è in pieno centro.

Riconosco la sagoma di Giorgio: quel matto ha brutalmente interrotto il comodo sonno in albergo per venire ad aspettarmi… Scatta foto, si unisce alla corsa, scatta ancora; e dire che ha nelle gambe i 47 km del percorso corto, che sono comunque tutt’altro che una scampagnata, percorsi in meno di dieci ore… L’ultimo dolore, il sottopassaggio; poi la via centrale, l’arco d’arrivo… E’ fatta. Finita, anche questa volta, riuscita alla perfezione: 18h 48′, mezz’ora meno dell’anno scorso. E non mi resta che festeggiare nel modo più bieco, per rispetto del corpaccione stanco ed accaldato: una solenne birra gelata… Per la serie, se non uccide, nel caso specifico per congestione, allora fortifica!

(Visited 10 times, 1 visits today)

Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!