11-18 settembre 2011 – Tor des Geants 2011

“Se la memoria potesse ricordare con esattezza l’esperienza passata, non faremmo più nulla. Resteremmo tutto il giorno seduti a fantasticare sul passato. Perché sfidare il presente, se il passato è così gradevole? Ma la memoria, per fortuna, ci è amica. Sfuma le esperienze negative, stempera quelle positive. E quando a valle, nel mondo reale, se così vogliamo chiamarlo, la vita comincia a corrodere il ricordo dell’ultima ascensione, sentiamo che è giunto il momento di tornare ai piedi della parete e rimettere tutto in gioco”.
Joe Simpson, “Questo gioco di fantasmi”
Me l’hanno già detto innumerevoli volte: “Eh, cosa vuoi che sia, ce l’hai fatta l’anno scorso, ormai sai cosa ti aspetta”… Già, peccato che aver coscienza del destino che ci attende non sia sempre un vantaggio. In questo caso, ad esempio, non lo è affatto.
Tutto come un anno fa: una mattina luminosa di sole, la via centrale di Courmayeur invasa di curiosi individui in abiti per lo più attillatissimi e variopinti, con famiglia al seguito, amici, oppure soli. Hanno, anzi abbiamo tutti un paio di particolari in comune: un braccialetto elettronico al polso con il logo “Courmayeur Trailers” ed un quadrato di carta applicato da qualche parte, sulla pancia, sui pantaloni, sullo zaino. Per la verità, il quadrato di carta non è proprio uguale per tutti: se vogliamo essere pignoli, ed anche un po’ vanitosi, per molti si tratta di un numero viola in campo bianco; per altri, è invece un numero bianco in campo viola, e con tanto di nome e cognome. Spetta anche a me questo privilegio: un anno fa ero qui, da qui sono partita e qui sono arrivata; in mezzo, oltre centoquaranta ore di cui ricordo solo la bellezza. A chi ha concluso il Tor des Geants nel 2010, e nonostante tutto si ripresenta qui stamattina, tocca il numero di pettorale equivalente alla posizione conquistata in classifica generale l’anno scorso, per me il 133, nonché la personalizzazione. Tocca a me, ma anche a Giorgio, recidivo pure lui.

Si consuma il rito dell’ultimo caffé, un vizio per me, una dipendenza patologica per il mio compare, in fondo per entrambi un ultimo passo per allontanare il momento critico dell’entrata in griglia. In fondo, sinora ho manifestato più ansia di quella che mi tormenta in realtà. L’ho fatto perché è così che dovrebbe essere, perché ad una prova da 330 e rotti km ci si può solo accostare con terrore. Però, in cuor mio, mi sento quasi tranquilla. Che sia la quiete prima della tempesta? La tensione nasce dall’atmosfera di festa, di chiasso, di fibrillazione, dall’altoparlante che spara musica e commenti, dalle voci e dai gesti spavaldi ma spesso forzati. Sentimenti contrastanti: da un lato, non vedo l’ora di partire; dall’altro, ripenso in un attimo all’interminabile sequenza di passi, luoghi, respiri, dolori, gioie e turbamenti dell’avventura già vissuta… E dì, lo ammetto, è una domanda che non riesco a scacciare: “Gian, ma sei sicura di aver voglia di rifare tutto questo?”. Sto invecchiando, è evidente. Una domanda del genere non me la sarei mai posta, un tempo…
Tanti visi noti: ormai, a furia di prendere parte a tutte le corse possibili ed immaginabilli nel raggio di mille km, ho in mente un elenco di ritratti più lungo del casellario dei ricercati nei telefilm polizieschi. Chi ci riprova, come me, come Giorgio, come Luciano, e chi fa il battesimo, come Domenico, Oscar, Silvio… Quante volte, in questi dodici mesi, ho ricoperto, con una certa malcelata soddisfazione, il ruolo della dispensatrice di consigli. Molti, tra quelli che me li hanno domandati, sono qui.
Le parole che escono dall’altoparlante sono quasi soffocate dal brusio dei corridori. Mi cade l’occhio su una bottiglia di Coca Cola da un litro e mezzo, infilata nella tasca portaborraccia dello zaino di un giovane corridore straniero: visione celestiale! Evidentemente non si tratta di un maniaco del peso o del cronometro…

Mi dichiaro agitatissima anch’io, forse per scaramanzia. O forse lo sono davvero, chissà. Sulle note di “Il più grande spettacolo dopo il Big Bang”, di Jovanotti, non c’è più tempo per pensare. Si parte. E’ elettrizzante correre via tra due ali di folla, lungo il corso centrale del paese; campanelle, campanacci, tifo da stadio, zaini che ballano, bastoncini in pericolosa agitazione. Corsa vera… Ma solo per poche centinaia di metri; tempo di arrivare al ponte sulla “cerulea Dora”, sotto lo sguardo benevolo del Bianco un po’ imbronciato di nubi, e si prosegue al passo. Lungo la strada asfaltata, tra le case di Dolonne, ancora tifo e gran fragore di pentole e coperchi. E’ fatta, Gian. Per un’infinità di ore, per giorni e notti, adesso, saprai cosa fare. Non avrai modo di annoiarti, ecco.

“So che si tratta di una sfida tecnica inaudita. So che avrò paura, che soffrirò, che avrò freddo, e non sono neanche sicuro che arriverò in vetta. So che esistono pericoli oggettivi a dispetto di tutta la cura che porrò alla mia sicurezza. Più si avvicina il giorno della partenza, più cresce in me quella sensazione orribilmente piacevole, o piacevolmente orribile, fatta di desiderio e terrore, d’ansia e di eccitazione, di angoscia e di gioia. Le conosco bene, queste contraddizioni, che mi mettono sottosopra da molti anni. Lo so, lo so, lo so, la cosa più difficile è arrivare ai piedi della parete, separarsi dagli amici e partire all’attacco. Mettersi nella situazione in cui andare avanti diventa l’unica alternativa possibile…”.
Marc Batard, “La via d’uscita – Confessioni intime di un alpinista estremo”
Prima salita, il Col d’Arp, quota 2.500 circa. In coda fin dai primissimi metri di sentiero, nel bosco fitto. Giorgio, Silvio ed io: si sale in compagnia; c’è ancora il fiato per ridere e scherzare, per raccontarsi di obiettivi ed aspettative. Come sempre, non mancano i furbacchioni di turno, che scattano e ancora scattano per superare la colonna, come se la gara dovesse decidersi nei primi km: lì per lì, li guardo con sufficienza… Ma presto finisco anch’io per incappare nello stesso stupido errore; perdo la pazienza se qualcuno, davanti a me, osa rallentare. Ogni fessura è buona per passare avanti… E mi sento nella schiena lo stesso sguardo di commiserazione. Lo so, ormai mi conosco: sarà un dramma, per me, finché ci sarà folla intorno. Pur nel limite delle mie scarse possibilità, non riesco a fare a meno di inseguire…

Lunga salita a tornanti in mezzo alla vegetazione, senza poter scorgere il cielo. Quando spuntiamo a vederlo, sulla strada sterrata, si può dire che lo spettacolo non sia del tutto rassicurante. Le nubi sono poche e sfilacciate, per ora, ma non lasciano presagire nulla di buono. Risaliamo prima lungo la strada sterrata, poi su attraverso il ripido pendio erboso; le nuvole gonfiano e si rincorrono in un cielo ormai non più così luminoso. Ci volteggia sulla testa, molto basso, un elicottero, che filma la lunga colonna di persone, il coloratissimo zig zag in mezzo al verde dell’erba. Il rumore dei motori mette in evidente agitazione una mandria di cavalli al pascolo accanto ad una baita.
Il chiacchiericcio non s’è ancora spento. Siamo tutti troppo fiduciosi, mi sa. Io per prima, dimenticata qualsiasi norma di buonsenso, sto esagerando e me ne rendo conto. Il colle si vede già, quando mancano ancora alcune centinaia di metri di dislivello; lassù, contro il grigio del cielo, si agitano minuscoli puntini. Man mano che saliamo, i puntini prendono forma e voce, strillano cori da stadio, applaudono, chiamano a gran voce amici e parenti. Tra un tornante e l’altro, questa salita, che ormai conosco a menadito, rimane sotto le suole; al colle anch’io ho il mio momento di gloria. Poi giù, di gran carriera. Giorgio mi arriva subito alle spalle; attraversiamo il lungo pianoro fino alla baita, nonché punto di ristoro: è inaudito, ma io ho già una gran fame, nonostante la vasca di gnocchi alla fontina che ho spazzolato ieri sera a cena e la colazione pantagruelica di questa mattina. Fame e sete, voglia di qualcosa di caldo; l’aria è frizzante, anche se siamo appena nel primo pomeriggio. Non faccio complimenti, mi tuffo in mezzo alla folla al ristoro e ne riemergo con le mani piene di cioccolato e spicchi di limone, in rigoroso ordine casuale. La strada sterrata forma una curva che è una vera e propria balconata sulla valle. Leggera risalita, poi posso scorgere sotto di me i tornanti e, con un po’ di vantaggio, Giorgio e Silvio. Li raggiungo di corsa; per un po’ si procede insieme. La compagnia non sarà un problema, almeno fino alla prima notte, ma lì, puntualmente, si faranno avanti i guai. Corro da sola o corro in compagnia? Ci ho meditato molto, prima del via. E so bene, ormai, di non essere una compagna di viaggio malleabile: soprattutto per via della mia impazienza. La discesa è facile, a meno di una ripidissima rampa tra le borgate; strada sterrata, asfalto, ancora sentiero, viaggiando in parallelo rispetto alla strada di fondovalle. La Thuile, l’ampia sala del punto di ristoro. Ci entro con la furia addosso: lo so, dovrei prendermi il tempo che mi serve, mangiare e bere con calma… Giorgio, pover’uomo, ha fatto il possibile per arrivare qui con qualche minuto di anticipo, onde evitare di ingozzarsi come un’oca. A me sembra d’impazzire, non appena mi fermo: ansia, fretta smodata di rimettermi subito in marcia. Così faccio, fiondandomi fuori, mentre il resto del mondo, più saggio di me, fa tesoro di un momento di pausa. In marcia lungo la strada asfaltata: la prossima salita ci condurrà al Rifugio Deffeyes. Per ora, il sole scalda ancora le nostre ossa. Passo veloce, direzione sicura; qui, per quanto mi riguarda, le bandierine segnavia potrebbero essere abolite. Ormai le mie fide La Sportiva qui procedono da sole. Asfalto, sentiero per tagliare un paio di tornanti, ancora asfalto, fino alla località di La Joux. Anche qui è radunata una piccola folla, anche qui mi sento chiamare per nome, quasi fossi una celebrità. Ancora sentiero, definitivamente, questa volta: si corre nel bosco, su un tappeto di aghi, fino al fragoroso spettacolo delle cascate. Si sale per un tracciato impervio, costellato di radici e roccioni, che costringe ad un’andatura irregolare, a salti. Il cielo è grigio, la luce pallida. Giove Pluvio non promette nulla di buono. Incontriamo qualche turista a passeggio, gli ultimi ritardatari; ormai è pomeriggio inoltrato e presto saremo soli. Soli tra noi corridori, ovviamente.
Il sentiero impervio ci conduce, con una sequenza di strappi irregolari e cattivi, in un pianoro che ospita due splendidi laghetti ed alcune baite, per poi riprendere l’ascesa a tornanti in rapida successione. Il cielo è color del metallo, minaccioso, triste; un quadro che incontra i gusti di Giorgio ma non certo i miei. Gian, non puoi farci proprio nulla; prenderai pioggia, cerca di rassegnarti all’idea. Dopotutto, non dovresti arrugginire. Mi preoccupa di più il silenzio del mio compare: quando tace, i casi sono due, o ha messo su il muso delle grandi offese, oppure non si sente troppo bene. E siccome negli ultimi venti minuti non ricordo di averlo insultato… Lo incoraggio, “Manca poco al Deffeyes”, “Ci siamo quasi”, “Guarda lassù, spiana”. E intanto osservo i laghetti, neri com’è nero il cielo nuvoloso, sempre più piccoli e lontani. In realtà, sono io stessa adesso quella che ha urgente bisogno di conforto: non quello spirituale, ma quello molto materiale del punto di ristoro. Ho una fame da lupi! Sommo gaudio quando arriviamo al breve tratto di sentiero in piano che precede il Rifugio Deffeyes. Anche se poi, come mio solito, ancor prima di arrivare al tavolo del ristoro, mi lascio sopraffare dalla frenesia… Non trangugio tutto quel che vorrei, non bevo quanto dovrei, insomma un pasticcio. Riparto quasi subito, ma non prima di aver raccomandato a Giorgio di prendersela calma: so bene che tipo di tracciato mi attende, da qui al Passo Alto; pietraia a gogò. Impiegherò un bel po’ di tempo a superarla, molto più di quanto sarà necessario a lui per raggiungermi con calma dopo essersi rifocillato. Spero che le cateratte del cielo non si aprano prima del colle: mi sarebbe di grande aiuto. I brividi mi percorrono le ossa mentre cerco una vaga forma di equilibrio tra i sassi; un vento gelido spazza la valle, tanto da costringermi ad indossare la giacca in salita.
Il sentiero serpeggia tra le pietre per un lungo tratto in piano; senza le bandierine, trovare la strada qui sarebbe un bel dilemma. Infatti, a Ferragosto, durante la ricognizione in loco con Matteo, complice una mattina uggiosa di nebbia – ed anche, a dir la verità, poche ore di sonno scomodo accampati come i barboni sotto un porticato di La Thuile – ci siamo arrampicati dal versante sbagliato della pietraia. E lì sì, è stata dura, data la mia proverbiale agilità e sicurezza nell’arrampicata… Anche oggi, la montagna mostra ci mostra un volto scuro, aggrottato. Nero il cielo, nera la roccia. Giorgio mi raggiunge trafelato: ecco, mannaggia a lui… Ma che bisogno c’era di correre? Mi avrebbe comunque raggiunta, prima della vetta. Ogni scatto, ogni cambio di ritmo che non sia strettamente indispensabile è un errore che si paga; ovvio, adesso siamo ancora freschi ed arzilli, ma i muscoli tengono il conto di tutto. Non ci si può permettere errori così grossolani.

Il vento rinforza man mano che il sentiero prende quota. Nei tornanti del tratto finale, ripidi, siamo in coda. Mi suona quasi strano, dopo oltre 20 km di gara, trovarmi ancora imbottigliata… Di solito, intorno a me. A questo punto, di solito sono già sola in mezzo al nulla eterno… Mi guardo bene dall’idea di superare. Sarebbe inutile: la discesa è una pietraia infinita, ostica, rognosissima. Mi passeranno sulle orecchie tutti, ma proprio tutti quelli che in questo momento si trovano ancora alle mie spalle. Uno schiaffo di vento gelido sul colle, luogo quanto mai lugubre con questa luce, poi giù, senza fermarmi. Noto con un certo sollievo che non sono l’unica ad avere problemi di stabilità; addirittura, qualche collega, partito con fare baldanzoso, non tarda ad appoggiare pesantemente il deretano a terra. Però… Sarà forse un’impressione, la mia, ma mi pare che il sentiero, se così si può chiamare, sia sistemato molto meglio di com’era un mese fa. Non ricordavo tutte queste rocce disposte ordinatamente a formare gradini ed appoggi sicuri per i piedi. Sono certa di aver tribolato ben di più… E non credo che oggi tutto il merito vada all’euforia della gara! Il mio compare saltella con la sua consueta agilità da una pietra all’altra: come sempre, le primavere di differenza tra me e lui sembrano a suo vantaggio, non a favore mio. Io arranco, m’inciampo, impreco… E saluto con gran sollievo l’arrivo del sentiero in mezzo alla pineta. Finalmente si scende lungo il torrente: faccio finta di non percepire quelle fastidiose goccioline che cominciano a cadermi sul viso. C’è qualcosa di più importante a cui pensare: l’alpeggio Promoud, nonché il ristoro. Memore della polenta dell’anno scorso, resto un po’ delusa quando scopro che stavolta ci toccano le solite vivande, per quanto graditissime. Approfitto di una sosta tecnica, di cui mi pento all’istante: i minuti di attesa davanti alla porta del bagno, occupato, diventano ore, anni, secoli, mi gettano nel panico profondo… Meno male che poi son le donne, quelle che svernano alla toilette! Al confronto del baldo atleta che mi ha preceduta, io sono telegrafica… Pochi istanti e via, all’inseguimento. Come sempre, non ho mangiato abbastanza e riparto con la fame. E con la sete: ho pure dimenticato di riempire la borraccia… Poco male, ci pensa il cielo a venire in mio soccorso. Già dalle prime curve di questo sentiero che risale morbido nel bosco, non ci si può più nascondere l’amara verità. Piove.
Si supera la quota degli alberi; da qui alla cima, un’interminabile pietraia, e poi i passaggi aspri, per nulla agevoli, appena sotto il colle. I corridori man mano si fermano per indossare l’abbigliamento impermeabile; anche Gabriele, che tenevo d’occhio da un po’ e che mi ha appena recuperato un bel distacco, a grandi falcate. Io la giacca ce l’ho già addosso; non mi resta che tirare dritto, al mio passo.
Un bagliore improvviso squarcia il grigiume delle nuvole basse. Subito dopo, un colpo di tuono che non lascia spazio al dubbio. Mi stupisco io stessa della mia calma serafica. Mi trovo proprio nel posto migliore in cui farsi cogliere dal temporale in montagna: una distesa di pietre, senza alcun riparo, oltre quota 2.000 m, e una pioggia di fulmini e saette sulla capoccia. Fantastico. Che dice il manuale del perfetto escursionista del CAI, a questo proposito? Solo tre parole, è probabile: “Sei un pirla”. Ormai sei qui, Gian. Non puoi fare altro che muovere il tuo voluminoso deretano e portarlo il più in fretta possibile oltre il colle. A giudicare dal fatto che anche i miei compagni di viaggio proseguono imperterriti, direi che il senso di inevitabilità è condiviso. In fondo, questo è un posto splendido per passare a miglior vita.

“Ci si drizzano i capelli in testa: essere sorpresi in montagna da un temporale è una cosa terribile; le esplosioni che ti assordano, i lampi che crepitano sopra il tuo capo, le scariche che ti scuotono e talvolta ti sollevano, tutto questo dà al pericolo un carattere tangibile che terrorizza anche i più coraggiosi. Più ancora che sotto un tiro di artiglieria, l’uomo si sente allora senza difesa, abbandonato a forze incontrollabili, capaci di annientarlo in un attimo. Ridotto allo stato di animale braccato, la sua debolezza e la sua solitudine gli appaiono improvvisamente in tutta la loro potenza”.
Lionel Terray, “I conquistatori dell’inutile”
Ormai ho quasi raggiunto Giorgio; Gabriele ha quasi raggiunto me. Percorriamo insieme le ultime, ostiche decine di metri di dislivello, in cui tocca fare abbondante uso delle mani, per quanto poco le dita gelate possano far presa sulla roccia fredda e scivolosa. Quel che mi spaventa non sono tanto i fulmini, e relativi scoppi di tuono, quanto i passaggi in cui è proibito perdere l’equilibrio… Il vento quassù è violentissimo, sferza la faccia. Procedo con cautela, i nervi a fior di pelle. Se Giorgio, qui davanti, non la pianta di ripetere che questo genere di situazioni lo esalta, parola mia lo scaravento giù dalla parete… Sarà scontato far credere che sia accaduta una disgrazia.

Col de La Crosatie: se non altro, ora finalmente si scende. Continua a piovere, ma il temporale sembra essersi placato; inoltre, perdendo quota, dovremmo guadagnare qualche grado di temperatura, anche se ormai si va verso la notte. Il freddo è terribile, ora che sono fradicia come un pulcino. Ed i guai non sono affatto finiti, anzi, cominciano ora che, agli occhiali appannati, si sommano la nebbia ed il buio. A fatica, con le dita congelate, trovo nello zaino la pila frontale e me la sistemo sulla capoccia; purtroppo, la situazione non migliora granché. Per essere efficace con la nebbia, la luce dovrebbe essere piazzata più in basso. Giorgio presto allunga il passo e sparisce; lascio andare avanti anche Gabriele, perché mi dà fastidio l’idea di ostacolare qualcuno che potrebbe scendere più rapidamente. In un modo o nell’altro, cerco di cavarmela, bandierina dopo bandierina. La pioggia ogni tanto cessa, poi rinvigorisce. Gian, non farti prendere dallo sconforto. E’ come l’anno scorso, esattamente come l’anno scorso. Le previsioni promettono una notte di tregenda, ma poi andrà meglio, vedrai. Non mollare, non lasciarti abbattere. Sarà dura, ma vedrai che sopravvivi.

Così rimuginando, con gli occhi in mano, procedo a velocità da lumaca, mentre mezzo mondo mi sorpassa. Un’eternità, prima che la nebbia si diradi. Il punto di ristoro di Planaval mi pare un miraggio: the caldo, biscotti, formaggio ed un po’ di riparo, anche se ormai non piove quasi più. Ritrovo Giorgio: ripartiamo insieme a Domenico ed Oscar, entrambi debuttanti al Tor; Domenico, in particolare, è alla sua prima esperienza con le lunghe distanze su sentiero e le lunghe notti. Mica male, come battesimo! Lo vedo in effetti un po’ provato: patisce un po’ il ritmo impresso alla marcia da Oscar, più abituato alle tappe forzate in montagna. Sarebbe meglio che decidesse di procedere da solo, senza forzare; altrimenti, rischia davvero di giocarsi l’intera corsa.

Il tratto dal ristoro alla prima base vita di Valgrisenche inizia in piano e prosegue con una leggera salita lungo un sentiero fangosissimo; alcuni km di marcia tranquilla, tanto per stimolare l’appetito, se ce ne fosse bisogno. Giorgio ed Oscar allungano il passo: mi guardo bene dall’idea di seguirli. Sarebbe uno sforzo di pochissima utilità, ma di gran danno per le gambe. E’ davvero troppo presto per forzare. Proseguo al mio passo insieme a Domenico. Non capisco se abbia ripreso a piovere, o se quella che ci casca in testa sia l’acqua raccolta dalle foglie degli alberi.
E’ buio pesto quando arriviamo in vista del punto di ristoro. Chissà che ora è. Sarà più presto o più tardi rispetto allo scorso anno? Non ha importanza. La smania di far presto mi assale, come sempre. I volontari mi indicano un locale dov’è possibile cambiarsi. Non ci penso nemmeno, a far la doccia, qui: troppa gente, troppa calca. Mi cambio alla bell’e meglio: e addio propositi di mantenere ordine nel borsone giallo. Fazzolettini umidi, cambio di canotta e maglia. C’è anche Gabriele, impegnato in una telefonata e con l’aria un po’ perplessa. Saluto, scappo giù al piano terra, restituisco il borsone e passo nell’area allestita per il ristoro; qui ritrovo Giorgio. La mia irrequietezza lo contagia, come se ce ne fosse bisogno: vorrei andar via subito, ma mi dispiace abbandonarlo qui; d’altro canto, mi spiace anche che si ingozzi come un pitone per colpa mia. Anch’io ho bisogno di calmarmi, sedermi un attimo, trangugiare qualcosa di sensato e nutriente… Una pasta, dello yogurt, biscotti, cioccolato, tutto alla rinfusa, senza nemmeno appoggiarmi al tavolo. Friggo. Con il mio compagno di viaggio sono già scintille; nervoso lui, nervosa io, alla fine ci buttiamo fuori più tesi di prima. Attraversiamo il paese, raggiungiamo il sentiero attraverso un prato, passiamo accanto ad una piccola diga. Ha ripreso a piovere. Giorgio allunga il passo, io rimango indietro, preda della mia angoscia. Si annuncia una notte durissima. Salita: se non altro, ci si scalda. Perdo in fretta ogni riferimento di quota, di distanza, anche di tempo. Non si dormirà, non questa notte: come si suol dire, è importante “mettere fieno in cascina”, macinare km e ridurre al minimo le soste finché possibile. Il buio è infido, porta con sé tristezza e sconforto. Fango, pietre scivolose, buio opprimente del bosco, ma la scena non cambia quando superiamo il livello della vegetazione d’alto fusto. Neanche una stella. Giorgio procede a poca distanza davanti a me, silenzioso; io mi sento addosso una stanchezza infinita. La luce del Rifugio Chalet de l’Epée, tanto attesa, allarga un po’ il cuore. Ricordo questo, delle tante lunghe notti del Tor, il conforto di una luce, anche lontana, fioca. E non c’entra il romanticismo, il bagliore di un vivace fuoco di legna vale quanto quello di un lume alimentato da un generatore; entrambi mi ricordano il motivo per cui l’essere umano è un animale per natura diurno.
Entriamo nella graziosissima struttura di legno, protetta da un’anticamera a vetri per il deposito di zaini ed attrezzi e riscaldata da una stufa. Un po’ di the, qualche biscotto. Troviamo Franco, reduce anche lui dal Tor 2010; usciamo dal rifugio insieme, malvolentieri. La pioggia rinforza: certo, la tentazione di restare qui è fortissima… Per costringersi ad abbandonare quel calduccio adorabile ed uscire al buio, al freddo, in faccia ad un muro nero, ci vuole un bel coraggio. Gian, bando alle ciance. Non è il momento di perdere tempo. Bisogna uscire, e subito. Giorgio è titubante, ma evidentemente non se la sente di rinunciare, dal momento che io, pur tormentata dai dubbi, non ammetto la possibilità di restare qui in attesa. Fuori nella notte, tutti e tre. Vento e pioggia ci accompagnano fin su, lungo un sentiero di cui non conosco l’aspetto né il panorama: seguo le bandierine, una dopo l’altra, percepisco la pendenza e nient’altro. Non ce la farò mai… Se continua così, non ce la farò mai. Ho freddo, non vedo nulla, sono stanca, distrutta. Solo la presenza di Franco mi dà un po’ di conforto, anche se non so se sia subito alle mie spalle o un po’ più indietro, dal momento che si è radunato un piccolo corteo di cui sono in testa. Giorgio forse è appena più avanti, ma la nebbia lo rende già lontanissimo. Non lo vedo e non ne sento i passi. Essere sorpassata in salita, poi, è l’ennesima mazzata al mio amor proprio… Però, in questo momento, anche un concorrente che passa avanti è una presenza amica.

“La montagna è bella quando sopra di lei splende sereno il cielo. Anche se fa freddo, con il sereno la montagna comunica un senso d’affetto, è un’amica, una bella amica fidata. Con il sereno si può vedere lontano: lo sguardo spazia, gira, cerca e viene gratificato. Ma quando la montagna mette il cappotto di nebbia ed una pioviggine come pulviscolo inumidisce la terra e il silenzio dell’autunno fa pensare al tempo che passa, una tristezza infinita avvolge l’ospite dei monti. E’ come se quella nebbia entrasse nel suo cuore e nella testa a cancellare i pensieri positivi, l’entusiasmo, la voglia di vivere”.
Mauro Corona, “Cani, camosci, cuculi (e un corvo)”
Il Col Fenetre, quota 2.800 m, arriva all’improvviso, dietro una curva secca a destra. Un’altra interminabile discesa tra buio e lenti bagnate, mille difficoltà ed incertezze, la pila frontale che fa tutto quel che può… Anche qui, preferisco contare solo sui miei piedi e sulla mia luce, per quanto sia difficile. Non riesco a tenere il passo altrui e nemmeno voglio che altri rallentino per aspettarmi. La pioggia a volte sembra placarsi, poi rinforza, sferzata dal vento, un’altalena che oscilla all’unisono con il mio morale. Non riesco a capire che ora sia, non so quanto sia ancora lontana l’alba, forse pochi minuti, forse ore. Il punto di ristoro di Rhemes Notre Dame è un’oasi nel deserto: ci arrivo sola, infreddolita, tormentata dal sonno a cui sapevo di non poter sfuggire. Mangio qualcosa a caso, formaggio, frutta secca, bevo del the caldo. Chissà che fine ha fatto Giorgio: mi guardo intorno nell’anticamera, nella sala tra tavoli e poltrone; non ne vedo traccia. Probabilmente è già ripartito. Non mi stupirei: nervoso com’era quando abbiamo lasciato lo Chalet de l’Epée, è ben possibile che non si sia neppure fermato, spinto via da quella sua inspiegabile rabbia che troppo spesso prende il sopravvento su di lui. La sua debolezza e al tempo stesso la sua forza, in effetti: sono certa che, con un carattere del genere, non si possa vivere sereni… Però la rabbia è il più redditizio tra i carburanti, la più efficace delle medicine, cancella e travolge acciacchi, stanchezza e timori. Insomma: fatelo imbestialire e vi solleverà il mondo… Pace, Gian. Non puoi sapere dove sia né tantomeno cosa gli passi per la testa. Cedo alla tentazione di qualche minuto di sonno: mi accuccio per terra, la testa appoggiata ad una sedia, certa che la scomodità, lo spiffero che arriva da sotto la porta ed il freddo degli abiti bagnati non mi permetteranno più che un brevissimo riposo. La mia pausa, in realtà, si rivela ancor più breve del previsto: dal profondissimo sonno in cui sono piombata all’istante, mi ripesca la mano di uno dei volontari, preoccupato che io possa star male. Tanto meglio, non mi resta che ripartire. E’ la volta del Col Entrelor, pochi metri più della famigerata quota 3.000.

Ancora in marcia nella notte, ancora nebbia fitta ed appiccicosa. Almeno si sale e ci si scalda. Oltre la baita di Pré du Bois, quota 1.800 m circa, il sentiero s’infila in un bosco di larici, dove il buio, se possibile, s’infittisce, e dove il calpestìo delle scarpe sul terreno zuppo d’acqua si confonde con i mille rumori della vegetazione. Le previsioni meteo promettevano un miglioramento per il lunedì; devo crederci, è la mia unica speranza, l’unica possibilità di farcela. E’ terribile affrontare da capo un’impresa che si è già portata a termine una volta; la paura di fallire è un incubo ancor più tormentoso.

“Improvvisamente mi sento oppresso dal peso di un’immensa solitudine; tutta l’ostilità di questo mondo, tutta la follia della nostra avventura mi appaiono con una chiarezza spaventosa. Perché continuare nella folle impresa? Ho ancora tempo per ribellarmi, per urlare a Lachenal il mio smarrimento, il mio orrore per quelle rocce ghiacciate, e per fuggire verso il calore e la vita. Ma non farò nulla di tutto ciò. Una forza misteriosa mi impedisce di agire; nel fondo del mio cuore so che ora è troppo tardi per ritirarsi, ormai il mio destino è segnato: bisogna vincere o morire”.
Lionel Terray, “I conquistatori dell’inutile”

All’altezza di una croce di legno, il bosco cede il passo ad un ampio vallone: non piove più; anzi, il cielo sembra voler mostrare la primissima sfumatura di luce. Non riesco ancora a capire se sia luce tra le nuvole o se… Non oso sperarlo.
Il sentiero risale il vallone con pendenza che va via via crescendo, fino a raggiungere l’alpeggio diroccato di Plan de Feye. E’ un vero peccato che una struttura così bella vada a ramengo: le volte in pietra, ancora intatte, sono veri capolavori di architettura. Proseguo: le tante lucine che vedevo in lento movimento lungo la linea di salita al colle sono sempre meno definite, via via che la luce del giorno si fa più intensa. Il cielo è ancora livido, ma sembra aver placato la sua rabbia. Non piove più. Una leggera brezza appiccica gli abiti fradici alla pelle; un’alba a tremila metri può essere molto suggestiva, ma senza dubbio è gelida; se ne accorgono già le mani, rigide intorno ai bastoncini. Le gambe, qui, vorrebbero viaggiare più spedite, lungo un finale di salita che ormai conoscono bene, cattivo, ripido, che dà un sacco di soddisfazione. Ma non me lo posso permettere. C’è qualcosa che non va proprio come dovrebbe; sarà il freddo, o chissà cosa, ma a me sembra che mi manchino un po’ le forze. Ergo, prudenza. Un tornante dietro l’altro, mentre i contorni delle cime si fanno via via più definiti. Il colle è lassù, qualche centinaio di metri sopra la mia testa, nero e minaccioso. Sento alle spalle la voce squillante di una ragazza, accompagnata da tre o quattro amici, che si avvicina a velocità impressionante: resto interdetta… Salire a quel ritmo, per di più chiacchierando come se nulla fosse, è impresa che sfugge alla mia comprensione.

L’erba ha ormai ceduto terreno alla pietraia; i tornanti sono sempre più secchi e ravvicinati, fin quasi a perdersi in una flebile traccia, sempre più ripida. Cime aspre e minacciose tutt’intorno; contrasti di luce violenti nel primissimo mattino. Il colle non si vede più, nascosto da alcuni salti di roccia; qua e là le mani fanno comodo per aiutarsi a salire. Supero qualche collega dall’andatura visibilmente lenta e faticosa: non credo si tratti di stanchezza, quanto piuttosto di avversione alla quota. Il Col Entrelor supera appena la fatidica quota di 3.000 m. Idea geniale, quella di Giorgio, di venire quassù ad agosto: me lo sono impresso ben chiaro in mente, il percorso fin lassù; non ci saranno sorprese. Il vento rinforza man mano che guadagno metri, fino a ritrovarmi agli ultimi due tornanti. Sul colle, è ferma la ragazza che mi ha superato come una saetta; si veste e chiacchiera tranquilla. Appena oltre lo scollinamento, l’organizzazione ha piazzato una cellula, credo di metallo e plastica, destinata a rifugio dei volontari che presidiano il passo.

La vista da quassù è di una bellezza sconvolgente. Una valle ampia, verde, laghi e laghetti, quel paradiso che nessuno di noi fortunati del Tor ha più bisogno di andare a cercare altrove. Spira un vento gelido, tanto che le mani fanno persino male. Meglio affrettarsi e scendere verso temperature meno proibitive, anche se spiace; starei quassù in eterno.
Di Giorgio nessuna traccia. Possibile che mi abbia preso tanto vantaggio? Vero, nell’ultima discesa io sono rimasta parecchio indietro, e su questa salita mi sono sforzata di mordere il freno, però… Rinuncio a capire. E’ una persona spesso incomprensibile sia quanto a psiche che quanto a risorse fisiche. Non ci sarebbe da stupirsi se fosse già in dirittura d’arrivo a Eaux Rousses, 1.400 m più in basso.

Scendo di buona lena lungo le morbide curve del sentiero. I fili d’erba pettinati dal vento, la pelle d’oca, il sonno che intontisce; ormai è giorno fatto, ma so che non riuscirò a svegliarmi un po’ fin quando non sentirò addosso i raggi diretti del sole. Corricchio, poi torno al passo; il cielo limpido mi infonde una gioia quasi incontenibile; se è così, ce la faccio… Anche se mi proibisco di pormi un obiettivo più ambizioso del successivo ristoro. E’ lunga, Gian, non dimenticarlo mai.
Il sentiero percorre un lungo tratto quasi in piano e corre accanto all’acqua dei laghetti, con la luce che brilla sulle increspature. Nessuna traccia di camosci, questa mattina: forse sono turbati dalla quantità di gente che s’è improvvisamente riversata a casa loro.
Sono già quasi in vista dell’alpeggio di Djouan quando mi volto per vedere a chi appartengano i passi che mi seguono da un po’: toh, guarda chi si vede… Eccolo qui Giorgio, con una cera da funerale. Resto di stucco: “Ma dove diavolo eri? Credevo fossi molto avanti…”. Il mistero è presto svelato: a Rhémes, si è fermato a dormire un po’ in un locale attiguo alla sala ristoro, della cui esistenza io non mi sono neanche accorta. Lo vedo, che è accigliato; ha la spiccata tendenza a prendere qualsiasi contrarietà come un’offesa personale. Pazienza, gli passerà… Nel frattempo, proseguiamo in silenzio, finché il calore del sole non scioglie le membra, i muscoli ed inevitabilmente anche le lingue. Il tracciato s’infila nel bosco, nascondendoci alla vista il fondovalle, ma sull’altro versante si distingue nettissima la serpentina che risale da Eaux Rousses verso la casa dei guardacaccia e lo splendido pianoro che s’attraversa andando al Col Lauson.

La fame del primo mattino si fa sentire: al ristoro, sotto il gazebo, mi rimpinzo come un otre, in barba alla saggezza che suggerirebbe di presentarsi leggeri al cospetto di una salita da 1.700 m di dislivello tutti in una botta. Dalla fontina al pane a quei fantastici grissini a metà tra l’amaro e il dolce, banane, frutta, patatine, birra, Coca Cola, chi più ne ha più ne metta. Siamo proprio sul piazzale di fronte all’alberghetto “Hostellerie du Paradis”: un saluto al simpatico padrone di casa, che ben si ricorda di noi, e ci rimettiamo in cammino. Peccato declinare l’offerta di un caffé, ma non transigo, niente perdite di tempo.

Attraversiamo il fiume. L’anno scorso, ricordo, siamo passati di qua nel primo pomeriggio, con un caldo torrido; dovremmo quindi avere qualche ora di anticipo, oggi. Ma non voglio sapere quanto. Un susseguirsi di ampi tornanti nel bosco ci porta a risalire la montagna ed a osservare, adesso, la discesa appena percorsa al di là della valle; sulle nostre teste, un cielo che più blu non si può. Frena l’entusiasmo, Gian, hai macinato appena 80 km… Neanche un terzo dell’intero viaggio. In alto, sulla nostra sinistra, esposta allo strapiombo, una piccola costruzione, forse una cappelletta. Un passo dopo l’altro, piano, si chiacchiera. Oppure si tace e si ascolta il ticchettio ritmato dei bastoncini, il brusìo del fondovalle sempre più flebile, i rumori improvvisi del bosco, le voci di chi ci precede o ci segue. I tornanti ci portano a superare il primo scalino, oltre il quale il fondovalle sparisce alla vista. La casetta dei guardiacaccia, la fontana. Immagini che tornano alla mente, nitide come fotografie, anche se vissute ormai un anno fa. Una curva a destra ci porta al cospetto del vallone di Levionaz, quasi un pianoro, vastissimo, senza un solo albero, chiuso da una cerchia di picchi aspri e minacciosi. Lo costeggiamo sulla destra; il sentiero risale un paio di tornanti e passa accanto alle vasche dell’acquedotto, per poi piegare deciso verso sinistra, oltre un ponticello, e seguire l’anfiteatro. Sembra di tornare indietro, dall’altro versante della valle; invece no, curve ed altre curve ci conducono all’interminabile pendio finale. Finale, si fa per dire, perché da qui mancano diverse centinaia di metri di dislivello per raggiungere il colle. Per ora, l’occhio scruta le mille pieghe della montagna, che disegna un bordo di pizzo contro il cielo, ma non riesce ad individuare la meta.
Giorgio mostra i primi segni di stanchezza; non ha mai fatto mistero di temere questa salita, per via della quota. Mi sforzo di mantenere un passo molto più lento di quello che terrei se fossi sola, e il più possibile regolare, controllando con la coda dell’occhio, di tanto in tanto, che il mio compare non resti indietro. Non lo nascondo, ci soffro; una parte di me vorrebbe accelerare, andar via, aggredire questa salita così cattiva e raggiungere la meta il più in fretta possibile, anche a costo di arrivarci strisciando. Ma so che questo, per Giorgio, è l’ostacolo peggiore. Forse, in tutto il viaggio, è l’unica vera salita. So bene che ce la può fare, anche da solo, ma è lui che non lo sa. Patisce la quota ed anche la solitudine. Se io lo abbandonassi adesso, non credo di esagerare se dico che rischierei di stroncargli l’intera corsa.

Curva dopo curva, si sale piano. In fondo, non ci rimetto affatto, nemmeno io. E’ tutta energia che risparmierò per l’avvenire. A questo punto, lungo un’ascesa così difficile per la quota e soprattutto per la pendenza che cresce in modo subdolo, ogni gesto richiede uno sforzo moltiplicato. E neppure io, devo ammettere, mi sento in perfetta forma, anzi. Probabilmente il favore lo sto facendo a me stessa. E’ ancora quella sensazione di… Mah, non so di cosa si tratti.
Il respiro del mio compagno di viaggio si fa più difficile. Attingo a qualsiasi argomento di conversazione possa essere utile per distrarlo; lo incoraggio facendogli notare che non siamo certo gli unici in difficoltà… Ed è vero; gli innumerevoli puntolini colorati che ci precedono o ci seguono sembrano rallentare, man mano che salgono, come se, per un inspiegabile fenomeno fisico, si sentissero sempre più pesanti. Come una boccia che rotola verso il pallino, ma sempre più lenta… La luce quassù è violentissima, dà fastidio agli occhi, persino a me che sono sempre stata nemica degli occhiali scuri. Riverbera sul ghiacciaio che si fa ammirare ad ogni svolta di tornante, sulle pietre, sulla polvere chiara del sentiero. Giorgio parla di fermarsi, di riposarsi un po’… Dai, lo incoraggio, rallentiamo un po’, ancora un po’, ma facciamo il possibile per proseguire. Niente da fare, non sente ragioni: al di là di un tornante, dove il pendio crea una leggera conca con un’impercettibile idea di ombra, il mio compagno di viaggio decide per una sosta. “Tu vai avanti”, mi ordina, con un tono che non ammette repliche. E va bene, vado avanti, tanto so bene che la sua capoccia è cocciuta quanto la mia e non c’è verso di fargli cambiare idea, se ha deciso così. Proseguo con la testa che pesa, pulsa, le gambe fiacche, vuote di energia. Il colle è lassù e lo raggiungerò, questo è fuor di dubbio… Ma ho l’impressione che questa volta mi costerà fatica.

Le pareti incombono sempre più vicine, nere, minacciose; l’ultimo stelo d’erba cede alla pietraia, ostica, ripida, instabile. Ogni passo scivola verso valle, il piede sprofonda nei detriti, lo zig zag sempre più irregolare, cattivo, penoso. Guardo in giù, ma non vedo traccia di Giorgio; del resto, mi è impossibile mettere a fuoco una figura umana, se già devo badare a non volare di sotto. Testa che scoppia, cuore che batte all’impazzata, mi muovo come se avessi gambe e braccia legate a durissime molle. Annaspo. L’unica consolazione è che non sono la sola. Una processione di cadaveri ambulanti, altro che atleti, ecco cosa siamo quassù! E’ un brutto colpo all’orgoglio… E’ tutto sballato ormai: il battito del cuore, la vista abbacinata dalla luce fortissima, quel poco di equilibrio che ormai se n’è andato, persino la temperatura corporea, che alterna vampate di calore e brividi di freddo senza alcuna ragione. Il vento rinforza… Il colle è lì, poche decine di metri che però costano uno sforzo inaudito. Il fotografo, in vetta, non coglie uno dei miei migliori momenti…

La discesa, qui, va affrontata con molta cautela, nel primo tratto attrezzato con le corde. Un’altra cellula-alloggio per i volontari ci attende, pochi metri più in giù, con bevande anche calde: chissà che un po’ di the con lo zucchero non mi rimetta in sesto. Saluto, riprendo la ripida discesa sulla pietraia, che presto digrada in un bel sentiero agevole, tutto a tornanti, una splendida balconata sulla valle verso Cogne. Ma qualcosa continua a non girare per il verso giusto. Le gambe fanno giacomo giacomo, la testa va per conto suo. Mi sforzo di proseguire, ma ben presto mi rendo conto che rischio di stramazzare… Dai Gian, calma. Fermati un attimo. Mi abbatto a lato del sentiero, sdraiata; qualche minuto, solo qualche minuto, finché non starò meglio. Chiudo gli occhi, piombo in una sorta di vigile torpore; mi risveglia, di lì a poco, la voce di Giorgio. Capperi, quanto tempo è passato? Minuti, ore? Poco, per fortuna… Neppure lui è rimasto fermo a lungo, durante la salita; giusto il tempo di lasciarmi allontanare. Per non essere di peso. Ecco, lo sapevo… Mi rialzo, riparto con indosso due giacche ed i brividi che non mi mollano. Tento di seguirlo, ma adesso sono io in difficoltà. Lui trotta di buon passo, prende terreno, io fatico a stare in piedi, ho freddo, una sorta di nausea. Come se non bastasse, ci si è messa anche quella sua frase: “Ci siamo mangiati quasi tutto il vantaggio rispetto all’anno scorso”… Se solo avessi un orologio, ed un’idea anche vaga dei tempi di passaggio del 2010, potrei accorgermi subito che si tratta di un’informazione falsa e tendenziosa. Invece no, ci casco in pieno: il morale crolla sotto le solette delle scarpe, appena prima della suola… Non m’interessa il record, è ovvio, non sono certo un’atleta da tempi d’eccezione, però la consapevolezza di essere “un po’ più avanti” rispetto alla scorsa edizione è fonte di grande conforto e sicurezza. Ora come ora, sono così triste e sconsolata che vorrei mollare…

La marcia verso il Rifugio Sella, lungo un sentiero che pare un’autostrada, per me è lenta e faticosa. Giorgio prende vantaggio, si allontana. Io proseguo con la verve di un bradipo in letargo… Mi riprendo un po’ solo nell’ultimo tratto prima del rifugio, quando il sentiero, o meglio la scorciatoia, corre lungo un impetuoso e freschissimo salto d’acqua. Attacco bottone con un corridore che mi ha appena raggiunta, riprendo un po’ di vigore ed entusiasmo. In quattro salti arrivo al ristoro, dove una gustosissima crostata completa l’opera di risveglio e rinvigorimento. Ho una fame da lupi ed un disperato desiderio di qualcosa di dolce, di zucchero. Infatti, oltre alla crostata, trangugio cioccolato e zollette in quantità.
Pochi istanti e sono dinuovo in marcia, con le mani piene di ogni leccornia e le mascelle in movimento. Il sentiero scende agevole ancora per un po’, fino al torrente e ad un breve tratto di risalita, poi… Il disastro: un fondo disastroso, pietroni, asperità, caviglie che si storcono senza tregua, suole che scivolano, un vero disastro. Non me lo ricordavo affatto così! Incespico, m’inciampo, rischio il ruzzolone ad ogni piè sospinto. L’unica nota positiva è che la temperatura, adesso, è tornata confortevole… Posso dinuovo arrotolare la maglia a mò di top e catturare sulla pancia i raggi di questo tiepido sole pomeridiano. Tra improperi e sberleffi di ogni genere, s’arriva finalmente verso il fondovalle, in un bosco fitto e scuro, fino all’abitato di Valnontey; da lì, qualche tratto di asfalto, rumorose sinfonie di clacson e tifo del più vario genere, una strada sterrata ed eccoci alle prime case di Cogne. Abbiamo superato da poco il centesimo km.

A Cogne c’è la seconda base vita; ci sarebbe la possibilità di dormire un po’ in una comoda branda. Io però storco il naso all’idea. Non mi va di perder tempo e, soprattutto, di sprecare ore di luce. D’altro canto, il Rifugio Sogno di Berdzé è a quattordici km da qui, e mille metri più in alto; almeno tre ore di marcia, ma è una stima decisamente ottimistica. Ed è, dopo Cogne, il primo punto utile per fermarsi a riposare senza ibernare. Gian, calma. Non è il momento di lasciarsi cogliere dalla fretta insensata. Cammini da due giorni, da cento km. Certo, magari adesso puoi anche pensare di non fermarti, tirare dritto, ma poi? Quando e quanto pagherai la mancanza di riposo?

A Cogne i passanti ci accolgono con grandi feste e complimenti. Seguiamo le bandierine nel paese, fino al palazzetto dello sport, dove troviamo, pronti all’uso, i nostri borsoni. L’atmosfera è calda, allegra. Qui, una bella doccia ristoratrice ed un pasto un po’ più corposo dei precedenti sono d’obbligo. A differenza di Valgrisenche, nel palazzetto di Cogne c’è tanto spazio vitale a disposizione; ci si può muovere senza pestarsi i piedi l’un l’altro
Conquistiamo una branda a testa in palestra: qui non c’è già più tutta la ressa che affollava la base vita di Valgrisenche, anche se c’è un gran viavai. Persone, borse, sospiri, lamenti, qualche risata sommessa. I visi tristi di chi ha deciso il ritiro, scarpe abbandonate accanto all’ingresso, bastoncini, volontari, corpi immobili sulle brande, avvolti nelle coperte come in un bozzolo, nascosti dalla penombra della grande palestra. Mi tuffo sotto un getto d’acqua deliziosamente bollente, che ritempra all’istante il corpo e lo spirito un po’ fiaccati dai km, ma soprattutto dal freddo e dalla pioggia e dalla paura della notte precedente. Giorgio ha già conquistato un paio di brande, dove parcheggiamo i borsoni per andare a concederci il giusto pasto. Ci si muove nella penombra, si parla sottovoce, per non turbare il sonno di chi è già crollato tra le braccia di Morfeo…

Mangiamo di tutto, con calma. Pasta, formaggio, yogurt, frutta. E birra a volontà, ben due lattine: mi rialzo a fatica… Ma servirà a conciliare il sonno. Salutiamo Francesco, al tavolo accanto a noi, al debutto nel Tor, e ci trasciniamo a nostra volta in branda. Viaggiare con Giorgio, per me che ho sempre timore di perdere troppo tempo nelle soste, è una garanzia. Se si decide di dormire due ore, garantito che al massimo tre quarti d’ora più tardi si è già pronti e scattanti per ripartire. E’ più forte di lui, tormentato persino quando riposa. Gli ultimi preparativi e ci rimettiamo in marcia, alla luce delle frontali. Ormai è scesa la notte, la seconda. Camminiamo di buon passo lungo una strada sterrata impercettibilmente in salita, che costeggia il torrente, chiacchierando per tenerci svegli, finché l’umore accompagna; viviamo entrambi in un momento di serenità, ma sappiamo bene che non può durare. E a me tornano in mente gli argomenti di discussione su cui, in questo tratto di strada, ci arrovellavamo l’anno scorso. E’ come far scorrere una pellicola, rivedere un film.

A Lillaz, un ponticello ci riporta sull’asfalto. La strada illuminata dalla fioca luce gialla dei lampioni è quasi deserta, nonostante la temperatura gradevolissima per una sera di settembre in montagna. Un po’ invidio quei tre o quattro personaggi che ci salutano e ci incoraggiano: tra poco, ad attenderli ci sarà un comodo e caldo lettuccio. Per noi no…
Imbocchiamo il bivio sulla sinistra, un sentiero che si avvia ripido e un po’ incerto, a ricordarci che non siamo qui per passeggiare… Superato un primo gradino, a suon di tornanti, il tracciato ci scodella in un ampio pianoro, di cui non possiamo distinguere i confini, se non perché una parte, sopra di noi, è tempestata di stelle. Una notte meravigliosa, la luce della luna che rende quasi superflua la pila frontale. Costeggiamo un recinto, proseguiamo in rettilineo. Una luce rossa, in lontananza, attira la nostra attenzione. E’ un generatore… Poco più avanti, del tutto inatteso, un punto di ristoro. Calore umano e calore di bevande, un gustosissimo the; ovviamente anche qui la sosta è d’obbligo: l’imperativo è ingurgitare cibo, sempre e comunque, ogni volta che se ne presenta l’occasione. Servirà.
La solita smania mi rimette in moto i piedi. Abbandoniamo i nostri angeli custodi per addentrarci nel bosco: da qui in poi, il primo avamposto di civiltà sarà il Rifugio Sogno, tra circa 8 km. Ma i km, ormai, non hanno più significato. La notte annulla la percezione del tempo e della distanza.

“Nonostante regnasse la pace profonda della notte, si percepiva con tutti i sensi che la montagna era in fermento e lasciava udire le sue voci. La natura pareva ferma ma, prestando attenzione, tutto si muoveva, si faceva notare, brulicava, occhieggiava, sussurrava. Non si è mai soli di notte sulla montagna. Soprattutto d’estate. Centinaia di occhi spiano, voci chiamano, personaggi misteriosi si fanno vicini. Sono amici invisibili ma fedeli e presenti”.
Mauro Corona, “Cani, camosci, cuculi (e un corvo)”

Mi rendo conto all’improvviso che la vegetazione è sparita: davanti a noi, una bellissima distesa nera, con la luna più piena e splendente che mai. Una notte quasi commovente. Oltre quota 2.000 m, nel luogo più bello del mondo, vivo un sogno che vorrei non avesse fine, anche se il freddo è intenso, passa attraverso gli abiti ed i guanti. Camminiamo e camminiamo. Ricordo di aver visto spuntare la luce del rifugio in alto, sulla destra, un anno fa, ma continuiamo a camminare e non la vediamo mai. Il sentiero non è mai ripido, anzi, offre lunghi tratti di respiro, aggira spallette, sembra correre all’infinito. Gocce di umidità sui fili d’erba brillano all’incontro con il fascio della frontale. Un po’ d’ansia ci coglie: ma quando arriva il rifugio? Non è fretta di raggiungerlo, ma desiderio di sapere che c’è… La nostra lunga attesa è infine premiata. Eccola, inconfondibile, la luce. Il nostro faro. Ora possiamo procedere tranquilli, lassù potremo riposare un paio d’ore. Mi rassegno all’idea: da domenica mattina alle dieci, abbiamo riposato si e no un’ora. E siamo alla notte tra lunedì e martedì. Non ha senso chiedere così tanto al proprio corpo, non ora.

Ci immettiamo sulla strada sterrata con cui, da fondovalle, si raggiunge il rifugio anche in auto. Ci accoglie, all’interno della struttura, un caldo meraviglioso. E ben due tavoli del ristoro! Quello “standard” dell’organizzazione e quello offerto dai gestori, con ogni bene possibile ed immaginabile, dai vari tipi di formaggio, alla peperonata, a vari piatti a base di carne di cui, ammetto, apprezzo il profumo, fino ai dolci. Giorgio, pur essendo di pasto piccolo, non disdegna una porzione di peperonata all’una di notte… Siamo in buona e variopinta compagnia: pare che le vivande inducano gli atleti a fermarsi qui più del dovuto. Chiediamo di poter riposare un paio d’ore; i gestori, gentilissimi, ci accompagnano in una stanza pulitissima, ordinata e silenziosa. Si incaricheranno loro di svegliarci. Hanno addirittura un registro in cui sono annotati i numeri degli atleti che stanno riposando qui, con l’ora a cui hanno chiesto di essere buttati giù dal letto… Organizzazione degna del migliore hotel!
Non mi par vero di spaparanzarmi su un vero materasso, con la testa appoggiata ad un vero cuscino. E’ un letto a castello: cedo il piano superiore a Giorgio, che ha meno problemi di me con l’arrampicata. Crollo nel sonno con il rammarico di sapere che sarà troppo breve… Il neurone rinviene, solo per un attimo, quando un altro degli atleti a nanna si muove per ripartire. E’ difficile da spiegare, quanto sia profondo il senso di sollievo e vera goduria nello scoprire che no, non tocca ancora a me, posso ancora dormire un po’…

Più tardi, però, tocca proprio a me. Chissà che ne è delle varie fasi del sonno, in questa corsa. Secondo me, il cervello per autodifesa salta tutti i gradi intermedi e piomba direttamente a quello più profondo. All’inverso, riemerge dall’abisso dell’oblìo alla veglia quando si tratta di rimettersi in moto. Non ricordo sogni in questi brevi sonni.
Buttarsi fuori è l’impresa più angosciosa. Anche se ho indossato più o meno tutto quel che avevo nello zaino, si tratta pur sempre di passare da un ambiente riscaldato a più di venti gradi ad una temperatura non lontana dallo zero, a 2.500 m di quota e nei pressi di un colle. Per fortuna, ci attende ancora un breve tratto di risalita, forse un centinaio di metri e qualche tornante. Da quassù, l’aria limpidissima ci fa ammirare la lunga fila di lucine sotto di noi, fila che si perde nella notte. I tralicci della linea dell’alta tensione, enormi accanto al colle, sono persino belli, suggestivi. L’anno scorso, quassù, abbiamo visto l’alba. Stavolta la notte è ancora nera e pesta. Brividi di freddo, occhi che si chiudono. Oltre la Fenetre de Champorcher ci attende una lunga, lunghissima discesa, e la discesa è terribile se hai sonno…
Il sentiero scende ripido solo per un breve tratto, poi serpeggia tra i laghetti, quasi senza perdere dislivello. Non siamo soli; alcune luci ci seguono e ci precedono a poca distanza. Le frontali illuminano il pelo dell’acqua, immobile. Restare vigile ed attenta a dove metto i piedi mi costa un grande sforzo: la conversazione, per forza, langue. Mi manca tanto la luce. La marcia è lunga, monotona, interminabile: una discesa ripida ed ostica, se non altro, sarebbe d’aiuto per mantenere la concentrazione.

Quel che resta di un gruppo di edifici in pietra, spettrale nel buio e nel silenzio. Raggiungiamo il punto di ristoro del Rifugio Dondena, dove non ci facciamo mancare una robusta dose di caffé, oltre alla solita scorpacciata di ogni sorta di derrate alimentari ed altre bevande calde. Riparto masticando cracker, tra alpeggi che sembrano abbandonati; una breve discesa ed un errore di direzione di cui, per fortuna, mi accorgo subito. Richiamo a gran voce i corridori più lontani, davanti a me: bisogna superare il ponticello… Poi via, attraverso prati ed acquitrini, finché il sentiero prende rapidamente a scendere in mezzo al bosco. Un attimo prima, sfiliamo di fianco ad un alpeggio illuminato: è ancora notte, ma i margari sono già al lavoro.
La montagna lascia pian piano spazio ad un ambiente ben più umano: minuscoli centri abitati, asfalto, lavori in corso. La vita tra queste case sembra essersi fermata a molti decenni fa. Muri in pietra e legno, corde, paglia, cataste di ciocchi per la stufa, finestrelle minuscole. Poi però ci sono le auto ed i tosaerba. Marciamo già da qualche km in compagnia di Luciano, un veterano delle corse su lunga distanza, di qualsiasi genere, dalla strada alla corsa in montagna ai circuiti. La mattina ci coglie tutti assonnati ed intontiti, tutti persi nei nostri pensieri e nei nostri acciacchi; marciamo a pochi metri l’uno dall’altro, ma quasi come se ci ignorassimo. Le gambe, tutto sommato, stanno bene… Ma so che abbiamo superato appena un terzo della strada e che, citando Ligabue, “il meglio deve ancora venire”. In senso ironico, ovviamente.

A Pontboset, brevissima sosta al punto di ristoro, dove ormai senza più pudore alcuno mi getto subito sulla birra. La ripartenza in discesa fa sì che io dimentichi i bastoncini: me li riporta Luciano. Che testa… Un paio di tornanti asfaltati e poi giù, sulla sinistra, lungo il sentiero. Presto la pendenza s’inverte: la lunga discesa s’interrompe ed il percorso ci infligge una breve ma ripidissima risalita, a tornantini su sentiero in mezzo al bosco. L’anno scorso è stato un vero trauma, anche perché qui ci si aspettava di arrivare diretti a Donnas. Ma stavolta non mi fregano più. Stringo i denti e risalgo con entusiasmo: sento alle mie spalle, dal piccolo gruppo che nel frattempo s’è formato, volare le stesse miserie che anch’io, dodici mesi fa, avevo snocciolato. I muscoli si ribellano all’idea di interrompere la noiosissima ma comoda scivolata verso il fondovalle. Il sentiero è tortuoso, strappato al fianco ripido e roccioso della montagna. Riesco a mantenere la testa del trenino solo fin quando si va su… Poi, con la discesa, devo per forza farmi da parte. La temperatura sale, un sole cocente picchia sui nostri crani già confusi. Io me lo godo tutto, il calduccio, perché so che mi mancherà, però la voglia di arrivare a Donnas è forte ed impaziente ormai. Ma la strada è ancora lunghissima: da quando ci arrivano alle orecchie i rumori del fondovalle, rumori di auto, di macchine scavatrici, di clacson, a quando il sentiero ci scodella con i piedi sull’asfalto a Hone, passa un’eternità, e da lì i km sono ancora lunghi. L’imponente mole del Forte di Bard assiste il nostro passaggio sul ponte della Dora e ci accompagna lungo la bella via centrale, lastricata. Ancora, il caratteristico passaggio sotto l’arco. Fa caldo, e ciò è bene, però fatico molto a riabituarmi ai rumori della vita cosiddetta civile. E’ un crescendo di insofferenza, fino all’ultimo km prima della base vita: si corre sul marciapiede lungo una strada trafficata… Donnas, finalmente.

Abbiamo in programma una sosta breve: doccia, cambio d’abito, un pasto e poi via. Non so esattamente che ora sia, ma non è ancora mezzogiorno; perdere qui ore preziose di luce sarebbe folle. Una doccia, la miglior terapia possibile contro gli indolenzimenti e la stanchezza. Non mi posso lamentare; il mio corpaccione, anche stavolta, non sembra volermi tradire: le gambe reggono bene, idem il fiato. Quanto al sonno, quest’anno mi sembra di patirlo un po’ meno. Quasi centocinquanta km alle spalle. Coccolo i piedi con un nuovo strato di Pasta di Fissan e calze pulite, non prima d’essermi rimpinzata con ogni sorta di alimento che riesco a trovare sul tavolo del ristoro, dalla pasta al pane al formaggio allo yogurt. E lattine di bibita simil – Red Bull a volontà. Provo un po’ di pena per le condizioni del pavimento di questo bel palazzetto dello sport… Attila & C., al confronto, avrebbero causato meno danni! Anche qui, mentre mi rassetto per ripartire, non posso fare a meno di notare colleghi di fatica in condizioni impressionanti: piedi piagati, mani sbucciate ed abiti lacerati dalle cadute, sguardi persi nel vuoto, occhi profondamente cerchiati. Molti si abbandonano alle cure di amici, parenti, coniugi giunti apposta per portare conforto. Ma tra “noi”, che viviamo tutto questo sulla nostra pelle, e “loro”, che assistono e partecipano senza capire, c’è un incolmabile abisso.

“Loro non potevano sapere cos’era per me l’alpinismo. Avevo cercato di spiegarlo senza nasconderne gli aspetti pericolosi. Se mi fosse successo qualcosa, dovevano sapere che avevo consapevolmente accettato il rischio. Non sopportavo il pensiero che dovessero accettare la morte di un figlio senza avere gli strumenti per comprenderla. Soprattutto, non volevo che pensassero che era stato uno spreco di vita e non arrivassero mai a capire la verità: che l’alpinismo era stato la cosa che più mi aveva fatto amare la vita, che era la natura stessa della nostra attività a rendere me ed i miei amici quelli che eravamo. Le montagne erano parte inestricabile del tessuto della nostra esistenza”.
Mauro Corona, “Cani, camosci, cuculi (e un corvo)”
La luce violenta del sole ci raggiunge attraverso le ampie vetrate. E’ ora di ripartire, s’ha da fare. Mi godrò le poche ore di caldo, quello vero, che il Tor des Geants concede; presto il cammino tornerà su, alle alte quote, dove il sole scalda quel che può… Ci attende ora un lungo tratto facile dal punto di vista tecnico e senza gran dislivello. Dalle viti ai boschi di castagni, un lungo “su e giù” da affrontare con cautela, con il lauto pasto ancora sullo stomaco. Sentieri e strade sterrate, cappellette, quel che resta di edifici in pietra abbandonati., cataste di legna. Le bandierine gialle sono la nostra guida, sempre. Dai 300 m di quota di Donnas ai 660 del paesino di Perloz: ancora un punto di ristoro, vicino alla chiesa. Qui va a finire che arriverò al traguardo con un bel po’ di chili in più rispetto a quelli che avevo alla partenza! Non mi faccio pregare, anzi rendo volentieri onore a formaggi, bibite e soprattutto ad un golosissimo e fresco grappolo d’uva. Poi via, si riparte, giù per gli scalini e tra i vicoletti del minuscolo abitato. In una vasca in pietra fanno bella mostra di sé alcune bottiglie di Coca Cola: frigorifero d’altri tempi!

Un tratto di discesa ripida ci conduce fino in fondo ad una verdissima valletta. Superiamo il torrente su un meraviglioso ponte in pietra, il Ponte di Moretta, passando al centro attraverso una sorta di cappelletta affrescata, per poi risalire fino alla strada asfaltata. Ricordo bene la bella strada sterrata che imbocchiamo poi sulla destra, con pendenza modesta, che consente un buon ritmo di marcia senza troppo faticare. Ed è altrettanto nitida l’immagine dell’imponente chiusa sul ponte che attraversa un impetuoso torrente, un enorme affascinante congegno meccanico. Ma il sonno è traditore, la testa pesante, le palpebre malferme già da un po’. Potrei concedermi qualche minuto di sonno? Lo propongo a Giorgio quasi con timore, visto che di norma sono proprio io quella che non vuol fermarsi mai… Non coglie l’occasione di gustosa vendetta che gli offro; anzi, pare d’accordo. Appena oltre il ponte, un muretto a secco fa al caso nostro. Mi siedo con la schiena appoggiata alla pietra, approfittando di uno spicchio di sole che mi scalda un po’; Giorgio si sistema vicino, ma all’ombra. Non riesco proprio ad immaginare come riesca ad essere impermeabile al freddo. Per me una semplice sosta significa già rischio di congelamento…

Mi risveglio da un sonno che mi sembra, lì per lì, lunghissimo e profondo. In realtà, mi dice il mio compare, avrò riposato una decina di minuti. E nel frattempo è passata solo una persona. L’impressione è che la foga collettiva dei primi chilometri si sia già ridimensionata, e molto. Si incontra un corridore, o un gruppetto, ogni tanto, con distacchi significativi.
Il sole ha già completato buona parte del suo quotidiano viaggio attraverso il cielo. A noi tocca un tratto di fatica aspra, cattiva, circa cinquecento metri di dislivello per raggiungere i 1.300 m di Moline, da risalire lungo un sentiero che taglia i tornanti della strada asfaltata, lungo la linea di massima pendenza. Pare davvero di arrampicarsi su una parete, o di risalire una scala molto molto ripida. Ci eravamo viziati con lunghe ore di marcia in falsopiano… Questa è una vera coltellata, un colpo basso, una scorrettezza, il parto di una mente sadica. Tutti e due fatichiamo come muli da soma, ma non otteniamo gli stessi risultati. Guardo con languore il comodo nastro d’asfalto… Quasi quasi… Pian piano, con pazienza e caparbietà, raggiungiamo l’abitato di Moline; spuntiamo sulla strada più o meno con lo stesso gaudio di chi ha appena concluso la tormentata risalita dalle profondità di un nerissimo pozzo. Non riesco nemmeno ad immaginare quali orrende contumelie siano già state dirette dai miei predecessori, e saranno scagliate da chi mi segue, all’indirizzo dell’effigie della Madonna, nella cappelletta che compare proprio quando esaliamo l’ultimo respiro… Io offro senz’altro il mio generoso contributo, sia pure silenzioso, perché il fiato l’ho momentaneamente esaurito.

Il sentiero prosegue, con pendenza ben più umana, verso destra, addentrandosi nel fitto bosco. Passiamo accanto a belle baite in pietra, molte in fase di recupero, e intanto tendiamo l’orecchio. Non dovrebbe più mancare molto al piccolo rifugio di Sassa. Ad ogni curva del pendio, spero in silenzio che sia già lì… Ma tocca macinare ancora un po’ di strada, prima di percepire, forte e chiaro, il rintocco del campanaccio con cui, al rifugio, si accompagna l’arrivo di un concorrente. Onore che tocca anche a noi. E’ pomeriggio inoltrato. L’anno scorso, qui, siamo giunti di notte. Un buon vantaggio sulla tabella di marcia che mi infonde un po’ di sicurezza. Breve sosta per pappa e bevande, come sempre. Noto la concorrente orientale, forse giapponese: ha viaggiato sin qui da sola, per quel che ho potuto constatare di tanto in tanto, e non scambia mai parola con nessuno. Mi si avvicina, timida, e mi mostra una cartina del percorso: è quella, estremamente stilizzata, che è comparsa sulle pagine de La Stampa, ma è del tutto inutile come carta di viaggio. Mi stupisco del fatto che una giapponese, o presunta tale, non spiccichi quasi una parola di inglese: purtroppo, questa è per me l’unica lingua con cui posso tentare una forma di comunicazione. Mi sembra di capire che la ragazza, tra l’altro all’apparenza molto giovane, voglia sapere quale sarà il prossimo punto in cui poter dormire; le indico il Rifugio Coda, prossimo posto tappa. Ringrazia e riparte, e noi a ruota. Prossima meta intermedia, il Col Portola, poco meno di 2.000 m di quota. La salita non è troppo impegnativa; attraversiamo ancora un buon tratto di bosco, per poi uscire allo scoperto, poco prima dello spiazzo sterrato in cui la strada asfaltata va a morire. Ci sono parecchie auto; poco oltre, risalendo il pendio erboso, ci imbattiamo in un gruppo di escursionisti dall’aspetto tutt’altro che atletico. Una signora, non proprio filiforme, è quella che tribola in discesa più di tutti. Un saluto, un incoraggiamento, anche se non so chi tra noi abbia più bisogno di coraggio. Proseguiamo fino al colle: il passaggio è una splendida balconata su una valle d’aspetto molto diverso da quello che abbiamo ammirato sinora. Dal pendio verde e dolce ad una tormentata pietraia, da cui svettano conifere isolate. La nostra marcia si fa più lenta ed insidiosa, non tanto per Giorgio, quanto per me che fatico a zampettare da una roccia all’altra. Inciampo in continuazione. In più, verso sinistra, un’inquietante velo di nebbia sembra voler avvolgere le cime, proprio là dove dobbiamo andare… Mi assale il terrore. No, per favore, non quassù… Bisogna sbrigarsi, raggiungere il Coda il più presto possibile. Già, facile a dirsi. Giorgio prende vantaggio, io procedo come posso, con il cuore improvvisamente appesantito dall’angoscia. Percorriamo la conca sulla destra, senz’altro terreno su cui marciare che un’infida pietraia. Uso tutto, piedi, bastoncini, anche mani, all’occorrenza.

Dopo un ampio giro lungo la testata della valle, il sentiero risale brusco un salto di un centinaio di metri di dislivello. Alla base di quel salto, incrociamo due escursionisti, dall’aria ben più solida dei precedenti: ci ricoprono di complimenti ed espressioni di ammirazione, ci incoraggiano, assicurano che il Coda è vicino. Sarà, ma intanto tocca ancora risalire questa rampa di sabbia e sassi che frana ad ogni passo. La conquista del Col Carisey, poco più di 2.100 m di quota, mi regala null’altro che una folata di vento gelido, che m’investe non appena spunto accanto all’ometto in pietra. Si potrebbe godere di un ampio panorama sul Biellese e più in generale sul Piemonte, da quassù… Ma oggi non c’è altro che nebbia.
Le raffiche di vento sono intense e gelide. Indosso almeno il giacchino antivento leggero, onde evitare un malanno. Giorgio, come sempre, procede così com’è. Non oso pensare al gelo degli indumenti bagnati che l’aria appiccica alla pelle. Risaliamo ancora: mi ricordo bene la linea altimetrica disegnata dai miei piedi l’anno scorso, quando siamo giunti quassù a notte fonda. Mi sento molto stanca e debole. Forse è solo colpa dell’inquietudine, ma fatico a tener dietro a Giorgio che invece sembra preda del sacro fuoco dell’entusiasmo. La breve risalita al Rifugio Coda, poco più di una rampa di garage, mi costa un gran mal di testa. Ho bisogno di una pausa.

La giovane rifugista, con mia enorme sorpresa, non solo si ricorda di noi, ma osserva anche che “l’anno scorso siete passati di qui molto più tardi! E avete dormito sui tavoli”. Incredibile, che memoria… E’ vero, abbiamo dormito sui tavoli, tale era il caos quassù. Una situazione quasi drammatica che questa ragazza e l’altrettanto energica mamma hanno affrontato con rara determinazione. Quest’anno la situazione sembra tranquilla… Ma è anche vero che, mi fanno notare, la maggior parte dei corridori deve ancora arrivare. Mi sembra incredibile, per una volta, precedere “la maggior parte”. Anche se non è proprio il caso di illudersi: siamo al km 165, proprio a metà.
Due piatti di brodo caldo, due porzioni di crostata, una alla marmellata, l’altra al cioccolato. Mangio con calma, al riparo di una sorta di “dependance” del rifugio. Non mancano le coccole ad un bellissimo labrador, residente quassù. Giorgio ed io decidiamo in ogni caso di ripartire: abbiamo ancora forse un paio di ore di luce, che sarebbe un delitto sprecare, considerato che la discesa verso il Lago Vargno è lunga e, per un buon tratto, piuttosto penosa.
La prima parte del sentiero, forse cinquecento metri in lunghezza, corre sul versante piemontese della montagna, già in ombra: la temperatura, infatti, è a dir poco siberiana. Superato un colletto, però, torniamo a godere degli ultimi raggi del sole: la giacca che avevo indossato diventa quasi subito superflua, anzi, eccessiva.
La pancia dà segni di tumulto, ma per ora li ignoro. Non ho voglia di fermarmi quassù, non voglio perdere nemmeno un minuto di luce. Il sentiero è aspro, insidioso, ripido. Intorno a noi, una cerchia di vette da levare il fiato. Scendiamo di buon umore, chiacchieriamo come sempre per tenerci svegli, con la prospettiva di concederci un po’ di nanna – lì sì – al Lago Vargno. Il tratto più ostico di discesa lascia poi il posto ad una strada interpoderale. La decisione di affrontarlo con il favore dell’ultima luce del giorno, quel tratto, è stata proprio saggia. Passiamo in vista di alcuni alpeggi. Anzi, lungo la strada è parcheggiato un camioncino con il cassone… La tentazione balena ad entrambi: e se ci fermassimo a dormire nella cabina? Uhm… Mi vergogno troppo all’idea che qualcuno possa pizzicarmi mentre mi infilo abusivamente in un veicolo altrui. Meglio andar giù. Anzi su, perché le bandierine gialle presto ci impongono di abbandonare la strada sterrata in favore di un sentiero che s’infila nel bosco, sulla destra. Le fronde fitte ci costringono ad accendere già, in alcuni tratti, la luce frontale.
Ricordo di aver patito duramente, l’anno scorso, questo breve tratto di risalita, che non mi era parso affatto breve, anzi. Il guaio è che, se t’illudi e ti convinci di dover affrontare una discesa, mal sopporti l’idea di dover invece risalire. Un breve tratto di ascesa sembra una salita hymalaiana. Anche oggi, i nervi sono già a fior di pelle. Mi distrae, per un attimo, l’incontro casuale con una bella salamandra, che solo per un pelo evito di calpestare. Poi riprendo la litania, “Basta, ma quand’è che scendiamo, quand’è che arriviamo al ristoro, non ce la faccio più”.
Mi tappa la bocca lo spettacolo di un tramonto di una bellezza commovente: il cielo s’incendia, i profili sempre più scuri delle cime si stagliano su uno sfondo rosso intenso. Tento invano di dare un nome a qualche cima; scatto un paio di fotografie. Una meraviglia. “Ecco – rifletto ad alta voce – se qualcuno mi domanderà perché io mi sia costretta a questo massacro, la risposta starà in quel che riempie i miei occhi in questo istante”. E pensare che tanta gente consuma gran parte della propria esistenza caracollando da un bar all’altro, da un centro commerciale all’altro… Bah. Comunque, quelli non potrebbero capire, né apprezzare.

“Lentamente l’ombra si allontana dall’Annapurna, le ore scorrono interminabili ed io per la prima volta non penso all’azione. Con lo spirito volo in Europa: tutto il mio passato mi scorre davanti agli occhi, ma non provo malinconia, benedico piuttosto il destino che mi sta regalando questa avventura. Nelle mie fantasie più folli non ero mai arrivato a concepire tanta grandezza e bellezza. Che cosa vale un’intera vita piatta e mediocre in confronto a queste ore di estrema azione e di totale felicità?”.
Lionel Terray, “I conquistatori dell’inutile”
Finalmente il sentiero piega deciso verso il basso. Man mano che scendiamo, la fioca luce ci abbandona. Più in basso, seguiamo il percorso di alcune luci che ci precedono, fino a scorgere la luce più forte del rifugio. Giorgio allunga il passo, preoccupato dall’idea di non trovare posto per dormire: sono tanti che, al Rifugio Coda, hanno seguito il nostro stesso ragionamento. Lo seguo a qualche decina di metri di distanza, sforzandomi di badare a dove metto i piedi, perché il neurone è già a riposo. E’ difficile valutare quale sia la distanza del severo edificio in pietra che sovrasta la diga del Lago Vargno: per fortuna, una volta tanto, lo raggiungo prima di quanto osassi sperare.
Non appena ci si ferma, il freddo è pungente. Ci informiamo subito circa la possibilità di dormire: sì, c’è posto, sia al piano inferiore, un po’ più tranquillo, che a quello superiore, più rumoroso. Optiamo per la prima alternativa: stanchi ed infreddoliti, senza nemmeno toccare cibo, apriamo con cautela una porticina in legno, cigolante. Dal buio emergono i contorni di uno stanzone basso, separato dal piano superiore solo da un sottile soffitto fatto di assi di legno, che emettono strazianti lamenti ad ogni passo di chi si muove sopra di noi. Speriamo che regga. Attraversiamo uno stretto corridoio tra due file di brande; mucchi di coperte e mucchi di ossa dolenti si confondono, respri fiochi si alternano a lamenti. Troviamo, in fondo alla stanza, due posti per noi. Riesco a malapena a connettere quel tanto che basta per levarmi la giacca: infilarmi sotto le coperte indossando tutto quel che ho significa poi patire un freddo disumano, quando si uscirà di qui. Ma “uscire”, per il momento, è un verbo che non appartiene al mio vocabolario. Mi convinco, e ci riesco alla perfezione, che non me ne andrò di qui se non dopo ventiquattro ore di sonno filato. Anche se ho appena raccomandato a Giorgio di puntare la sveglia tra due ore e, in ogni caso, di scrollare anche me se lui dovesse svegliarsi prima dell’orario concordato.

Non si può dire che il sonno, qui, sia ristoratore. Nonostante le pesanti coperte e l’effetto stalla dato dall’ammasso indistinto di corpi, il freddo penetra nelle ossa e non molla la presa. Siamo stanchi, abbiamo gli abiti umidi di sudore. Siamo in uno stato a dir poco impresentabile. Per fortuna, questa disdicevole condizione ci accomuna, cosicché nessuno si schifa del vicino. Anzi, al contrario, basta così poco per regalarci qualche momento di conforto, nonostante tutto. Una spessa e ruvida coperta, probabilmente neanche più troppo linda, si fa apprezzare ben più di un lenzuolo di morbida seta nella lussuosa camera di un hotel. Non ci serve nulla di più.

“In un certo senso, l’alpinista smette di vivere nel momento in cui comincia ad arrampicare. Esce dal mondo dell’ansia per entrare in un mondo in cui non c’è spazio né tempo per tali distrazioni. L’unica cosa che gli importa è sopravvivere al presente. Bollette e mutui da pagare, amici e nemici, tutto svapora nella necessità di concentrarsi su ciò che accade al momento. E’ una vita separata, di decisioni semplici, nette: scaldati, nutriti, bada a quello che fai, riposati, abbi cura di te e del tuo compagno, sii presente. Presente, appunto: finché non c’è altro che il presente e non ci sono più paure a minare la sicurezza”.
Joe Simpson, “Questo gioco di fantasmi”
Il risveglio, com’era prevedibile, è a dir poco drammatico. Abbandonare quel po’ di caldo della coperta è uno strazio, uno sforzo supremo di volontà. Le palpebre incollate non vogliono saperne di reagire. Cerco a tastoni le scarpe; com’è difficile infilarle, quando i piedi gonfiano così. Anche Giorgio non è di buon umore. Si lamenta di non aver potuto riposare, come al solito. Non dorme nella vita di ogni giorno, figuriamoci qui…
Guadagnare l’uscita è un trauma. Fa un freddo insopportabile. Al punto di ristoro, mangio qualcosa, bevo the caldo, prestando orecchio alle informazioni che arrivano via radio ai volontari sui numeri della gara. Quanti devono ancora arrivare, quanti ripartono, quando e dove. Le voci gracchiano nel marchingegno dai vari punti di controllo. Notte fonda, si riparte in salita. Destinazione, Col Marmontana, un’ascesa non troppo impegnativa ma comunque sufficiente a riscaldare un po’ i muscoli intirizziti. Il sonno mi uccide, tornante dopo tornante, anche se una splendida luna ed un firmamento di stelle rischiarano il cielo. Circa settecento metri di dislivello, il passaggio accanto ad un alpeggio, il sentiero risale un pendio che non oppone alcuna difficoltà, se non il freddo ed il vento della notte. Peccato che, sull’altro versante, il terreno cambi radicalmente. Tocca affrontare una rognosissima pietraia, una traccia appena accennata tra sassi e pietroni che, ormai si sa, per me sono un vero incubo. Non posso che dire grazie alla potente luce della mia pila frontale; purtroppo, neppure quella è sufficiente a risparmiarmi tribolazioni infinite, mentre Giorgio salta di sasso in sasso come un camoscio. Quel che è peggio è che mi riesce enormemente difficile individuare le bandierine, al buio, in questo mare di pietre in cui il cammino non segue un filo logico né una traccia. Devo fare il possibile per seguirlo da vicino, altrimenti sono guai.

Nel corso della lunga peregrinazione, ci accorgiamo ad un tratto di una potente luce che appare e scompare, senza regolarità apparente. Capiamo solo più avanti, avvicinandoci, che la luce altro non è che il punto di ristoro, allestito come già altri in precedenza con una struttura di plastica trasparente che fa da rifugio per i volontari. Non li invidio, poverelli: io schiatto di freddo già mentre sono in movimento… Ma che dire di loro, tutto il giorno e tutta la notte quassù immobili? Provo un moto di riconoscenza per questi due giovani tapini, relegati quassù, in mezzo al nulla. E non ‘ una frase fatta. Siamo proprio in mezzo al nulla. Tutto ciò che le nostre frontali illuminano è pietraia, senza neppure l’impressione di un sentiero. Unico segno di umana attività, la piccola diga che abbiamo superato appena prima del punto di ristoro. Un bicchiere di the caldo, qualche biscotto e via, si riparte, una bandierina appresso all’altra. Una ragazza, partita appena prima di noi, sentenzia che da qui a Niel sarà tutta discesa: se la memoria non m’inganna, temo che la fanciulla patirà a breve una cocente delusione…
Procediamo per un breve tratto in piano, leggera discesa, ma ben presto la pendenza s’inverte e s’impenna. Tornantini molto ravvicinati e ripidissimi ci costringono ad una fatica improvvisa, cattiva. Ci tocca arrampicare: metaforicamente, per il primo tratto di sentiero, e poi sul serio. Ricordo bene questo penoso passaggio, piuttosto lungo, dove le bandierine segnano una rotta del tutto casuale tra i pietroni. La notte mi impedisce di mettere a fuoco gli appoggi più logici e meno traballanti per i piedi. E meno male che mi impedisce anche di guardare giù. Mi ero imposta di mantenere la calma, ma non ci riesco. Non mi sento affatto sicura su questi precari appigli, ho il cuore che batte furioso, le mani che tastano convulse le pietre. Giorgio sale davanti a me, spedito, sicuro; sento la sua voce vicina, ma fatico a trovare la traccia per seguirlo. Spesso rimango bloccata col naso in su. Che silenzio, che cielo. Solo una pietra malferma mi riconduce alla realtà. I miei nervi subiscono una dura prova. Le mani, pur protette dai guanti, patiscono il freddo della pietra. Giorgio è impaziente, prende vantaggio. Sento la sua voce che mi incoraggia: “Qui diventa facile, c’è il sentiero”, avvisa. Tribolando, finalmente ci arrivo anch’io. Non si può tirare il fiato; la salita continua e la traccia, sia pure più comoda, impone comunque cautela per evitare di scartare e piombare di sotto, chissà dove. Il senso di essere abbandonati dal mondo è intenso, ma ora che appoggio i piedi su una base più solida riesco ad apprezzarlo appieno. Le linee aspre, minacciose della spaccatura nella roccia, la “Crenna dou Leui”, a quota 2.300 m, emergono pian piano dal buio. Mi viene in mente l’immagine associata al Cerro Torre, il “grido di pietra”: metafora che, fatte le dovute proprorzioni e senza voler peccare di irriverenza, calza a pennello anche a questo inquietante, imponente uncino di roccia. Pare un artiglio che, da un attimo all’altro, voglia piegarsi a ghermire l’ignaro viandante. Del resto, sarebbe la giusta vendetta per un simile passaggio che sa di beffa nei confronti della montagna, una stretta spaccatura ricavata là dove la pietra, sua sponte, non avrebbe mai concesso di scollinare. Buio e stanchezza condizionano anche le menti più razionali.

Non si scorge la fessura finché non ci si arriva proprio di fronte: occorre una buona dose di sangue freddo per riuscire a sporgersi dall’altra parte. Si vedono le luci di un abitato, ma chissà quante centinaia di metri più in basso, proprio sotto di noi, a piombo. Sento le gambe rammollirsi e la testa girare: calma… Qui non ci si può permettere alcun passo falso. Il sentiero, minuscolo, si tuffa verso il basso con un susseguirsi di secchi tornanti. Il mio compare procede sicuro, io vado con i piedi di piombo ed i bastoncini saldamente puntati. E non posso fare a meno,ogni tanto, di cercare il cielo. Per essere una notte oltre i 2.000 m, non ci si può lamentare del freddo. O forse è la tensione che contribuisce a mantenere alta la temperatura.

Camminiamo e camminiamo ancora, spesso su pietraia, per un tempo che ci pare interminabile. Quasi senza accorgercene, passiamo accanto ad un cippo di pietre con la caratteristica forma a piramide molto allungata; è il Colle della Vecchia, ma per noi ormai abituati a salite e discese da capre non merita nemmeno di essere chiamato “colle”. Stiamo marciando, in effetti, lungo un infinito saliscendi, ma abbiamo perso ogni riferimento nello spazio e nel tempo. Potremmo essere ovunque, potrebbe essere qualsiasi ora della notte. La tensione del passo incerto sulla pietraia mi sfinisce. Non siamo soli: altre luci spuntano e spariscono in lontananza, con movimento morbido e cadenzato, come boe sul pelo dell’acqua in un placido mare notturno. Siamo tante barchette, precarie come quelle che costruivamo da piccoli con il guscio di noce e lo stuzzicadenti, alla deriva.
Sono questi i momenti in cui, per andare avanti, tocca proprio crederci, nel senso di credere che, prima o poi, da qualche parte si arriverà. Marciamo ormai da ore, almeno questa è la sensazione, e ci pare d’essere ancora e sempre impantanati nello stesso luogo. Sono certa che una meta ci attenda, prima o poi, ma… Dove?

Oltre il colle, sono costretta ad una breve sosta. Di notte c’è almeno un’attività che risulta avvantaggiata: il “pit stop”. Nessun timore di essere scrutati, o anche solo sorpresi per caso, da inopportuni testimoni. Di notte, tutti i deretani sono bigi, come i gatti.
Giorgio si allontana. A fatica, perché ogni sosta e movimento diverso dall’ossessivo gesto della camminata comporta dolori e lamenti, mi rimetto in moto… Ma, di lì a poco, sono già ferma. Non vedo più bandierine. Torno qualche passo indietro, all’ultima balise; seguo l’orizzonte, anche con l’aiuto della frontale al grado massimo di illuminazione: niente da fare. Muovo ancora qualche passo, esploro verso destra, verso sinistra, nulla. Più in basso, al di là della mia invisibile barriera, risuonano alcune voci. Vi aggiungo la mia: “Voi, là sotto, riuscite ad indicarmi dov’è il passaggio?”. Mi rispondono Giorgio ed un ignoto: tentano di darmi direttive, ma non c’è verso. Non riesco a scorgere una traccia e mi arrabbio con me stessa. “Aspetta, non muoverti – raccomanda la voce senza volto – vengo su io”. Obbedisco: anche se questa attesa mi consuma nell’assurda angoscia di perdere tempo, rischierei di peggiorare la situazione, se dovessi tentare l’esplorazione. Mi stupisce come l’organizzazione del Tor, altrimenti impeccabile, abbia potuto essere così avara di bandierine, in questo tratto. Già ben prima di arenarmi qui, ho trovato difficoltà nella ricerca delle balise, poste secondo me a distanza eccessiva l’una dall’altra. Qui non c’è alcuna traccia di sentiero; l’orientamento è già arduo in questa notte splendida, limpidissima e rischiarata dalla luna. Non oso pensare cosa potrebbe accadere in caso di nebbia o pioggia!
Mentre così rimugino, vedo spuntare una luce al di là di una roccia. Salvezza! Raggiungo il mio messia e lo seguo come un cagnolino fedele, giù per un tracciato che, adesso sì, mi pare ovvio. E’ uno dei fotografi della gara; è schizzato su di corsa, velocissimo. Mi consola: non sono l’unica, a quanto pare, che si è trovata in difficoltà. Viaggio in compagnia fino ad un pianoro; il mio faro nella notte si ferma qui, io procedo seguendo le bandierine con un certo affanno. Di lì a poco, appare un altro angelo custode, un volontario che, mi spiega, ha già fatto più volte la spola da qui al prossimo punto di ristoro, per traghettare i viandanti disorientati. E’ un personaggio già di una certa età e con una gran voglia di chiacchierare, oltre ad un passo invidiabile. Chissà quanta strada ha già percorso su e giù. Peccato che io sia troppo tesa alla ricerca dell’appiglio meno instabile, per dargli corda. Non ne posso più, finirà mai questo incubo? Vedo un alone di luce, dev’essere il ristoro. Ma non arriva mai… Quasi non ci credo, quando raggiungo lo spiazzo. Ho una gran fame, una gran sete. C’è Giorgio, già sul punto di ripartire; mi affretto per seguirlo, anche se resterei volentieri qualche istante in più a godere il tepore del falò. Mangio e bevo, come sempre, meno di quel che dovrei.

Brevissima risalita; il sentiero, finalmente praticabile, punta in leggera discesa verso un colle, appena percepibile contro il nero della notte. Non l’oltrepassiamo: ci sfiliamo accanto e pieghiamo verso sinistra. Esorto Giorgio a procedere del suo passo: la discesa è lunga e sarà, per me, penosa come sempre. Lui ha tutt’altra andatura; è più saggio che scenda e si conceda magari una pausa un po’ più generosa al ristoro di Niel, quota 1.500 m circa, dove farà anche meno freddo. Così, rimango sola con i miei pensieri. Ho un ricordo vago e confuso di questo tratto, dall’anno scorso. Certo il neurone deve aver rimosso, per autodifesa, la memoria di ciò che mi toccherà… Il sentiero corre per un lungo tratto in falsopiano, tra le avanguardie di vegetazione che segnano il rientro alla quota dei boschi; poi punta verso il basso, ma con un fondo che, lungi dall’offrire un minimo di stabilità, mi costringe ad una progressione lentissima, esasperante. Altrimenti, non c’è niente da fare, si scivola, si rovina per terra. Là dove la vegetazione concede uno scorcio, cerco di intuire la direzione del percorso, ma non c’è verso. Un unico sipario nero. Nessuna traccia nemmeno dei miei compagni di fatica. Mi assale la tristezza: sono ben consapevole di aver percorso il tratto dal Colle Marmontana a qui in un tempo vergognosamente lungo, anche se non ho alcuna idea di che ora sia. In queste interminabili notti, non esistono sentimenti pacati, non ottimismo o tristezza, non ci sono mezze misure; si passa senza sfumature dall’euforia incontenibile alla più cupa disperazione, dalle stelle alle stalle, è il caso di dirlo. Ed anche il corpo ne risente; lo zaino si fa più pesante, le spalle dolenti, le gambe rigide.
Alla prima, breve risalita, un tuffo al cuore. Andar su, durante una discesa, significa che poi toccherà scendere ancor di più, ovvio. Eppure il tracciato, beffardo, inverte più volte la pendenza, serpeggia e sfugge tra i tronchi degli alberi che sfumano nel buio oltre il fascio della frontale.
Sono ormai alla disperazione. Prima o poi finirà, è la regola, ma ormai comincio a pensare che non esista affatto, la fine. D’un tratto, il percorso piega deciso verso destra, fino a mostrare le luci di un abitato. Molto, molto più in basso… Mossa da un fuoco di furia omicida, cammino a passo spedito, la testa che scoppia. La figura che d’improvviso mi si para davanti sembra, lì per lì, un fantasma, il parto della mia mente sotto tensione. Eppure somiglia un po’ troppo a qualcuno di mia conoscenza. Infatti è Giorgio, che riemerge fresco e riposato da una conca tra gli alberi in cui si è fermato a dormire un po’. Così fresco che riparte di gran carriera e sparisce.

Le luci del paese, beffarde, sembrano lì a portata di mano, eppure si allontanano ancora. Non mi par vero di scorgere traccia di presenza umana… Case, campanili, voci, musica. Coraggio, Gian, anche questa è fatta. Rabbia, angoscia, tristezza, evaporano come neve al sole. Però adesso datti una calmata, fermati, mangia con calma. Il primo barlume di luce del mattino. Già, facile a dirsi. Tra i tavoli del punto di ristoro, mi sembra di poggiare i piedi sui carboni ardenti. Mangio e bevo a mo’ di boa: ingoio tutto intero… Giorgio tenta più volte di farmi ragionare: sarebbe opportuno fermarsi qui e dormire un po’; c’è un posto caldo, riparato, a nostra disposizione. Non è ancora giorno fatto. Sarebbe più che saggio. Forse proprio per questo, una simile soluzione mi fa orrore. Fermarsi no, non se ne parla nemmeno.

L’assurdità della mia cocciutaggine mi è evidente già a poche centinaia di metri dal ristoro. Si sale lungo una bella strada sterrata, facile, ma io crollo dal sonno. Testa pesante come un macigno, occhi che si chiudono; i piedi si trascinano al rallentatore. Percepisco, tra i fumi dell’intontimento, l’impazienza del mio compagno di viaggio, ma non posso farci proprio nulla. Sono disfatta. Ma non mi va di mollare: spero nel conforto della luce del giorno.
Il mio incedere è sempre più lento, finché non sono costretta a capitolare. Giorgio è scettico ed ha ragione; fermarsi qui significa riempirsi di freddo. Abiti umidi di sudore, vento ed il momento più gelido della giornata, l’alba. La combinazione di circostanze peggiore per fermarsi. Ma non ho scelta, non posso più proseguire. Spingo Giorgio a continuare, ma lui non è menefreghista ed egoista come me… Io l’avrei fatto, al suo posto. Questa corsa è una parentesi al di fuori della vita; il Tor è qualcosa per cui sarei davvero disposta a passare sopra a tutto e tutti, come un rullo compressore. Lui no, si ferma, si prodiga alla ricerca di un anfratto tra gli alberi che offra almeno un’illusione di riparo dal vento. Mi siedo e crollo in un sonno di piombo.
Mi risveglio, com’era prevedibile, in preda ai brividi, un freddo inimmaginabile che inchioda le ossa. Mi rimetto in moto con la testa che esplode. Ma la salita, come sempre, “atterra e suscita, affanna e consola”. Passo dopo passo, mi sento meglio. La luce, finalmente. Anche oggi ci accoglie un cielo meravigliosamente azzurro. Credo sia mercoledì. Alle spalle, oltre 180 km.

“Nonostante il ghiaccio e la neve, nonostante l’altitudine e la difficoltà di alcuni passaggi, proseguiamo senza rallentare. Ancora una volta abbiamo trovato quello stato di grazia che, decuplicando le nostre forze e la nostra abilità, ci libera quasi dalle leggi della natura”.
Lionel Terray, I conquistatori dell’inutile
Il sole illumina le cime; non vedo l’ora di sentirlo sulle spalle, tanto che mi viene voglia di correre. Beh, magari proprio correre no, diciamo affrettare il passo. Troppo forte la voglia di tornare in alto, troppo intensa la gioia di aver ritrovato le forze.
La salita al Col de Lazoney, quota 2.300 circa, è impegnativa ma costante; il sole inonda la vallata; tornano, finalmente, i colori. Verde acceso dell’erba, azzurro intenso del cielo. Le gambe trottano come se fossi appena partita. Ritrovo la sorgente nascosta sotto una grossa roccia, supero la cornice oltre la quale la vallata si apre. La pendenza si attenua solo per un breve tratto; la luce è violentissima, accecante, tanto che diventa difficile individuare il sentiero, quando si procede proprio in faccia al sole ancora basso. Non posso trattenere un sorriso, mi sembra di rinascere; trotto via di gran carriera, tanto da costringermi a marciare con un po’ di prudenza in più. Il colle è già visibile sulla sinistra, un po’ più in alto, contro il cielo. L’euforia è tale che quasi non mi accorgo di averlo superato. Ci attende il passaggio attraverso un vasto e verdissimo prato acquitrinoso; inutile incaponirsi per schivare le pozze. Si va a bagno, sia benedetto San Goretex. Più che un sentiero, si segue una traccia delineata solo dalla teoria di bandierine attraverso i pascoli, fino a ricongiungerci ad un percorso ben marcato. Per ora, la discesa è appena accennata. Si viaggia comodi in falsopiano; si potrebbe correre, ma non ne ho alcuna intenzione, preferisco recuperare un po’ di forze, fisiche e psicologiche. Il sentiero corre tra gli alpeggi in pietra, alcuni diroccati, altri in via di ristrutturazione. Giorgio spesso prende vantaggio, ma io resto impassibile. E’ vero, sto benone, ma è meglio non tirare troppo la corda. Mi godo il sole. L’unica nota negativa è il dolore ai piedi: intenso, pulsante, sembra colpisca – mi si perdoni la probabile castroneria medica – le ossa “sotto” il piede. Come se la pianta del piede, o meglio la sua parte anteriore, fosse diventata sensibile in modo esagerato al contatto con le pietre.
Tiro un gran sospiro di sollievo, in vista del Rifugio Ober Loo. L’anno scorso, qui, ci era stato offerto un ristoro con formaggi e salumi di ogni genere, tutti prelibati. Le mie speranze non vanno deluse: nonostante la mia cronica miopia, metto a fuoco già da lontano le tome ed il luccichio dei coltelli. Ci arrivo, finalmente, e con la giusta dose di fame per spazzolare tutto. Una babele di lingue intorno a me, ma mi pare di capire, dal tono delle esclamazioni in vari idiomi e dall’espressione dei volti, che tutte esprimano lo stesso gradimento, non solo per i formaggi ma anche per la gustosissima torta di nocciole e per le crostate.

La discesa è ancora lunga, ma nulla a che fare con la precedente su Niel, terribile. Si alternano lunghi tratti di falsopiano lungo il torrente con sparute chiazze di bosco. A tratti, perdiamo quota in modo un po’ più deciso, attraverso il bosco, marciando su un fondo di sabbia e pietre. La giornata è magnifica; procediamo di gran carriera, allegri, addentrandoci nella vegetazione e verso la bassa valle. Ero fermamente convinta di dover affrontare, prima di Gressoney, ancora una risalita; una volta tanto, non è così. Piacevole sorpresa. Non c’è alcuna risalita; il sentiero ci scodella direttamente sull’asfalto. Tutto bene, se non fosse per il male ai piedi. Mi sa che è colpa mia: giusta punizione per aver scelto un paio di scarpe già vicine alla distruzione… Per tirchieria, per “risparmiare” il paio nuovo.

L’asfalto riverbera quel po’ di calore del sole di settembre; un contadino lavora in un campo. Gli fa compagnia uno splendido Collie dall’aspetto dolce e mansueto; gli regalo una coccola… Prontissimo il padrone: “Se lo vuoi, te lo vendo”. Vendere il proprio cane, ma neanche per scherzo! Credo che potrei vendere qualche familiare senza troppa difficoltà, ma mai e poi mai uno dei miei amori a quattro zampe!

Raggiungo Gressoney in condizioni decisamente migliori rispetto allo scorso anno, quando qui ero in preda ad inarrestabili allucinazioni. Seguendo la strada principale ed i profumi invitanti che emergono dalle case e dai giardini, arriviamo alla palestra destinata a base vita. Anche qui, i borsoni sono già pronti ad attenderci. Con calma, doccia e cura dei piedi martoriati; tolgo le scarpe con gran sollievo, ma chissà se riuscirò a rimetterle… Anche camminare a piedi nudi sul pavimento liscio è una tortura. Ci dedichiamo anche alle libagioni: pasta, pane, yogurt, bibite energetiche, birra. Nell’ampio spazio del centro sportivo, la quiete regna sovrana. Il grosso dei corridori deve ancora arrivare. I piedi pulsano di dolore. Gian, ma chi te lo fa fare di soffrire così? Butto giù mezza bustina di antiinfiammatorio e spero. Solite applicazioni di Pasta di Fissan e via, ancora all’avventura.

Il percorso prevede un tour nel centro del paese; peccato che, quando si torna sulla strada principale, non si riesca a capire dove andare. Puntiamo diritti a sinistra, ma non tardiamo ad accorgerci della mancanza di bandierine. Torniamo indietro qualche centinaio di metri, ma non c’è modo di cogliere la direzione corretta. Siamo lì lì per telefonare all’organizzazione, quando una madama affacciata ad un balcone richiama la nostra attenzione e ci spedisce sulla retta via. Attraversiamo un ponticello e ci ritroviamo a trottare su una bella strada sterrata, in impercettibile salita. Il sonno si fa sentire. Alla fine, vince la tentazione: chiedo dieci minuti di pausa, a cui Giorgio acconsente di buon grado. Mi siedo a bordo strada, la testa appoggiata sull’erba, e mi godo un breve ma profondissimo sonno, al tepore del sole. Non così il mio compagno di sventure, che non dorme mai.

Fine della pacchia, ci attende ora una risalita davvero aspra, ripida, cattiva, a rampe e tornanti secchi. La fatica non ci impedisce di chiacchierare ancora, nonostante i muscoli tesi e la cassa toracica in tumulto. I maestosi tronchi, i lunghi rami di legno scuro egli aghi di un intenso verde appartengono a splendidi esemplari di “Larix Decidua”, come recita la tavola illustrativa. Le rampe del sentiero rendono minuscole le case del fondovalle e ci portano ben presto al Rifugio Alpenzu, accolti dalle feste dei volontari. Incredibile come siano sempre così sinceramente calorosi. Mangiamo pochi bocconi e via, ancora in salita. Era notte fonda, qui, l’anno scorso. Oggi invece saliamo con la fortuna di un sole splendido. Passiamo accanto a due alpeggi; due donne chiacchierano in compagnia di cinque o sei bellissimi cagnoni. Mi colpisce la più anziana, senz’altro con un rispettabile numero di primavere sul groppone, ma dritta, energica e con due splendidi occhi azzurri. Ci salutiamo.

L’ascesa al Col Pinter è lunga; dai 1.200 m di Gressoney si sale ai 2.770 del colle, passando per i 1.700 del Rifugio Alpenzu. Una bella valle ampia, verdissima e punteggiata di alpeggi in pietra. Stavo davvero male, qui, un anno fa, e Giorgio non era certo in condizioni migliori, tanto che, alla lunga, eravamo stati costretti a rifugiarci in una baita abbandonata, mentre fuori urlava il vento, per dormire un po’. Ritroviamo oggi con un sorriso quella stessa baita e ci accorgiamo che di ripari del genere, qui intorno, ce n’è a bizzeffe. Ovviamente, quella notte, non avremmo potuto scorgerli. Ci imbattiamo persino in una struttura più grande che, a giudicare dalla quantità di bandierine multicolori ad ornamento della facciata, sembra un rifugio vero e proprio.

Da qui si può vedere tutto il tracciato fino al colle. Quando siamo circa a quota 2.300 m, cedo alla tentazione di provare ad inseguire un rivale, che tengo d’occhio da un po’. “Provo ad andarlo a prendere – dico a Giorgio – tanto in discesa mi riprendi”. Ed allungo il passo, con cautela. Ho una gran voglia di raggiungere quella che, da qui, sembra una bella rampa tosta, a tornanti… Il mio rivale si ferma, ma ormai mi sono adattata all’andatura e proseguo del mio passo. Misuro il distacco dagli “inseguitori” dal volume delle loro voci.
Nel tratto finale, il sentiero si impenna. Non appena scollino, m’investe un vento forte e freddo. Proseguo senza fermarmi: tanto, da che mondo è mondo, Giorgio in discesa se la cava molto meglio di me; mi raggiungerà senz’altro. Il primo tratto è quasi facile; si va giù in vista di un bel lago blu. Dall’alto, cerco di intuire se si andrà a destra o a sinistra rispetto allo specchio d’acqua: qui i ricordi sono un po’ confusi… Vedo alle mie spalle un puntolino che scende: eccolo, dev’essere in arrivo.

Un breve tratto in piano, poi il sentiero si tuffa letteralmente verso il basso, oltre una balconata che mette le vertigini. Qui la mia vita si complica. Mi arriva alle spalle Mauro, corridore ligure con cui posso forse competere in salita, ma non certo in discesa; sembra letteralmente volare sulle pietre, qualunque sia la stabilità degli appoggi. Gli chiedo di Giorgio: strano che non sia ancora arrivato… Pare comunque che stia scendendo. Infatti, conquistato faticosamente il fondo del tratto a tornantini ripidi, mi volto e vedo un puntino rosso che viene giù. Ok, è lui.

Il tracciato, da qui, diventa agevole; corre per un lungo tratto attraverso prati ondulati e laghetti. Sarebbe terreno da corsa; come sempre, non per me, però. Procedo comunque di buon passo; sto bene, il sole mi mette di ottimo umore e, soprattutto, mi infonde incontenibile energia. Il verde dei prati dà allegria.Sentiero, strada sterrata, un gruppetto di case; sorpresa stupenda, un punto di ristoro che non mi aspettavo. E’ un piccolo bar che ha allestito alcuni tavoli con ogni leccornia, dai biscotti ai succhi di frutta, yogurt, cioccolato, soprattutto le meravigliose barrette di cioccolato Novi al mio gusto preferito, il riso soffiato. Con immensa soddisfazione, ne rubo due: quando mai potrò abbuffarmi a cuor leggero, se non ora?
Una sorta di inspiegabile furia mi strappa via dal tavolo del ristoro prima ancora che Giorgio mi raggiunga. Lascio un messaggio per lui ai volontari lì presenti: “Ditegli che lo aspetto al rifugio Crest”. E già in cuor mio spero che non ci sia affatto da aspettare: spero che, per allora, mi abbia già raggiunta. L’attesa è qualcosa che mi distrugge. Non posso pensare di restare ferma se non è strettamente indispensabile, nemmeno un minuto. Il Tor è tutto… E non c’è via di mezzo. Proseguo lungo un sentiero in leggera discesa; mi raggiunge, di lì a poco, Mauro. Manca ben poco al Rifugio Crest; passiamo nei paraggi di un bell’alpeggio e, anche qui, raccogliamo saluti ed incoraggiamenti. Incredibile, quanto la gara sia sentita anche nei più sperduti angoli della valle, da tutti. Si procede di buon passo, fino al piccolo abitato di Crest, dove, in cima ad una breve ma secca risalita, si raggiunge il Rifugio Vieux Crest. Quando sono in alto, un’occhiata rapida giù mi permette di individuare Giorgio. Sta arrivando. Salgo la bella scala in legno del Rifugio; segno il mio tempo e vorrei fuggire all’istante… Ho commesso, poco fa, l’imperdonabile errore di accendere per un attimo il telefonino e leggere il messaggio di un amico: “Sei decima”. Immediato attacco di schizofrenia acuta: una prima me stessa vorrebbe dar fuoco alle polveri, schizzare via con tutto il fiato che ha in corpo, fare il possibile per conquistare una posizione in classifica che, al Tor, potrebbe essere di tutto rispetto. L’altra me stessa, quella saggia, tenta di dissuadermi: ma dove vuoi andare, con altri cento e rotti km davanti? Che classifica e classifica, tu non hai il fisico per fare classifica, potrai ringraziare se arrivi alla fine! E poi smettila, datti una calmata, aspetta quel poveretto che, quand’è toccato a lui, non ti ha abbandonata. Ma non c’è niente da fare… Il mio neurone ha già serie difficoltà di funzionamento in condizioni ordinarie. Figuriamoci qui, con la fatica, la stanchezza delle notti insonni, l’assurda euforia del momento. Non appena la chioma d’argento di Giorgio fa capolino su per la scala, quasi lo investo: “Sono decima, senti… E’ un’occasione, non mi capiterà più nella vita… Io ci provo”! E sono così vigliacca da non trovare il coraggio per dire ciò che vorrei davvero dire adesso: “Io vado avanti da sola”. Ecco, questo vorrei sentirmi rispondere; “Vai, provaci, ce la puoi fare, non perdere tempo, non aspettarmi, buona fortuna”. Quel che mi aspetterei da un amico. Il guaio è che sono miope, tremendamente miope, non solo nella vista. Non mi rendo conto che sto pretendendo un comportamento da amico quando io stessa, nello stesso istante, ripago con la moneta di uno sconfinato egoismo. Giorgio, già inferocito perché non l’ho aspettato – ma cosa sto facendo qui, secondo te? – reagisce in tutt’altra maniera, con uno dei suoi scatti di rabbia che ormai ben conosco. Lì per lì vorrebbe fermarsi a mangiare, mentre io pesto sulla stessa mattonella come un animale in gabbia, preda della stretta del rimorso che mi impedisce di partire per la mia avventura. Poi si alza, rabbioso, e schizza via. Resto interdetta: beh, se non altro… Un effetto positivo l’ho ottenuto! Basta fargli saltare i nervi, risultato peraltro molto facile da raggiungere dato il carattere del soggetto, e quello parte come una macchinina caricata a molla, anche se un attimo prima era moribondo. In più, è un motore per cui un pieno di rabbia è carburante che dura per un sacco di tempo e chilometri!

Mi avvio anch’io, ma a tutt’altra andatura. Lungi da me tentare di corrergli dietro. E’ il mio Tor, è la gara a cui tieni di più, Gian, anzi in questo momento è tutto ciò che conta nella tua esistenza. Potrà sembrare superficiale, ma è così. Non è una guerra né una sfida, è un lungo viaggio in compagnia della fatica, con il permesso della montagna. E se la montagna vorrà accordarti la benevolenza dei suoi sentieri e del suo cielo azzurro, arriverai a Courmayeur. Ma il successo o il fallimento dovranno dipendere solo da te. Non devi permettere a nessuno, chiunque egli sia, di metterti i bastoni tra le ruote, costi quel che costi.
Così rimugino mentre procedo lungo un sentiero, e poi una strada sterrata, che attraversa i tristi scheletri estivi degli impianti da sci. Ovvio che ciò che è successo al Rifugio Crest non mi lascia indifferente, però non riesco a trovare una spiegazione né una giustificazione a tanta rabbia. Non posso immedesimarmi, perché mi trovo nel luogo più bello del mondo, parte della corsa più bella del mondo, e mi vien da sgranare a ritroso le maglie dell’immensa fortuna che mi ha accompagnata sinora: sono fortunata perché sono qui, sono qui perché l’anno scorso ce l’ho fatta, ero al Tor l’anno scorso perché qualche anno fa ho scoperto quasi per caso la corsa in montagna, l’ho scoperta perché già correvo e già le gambe mi portavano lontano, e perché sono nata con una sana e robusta costituzione in una famiglia che non mi ha mai fatto mancare nulla… Insomma. Sono felice. E per questo non riesco a capire chi va su tutte le furie. D’altro canto, mi rammarico di non essere stata fedele ai miei propositi pre-gara. Quando si affronta la prima esperienza in una prova di questo genere, è utile procedere in compagnia, perché, per quanto si possa essere organizzati e preparati, è davvero dura far fronte da soli alle asperità di tante notti e tanta stanchezza. Quest’anno, però, consci dei nostri caratteri tutt’altro che malleabili, Giorgio ed io avremmo dovuto viaggiare ciascuno per proprio conto. Avremmo evitato di farci del male…

La luce del sole pian piano si attenua, l’aria si fa frizzante. Cammino ormai da tempo con la testa altrove; anche qui si potrebbe, si dovrebbe correre. Mi ritrovo, senza pensarci, a passare davanti ad un rifugio; un cagnetto mi si avvicina, ma è diffidente. Rifugio Ferraro, ma non è una tappa del giro. Ho perso il senso del tempo e dello spazio, quando il sentiero abbandona il lungo falsopiano per imboccare una decisa discesa in mezzo al bosco. E’ quasi buio ormai. Si vedono luci a fondovalle, ma ho un vuoto di memoria circa il percorso; non so bene dov’è che si arrivi, come prossima meta intermedia, e non ho alcuna voglia di estrarre dalla tasca la cartina.
Di lì a poco, a fugare i miei dubbi provvede un corridore che sta risalendo di gran carriera: mi ferma, preoccupato; mi mostra la traccia del percorso e mi domanda, in inglese, se questa sia la strada giusta o se piuttosto non abbia saltato un punto di controllo. No, lo rassicuro, vai tranquillo, vedi, il ristoro è al fondo di questa discesa. E gli indico col dito il prossimo paese, Saint Jacques. Ringrazia, riprende la sua corsa, questa volta verso il basso.

Quando sono ormai nei paraggi dell’abitato, alzo la testa e… No, eppure non ho bevuto. E non sono ancora addormentata. Ma è proprio lei? Una voce squillante mi chiama per nome… Ilaria! Reduce dai Campionati Mondiali di 100 km in Olanda, pochi giorni fa… Che ci fa qui? “Portami le Cascadia, portami le Cascadia!”. Mi fa ribaltare dalle risate… Prende in giro il povero Luciano, di cui sta andando in soccorso. Il quale, poco prima di Donnas, interrogato dall’alto del mio scetticismo sulla qualità delle sue strane scarpe Hoka dalla suola spessa una coltellata, ne decantava le doti… E’ evidente che ha cambiato idea! Scambiare qualche parola con Ilaria mi rigenera lo spirito. Ha portato a termine la prova del Campionato, nonostante mille difficoltà, con la caparbietà che le è caratteristica, e chiude con una sentenza che suona più o meno così: “…ma devi arrivare alla fine, a costo di strisciare, non devi mollare! Ma cosa lo dico a fare, a te…”. In questo preciso istante, è come se mi avesse consegnato un fardello, un preziosissimo fardello, da condurre fino al traguardo. Ce la devo fare, non foss’altro che per meritarmi la sua fiducia.

Ci salutiamo. M’infilo tra le case del paese. Una finestra illuminata nel mezzo di un bel muro in pietra, un enorme San Bernardo col padrone, accanto all’ingresso. Entro, una nuvola di caldo e profumo di pappatoria mi avvolge. Col migliore dei miei sorrisi, mi rivolgo a Giorgio che è lì sulla sedia, evitando per precisa intenzione di domandargli cosa diamine gli sia preso. Anche perché lo so benissimo, cosa gli è preso. Abbiamo entrambi intenzione di fermarci a dormire un po’. Nonostante la fretta, mi costringo a due ore di riposo. La prossima meta è il Colle di Nannaz, poco sotto i 2.800 m di quota. Meglio ritemprare un po’ le forze. I volontari ci accompagnano al piano superiore, con gran cigolio di legno, e ci forniscono un praticissimo sacco con cui rivestire letto e cuscino, alla fioca luce gialla di una lampadina. In questo momento, al diavolo la fretta. Il conforto di un materasso è una goduria indescrivibile, soprattutto perché so di meritarmela. Concordiamo un paio d’ore di sonno, con la solita clausola: se ti svegli prima, chiamami.

Per la ben nota pena del contrappasso, tanto è dolce l’abbandono tra le braccia di Morfeo, quanto è duro e doloroso il risveglio. E’ anche per questo, che vorrei fare a meno di fermarmi a dormire; perché ogni volta la partenza è più drammatica della precedente. Ci trasciniamo al piano terra, ci equipaggiamo per la lunga notte; mangiamo ancora qualche boccone, poi via, pile frontali in testa, ci buttiamo fuori, nel freddo della notte. La quarta notte.

Risaliamo in silenzio, ciascuno perso nei suoi mugugni e nei suoi deliri da sonno arretrato, con la verve di due bradipi fiacchi. Il fragore di un torrente intontisce e disturba i pensieri. Su attraverso il bosco, con gli occhi fissi al cerchio di luce della pila. Una strada sterrata, un bivio, un alpeggio, i cani che abbaiano, la vegetazione che si dirada, finché la montagna ed il cielo si fondono in un’unica sfumatura di nero. Dobbiamo salire parecchio, prima che la vallata si faccia più ampia e ci mostri, ancora molto lontane, le luci del Rifugio Grand Tournalin. Il freddo è pungente, nonostante pantaloni lunghi e giacca in Goretex; le mani dolgono nei guanti di pile. L’avvicinamento è lento e faticoso. Più in alto, leggermente a destra, si scorge il passaggio del colle.
Al Rifugio, una tappa è d’obbligo. Comincio a capire, fatte le debite proporzioni, quel che provano gli alpinisti delle quote estreme, quando narrano delle loro ascensioni che si fanno sempre più faticose, quando ogni passo è più pesante del precedente ed il fiato viene a mancare, ed il minimo movimento costa uno sforzo esagerato. Non sono ridotta così, per fortuna, però non perdo occasione per una breve sosta.
La salita ai 2.770 m del Col di Nannaz è ancora lunga, il buio impenetrabile, la testa pesante, i pensieri confusi, i minuti e le ore della stessa lunghezza. Un passo dopo l’altro, combattendo il sonno, contando i respiri. Silenzio, quando le parole potrebbero servire almeno a cacciare un po’ di torpore…

Un freddo rabbioso ci accompagna verso l’alto e oltre il colle. Se non fosse per la forza di gravità, prima nemica e poi preziosa alleata, quasi non mi accorgerei di aver superato lo scollinamento. Eppure la piramide di pietra è lì a ricordarmelo. Il Cervino appare lungo la discesa come un’ombra appena accennata nel buio, eppure anche così, sagoma appena percepibile agli occhi allucinati dalla pila frontale, è maestoso. E confortante. C’è…
Ancora una volta, inquino l’aere con le mie discutibili performance canore, ma è l’unico modo che al momento mi sovviene per tenere impegnato il neurone. La ricerca delle parole e delle melodie, che scorrono impeccabili finché stanno chiuse nella scatola cranica, costringe ad un minimo di attività elettrica le altrimenti inutili strutture contenute nella capoccia. Do libero sfogo alle corde vocali, incurante delle due o tre persone che sento avvicinarsi alle mie spalle. Giorgio è sempre un po’ avanti: e poi si lamenta di essere solo…

Le prime luci ci ingannano; sono splendide case in pietra, primo baluardo di civiltà, ma ancora lontano da Valtournenche, prossima base vita. Per trovare un po’ di requie, tocca ancora affrontare il tratto di discesa nella pineta, lo stesso che ricordo anche dal Cervino X Trail del 2010. Ormai da queste parti sono quasi di casa! Giorgio guadagna terreno, non lo vedo più. In compenso, alle prime case di Valtournenche, raggiungo un corridore che, come me, procede con passo stanco, a zig zag. E’ evidente che non sono la sola a combattere contro il sonno. Per un poco, cammino dietro di lui, scrutandolo di nascosto. Alla fioca luce dei lampioni, ora che ho spento la frontale, vedo un bell’uomo biondo, con gli occhi chiari e la carnagione scura. Mi chiede, in perfetto inglese, quale sia questo paese; colgo l’occasione per domandargli da dove venga. Scopro così che è canadese. Un motivo in più a sostegno del mio vago sogno, per un vago futuro, di un viaggio tipo trekking in Canada!

Alla base vita di Valtournenche non mi faccio mancare una lunga e corroborante doccia. Il locale bagno e doccia per le fanciulle è deserto e tutto a mia disposizione, anche se, uscendo, mi trovo di fronte ad un marcantonio che di muliebre ha ben poco. Eppure, se il neurone non ha ancora reso del tutto l’anima, direi che il simbolo sulla porta è una donnina stilizzata! Del resto, è anche normale che, in questo stadio di devastazione psicofisica, l’atleta cominci a nutrire dubbi anche sulla propria identità sessuale… Alla fine, li nutriremo anche sull’identità anagrafica; dovremo consultare la carta d’identità per ricordare chi siamo e dove dobbiamo tornare a casa…
Vorrei riposare un po’. Scendo al piano inferiore; nell’enorme sala dell’auditorium, tra le file di poltroncine, trovo Giorgio, o meglio il suo zaino ed il suo borsone giallo. Non mi resta che attenderlo qui. Mi sistemo su una poltrona: non è esattamente la sistemazione ideale per dare conforto alle ossa peste, con la testa appoggiata allo schienale, le ginocchia sul bracciolo ed i piedi penzoloni, ma a me in questo momento pare di dormire tra due guanciali. Precipito in un sonno di piombo, interrotto di tanto in tanto dalle voci di chi va e viene, ma senza che io riesca mai a riemergere al livello di piena coscienza. Mi sento immersa in una realtà ovattata, luce fioca e rumori attenuati. Ho tanto sonno. Non avrei dovuto cedere le armi alla stanchezza… Ora non riesco più ad uscirne. Il freddo mi penetra nelle ossa, anche se il locale è chiuso e riscaldato; non riesco a darmi il comando di alzarmi e trasferirmi su una brandina, o almeno di coprirmi.
Una voce più viva delle altre mi scuote. “Vado a mangiare”, mi avverte Giorgio, ricomparso da chissà dove. Fatico ad articolare una risposta; provo lo stesso istintivo fastidio che mi assaliva ai tempi in cui mia mamma mi buttava giù dal letto perché andassi a scuola, ecco. “Va bene, io dormo ancora un po’”, questo è ciò che provo a rispondere, anche se non so cosa si possa percepire. Il mio compare, che a giudicare dal tono di voce non ha ancora sepolto l’ascia di chissà quale guerra, si allontana. Di lì a un tempo indefinito, la voce torna e mi sorprende in un momento di vera difficoltà, sospesa in un torpore colloso da cui non posso liberarmi, come fosse il fango delle sabbie mobili. Mi scuote, seccato, annuncia che ha intenzione di ripartire. Dallo sfinimento, come dal vino, scaturisce la sincerità senza veli. Non ricordo le esatte parole, ma mi stupisco io stessa del tono esasperato con cui sbotto qualcosa del genere: “E vai, parti, lasciami in pace! Voglio dormire ancora un po’, poi arrivo…”. “Sì, come no”, ribatte Giorgio, a questo punto furioso. Con gli occhi impastati, lo vedo afferrare lo zaino ed il borsone e sparire.

Mi risveglio definitivamente più tardi, non so quanto. Freddo e male a tutti gli ossicini, noti ed ignoti, per aver dormito come uno straccio vecchio buttato via. Pian piano, riattivo i muscoli dolenti e raccolgo la mia mercanzia. Un ultimo sforzo di volontà e sono fuori. Non per partire, non ancora; non posso saltare il passaggio al tendone del ristoro. Non voglio cedere, questa volta, alla fretta; una pasta me la devo concedere, ed anche una buona dose di tarocco della Red Bull. Anche qui trovo volontari prodighi di complimenti; mi servono persino al tavolo, tanto che mi sento persino in imbarazzo. Ma di una cosa sono certa: nemmeno il più prestigioso ristorante a cinque stelle varrebbe un infinitesimo di quel che vale, per me, essere seduta qui, adesso. Mi rimpinzo per benino e me la concedo, una pacca sulla spalla: sono stata brava, fin qui. Ma non è finita. Per fortuna. Chissà da quanto tempo è ripartito Giorgio, chissà a che punto è. Potrebbero essere minuti oppure ore. Chissà perché deve sempre comportarsi in questo modo irrazionale, chissà con cosa ce l’ha, adesso. Con me, ovvio… Ma il motivo mi è oscuro. Del resto, lui è solito considerare come gravissime offese personali anche episodi che per me meritano la considerazione di dieci secondi e niente più… Non c’è posto, nel mio viaggio, per giochi di testa, rancore e dispettucci, e non ce ne sarà finché non si sarà oltrepassato il traguardo a Courmayeur. E allora, per quanto mi riguarda, se l’avrò conquistato, sarò talmente felice che qualsiasi ombra sarà insignificante, minuscola, spazzata via. Con buona pace di chi vorrà invece continuare a coltivarla.

Un po’ appesantita, mi rimetto in marcia ed attraverso il parcheggio del centro sportivo. Giù, oltre la strada principale di Valtournenche. Un breve tratto di sentiero in discesa. Raggiungo un altro concorrente; insieme ci lamentiamo del freddo: si va verso l’alba, il momento più gelido della giornata. Un personaggio pittoresco ci corre incontro e si precipita su, verso la base vita; ha saltato il punto di controllo. Continuo la chiacchierata con Ernesto, del gruppo di corridori di Brescia. Menar la lingua è uno dei modi più efficaci per risalire dagli abissi del sonno, soprattutto quando capita di scambiare quattro parole con un perfetto sconosciuto. Aguzza la curiosità e l’ingegno. Riprendiamo a salire ed apprendo che il mio nuovo compagno di viaggio è un veterano delle corse lunghe ed impegnative e che è prossimo nonno di una nipotina di nome Vittoria. Così, non mi accorgo di quanto ripido sia l’attacco della nuova salita, e questo è bene; meno saggio è perdersi nella chiacchiera con tanta foga da non accorgersi di aver sbagliato strada. Ma un lungo tratto di marcia piatta, facile e comoda non è roba da Tor. Soprattutto perché mancano le ballise. E’ un po’ che non ne vedo più… Titubanti, optiamo per la ritirata. Gran dispetto per il tempo perso, avremo marciato almeno per un chilometro fuori rotta. Torniamo sul luogo del delitto: Ernesto è così cavaliere da non farmi pesare la colpa dell’errore, anche se, tra i due, sono io quella che è già passata di qui!

Torniamo a salire e si fa giorno, mentre passiamo nei pressi della centrale idroelettrica e poi, oltre la quota del bosco, lungo cespugli di mirtilli e rododendri, in vista della diga di Cignana, giusto in tempo per vedere spegnersi i lampioni al culmine dell’invaso. Lo spettacolo dell’alba è ancora una volta meraviglioso: le cime si staccano dallo sfondo una ad una; l’aria limpidissima è gelida e permette di distinguere i più piccoli dettagli della selva di pareti e guglie. Ernesto è tollerante, si adatta al mio passo come sempre molto prudente. Raggiungiamo la casupola del custode, proprio sotto il muraglione della diga; ancora un paio di tornanti e ci troviamo di fronte al piccolo Rifugio Barmasse. Si mangia. Il mio collega è molto parco, mentre io non lesino né sul cibo né sui beveraggi. Coca Cola e frutta secca e via, si riparte subito. La luce si fa sempre più forte; ci voltiamo ed ammiriamo, per l’ultima volta nel nostro viaggio, la sagoma del Cervino. Il ghiacciaio brilla al sole mattutino. Sull’erba, sotto i nostri piedi, la brina… Ecco perché patiamo tanto freddo!

Passiamo accanto all’alpeggio di Cortinaz Damon; una leggera discesa fra strada sterrata e prato ci ricollega ad un altro tratto di strada bianca. Cartina alla mano, Ernesto evita per un pelo un’altra cantonata nell’itinerario, a causa di una bandierina sistemata in modo equivoco. Proseguiamo lungo il sentiero che indica la Fenetre d’Ersaz, una meravigliosa balconata a circa 2.300 m di quota su una vallata di pascoli verdissimi, punteggiata di alpeggi. Da levare il fiato, e non per la fatica. Un breve tratto di facile discesa e ci immettiamo su una carrozzabile sterrata, che sale con pendenza appena percepibile per un lungo tratto. Siamo ancora in ombra; il freddo è pungente, le mani rigide nei guanti di pile. Passiamo poi su sentiero, per una breve risalita. Da quassù sembra di guardare una carta geografica; non ci sono alberi, nulla che ostacoli la vista sugli alpeggi, sulle stradine che li congiungono, sui pascoli. Tutto talmente lindo ed ordinato che sembra più un campo da golf che non una vallata alpina!
Raggiungiamo l’alpeggio di Grand Raye, quello dove, lo scorso anno a sera, ho potuto ammirare le evoluzioni di un elicottero giunto sin quassù per prelevare un corridore infortunato. Ricordo ancora con tanta pena le lacrime del poveretto. Anche oggi, pappatoria e beveraggi a volontà, e guai a chi si azzardi ancora a sostenere che i margari sono scorbutici!
Ad ogni tappa, il povero Ernesto è costretto a subire le mie memorie di un anno fa. Il poveretto, tuttavia, sopporta con rassegnazione. Così allena la pazienza per il suo futuro da nonno! Ripartiamo calpestando una crosta di fango gelata, il fiato che si fa nuvoletta davanti al viso. Beh, direi che la temperatura può solo migliorare.
Il sentiero ci porta ai 2.700 e rotti metri della Fenetre du Tsan: la porta, anzi la finestra in questo caso, verso il tratto forse più bello di tutto il bellissimo viaggio. L’anno scorso non ho pututo ammirare alcunché del paesaggio; di quella lunghissima notte ricordo solo un’infinita marcia verso luci lontane che non si raggiungevano mai, mai, tanto da arrivare a dubitare che esistessero davvero, a credere di essere sospesi nel nulla, senza più una meta. Oggi, al di là del colle, un ripido sentiero mi precipita verso un maestoso anfiteatro di guglie ed un lago di bellezza incommensurabile, di un blu che noi della generazione tecnologica saremmo portati a credere possibile solo come ritocco di Photoshop. Mi sento salire dentro una felicità che difficilmente riesco a contenere. Calma Gian, non è ancora finita… Calma, non è il momento di correre, non si può strafare. Ma come riuscire a tener ferme le gambe? Questo è il Paradiso… E non ho gli occhi abbastanza grandi per abbracciarlo tutto!

Vedo Giorgio allontanarsi dal bivacco Reboulaz mentre ci arrivo. Una tavola imbandita di ogni leccornia possibile. C’è Mauro in attesa di un amico; ogni tanto, un volto noto fa piacere… Anche il cioccolato fa piacere, soprattutto ora che il sole comincia a scioglierlo. Ripartiamo di gran carriera, passando accanto al Lago di Luseney, placido, immobile. Tutto quel che ricordo di questo lungo tratto è un viaggio sempre a mezza costa, salite e discese brevi; solo ora riesco ad associare immagini a quella sequenza di sensazioni senza luce. Risaliamo una pietraia aspra, fino a valicare il Col Terray. Ancora una breve discesa, ancora una marcia lungo un pendio finalmente inondato di sole. Il torrente, di cui nella notte si percepiva solo il rombo lontano, e la valle sotto di noi, punteggiata di alpeggi e tracce di vita. Resto senza fiato. Riconosco all’istante la sagoma del piccolo santuario, in cima ad una montagnola, ed il Rifugio Cuney.

Giorgio è seduto al tavolo, sembra che mi aspetti. In viso gli leggo i segni della tempesta imminente. Mi chiede se io sia disposta ad aiutarlo sul Malatrà, dice di essere stanco, sembra davvero avvilito, ma non gli credo, non gli posso e non gli voglio credere. “Ma se sei andato come un pazzo fino adesso”, sbotto. “Eh già, tu non vai avanti”, ribatte, secco. Adesso basta, per me la misura è colma. “Io sarò anche quella che non va avanti” – vuoto il sacco, a voce volutamente troppo alta – “ma tu hai viaggiato sempre poche centinaia di metri avanti a me”. Come a dire che non è che la differenza tra le nostre velocità fosse poi così abissale. Non capisco questo livore, sembra un lavoro ostinato e deliberato per rovinarmi la bellezza assoluta di questo viaggio. Ma proprio perché assoluta, per me è inattaccabile e nessuno la potrà scalfire. Non permetterò a nessuno, neppure al più stretto degli amici, neppure a lui, di rovinarmi la perfetta felicità di questo viaggio. E a questo punto, euforia e stanchezza non lasciano più spazio per emozioni e sentimenti moderati. Dò fondo alla mia riserva di veleno: “Non mi pare di aver visto una saetta, insieme a me, sul Col Lauson…”. Me ne pento, nel momento stesso in cui ascolto le mie stesse parole, ma non riesco a fermarmi. Percepisco un appello a cui però non riesco a rispondere. Ed è una cattiveria sottile, la mia; la derisione di fronte ad altre persone, ad altri corridori, ai volontari del punto di ristoro, è qualcosa che a Giorgio fa particolarmente male. Ma in questo momento per me è la giusta punizione per l’assurdo melodramma che sta mettendo in piedi. No, mi dispiace, non mi freghi. Io voglio il Tor e non mi fermerò davanti a nulla ed a nessuno.

Il povero Ernesto attende in silenzio. Giorgio riparte, prende un po’ di vantaggio, ma resta “a tiro”. Riparto anch’io, in meditativo silenzio. Lo so, dovrei mettere da parte una volta tanto l’orgoglio; anche se trovo tutto questo privo di alcun senso, dovrei provare a capire che la stanchezza può giocare brutti scherzi, dovrei ormai conoscere Giorgio e sapere che è fatto così, che dovrei allungare il passo, raggiungerlo e porgere il ramoscello d’ulivo, dimenticandomi per un attimo che sono convinta di non aver niente da farmi perdonare. Dovrei ricordarmi di tutti i debiti di riconoscenza che ho verso di lui, che sarà pure una testa matta, ma non si tira mai indietro quando può dare una mano, e di solito è pronto a darle anche tutt’e due, le mani. Dovrei. Il nostro guaio è che facciamo novant’anni in due, ma sempre in due abbiamo ricevuto la dose di cognizione che spetta di norma ad un bambino di cinque anni. Il neurone è distrutto da tanta attività; credo che, intorno alla mia scatola cranica, si percepisca un gran frastuono di ferraglia arrugginita.

Il sole è accecante. Lunghi km a mezza costa, senza un solo albero, un filo d’ombra, niente. Per me è stupendo, se non fosse per le labbra bruciate e ormai quasi sanguinanti. Non ci bado troppo; adesso dolgono, ma guariranno. La vista spazia sulla vallata e sulle innumerevoli tracce di presenza umana, quelle che un anno fa il buio nascondeva, dando la sensazione di essere a mille km dal mondo abitato. Faccio il pieno di luce, quasi potessi portarne via un po’ per il lungo inverno che sta per arrivare. Mi spiace che qualcuno non riesca a godere di tutto questo e mastichi nervoso anziché alzare gli occhi e semplicemente guardarsi intorno. Si susseguono tratto di ripida discesa e risalita sempre sullo stesso pendio, con il baratro alla nostra sinistra. Ernesto rompe il silenzio chiedendo timidamente se il diverbio sia colpa sua. Colpa, no di sicuro; credo che Giorgio ed io saremmo arrivati ai ferri corti comunque. Tuttavia, in cuor mio immagino che il fatto che io abbia trovato una buona intesa con un compagno di viaggio, che rida e scherzi di certo non migliora l’umore del fuggitivo, che per inciso è sempre là, qualche centinaio di metri più avanti. Ma io non potrei essere triste, nemmeno volendo. Qui è tutto troppo bello.

L’infinito traverso ci porta in vista del Bivacco Rosaire – Clermont, quota 2.700 circa. Ormai viaggiamo da ore costantemente ad alta quota. La sensazione di euforia si traduce in benessere fisico; non ho alcun problema, salvo il dolore ai piedi, che pure nel lungo tratto quasi in piano sembra essersi attenuato. Solo quando capita di appoggiare il peso su una pietra, con la parte anteriore del piede, devo soffocare un urlo… Ma non sarà certo questo a fermarmi. Dal bivacco, ennesimo punto di ristoro, il sentiero punta deciso verso l’alto, con una rampa severa e ancora un tratto dritto verso sinistra, dove il pendio verdissimo taglia in diagonale un cielo di un blu perfetto, senza un baffo. S’è formata una piccola comitiva di cui sono la locomotiva; l’allegria regna sovrana. Il Col de Vessonaz ci coglie di sorpresa e ci ammutolisce tutti: una svolta secca a destra ed è come se, dall’interno di un elegantissimo salone, ci affacciassimo sul balcone, con un panorama completamente diverso ma egualmente impressionante. Una selva di cime, una corona di guglie e piramidi che merita più di una foto. E’ un traguardo simbolico, la fine di una tappa ideale; da quassù, purtroppo vien da dire, dobbiamo scendere a quote più ragionevoli, fino ai 1.500 m di Closè. Ci attendono solo più tre salite: rispettivamente da mille, millequattrocento e milletrecento metri di dislivello, ma ormai sappiamo che è fatta. Nessuno osa dirlo, ma tutti ci crediamo.

“In quella grande pace intuii confusamente che che ormai nulla avrebbe più contato veramente pe me al di fuori di quel regno di grandezza e di purezza, ogni angolo del quale era una promessa di ore esaltanti”.
Lionel Terray, “I conquistatori dell’inutile”
Ernesto fa l’ennesimo esercizio di pazienza, restandomi a ruota anche in discesa, quando potrebbe senza alcun problema prendere il volo ed arrivare giù ben prima di me. Gliene sono grata: la sua è una compagnia gradevole e garbata; soprattutto, ha il potere di infondere grande tranquillità. Son quelle sensazioni che non si possono spiegare: non lo conosco, non so molto del suo carattere e del suo modo di vivere, eppure sento di potermi fidare. Speriamo non si stufi, altrimenti mi toccherà arrangiarmi. Il primo tratto di discesa è ripido e abbastanza ostico, su un terreno pietroso, infido, molto diverso da quello su cui si camminava poc’anzi. Incredibile, come basti svoltare il costone di una montagna, per trovare condizioni di terreno e di vegetazione tutte nuove. Chiacchieriamo di tutto e di più, compresa la mia mezza idea di partecipare ad una 24h di corsa a circuito, di cui il mio compagno di viaggio si mostra entusiasta e prodigo di consigli, e intanto definiamo la strategia d’azione. E’ pomeriggio, non saprei dire quanto avanzato. Al termine della discesa, raggiungeremo Closé, punto di ristoro. La mia, come al solito, più che una democratica proposta è una decisione incontestabile: breve sosta per il pasto, ma poi si riparte e si mette in carniere ancora una salita. Oltre il prossimo colle, c’è l’ultima base vita, Ollomont. Così facendo, dovremmo riuscire a scollinare con ancora un po’ di luce del giorno; raggiungeremo il fondovalle con il buio e potremo concederci qualche ora di riposo, ma non prima. Ernesto accetta senza discutere. Sono sempre più convinta che, senza di me tra i piedi, quest’uomo potrebbe già essere almeno un colle più avanti, e un po’ mi spiace. Sono una palla al piede.

Il sentiero si butta nel bosco e scende ancora, interminabile. O sarà solo la voglia di arrivare in fondo. Il dolore ai piedi è quasi insopportabile adesso. Mi sforzo di far finta di nulla, ma quasi ad ogni passo mi manca il fiato per le fitte. Faccio il possibile per spostare il peso sui talloni; ho la sensazione di avere i piedi per la metà anteriore gonfi come salsicce, bollenti, pulsanti di dolore. Ma che ci posso fare?
Tra gli alberi, si intravede il torrente, che arriviamo finalmente a superare sul ponte della Betenda. Sguardo languido alla panchina… Gian, tira dritto. Oltre il ponte, un breve ma severo tratto di risalita, in vista di una torre, ci scodella su un prato, che attraversiamo fino alla strada asfaltata. Il punto di ristoro è in una sorta di garage: Coca Cola e crostata a volontà, oltre all’immancabile fontina. Non c’è traccia di Giorgio, dev’essersi fiondato in discesa e già avviato verso la nuova salita. Giuro, se lo sento lagnarsi ancora una volta per la stanchezza, gli rompo le corna, parola mia. Gli strappo i baffi con il nastro da pacchi a mò di ceretta e gli tatuo il volto di Che Guevara in fronte. Ne ho un tale dispetto che vorrei vederlo stramazzare solo per potergli dire “Te l’avevo detto”… Mi rendo conto, non è un proposito misericordioso il mio, ma credo che, a questo punto, sonno e stanchezza arretrati possano giustificare qualsiasi atteggiamento più o meno squilibrato. Calma Gian, che t’importa. Lascia che faccia quel che gli pare. Tu sei ad un passo dalla conquista del tuo Tor. A quello devi pensare, a nient’altro.

Usciti dal punto di ristoro, attacchiamo subito la nuova salita, sulla destra. Subito ripido, il sentiero si inerpica nel bosco. La luce del sole si attenua, siamo ormai al tramonto; le cime sempre più indefinite contro un cielo color del metallo, ancora limpidissimo. Non posso smettere di pensare alla fortuna sfacciata che, anche quest’anno, ha accompagnato la corsa, a parte la prima notte di tregenda. Sole e ancora sole; le mie labbra cotte e doloranti ne sanno qualcosa. Davvero forti ‘sti Courmayeur Trailers, devono aver conquistato persino la simpatia di Giove Pluvio! All’alpeggio di Brison l’Arp, al piccolo punto di ristoro, la sorpresa di trovare uno dei volontari che si ricorda di me dall’anno scorso: cavoli, che memoria! Pausa di pochi secondi e poi si torna a salire, sul ripido, ancora in mezzo alla vegetazione. Ce la faremo a raggiungere i quasi 2.500 m del Col Brison prima che faccia buio del tutto? Fatico un po’ ad individuare la meta, ora che la luce sempre più fioca ha confuso i contorni. Mi aiutano le lucine dei corridori più avanti: eccolo là, il colle, sulla sinistra. Seguo la traccia del sentiero con gli occhi, a ritroso, fino ai miei piedi. Una sequenza isterica di tornantini permette di superare l’ultima asperità, uno strappo davvero ripido. Conquistiamo il colle senza aver dovuto accendere la pila frontale; ci ricompensa lo spettacolo di un fantastico tramonto. La temperatura è scesa repentina; accanto alla piramide del colle è d’obbligo scavare nello zaino alla ricerca di guanti e giacca.

La discesa è un pianto, come sempre. Il primo tratto è ripido, difficile, un tormento che si aggiunge al malessere del freddo improvviso e penetrante. Ed al sonno. L’ennesimo assalto del buio, da cui non so più come difendermi. So solo che devo reagire, perché questa è l’ultima notte. L’ultima lotta con gli occhi che si chiudono, i pensieri che scappano di mano. Un susseguirsi di tornanti, in cui mi sforzo di imprimere un buon ritmo alla camminata, se non altro per tenermi sveglia. Il discorso ogni tanto langue, anche se Ernesto sembra impermeabile anche alle tentazioni di Morfeo. Ce la faccio ancora? Ce la devo fare, non ho scelta.

La potente luce della frontale mi è di poco aiuto, inciampo di continuo; questo tratto così ostico mi sembra interminabile. E il male ai piedi, che male… Un supplizio. Maledizione a me ed alla mia tirchieria. Se solo avessi messo le scarpe nuove, anziché queste che ormai, poverette, non hanno più suola… Chissà, forse avrei patito lo stesso.

I primi alberi. Siamo in vista dell’alpeggio di Berrio Damon, o meglio di una luce che ha tutta l’aria di essere l’alpeggio; tuttavia, ci tocca camminare ancora molto a lungo, su un traverso quasi pianeggiante, prima che quella luce decida di smettere di fuggire e nascondersi e si lasci finalmente avvicinare. Alcuni fuoristrada, un tavolo, delle voci. L’anno scorso, qui, c’era un meraviglioso cucciolo… Oggi sarà un bel bovino in forma di cane, come gli altri colleghi a quattro zampe , ma non oso chiedere di poterlo vedere. Punto di ristoro: the caldo, qualche boccone e via. L’unico obiettivo ormai è Ollomont e, in particolare, la branda.
Proseguiamo lungo una strada sterrata, che, se da un lato ha il pregio di concedere finalmente una camminata agevole e rilassante, dall’altro ci costringe ad una lunghissima marcia prima di raggiungere il fondovalle. Se solo avessi i piedi in condizioni almeno decenti, potrei correre, qui; invece, faccio uno sforzo supremo per riuscire a camminare spedita, ignorando i disperati appelli dei piedi alla pietà. Ormai il dolore è quasi costante, anche se talvolta alcune fitte sono più acute di altre. Chissà a che punto è Giorgio. Ho la sensazione che, furioso com’è, non lo rivedrò più prima di Courmayeur.

Le luci di Ollomont non sembrano volersi avvicinare. Ampi tornanti, ma non scendiamo mai, mai. Proprio vero che, quando la stanchezza assedia, le distanze si dilatano a dismisura. Quasi non ci credo, quando la teoria di lucine prende la forma di una sequenza di lampioni. Ci ritroviamo, finalmente, in mezzo alle case. Non so se la base vita sia stata piazzata nello stesso locale dello scorso anno; quel che è certo è che, se il locale docce è rimasto il medesimo, per questa tappa salterò le abluzioni. Vorrà dire che il mio olezzo mi precederà a Courmayeur. Sto tremando di freddo e tremo ancor di più al pensiero di infilarmi nel gabbiotto della doccia all’aperto, senza uno spazio decente, soprattutto senza uno spazio riscaldato per svestirmi e rivestirmi. Ernesto ascolta le mie considerazioni e si dichiara d’accordo: beh, meno male, almeno non faccio proprio la figura della troglodita.

Seguiamo le bandierine per le strade del paese, una marcia estenuante per il corpo e per la mente. Non si arriva mai, non si arriva più… Ci tormenta addirittura il dubbio di aver sbagliato strada. Eppure no, le balise sono qui. La sola idea di dover tornare sui nostri passi, fosse anche per pochi metri, è fonte di incontrollabile terrore per le nostre menti ormai ottenebrate dallo sfinimento.

Conveniamo di fermarci un paio d’ore a dormire; finalmente, il brusio e le luci della base vita. Non appena entro nel tendone, mi imbatto in Giorgio, più sconvolto che mai. Mi apostrofa con rabbia, si lamenta di stare male, di avere la febbre. Eh no, questo non l’accetto. Hai viaggiato fino adesso come uno scriteriato, sprecando forze senza alcun senso, a correre contro i fantasmi. Sarebbe bastata un po’ di prudenza in più. Non voglio sentire capricci, non hai alcuna ragione per prendertela né con me, né con chiunque altro. “Te ne vai in branda due ore”, concludo, “e poi, se ti va, ti aggreghi a noi e ripartiamo tutti insieme”. Pongo particolare enfasi sul “noi”, coinvolgendo il povero Ernesto che nel frattempo è andato a caccia di qualcosa da mettere sotto i denti, perché non intendo cedere ad alcun gioco di testa. E’ la mia ultima proposta, prendere o lasciare. Mi dispiace vedere Giorgio in questo stato, ma è solo lui che lo vuole ed io non posso farci nulla. Mi avvicino alla branda dove s’è imbozzolato sotto le coperte; “Non voglio la tua pietà”, brontola. E qui non mi tengo più. Come sentenzia la sempiterna Luciana Littizzetto, “ci sono cose che si risolvono solo con un vaffanculo”. Questa è una di quelle cose. Mi volto e me ne vado in branda anch’io. Quando arriva Ernesto, ci accordiamo per un paio d’ore di sonno. “Vediamo se riusciamo a portarlo su”, sospiro. So benissimo che quella testa di pietra non ha bisogno di essere fisicamente portato su, che si lagna a vanvera e che ha ancora energia da vendere, ma non mi fido di quel che potrebbe accadere al neurone disperso in quella scatola cranica. Farò un ultimo tentativo.

Questa volta il sonno, purtroppo, non arriva, o quasi. Il freddo mi morde le ossa, nonostante la pesante coperta di lana; gli abiti sporchi ed appiccicati sono intollerabili anche a me stessa. Il locale delle docce, purtroppo, offriva lo stesso confort del 2010; ci ho rinunciato senza nemmeno provarci. Tremo, mi sveglio di continuo; le voci intorno a me sembrano amplificate, feriscono le orecchie. Mugugni e lamenti si alzano da ogni dove nel tendone. Sembra di stare in un lazzaretto… Ernesto, sulla branda accanto, dorme il sonno del giusto.

Mi risveglia del tutto lo scossone di Giorgio, che, come sempre, è riemerso dalle tenebre prima del previsto. E’ già vestito e calzato. Annuncia che andrà a mangiare qualcosa; ci diamo appuntamento qui. Guardo l’ora sul cellulare; abbiamo dormito la bellezza di un’ora e mezza. In preda ad un gran mal di testa, mezza intontita, io sistemo lo zaino, raccolgo le mie cose, aggiungo crema sui piedi: peccato che il problema non sia la pelle. Mando giù mezza busta di antiinfiammatorio, me ne resta metà. Infine, mio malgrado, sveglio Ernesto, nel modo meno traumatico possibile. Mi aspetto che mi mandi al diavolo; invece, reagisce come se nulla fosse, accetta di buon grado di prepararsi e ripartire. Intanto vado a caccia di un piatto di pasta, prontamente servito dagli infaticabili volontari. Soffrono anche loro, poveretti; come minimo, hanno tutti un gran mal di schiena!

Pappa, bagno e ricostruiamo la triade davanti al tendone. Si riparte, e speriamo che si arrivi, tutti quanti… La base vita è tutto un brulicare di atleti, o quel che resta di loro, di parenti, di addetti al servizio mensa o infermeria. Una gentilissima volontaria ci accompagna per un tratto, all’attacco della nuova salita, la penultima. Pur consapevole di dover usare prudenza e continuare a risparmiar le forze, l’attacco con un entusiasmo incontenibile. La penultima salita, l’ultima notte. Resterà solo il Malatrà, l’ultimo ostacolo, il colle più alto. Poi è fatta… Mi metto in testa al gruppetto, nella segreta speranza che Giorgio non scappi un’altra volta, bensì che si rassegni ad un’andatura ragionevole. Faccio il possibile per dare il la ad un discorso, un po’ per tenerci svegli, un po’ per stemperare la tensione palpabile. Per un lungo tratto, l’ascesa è chiusa nel bosco, a tornanti; la frontale illumina solo tronchi e foglie e rami. Poi si sbuca tra i pascoli, un lungo tratto rettilineo verso la testa della valle, seguito da alcuni tornanti. Il cono di luce illumina un alpeggio. Raggiungiamo alcune lucine che io già puntavo da un po’; non c’è niente da fare, non posso esimermi dalla sfida in salita. Supero e m’impegno a staccare gli avversari, che tuttavia, com’è ovvio, se ne infischiano e non reagiscono. Lunga risalita in mezzo ai pascoli, sotto un cielo ancora una volta stellato e la luna che ci accompagna. Un po’ di stupore nel vedere, ad una distanza non ben definita, le luci di un veicolo che sale probabilmente al rifugio: noi siamo qui a massacrarci, ma da qualche parte ci dev’essere una comodissima strada carrozzabile.

Procedo immersa in un turbine di emozioni che a fatica riesco a controllare. Ormai manca davvero poco, domani sarà l’ultimo giorno. Domani, o già oggi, non so che ora sia. La luce del Rifugio Letey – Champillon, che scorgo quando ci sono già vicina, mi conforta; lo aspettavo da un po’… Non è più bisogno di mangiare o di bere, è solo desiderio di un attimo di calore e tregua. Soprattutto calore, perché qui, nonostante la salita, il freddo si fa sempre più pungente, e il corpo sembra opporre meno difesa. Sarà la stanchezza.
Ripartiamo per il lungo tratto che ancora ci separa dal colle, seguendo quel che resta delle balise. La plastica gialla delle bandierine è una prelibatezza per le mucche: sono pochissime le balise rimaste integre; le altre portano tutte i segni dell’assaggio. Le bestie ci osservano mentre attraversiamo i loro pascoli; ne vediamo solo i puntini luminosi degli occhi, illuminati dalle pile frontali e sentiamo il suono lento dei campanacci. I loro movimenti sono minimi. Per fortuna, il quadratino rifrangente delle balise non incontra il gusto bovino; così, seguendo questi poveri resti, riusciamo a ricostruire l’itinerario verso il Colle Champillon. Un firmamento di stelle accompagna, ancora una volta benevolo, la nostra marcia verso l’ultimo dei 332 km dichiarati. L’euforia contrasta a stento il sonno: facendo un conto a spanne, direi che, da domenica scorsa, ho chiuso occhio per meno di dieci ore. E il colle, ironia della sorte, non arriva mai; è ancora oltre la roccia, oltre la sella, oltre la curva…

La discesa è gelida. Siamo per l’ennesima volta a quota 2.700 m e rotti e sembriamo tre ubriachi, uno più addormentato dell’altro. E’ già tanto se non ci sfracelliamo il naso sul sentiero. Lo stesso confuso vagare da una balise all’altra, ormai per riflesso automatico più che per consapevole guida; lo stesso desiderio ardente di andar giù, di vedere i primi alberi, di tuffarci nel bosco, a caccia di un po’ di protezione dal vento e dal freddo. Il primo baluardo di civiltà si intravede sulla destra, dove la luce di una chiesa filtra tra i rami. Poco oltre, un alpeggio, Ponteilles Desot. Il punto di ristoro è un minuscolo locale riscaldato da una splendida stufa a legna, molto più ricco dei precedenti, con vasta scelta di formaggi, birra di vari generi e addirittura la porchetta, che però cedo volentieri ai miei due compari. Anche Ernesto, di solito molto parco nel mangiare, non si tira indietro.

A malincuore abbandoniamo il calduccio della stufa e la simpatia dei volontari; s’ha da fare. Passiamo sull’altro lato della valle, dove ci attende la breve risalita verso un alpeggio e poi il lungo tratto di falsopiano e discesa, sempre su comoda strada bianca.

Questa volta è Giorgio, strano a dirsi, a cadere per primo nella trappola di Morfeo. Annuncia di doversi fermare a dormire dieci minuti. Ernesto giustamente obietta che ci troviamo in un posto pessimo, senza riparo, e nel momento peggiore della giornata, la gelida alba… Ha ragione da vendere, ma non gliela posso riconoscere, perché crollo letteralmente dal sonno anch’io. Ci accucciamo tutti e tre per terra, la testa sullo zaino, per strappare quei pochi istanti di profondissima nanna che il freddo ci concede prima di risvegliarci col rumore dei nostri stessi denti che battono.
Con infinita pena, e dolore in ogni dove, ci rimettiamo in piedi. Ormai non è più la forza fisica a portarci avanti, è solo la vicinanza della meta. Abbiamo ancora una quarantina di km ed un colle, davanti a noi. Una salita di tutto rispetto, che va a sfiorare i 3.000 m di quota.
Il cielo, da nero, si fa pian piano più luminoso oltre le cime incombenti. Lo scruto ansiosa, alla ricerca di una conferma alla mia speranza: ebbene sì, pare incredibile, ma ancora una volta, per il quinto giorno consecutivo, è sgombro di nubi. Le stelle spariscono una ad una, alla luce del sole nascente. La strada su cui camminiamo resterà ancora a lungo in ombra, le estremità saranno gelide ancora per un po’, ma ormai è fatta. La notte quassù, non la vedremo più un’altra volta. Sono così felice che quasi non sento più il dolore ai piedi… A patto di non pensarci, perché altrimenti è finita.

Si potrebbe correre, qui, ma nessuno di noi tre ci prova. Non so quale sia il motivo che trattiene i miei compagni dal lanciarsi, se non al galoppo, al piccolo trotto. Ped Ernesto, credo si tratti di un braccio di ferro con la porchetta. Per Giorgio, il timore reverenziale dei quasi 3.000 m di quota del Colle Malatrà. Per me, una stanchezza infinita, gambe rigide, freddo che non riesco a combattere. Scendiamo lentamente lungo una valle molto chiusa; con noi sembra scendere la temperatura. E dieci km di falsopiano sono troppo lunghi perché l’entusiasmo dell’ultimo ristoro continui a fiammeggiare. Basterebbe forse muovere qualche passo di corsa, per sciogliere il meccanismo di ossa e muscoli e procedere un po’ pi spediti, ma io faccio fatica anche solo a restare sveglia e cosciente. Le dita delle mani sono gonfie come salsicciotti; i piedi gelati percepiscono solo le fitte più forti. Saint Rhemy è in vista… Ma la strada, traditrice, percorre ancora un lungo tratto spostandosi verso destra e poi verso sinistra, interminabile. E ancora in ombra…

Si scatena la fatidica discussione: a che ora arriveremo? Solo adesso ci poniamo la domanda in questi termini. Abbiamo abbandonato ogni cautela scaramantica. Non ci preoccupiamo più di aggiungere, alla fine di ogni frase, il prudente “se arriviamo”, accentuando il “se”. Giorgio parla delle sette, le otto di sera. Non oso fiatare, ma secondo me si arriverà ben prima. Ormai non manca più molto, meno di 40 km. Certo, l’ultima salita è impegnativa, ma la voleremo senza accorgercene.

Fatico a tenere il passo di Giorgio ed Ernesto. Quest’ultimo, nonostante sia uscito sconfitto dalla tenzone con la porchetta, è più che mai arzillo. Io sento le forze pian piano abbandonarmi, ho mal di testa, freddo e tanta debolezza. Spero di trovare il ristoro nello stesso posto in cui era piazzato l’anno scorso, appena all’ingresso del paese… Invece no: tocca procedere ancora. Poche centinaia di metri, ma io ho la testa che gira. Mi trascino tra le belle case in pietra, seguendo le voci che arrivano confuse. Eccolo… I gazebo, i tavoli. Mi tuffo sulla crostata: ho un desiderio spasmodico di qualcosa di dolce. Poi, in ordine sparso, pane, formaggio, biscotti, banane. La temperatura non è ancora invitante, tutt’altro, ma è bene svestirsi un po’; via i pantaloni impermeabili, via le giacche. Giorgio riceve un messaggio sul telefonino, dal fratello che, a casa, segue la corsa con assidua partecipazione. Sono nona… Prendo la notizia con calma e beneficio d’inventario, sono ancora troppo intontita per realizzare cosa accade intorno a me. Ma sì, nona, figuriamoci. Non è possibile.

Ripartiamo, in un coro di saluti ed auguri. Una rampa secca accanto al cimitero mi fa capire che la cotta non è affatto passata, tutt’altro. Mi sembra di dover trainare un macigno, con l’aggravante del peso delle libagioni sullo stomaco. Giorgio parte subito in quarta. Ma ci tocca, poco dopo, una sorpresa sgradita. Le balise ci conducono su un sentiero, ancora nei paraggi del paese, e poi scompaiono. Cammina e cammina, non si vedono più bandierine. Perplessi, ci fermiamo; torniamo indietro, ci guardiamo intorno, tentiamo altre vie che paiono accenni di una traccia; niente. Restiamo lì, dubbiosi, per un tempo che a me pare infinito e che mi fa scoppiar la testa dalla rabbia. Per fortuna ci raggiungono, poco dopo, due tra le pochissime anime di corridori che ci capita di vedere, da qualche ora a questa parte: tedeschi, credo. Tirano dritto, spediti: la loro risolutezza ci convince. Li seguiamo. In effetti, hanno ragione; di lì a poco, scorgiamo una bandierina gialla.

Il sole comincia finalmente a farsi vivo e corroborante. Attraversiamo la strada principale asfaltata ed imbocchiamo un sentiero sulla destra , che risale severo il prato. Provo un misto di euforia e paura. Chissà perché, sul più bello, ci si deve tormentare in questo modo. E se capitasse qualcosa proprio in questi ultimi km? Una caduta, una storta? E un po’ coccolo il sogno di classificarmi entro le prime dieci posizioni… Calma, Gian, prendila con calma. Sono pur sempre mille e rotti metri di dislivello. Già, facile a dirsi… La salita vera è appena iniziata, quando sento delle voci alle mie spalle. Orrore, orrore, ci sono anche voci femminili, almeno due… Ecco, lo sapevo, addio sogni di gloria. Queste mi sorpasseranno in un batter d’occhio, se ne andranno, mi molleranno come una cozza attaccata allo scoglio. Inutile che ci provi. Per un attimo, mi accascio, psicologicamente, e mi rassegno a cedere le armi senza combattere. Però, però… E se invece ci provassi? Se tentassi la fuga? Medito a voce alta. Certo che… Arrivare entro le prime dieci… Sarebbe bello, ecco. Vorrei tanto provarci; alla peggio, potrei essere raggiunta e staccata, tutto qui. L’unica remora che mi trattiene è il pensiero di lasciare indietro Giorgio, che alla quota del Malatrà rischia di patire. Per il momento non accelero, ma friggo, sono nervosa. “Aspetta ancora un po’, vedi se si avvicinano”, mi suggeriscono i compagni, alludendo alle due inseguitrici. Giusto. Se le fanciulle dovessero mangiarsi il mio vantaggio in un attimo, è inutile che io mi affanni a combattere. Se invece restassero a distanza, ci potrei provare.

Vedo spuntare le inseguitrici una cinquantina di metri più in basso. Percepisco il fitto chiacchiericcio. I casi sono due: o i miei rivali sono talmente sicuri di sé da permettersi di discorrere amabilmente mentre procedono ad ampie falcate verso il colle… Oppure sono rivali solo nella mia immaginazione, mentre, in realtà, non sono minimamente interessati a me. Esito ancora qualche istante. Quel che vorrei sentire da Giorgio, in questo momento, è un incoraggiamento: “Dai, provaci, spara tutte le cartucce che hai”. Invece no, nulla di tutto ciò. Anzi, il suo dispiacere all’idea che io sia lì lì per scappare è palpabile. Ma io sono ormai in agonia, non resisto più. “O la va o la spacca”, è la conclusione ad alta voce di un lungo pensiero tribolato. Scaccio i rimorsi, un respiro profondo e via, allungo il passo. Ernesto è rimasto sinora in rispettoso silenzio, ma sembra sinceramente entusiasta della mia decisione: s’incolla a ruota, come si direbbe in gergo ciclistico.

“Dal canto mio, avevo soltanto una piccola speranza di riuscita; se mi gettavo nella lotta con tutte le mie energie, era soprattutto per una questione di principio, per poter dire a me stesso di aver tentato tutto e di non avere nulla da rimproverarmi. Ma c’era anche la gioia di dedicarmi completamente ad un’azione della quale non vedevo più lo scopo e che, proprio per questo, mi esaltava con la sua assoluta purezza”.
Lionel Terray – “I conquistatori dell’inutile”
Mi sforzo di procedere in progressione, senza scatti improvvisi che il mio corpaccione non potrebbe permettersi, né ora né mai. La mia paura è quella di scoppiare, di restare senza forze. Accelero gradualmente, senza più voltarmi, l’occhio fisso in alto, un po’ a sinistra, dove prima o poi comparirà il colle. La prima metà della salita, fino all’alpeggio del Lac Merdeux, non impone pendenze troppo severe; corre per un lungo tratto su sentiero e poi, già in vista del caseggiato, costringe a risalire un pendio d’erba e fango, tanto fango, nonostante non siano mancati i giorni di clima asciutto. In effetti, sguazzando nella melma, si può cogliere appieno la ragione del nome appioppato a questa ridente località. Come riferimento, ho due corridori che viaggiano in coppia, non molto più avanti, ma abbastanza perché io non riesca più a colmare il distacco. Sono due conoscenti di Ernesto Qui si tratta di tirare dritto da una bandierina a quella successiva; non c’è una traccia, oppure ci sono decine di tracce, dipende dai punti di vista. Tocca anche fare attenzione a non storcersi, a non inciamparsi tra le zolle erbose. “Dai, tira dritto”, mi esorta Ernesto. Sì, va bene, ma con cautela… Non vorrei mai essere accusata di aver tagliato il percorso.

Quando raggiungo il piazzale dell’alpeggio, ho il cuore in gola. Pochi secondi di sosta al punto di ristoro, giusto il tempo per mordere un paio di biscotti e raccomandare ai volontari: “Se arriva qualche donna, mi raccomando, trattenetela, fatela chiacchierare!”. Poi via, mi fiondo fuori, quasi con rabbia. Davanti a me, solo la salita. Non voltarmi è un comandamento che rispetto con la massima devozione. Le inseguitrici potrebbero essere lontane anni luce oppure appollaiate sulla mia spalla; sapere dove si trovino in questo istante non mi serve a nulla. Io devo solo badare a mettercela tutta, ma proprio tutta. Se mi dovessero raggiungere, beh, pazienza, vorrà dire che sono più forti e quindi hanno meritato il successo in questa piccola grandissima battaglia. E poi, in fondo, confido nell’infallibile ascendente che il buon Giorgio esercita sull’altra metà del cielo: è anche possibile che, a quest’ora, sia già impegnato ad intrattenere amabile conversazione con le fanciulle alle mie spalle. Questo si chiama gioco di squadra.

Il sentiero si fa presto malagevole e molto ripido. Si tratta di superare, con ripetuti strappi irregolari, vari “scalini”, risalendo la testa della valle. Dell’edizione 2010, quassù, ricordo un meraviglioso cielo stellato. I compagni di squadra di Ernesto sono ancora in vista, ma non mollano di un centimetro. Mi spiace per il mio compagno di viaggio: è chiaro che, se fosse da solo, a quest’ora sarebbe già volato alle loro calcagna, e ce l’avrebbe fatta, senza ombra di dubbio. “Dai, valli a prendere” – insisto – “Stai tranquillo che io da sola me la cavo”. Ma non gli sarò mai abbastanza grata per non avermi dato retta. La sua presenza, silenziosa e fedele, mi dà quello spunto che forse, da sola, non avrei avuto il coraggio di cogliere. Con il respiro sempre più affannoso, sento tuttavia che potrei osare ancora un po’, ma ho timore: “Se accelero ancora, rischio di scoppiare”. “E che t’importa”, replica Ernesto, in un tono che non gli avevo ancora conosciuto e che non ammette contestazione né disubbidienza: “E’ l’ultima salita, o la va o la spacca!”. Una rivelazione. Giusto, è proprio l’ultima… Bando alle ciance, alle inibizioni, alla prudenza. Diamo gas finché ce n’è. Così, di gran carriera, allungo ancora il passo, fino al breve tratto in piano tra i laghetti quasi asciutti, in un anfiteatro di guglie rocciose e detriti, a dir poco spettrale anche in questa splendida giornata di sole. Il Malatrà è lassù, fenditura nella roccia, apparentemente inaccessibile. I due compagni di squadra di Ernesto sono due puntini in rapido movimento trasversale rispetto al ripido pendio di sfasciumi. Ormai non li prendo più… Però, se non altro, non hanno guadagnato vantaggio. Mi semineranno in discesa, senza pietà, ma lì non ha più importanza. Il mio orgoglio è consapevole di sé solo finché si sale verso il cielo.

L’ultima asperità, la più severa. Dopo il lungo traverso, il sentiero si inerpica su per la pietraia con tornantini stretti, ravvicinatissimi, mentre i piedi scivolano indietro ed i bastoncini non trovano appigli sicuri. Non guardare giù, Gian, non guardare giù. L’accumulo del pietrisco ferma il tallone. Un bel respiro, un passo, un altro respiro, un altro passo. Fissa il sentiero davanti a te. Aggrappati a quello spuntone di roccia, appenditi ai gradini di metallo infissi nella pietra. Gli scalini, la corda fissa, il passaggio superato con il validissimo appoggio del posteriore, che offre notoriamente una superficie di appoggio ed attrito di tutto rispetto. Mi trovo naso contro naso con un cagnetto in braccio alla padrona: “Se potesse parlare – esclama la signora – farebbe il tifo anche lui!”. Così, quasi senza rendermene conto, sono in cima. Mi affaccio alla fenditura; il massiccio del Monte Bianco è uno schiaffo di bellezza e maestà. Forse adesso e solo adesso, per la prima volta in questo lungo viaggio, mi rendo conto che sto combinando davvero qualcosa di buono. Non ci sono mai riuscita nella vita, ma nel Tor sì, e in fondo il Tor è un’intera vita, parallela, solo molto più concentrata dell’altra.

“Mi ero visto, coperto di neve, con le ultime forze lasciatemi dal feroce combattimento, trascinarmi sfinito sulla vetta con uno sforzo disperato. Invece ci sono arrivato senza lotta o sforzo, o quasi. Malgrado il risultato, sono deluso; eppure sono sulla piramide perfetta della più nobile di tutte le alte montagne. Dopo anni di perseveranza, di rischi mortali, di lavoro accanito, il sogno più grande della mia giovinezza è diventato realtà. Sono uno stupido a mostrare ora la mia delusione? Pazzo, per il quale la felicità non sarà mai altro che desiderio, gioisci dell’attimo presente. Lasciati travolgere da quest’istante unico in cui sei sospeso tra la terra e il cielo e, accarezzato dai venti, domini il mondo. Ubriacati del cielo che solo ferma il tuo sguardo. Sotto i tuoi piedi, all’infinito, sbucano appena da un mare di nubi migliaia di cuspidi di roccia e ghiaccio”.
Lionel Terray, “I conquistatori dell’inutile”
Pochi istanti, il cuore che scoppia nel petto, e stavolta non è per la fatica. Poi via, all’improvviso mi ricordo delle mie inseguitrici e mi fiondo giù nella più folle delle discese che abbia mai compiuto. In realtà, un corridore niente niente abile in discesa darebbe sfoggio di ben altra prestazione, ma per me, che sono affetta da paura e mancanza di equilibrio cronici, quel che sto combinando ha dell’incredibile. Mi ritrovo a saltare di sasso in sasso, invocando ad ogni passo la benevolenza dell’appoggio su cui andrò a buttare il piede. Il dolore alle estremità è a dir poco lancinante, una fitta tremenda ad ogni passo, ma non posso rallentare, ho l’avvoltoio sulla spalla… Devo correre, devo sbrigarmi, non ho più altro obiettivo in mente. La discesa è troppo lunga e troppo facile, per un buon corridore; per quanto vantaggio possa avere accumulato in salita, sono quasi certa che sarò raggiunta ben prima di Courmayeur. Se voglio conquistare almeno una minima speranza di successo, devo rischiare il tutto per tutto. E di vero rischio si tratta, vista l’instabilità dei miei passi.

Di corsa lungo il primo tratto di discesa, per fortuna su terreno abbastanza agevole e mai troppo ripido; di corsa, per quel che posso, attraverso il pianoro che a me pare interminabile, verso quel che resta di un alpeggio abbandonato. Non alzare nemmeno gli occhi allo spettacolo che mi sta di fronte è una bestemmia, ma non c’è tempo… Ancora corsa, nonostante i muscoli siano induriti, nonostante i piedi non mi diano tregua. Finché il dolore è troppo forte per continuare a saltarci su. “Ma secondo te – faccio appello alla competenza professionale di Ernesto, che è infermiere – se prendo mezza busta di antiinfiammatorio, ora che sono a stomaco vuoto, mi faccio proprio del male?”. Poco ci manca che mi insulti. Una volta tanto, rispetto un saggio consiglio, anche se il motivo per cui lo faccio non è saggio affatto: in questo momento, la salute del mio stomaco mi interessa solo come condizione indispensabile per piombare nel più breve tempo possibile a Courmayeur.

Stringo ancora i denti, un po’ corricchio ed un po’ zoppico, maledicendomi per gli istanti preziosi che scorrono via, manco fossero ore. I primi crocchi di turisti indicano che il Rifugio Bonatti è vicino; si tratta, ad occhio, di esemplari che non si allontanano dalla tavola del rifugio per più di qualche centinaio di metri, e solo per accasciarsi sul primo fazzoletto di prato invitante. Infatti, il tetto dell’edificio spunta sulla sinistra. Mi fiondo dentro, solo perché sono obbligata, trattandosi di un punto di controllo. Altrimenti, con la furia che ho addosso, tirerei dritto. Ingollo un paio di porzioni di crostata e schizzo via, rischiando di travolgere qualche avventore; ho già in mano l’ultima ancora di salvezza, la mezza bustina di antiinfiammatorio che spero mi permetta di arrivare a Courmayeur.

Il tratto di sentiero a mezza costa dal Rifugio Bonatti al Bertone è infinito, interminabile. Forse perché lo affronto senza più alcun ritegno né risparmio di forze; corro tutto il corribile, anche i brevi tratti di risalita, quando la corsa in salita per me è sempre stata un tabù insuperabile. Corro e cerco, nelle curve del sentiero, nelle rocce, negli alberi, le tracce di un percorso che ho già calpestato più e più volte, ansiosissima di poter dire “Ecco, ci sono quasi”. Eppure sembra che, per una beffa, i chilometri si allunghino sotto le suole delle scarpe, ancora e ancora. Un ponte, un ruscello, un alpeggio, uno steccato, un cane che abbaia, l’incrocio con chi viaggia in senso contrario, lo sfinimento, l’ansia, non ce la faccio più ma ce la faccio ancora, la rabbia cieca per la meta che non arriva mai. Persino Ernesto, che fin qui non ha mai mostrato il minimo segno di cedimento, si domanda come sia possibile che qualcuno abbia spostato il Rifugio Bertone… Sembra quasi di correre su un tapis roulant, tanta fatica per non andare da nessuna parte. E il massiccio del Bianco, immobile, chissà cosa ne pensa, di tanto penoso sforzo di tanti minuscoli individui colorati. Senz’altro se la ride sotto i baffi e sotto i ghiacci.

L’ultimo pendio, quello che già ho creduto di vedere più volte a torto, finalmente arriva. Si risale tra i pini, fino ad un colletto ideale, e poi giù verso il complesso di splendide baite in pietra, tra cui il Bivacco Bertone. Ci accoglie nientemeno che un gruppo di asinelli. Brevissima sosta al punto di ristoro, perché non sia mai che si salti un’occasione per mettere in moto le mascelle, e ancora via, ancora di corsa. La meta è là sotto, ottocento metri più in basso. Una discesa terribile per i miei piedi appena un po’ meno straziati, e solo per effetto della medicina. Tutta scalini, radici e pietroni. Ciononostante, anche qui faccio del mio meglio, confidando ancora nella benevolenza della sorte. Se non mi distruggo qualche osso hic et nunc, significa proprio che sono invulnerabile, o almeno molto fortunata. Un caotico lavoro di appoggi di suole e bastoncini mi porta verso il basso con una rapidità di cui io stessa mi stupisco; i tetti del fondovalle, per quel poco che si può vedere tra le fronde, sono sempre più grandi e nitidi.

L’ansia mi assale nel momento in cui quasi sussurro: “Ma… Hai più visto bandierine, tu?”. Anche Ernesto se ne rende conto: “In effetti, no…”. E’ difficile mantenere una razionale calma, quando stai macinando gli ultimissimi km di una serie di 332. Eppure non c’è altra via possibile. Dal Bertone a Courmayeur puoi scendere solo di qui. L’anno scorso si è scesi di qui. Non si può sbagliare. Ma a me tremano le mani. Un’ansia incontenibile dilaga. No, non è possibile, sbagliare alla fine no… Riacquisto per miracolo l’acutezza visiva di un’aquila, per scandagliare il sentiero a caccia di un minimo segnale che mi possa dare conforto. Ma mi tocca arrivare fin quasi all’ultimo della lunga serie di tornanti, per tirare un sospiro di sollievo così potente da abbattere un paio di larici. La bandierina, eccola, finalmente. Siamo sul sentiero giusto. Non ce n’è più per nessuno!

Guadagnamo la strada sterrata, che abbandoniamo e riprendiamo un paio di volte attraverso le scorciatoie nel fitto della vegetazione. Ma è solo sul ponte, di fronte all’impetuosa cascata del torrente, che finalmente la gioia può scorrere via con lo stesso impeto dell’acqua limpidissima. Villair. Il parcheggio, la strada sterrata, le prime case, la via principale. Man mano che ci avviciniamo alla meta, si fa più squillante il suono di campane e campanacci. Ormai non posso più smettere di correre. Il secondo Tor des Geants, la medesima incredulità di un anno fa. Il parco, la strettoia verso il centro del paese. Tra i tifosi, compare a sorpresa la titolare dell’Hotel Croux dove Giorgio ed io abbiamo alloggiato prima del via, una bella signora bionda che partecipa con festosa esuberanza all’impresa dei suoi clienti. Resto senza fiato a sapere che lei ed il marito hanno seguito al computer tutte le fasi della corsa e tutte le peripezie dei loro ospiti impegnati nella prova. E sono andati ad attenderli all’arrivo, uno per uno! La signora corre insieme a me per un po’, poi torna indietro ad attendere altri conoscenti in arrivo; Ernesto ed io infiliamo la via centrale, nel passeggio del pieno pomeriggio. Anche qui, un’ovazione. Il tappeto rosso, l’arrivo a mani giunte ed alzate al cielo, il microfono sotto il naso: “Consideratemi già iscritta alla prossima edizione”, è tutto quel che riesco a dire. Sono settima: oltre ogni più rosea previsione, la notizia mi toglie quel poco di fiato che mi era rimasto. La mia firma tra le altre firme sul poster, e non posso che essere lieta di constatare che c’è ancora un sacco di spazio. Confusione e timidezza fanno nascere, per Ernesto, solo un grazie, che però è più denso di un lunghissimo discorso. Mi resterà il rammarico di non avergli detto, faccia a faccia, che senza il suo aiuto non ce l’avrei mai fatta, e che questa lunga galoppata di quasi trenta km è stato il degno coronamento, col “botto”, di un viaggio indimenticabile. 125 h e mezza, quasi diciotto ore meno dell’anno scorso.

Sguscio via dalla folla festante, perché non è ancora finita, non del tutto. Mi riprometto di andare incontro a Giorgio, almeno per un tratto: ma, non appena appoggio i piedi sulla pietra della via centrale, dopo qualche minuto di immobilità, contraggo il sorriso a trentadue denti in una smorfia di acutissimo dolore. Altro che correre… Dolore acutissimo, ora che nulla, né la chimica né l’adrenalina, riescono più a sopraffarlo. Mi trascino alla chiesa all’ingresso del paese: mi siedo lì, sugli scalini, approfittando di un po’ di sole. Giorgio compare non molto tempo dopo, accompagnato pure lui dalla signora dell’albergo. Cerco d’inseguirlo, per fotografarlo all’arrivo, ma non c’è verso, i piedi non me lo permettono più.

Come sempre dopo una gara, se fossi da sola, salterei in auto ed andrei a casa all’istante, finché l’emozione tiene lontano il sonno. Ma il mio senso di colpa nei confronti di Giorgio è tale che non me la sento di infliggergli anche questa penitenza. Mi rassegno, senza fiatare, a fermarmi ancora questa notte in albergo, anche se la voglia di riabbracciare i miei cagnoni e rivedere mamma brucia, ora che sono tornata con i piedi sulla solida terra. Una doccia, il tempo di toccare il materasso e piombo in un sonno profondissimo, liberatorio, da cui non mi sveglio del tutto nemmeno quando, più tardi, mi trascino al locale convenzionato con la corsa, per una gustosissima pizza. Sul grande schermo, il TG Regionale con le immagini del Tor. Vincitore, da regolamento, un giovanissimo atleta francese, Jules Gabiou; vero trionfatore della corsa, tuttavia, un eccezionale Marco Gazzola, giunto al traguardo nel tempo stratosferico di meno di ottanta ore e squalificato per aver sbagliato strada proprio negli ultimissimi km, oltre il Rifugio Bonatti. Persona eccezionale e per il successo sportivo, e per la calma olimpica dimostrata nell’accettare il provvedimento della direzione di gara. Niente scene madri, niente rivendicazioni, niente scuse. Infatti non è italiano, Gazzola: guardacaso, è svizzero.

L’ultima immagine di Courmayeur è una breve passeggiata di buon mattino, nell’aria frizzante dei 1.200 m di quota, prima di ripartire. Una puntata all’arrivo, dove si attenderanno corridori fino a metà pomeriggio, ed una valanga di coccole a due enormi Pastori dei Pirenei. Il cielo è ancora chiaro e limpido. Domani, sulla cerimonia di premiazione, scenderà la prima, sottile, fredda, ostinata pioggia autunnale. E sono certa che Giove Pluvio, benevolo, di lassù ci farà l’occhiolino…

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“Sotto il peso di un’infinita tristezza mi resi conto che la pagina era voltata, che bisognava affrontare dinuovo il mondo, che la grande avventura era finita”.
Lionel Terray, “I conquistatori dell’inutile”
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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!