11 e 12 maggio 2018 – ULTRATHLETIC ARDECHE

Montaldo Roero, tangenziale di Torino, Oulx, Colle del Monginevro, Briançon, Embrun, Gap, Privas. L’Ultrathletic Ardeche è una corsa massacrante già solo per la lunghezza del viaggio fino a Privas: non ho azzerato il contachilometri alla partenza, ma quattrocento km immagino ci siano tutti. Breve tratto di autostrada da Torino ad Oulx, poi solo strade ordinarie, anche se molto scorrevoli. Del resto, io adoro guidare e mi piace viaggiare con calma; questo itinerario offre paesaggi da sogno. Partita poco prima di mezzogiorno in compagnia di Andrea altresì detto ABS, damo di conforto per l’occasione, si arriva a Privas intorno alle 19. Nessuno dei due è amico dei navigatori, ma entrambi siamo dotati di cartine stradali; in più, il buon ABS ha un’antica quanto efficace abitudine: quando ha dubbi, chiede informazioni ai passanti. Anche con il suo francese un po’ approssimativo, riesce comunque a farsi capire da tutti, sempre. In questo è un uomo atipico, ben distante dal prototipo del maschio Alfa che si inabissa in fondo all’Oceano piuttosto che chiedere informazioni. Del resto, anch’io sono una donna atipica, perché mi inabisserei pure io in fondo all’Oceano pur di non chiedere informazioni.

Il viaggio avrebbe dovuto essere dedicato alla pianificazione della gara, ma si tramuta invece in una maratona di pettegolezzo selvaggio: ABS, persona molto più sociale e giramondo di me, mi aggiorna sulle ultime notizie dal mondo del podismo, anche se si tratta per lo più di notizie che con il podismo hanno ben poco a che fare: roba da fare invidia alla squadra nazionale olimpionica delle comari sulla panchina del paese. Tutto ciò vale a stemperare la mia agitazione, ma solo fin quando non vedo il cartello che indica il paese, Privas. Lì la tensione rompe gli argini. Sono passate da poco le 19, ora a cui era prevista la riunione informativa pre gara: anche qui, la faccia di bronzo del mio compagno di viaggio, che scende cartina alla mano ed abborda un ignaro passante per chiedergli dove sia la via tal dei tali, ci salva. Raggiungiamo il centro sportivo appena in tempo per ritirare il pettorale di gara e consegnare le tre sacche, con abbigliamento di ricambio e cibo, che troverò ai punti di controllo dei km 60, 100 e 140. In verità, sul punto il regolamento non è stato molto chiaro: si leggeva che quelli sarebbero stati i punti di controllo e ristoro a cui poter spedire il materiale. Tuttavia, al centro sportivo, scopro che in realtà sarebbe stato possibile spedire un bagaglio a qualsiasi dei venti punti di controllo intermedi… Evidentemente, non sono l’unica che non ha capito, visto che tutti gli altri corridori hanno dato la medesima interpretazione. In ogni caso, non importa, va bene così.

L’atmosfera sembra tranquilla, per pochi intimi. In effetti, gli iscritti alla gara lunga, 208 km per poco meno di 4.000 m di dislivello, sono una quarantina, tra cui Ilaria e Luciano, gli unici altri italiani. Per il resto, a parte un giapponese ed un belga, sono tutti francesi. L’organizzatore elenca i dettagli più importanti sul percorso di gara, i volontari lavorano sorridenti al banco della distribuzione dei numeri e dei pacchi gara. Gli stessi sorrisi che ritroviamo al mattino dopo, alle cinque e mezza, sulla piazza del Municipio. Ci arriviamo, ABS ed io, al seguito dell’auto di un altro podista e parcheggiamo, da bravi italiani, in rigoroso divieto, davanti ad un passo carrabile. Non ci sarà questo gran viavai a quest’ora del mattino… Gli organizzatori stanno sistemando l’arco gonfiabile per la partenza ed il tavolo per la colazione, con caffè – sempre ammirevole lo sforzo dei cugini d’Oltralpe per produrre qualcosa che possa vagamente somigliare al caffé, anche se i risultati sono imbarazzanti – e pandispagna. Mangio al volo uno yogurt ed una brioche recuperate scavando in fondo allo scatolone delle derrate alimentari: la calma che mi sono imposta fino alla sveglia di questa mattina si sta sgretolando. Tuttavia, ieri ho mangiato talmente tanto, tra pizza, pasta e patate, che la consistenza della colazione di questa mattina può fare ben poca differenza.

Al buio, alla spicciolata, compaiono gli altri partecipanti, molti accompagnati da amici e familiari. Nulla a che vedere con le arie da superuomini che si danno molti podisti italiani, che si presentano alle corse conciati da Robocop dei poveri: qui l’atmosfera è tranquilla, direi divertita, nonostante l’ora e gli occhi pesti. Ciò non significa che non siano presenti alcuni dei “mostri sacri” dell’ultramaratona, anzi.

Passeggio nervosamente, poi mi abbandono su uno dei gelidi scalini del Municipio. Osservo con un po’ di pena i grossi ulivi che addobbano la piazza, costretti a crescere in vasi, seppure enormi. Tutto sommato, sono meno agitata rispetto ad altre occasioni. Sarà che non ho la minima consapevolezza di ciò che vado ad affrontare: di questa gara, conosco solo i numeri. Avrei voluto venire a provare il percorso in bici, questa primavera, ma non ce n’è stata occasione, soprattutto per via della lunghezza del viaggio. Ed è solo la seconda edizione. Cercherò di prenderla con calma: come va, va. E poi, la settimana successiva, sabato 19, mi toccheranno altri 200 km alla Nove Colli Running… Meglio andare cauti! E’ una scommessa azzardata, vero, ma secondo me ce la posso fare. In fondo, tra una gara e l’altra, ci sono sette giorni; per il recupero dovrebbero bastare, considerato che io sono ben lontana da obiettivi di classifica. Come fa giustamente notare ABS ad Ilaria, che mi ha appena chiesto quale sia il mio obiettivo in questa doppietta: “Ilaria, ma questa qui ti sembra una che si pone degli obiettivi?”.

Una piccola folla assiste al raduno dei corridori sotto l’arco; telefonini e macchine fotografiche scatenati per le riprese. Saluto Andrea, che tra poco partirà in auto alla volta di Bedoin per salire in bici al Mont Ventoux: meta imprescindibile per un ciclista che si trovi in viaggio nei paraggi. Tornerà nel pomeriggio in quel di Privas: ci rivedremo ai punti di controllo. Infatti, oggi non è prevista la possibilità di farsi assistere in corsa: un esterno può dare una mano ad un podista solo in corrispondenza dei punti di controllo 6, 10 e 14, rispettivamente al km 60, 100 e 140. Negli altri punti di controllo, può fare presenza fisica e psicologica, ma non dare aiuto materiale. Diverso il discorso per gli assistenti in bici: il podista può farsi aiutare da un assistente ciclista lungo tutto il percorso dopo il km 60. La gara, infatti, è composta di due anelli che cominciano e finiscono entrambi a Privas: il primo, da 60 km e circa 1.400 m di dislivello, in direzione est ed il secondo, da 140 km e circa 2.600 m di salita, verso ovest.

Alla partenza assiste anche un simpatico bulldog che, scoprirò poi, sarà la mascotte dell’intera gara. Non si può dire che faccia caldo, sta appena albeggiando, ma preferisco partire subito con la canottiera ed i pantaloni corti: si va in salita, ci si scalderà senza dubbio. Sempre meglio che doversi fermare dopo duecento metri a togliere la giacca.

Si parte. Per i primi km, voglio cercare di restare al passo degli altri, per capire come e quanto sia evidente la segnaletica e non rischiare di perdermi subito. Il gruppone attraversa alcune strette viuzze cittadine, supera un ponte e comincia a salire. La tracciatura è fatta di frecce disegnate sull’asfalto con vernice di colore verde molto acceso e di adesivi con frecce nere in campo giallo, piuttosto piccoli, attaccati per l’occorrenza a pali, muri, paracarri. Bisogna però prestare molta attenzione ad ogni incrocio, perché, è chiaro fin da subito, il percorso è parecchio contorto.

Corricchio i primi km in salita, con prudenza, proprio per restare in vista di qualcun altro. La strada sale con alcuni curvoni; dall’alto si vede, per un buon tratto, Privas, che sarebbe una bella cittadina se non fosse per alcuni orrendi casermoni in stile alveare. Ma ben presto ci allontaniamo dalla civiltà e, per i primi sessanta km, non incontreremo altro che minuscoli gruppi di case, abitazioni isolate, mucche, capre, pecore al pascolo. Al primo punto di ristoro, la crepe con la Nutella mi rimette immediatamente in pace con il mondo, nel caso avessi avuto dubbi sul senso di essere qui oggi. Tutto intorno, infinito rigogliosissimo verde. Prati, boschi, una lunga discesa morbida, seguita da un’altra lunga salita dalla pendenza dolcissima, corribile quasi per intero. Stradine minuscole, su cui gli unici mezzi a motore che passano, oggi, sono quelli degli assistenti di gara; case e ponticelli in pietra chiara, con le imposte colorate, spesso lilla. La seconda salita segue il corso di un torrente. La corro per intero o quasi: è un po’ un azzardo, perché una salita, anche se blanda, lascia il segno sulle gambe. Soprattutto se il podista in questione non è esattamente un esile fuscello. Ma, su questa pendenza, correre fa ancora differenza rispetto a camminare. Devo cercare di mettere fieno in cascina, accumulando vantaggio sui tempi dei cancelli orari intermedi, che, come mio solito, non ho voluto nemmeno leggere sul regolamento. E comunque non ho con me nemmeno l’orologio: correrò come posso, come mi sento, senza affanni e, soprattutto, ragionando solo da un punto di controllo all’altro. Tra l’altro, i CP, punti di controllo e ristoro, sono organizzati in maniera eccellente: più persone addette a ciascuno, abbondanza di scelta tra frutta secca, formaggi, patatine fritte, caramelle gommose Haribo, zucchero, succhi di frutta, sciroppo di menta, Coca Cola, cioccolato. Ogni CP poi espone sul tavolino l’altimetria del tratto di strada fino al successivo CP, con l’indicazione dell’orario di chiusura del cancello orario del successivo CP. Applausi ed entusiasmo sincero non mancano mai da parte di chi accoglie i corridori.

Mi lascio un po’ indietro due donne. Siamo in cinque, oggi, di cui due assolutamente irraggiungibili e due con cui, forse, me la posso giocare, anche se la classifica oggi, come sempre, è davvero l’ultimo dei miei pensieri. Viaggio più o meno alla pari con i due marciatori, che procedono ad una velocità davvero impressionante nonostante il fatto che, appunto, non muovano un passo di corsa. E mi godo la luce limpidissima che inonda questa stretta verdissima vallata che stiamo risalendo. Meraviglia, non ho altre definizioni per il percorso di gara finora. Solitario, silenzioso, ben lontano da traffico e caos, l’ideale per me.

Man mano che si alza il sole, la temperatura comincia ad aumentare, anche se il vento, lieve ma costante, fa sì che il caldo non sia mai troppo. Io però ho la sacca dell’acqua vuota già da un po’ e comincio a patire la sete… In lontananza, vedo una figura dall’andatura familiare: è Luciano. Di lì a poco, lo vedo fermo sulla destra, piegato: meraviglia, c’è una fontana! O meglio, è una vasca per il bestiame, credo. Però c’è acqua corrente che mi sembra anche abbastanza pulita: più che sufficiente per i miei canoni di sicurezza alimentare. Riempo la sacca idrica e ci metto il the solubile, mi rinfresco il viso, litigo con lo zainetto per rimettere a posto la sacca e riparto. Di lì a pochissimo, si scollina e, poco più in giù, si arriva al punto di ristoro CP5. Averlo saputo… In ogni caso, per non saper né leggere né scrivere, io faccio il pieno di pappatoria. Mi sorpassano, intanto, i marciatori, che avevo superato in salita. Ora si va giù, lunga discesa che, rispetto al bosco fitto di prima, lascia il posto ad ampi pascoli. Tra una curva e l’altra, arrivo alle spalle dei marciatori, ma proprio lì si palesa un posto utile per una sosta tecnica… Il bello di questo percorso, almeno fin qui, è che in fatto di posti per i pit stop c’è solo l’imbarazzo della scelta! Per me è già il secondo di oggi…

Riprendo il galoppo: la discesa è molto morbida, permette di correre bene anche se le gambe sentono già un po’ di fatica. Raggiungo nuovamente sia i marciatori che Luciano, che a Privas arriva al punto di ristoro pochi istanti prima di me. Primo giro completato: il meno è fatto. Qui, però, conviene fare una sosta un po’ più lunga e mangiare con calma. Quindi mi siedo comodamente a tavola: pasta, formaggio molle, riso al latte. Il tutto servito da un fascinoso volontario con una bellissima coda di capelli d’argento. E no, io non posso fare a meno di buttare l’occhio, anche dopo 60 km.

Una telefonata a casa, per sentire se è tutto a posto. Mi arriva, nel contempo, un messaggio di ABS, che mi comunica la posizione esatta in cui ha parcheggiato la mia Zafirona a Bedoin: “nel caso dovessi perire sul Ventoux”, precisa. Il telefono poi torna in fondo allo zainetto, rigorosamente spento. Riempo ancora la sacca dell’acqua, con una calma di cui io stessa mi meraviglio: sarà che ho scoperto di avere, qui, due ore di vantaggio sul cancello orario… 7h 40′ impiegati per i primi 60 km significa che, per le mie possibilità, ho tirato un po’ troppo. Devo recuperare.

Un gentilissimo volontario mi accompagna lungo la piazza fino al punto in cui il percorso riprende, per il secondo viaggio. Abbandono nuovamente Privas: per un buon tratto, continuo a vederla sulla sinistra, mentre percorro tratti di saliscendi in mezzo alla campagna su stradine minuscole, fino al CP7 di St Priest. Qui trovo nientemeno che le bibite e le bottiglie d’acqua tenute in fresco al frigo. E’ pieno pomeriggio e fa caldo sul serio. La salita seguente è lunga poco meno di 10 km e qui non c’è più santo che tenga: si deve camminare. Imposto il passo più spedito che mi riesce, con l’intenzione di mantenerlo fino in cima. Questa è una strada un po’ più ampia delle precedenti, con tanto di indicazioni chilometriche per i ciclisti: eppure, anche qui, il traffico di auto è quasi inesistente.

D’un tratto, alle spalle, il rumore di un motore familiare. E’ la Zafirona, nonché ABS di ritorno dalla salita al Mont Ventoux. Il tempo di un saluto: ci vedremo in cima, al punto di ristoro, CP8. Intanto io continuo a scarpinare, cercando i pochi spazi d’ombra e centellinando l’acqua della sacca. Però, siccome la fame ormai si fa sentire sul serio nonostante i punti di ristoro, attingo in abbondanza dal tubetto di maionese. Sì, quello che ha creato sconcerto alla partenza. Pura libidine!

Il salitone mette a dura prova le gambe e la pazienza. Al punto di controllo di Freyssenet, appena oltre lo scollinamento, però, provvedono i volontari a rinfrancare il corpo e lo spirito con applausi ed incoraggiamenti. E il buon Andrea che, non avevo dubbi, anche qui ha già fatto amicizia con tutti. Con tutte, soprattutto, perché nessuna fanciulla e soprattutto nessuna madama sfugge al suo fascino.

Riparto dopo un attimo di tregua sulla seggiola. Questa frazione, fino al prossimo CP, prevede ancora un po’ di saliscendi, con la Cima Coppi della corsa a quota 900 m circa. Continuo a viaggiare nelle vicinanze dei marciatori, mentre non ho più visto le due donne superate nel primo giro, né Luciano che tuttavia non dovrebbe essere molto indietro. Non passano mai lunghi tratti senza che un addetto dell’organizzazione in auto, oppure gli operatori delle ambulanze al seguito della gara, non mi affianchino per chiedere se vada tutto bene. Sono sempre tutti gentilissimi e molto attenti.

Il limpidissimo sole accompagna anche la lunga discesa verso il CP9. Per un istante, vedo la mia auto parcheggiata e mi stupisco: che ci fa la Zafirona qui? Ah già, c’è Andrea, prontissimo a procurarmi la seggiola per riposare qualche istante le ingombranti terga. Ancora acqua, Coca Cola, formaggio, in ordine rigorosamente casuale. Ancora una decina di km abbastanza facili, per arrivare finalmente al CP10, km 100: non è esattamente la metà matematica del giro, ma è la metà psicologica e questo basta. Un bellissimo tramonto di fuoco sulle colline mi ci accompagna.

Al km 100, a Lussas, dove l’assistenza è permessa, ritrovo Andrea che ha già scaricato tutti i bagagli dall’auto per permettermi di cambiarmi comodamente. Ma sono parecchio stravolta: prima di tutto, ho bisogno di sedermi un po’, non sulla seggiola ma proprio per terra. Mi gira un po’ la testa. Mi abbatto contro il muro di questa bella tettoia in pietra e legno. Il mio servizievolissimo damo di compagnia ha già pensato a tutto, mandando in confusione le fanciulle del ristoro con i suoi occhioni azzurri da cucciolone in cerca di casa: mi ritrovo in un batter d’occhio sotto il naso una ciotola di pasta ed una di pastina in brodo, che mangio avidamente. Qualcosa di caldo, adesso, fa piacere. Ci sono già parecchi corridori fermi: “Quelli che sono arrivati finora – mi rassicura Andrea – non sono ancora ripartiti”. Come sempre, non è l’aspetto competitivo che mi interessa, ma mi serve rendermi conto della mia condizione in rapporto a quella altrui. In effetti, adesso sono davvero molto stanca. Però, rispetto alla maggioranza dei miei compagni di sventura, non ho problemi ai piedi. Intorno è tutto un turbinio di garze e creme per le piaghe e le vesciche.

Mi trascino a fatica in auto, chiamando a raccolta tutta la mia concentrazione per far le cose per bene. Via le calze, una pulita ai piedi con le salviettine umide, una dose industriale di pasta tipo Fissan e calse pulite, sempre in doppio paio. La pelle è parecchio irritata sulle caviglie, ma pazienza, l’importante è che non si formino piaghe sulla pianta. Indosso una maglia a maniche lunghe ed i pantaloni sotto il ginocchio, opera che richiede acrobazie ormai dolorosissime dopo 100 km. Nel frattempo, mentre ABS ironizza pesantemente sulla sensualità della sottoscritta che si contorce nel bagagliaio dell’auto, arriva anche Luciano, inossidabile nonostante stamattina, al via, fosse proprio poco convinto. Bevo la lattina tarocco della Red Bull, metto un po’ di ordine infilando in un unico sacco gli abiti usati ormai radioattivi, recupero il rotolo di carta igienica, che potrebbe servire parecchio di qua in poi, visto il maltrattamento costante a cui è sottoposta la povera pancia. E, dulcis in fundo, trangugio una pastiglia di antidolorifico, non tanto per il male alle gambe quanto per i dolori a tutto il resto, schiena, collo, spalle. Ultimo tour in bagno: saranno passati più o meno tre quarti d’ora. Pila frontale in testa, giacchino rifrangente, lucina rossa posteriore, tutto pronto. Con gran cigolio di tutte le giunture, si riparte. In salita.

Riprendo il passo spedito: correre qui è impossibile. Mi sento fiacca, ma do la colpa alla pendenza, indubbiamente più severa rispetto alle salite del primo giro. Non tardo a vedere davanti a me, in lontananza, alcune lucine: non ho ancora acceso la pila frontale, perché, nonostante non ci sia la luna, quel poco di luce che riverbera dal fondovalle permette di intuire il limite dell’asfalto, che qui è in condizioni civili, al contrario di ciò che succede di solito in Italia. Il rischio di inciampare è remoto. Tenere spenta la pila frontale aiuta a guardarsi un po’ più intorno, anche se è buio, ed a ricacciare via il più a lungo possibile il sonno. Mi impegno a raggiungere le lucine davanti a me. Prima un concorrente francese, poi Luciano, l’unico con cui possa scambiare due parole di senso compiuto, visto che con l’idioma locale proprio non me la cavo. Anche lui patisce il sonno, già più di me. Procediamo insieme per qualche km, cercando di adeguare i nostri passi che sono abbastanza diversi, in modo da sostenerci a vicenda. Raggiungiamo l’abitato di Mirabel, che da lontano, con le luci gialle delle finestre e le sagome delle case in pietra, sembra un paese di fiaba. Poi però ci separiamo in un tratto in discesa, in cui io corricchio mentre Luciano preferisce non forzare.

CP 11, Darbres, altra brevissima sosta. Ancora applausi ed entusiasmo genuino dei volontari, ancora Andrea sempre presente. Mi dispiace che si infligga una tortura del genere: in verità, non era nei miei programmi. Io avevo pensato a due giorni da turista, per lui. Lunga salita, notturna, solitaria, una decina di km fino al CP12 di St Gineis en Coiron: non c’è davvero un’anima, solo qualche capriolo che attraversa la strada. Silenzio e pensieri che si affollano in testa come nuvoloni neri. Lunga discesa su St Jean Le Centenier: per il momento, riesco ancora a correre senza problemi, sulla pendenza favorevole. Ma in paese accade quel che già avevo previsto: non mi accorgo di un bivio, proseguo dritto, percorro circa un km prima che la mancanza assoluta di frecce, oltre alla comparsa dello svincolo di una superstrada, mi convinca a tornare indietro. Ritrovo per fortuna senza difficoltà la retta via, ma ecco, se c’è una pecca che si può imputare agli organizzatori di questa bellissima gara è proprio la segnaletica insufficiente soprattutto nella notte. Quando si è stanchi e poco lucidi, individuare freccioline così piccole e non rifrangenti diventa un’impresa ardua.

Qui viaggiamo per un bel po’ di km su un tratto di strada più ampio, anche se quasi non si incontra alcun veicolo. Recupero i marciatori, ora assistiti da un ciclista: viaggiamo più o meno allo stesso ritmo, io di corsa, loro di passo. Ma qui comincia il mio incubo. Lo stradone fa un’infinità di saliscendi, che mi ostino a correre perché non ho più nemmeno quel poco di lucidità che mi accompagna durante il giorno. Guardo avanti, scorgo altre lucine lontanissime, affronto una risalita dietro l’altra gettando al vento una quantità di energia senza senso. Le gambe sempre più dure, il dubbio che sgomita: se continua così, non posso farcela. Non ho speranza. Cerco di capire dove vadano quelle lucine, dove finirà questo stillicidio, ma al buio è pressoché impossibile valutare posizione e distanza. I marciatori guadagnano terreno, o meglio, sono io che lo perdo.

Al CP130 arrivo con ancora un po’ di orgoglio: mi lamento solo per l’errore nel percorso, ma confido di potermi riprendere un po’ nella discesa verso St Maurice d’Ibie. Mangio volentieri un bicchierone di minestra calda in brodo: nel frattempo, scopro di essere diventata d’autorità la moglie di Andrea… Urca, non so per chi dei due la circostanza sarebbe più sciagurata, visti i soggetti! Ma non mi pare il caso di stare a sottilizzare, adesso, su questione di stato civile. Non ne ho il vocabolario né la voglia.

La discesa successiva è il tracollo. Il sonno si impadronisce del mio unico neurone: ormai vedo le cose più impensabili, campanili, persone, abitazioni dove non c’è assolutamente nulla. Il mal di testa mi tormenta, le gambe sono rigide come chiodi. Provo a bere, a mangiucchiare, ma sono KO, tanto che faccio una gran fatica a capire dove sia il CP 14. Le freccioline appese ai platani in paese indicano un prato… In effetti, il locale del punto di ristoro è proprio oltre il prato. E’ anche ben illuminato, ma io sono in stato pesantemente confusionale. Entro e, accompagnata da Andrea, mi butto su una brandina. Mi copre con la sua giacca ed una coperta. Accanto, altri due podisti in stato comatoso. Gli chiedo di svegliarmi entro cinque minuti e piombo in un sonno di pietra. Mi risveglio con un mal di testa ancora peggiore: una pasta, una banana, una tappa in bagno e via. Indosso la giacca, perché adesso tira un vento davvero gelido, ma sono profondamente scoraggiata: in queste condizioni, dove potrei pensare di andare? Saluto Andrea, lo avviso che proverò ancora a raggiungere il CP 150, ma poi mi fermerò lì. Non risponde: mi indica la direzione per ripartire e la seguo, con il cappuccio sulla testa per il vento freddo.

Comincia la salita. Vorrei affrontarla con il solito passo svelto, ma le gambe non rispondono più. Non ho forze. Ho sonno, la tristezza che mi assedia, quella voglia di piangere che, a mente fredda, non ha alcuna ragione di esistere, eppure lì diventa inarrestabile, spinta dalla consapevolezza che non si potrà mai concretizzare il sogno tanto a lungo accarezzato. Le allucinazioni si moltiplicano, i pensieri cupi sono sempre più cupi. Provo a cercare in fondo alla memoria una poesia, a ripetere la sequenza dei quadrati dei numeri, a ricordare la trama di un film, ma l’unico chiodo fisso che torna sempre è il fatto che non ce la faccio più. Mi sto trascinando. Sbando per il sonno, vedo muri e spigoli e porte e finestre che non esistono, gatti in mezzo alla strada. In lontananza mi sembra di percepire, oltre i profili neri delle colline, un barlume di luce: probabilmente sta albeggiando, dai, si tratta di avere un po’ di pazienza. Lo sai, Gian, che poi con la luce è tutta un’altra storia. Devi solo aspettare la luce… Non so dove sono, non so quanto manchi alla fine della salita. Rinuncio, rallento, butto un piede davanti all’altro a caso, tanto ormai è finita. Devo solo strisciare fino al CP15, poi mi fermo, basta, mi ritiro, vado a casa. Colpa mia, ho voluto “farla fuori dal secchio”, ho affrontato una prova troppo dura per le mie possibilità. Non sono preparata, non potrò mai esserlo. E’ troppo difficile. Troppo lunga, con troppa salita. Tutto troppo. Non ho più né l’età né il fisico né la voglia di soffrire, ammesso li abbia mai avuti. Sono in uno stato tale che mi faccio compassione da sola…

Il punto di ristoro, CP15, compare quando ormai avevo perso le speranze. Il gruppo dei volontari mi accoglie con un tifo da stadio, che in quel momento su di me ha l’effetto di una capocciata contro il muro. Io voglio solo fermarmi, smettere, andare a casa, porre fine a quest’agonia. Ormai è l’alba. Non ce la farei più a proseguire ancora, ore ed ore. Mi accascio sulla seggiola, sinceramente sfinita. “E’ proibito ritirarsi qui”, mi dicono. “Hai venti minuti di vantaggio sul cancello orario”, mi avvisa Andrea. “Siediti e riprenditi un attimo”. Venti minuti… Un nulla. Sono al pelo. “Sarò ultima – sbotto – chi vuoi che ci sia ancora, dietro di me?”. Tre persone. Ecco… Grazie per l’incoraggiamento. Tutti mi incitano, sento voci confuse e sovrapposte, non capisco più nulla. Basta, non ne posso più… Guardo il tavolino senza aver voglia di mangiare, trangugio un bicchiere a caso. Mi alzo, tolgo lo zaino, levo il chip dalla caviglia. Cala il silenzio. Faccio il gesto di consegnarlo al volontario, mentre Andrea, accanto a me, pronuncia le fatidiche parole: “Vuoi che andiamo in auto?”. Mattonata sul cuore. Guardo il chip già nel palmo della mano del volontario, con un groppo in gola. Penso: “Eh no, in auto se vuoi ci vai tu…”. Mi riprendo il chip, lo riallaccio, tolgo pila frontale e giacchino e li butto con rabbia addosso al povero malcapitato, marito per un giorno: un ringhioso “fanculo” liberatorio e riparto, tra gli applausi dei presenti, con le lacrime agli occhi e le gambe che si schiodano di colpo con un dolore inimmaginabile. Ecco, Gian, per metterti nei casini sei davvero speciale. Mancano cinquantotto km… Cerco di sciogliere le gambe nel tratto di discesa. Sono rigide, fredde, ma sembrano voler collaborare. Di lì a poco mi sorpassa ancora Andrea in auto. Lo fermo, mi faccio dare la lattina di bibita energetica anche se non si potrebbe e gli intimo di non aspettarmi ai prossimi ristori: “Vai a Privas”, ordino, senza possibilità di replica. In questo momento mi serve un parafulmine e lui, pover’uomo, è l’unico disponibile… Lo accuserò tra me e me fino a Privas di non aver fatto l’impossibile per impedirmi di ritirarmi, salvo poi scoprire che tutta la sceneggiata da stadio messa in atto dai volontari era stata ordita proprio da lui. Purtroppo io sono già una mente instabile in condizioni di quiete, figuriamoci poi sotto stress… Infatti avviso prima chiunque si avventuri ad avvicinarmi durante una prova di questo tipo: non fare caso a ciò che dirò, perché potrei andarci pesante!

Mi lancio in discesa, bevendo la lattina e mangiucchiando di malavoglia una brioche. Non devo lasciarmi raggiungere, altrimenti il morale ne risentirebbe. Arrivo al fondo della discesa, costretta ancora ad una sosta tecnica: ne approfitto per riorganizzare il contenuto dello zaino. Il cielo è velato, per ora continua a far fresco. Speriamo che duri, perché avevo mandato un cambio più leggero al km 140, che pensavo fosse l’ultimo CP a cui fosse possibile spedire una borsa. Ma al km 140 sono passata a notte fonda, troppo presto per cambiarmi. Quindi, ora, dovrò tenere indosso maniche e pantaloni lunghi fino all’arrivo, che mi piaccia o no.

Il tratto a seguire, fino ad Alba La Romaine, è un’altra lunga agonia, lento falsopiano in salita. Corro, davvero piano ma corro quasi tutto, con l’occhio disperato puntato in avanti in attesa, questa volta spasmodica, della prossima salita, dove poter fare a meno di correre. E comincio a fare calcoli sui tempi: da qui mancheranno cinquanta km, alla peggio da percorrere camminando ai 5 km/h; dieci ore, ce la faccio al pelo, forse. Ma, finché continuo a correre, almeno un poco, la media resta più alta. La campagna prende vita, circolano auto e mezzi agricoli. Da che parte andremo poi a risalire? Colline a destra ed a sinistra. Le gambe chiedono misericordia; sono fiacca, avrei voglia di zucchero. Sono senz’acqua, perché all’ultimo CP, nella foga, non ho riempito la sacca. Ancora una risalita, ancora e ancora. Finalmente, un poderoso castello in pietra sulla destra del paese mi fa capire che dovrei essere nei paraggi del CP16. E’ così, infatti. Faccio il pieno alla sacca con acqua e menta, mangio qualcosa, riparto. Un breve tratto in paese, con un po’ più di traffico, già sufficiente ad infastidirmi, dopo tanta meravigliosa solitudine. Il cielo si fa più scuro, sembra che s’alzi la nebbia. Vuoi vedere che, come se non bastasse tutto il resto, mi tocca anche prender pioggia?

All’uscita del paese, in mezzo ai vigneti, una lunga teoria di persone in tenuta da escursionista, un gruppetto qua ed uno là, bastoncini da passeggio, zaini, scarponi, cappelli. Per terra ci sono frecce verdi, ma diverse dalle nostre. Ad un bivio, ho un attimo di esitazione: siamo in mezzo alle vigne e non c’è traccia dei cartellini con le frecce nere; c’è solo una frecciolina verde per terra, mal fatta. Ma immagino che le frecce verdi disegnate a tratto doppio siano destinate ai gitanti. Imbocco la via che ritengo corretta: farò attenzione, più avanti, a cercare altre segnalazioni. Sbagliare strada qui vorrebbe dire che è finita davvero…

Comincia la salita. Passo svelto, un occhio preoccupato al cielo. Recupero un concorrente, poi un altro: un po’ di balsamo per il morale. Dovrebbero mancare, da qui, circa 40 km. Poco meno di una maratona, con le gambe stanche. Otto ore, a camminare tutto. Ma io non so che ora sia adesso… E preferisco non saperlo. Devo solo marciare, marciare, marciare, senza pensare ad altro. Magari ce la faccio, chissà. Anche se mi sento un po’ fiacca. La salita è dolce; taglio le curve per risparmiare metri, aggredisco ogni tanto il tubetto di maionese per combattere la nausea. Maionese innaffiata ad acqua e menta, altro che gli chef… Fatico, ma mi arrampico. La strada torna ad essere una minuscola stradina semideserta in mezzo a boschi impenetrabili. Il vento soffia senza troppa convinzione, il sole resta nascosto dietro alle nubi. Mah, forse è meglio così. Dai Gian, va meglio, davvero. Chiamo casa, solo per tranquillizzare mamma sulla mia permanenza in vita e per chiedere dei cani. Stanno tutti bene: perfetto, posso pensare solo ai miei ultimi maledetti km. Quaranta, su duecentootto, sembrano pochi, ma possono diventare un abisso con le gambe distrutte.

Sceautiers, un gruppo di case abbarbicate ai piedi di ciò che sembra un roccione tondo: io mi ero illusa, errore madornale, che qui la salita finisse. Invece, al ristoro, mi avvisano: ancora quattro km di salita, tre di discesa, tre di salita. Calma, Gian, nervi saldi e pazienza. Qui siamo al km 173, ne mancano ancora circa 35. Almeno 10 saranno per forza in discesa, alla fine, è matematico. Per gli altri, ce la farai. Mangio in abbondanza, formaggio e frutta; prendo un bicchierone di caffé con lo zucchero, rabbocco la sacca e riparto. Nel frattempo, arriva uno dei corridori che ho sorpassato; quasi non si ferma, mentre io mi attardo a coccolare il bulldog, per l’occasione vestito con una bellissima felpina da bambino. Evidentemente, man mano che i cancelli orari si chiudono ed i ristori vengono smantellati, i volontari passano avanti ed alcuni di loro fanno il pellegrinaggio presso i ristori successivi. Ci sono volti che si ripetono… E poi c’è lui, il cagnotto!

Riparto: la salita, da qui, è davvero blanda, tanto che provo ancora a corricchiare, anche se di fatto mi limito al gesto della corsa, non molto più produttivo della sola camminata. Qui siamo oltre cinquecento metri di quota, tra pascoli e bestiame: e verde, ancora tantissime tonalità di verde. Il vento soffia deciso: del resto, se ci sono tante pale eoliche qui intorno, un motivo ci sarà.

La discesa, finalmente. Queste salite appena accennate, indecise, sono quasi più logoranti delle rampe; non danno all’occhio la soddisfazione di guadagnare evidente dislivello e nel contempo sfiniscono le gambe. Raggiungo uno dei marciatori: la discesa è abbastanza ripida e lunga, con un tratto quasi sterrato, e tutta in ombra. All’improvviso, sento alle mie spalle un belato. Un altro ed ancora un altro, sempre più vicini. Mi giro e, con un momento di panico, mi accorgo che un intero gregge di capre ha abbandonato il pascolo nel bosco, travolgendo la rete di plastica, e mi sta seguendo! Provo a proseguire la mia corsa: si fermeranno… Invece no: mi seguono, gruppo compatto, come se fossi il pifferaio magico. Non è che la situazione mi lasci esattamente tranquilla: non che io tema l’aggressività delle capre, ci mancherebbe, ma queste sono parecchio cornute e corrono ad una certa velocità; non sono poi così sicura che, nella foga, non mi calpestino. Mi fermo, mi giro di scatto: le bestie, pure loro, inchiodano e mi fissano. Riparto io, ripartono loro. Oh mamma mia. E adesso che faccio, me le porto a Privas? Mi becco una denuncia per abigeato!

Adesso basta. Mi giro, alzo la voce e con gran gesti “Via via, filate via, a casa!” le spingo a manate nella direzione da cui son venute. Incredibile, mi obbediscono, tutte insieme: girano i tacchi, anzi gli zoccoli, e se ne vanno. Poco dopo, incontro un uomo che sale con un Border Collie: probabilmente è il pastore che s’è accorto del fattaccio. Questa mi mancava, in anni di onorata carriera podistica!

Oltre un ponticello in una stretta valletta, la strada torna a salire decisa. Tre km, secondo quanto detto al CP precedente. In effetti, è vero: tre km… Al CP18. Ma la salita non finisce lì. Ancora almeno sei km prima che inizi una vera discesa. Mi assale lo sconforto, ma cerco di non cedere. Allungo una carezza al bulldog, che è dinuovo qui. Km 183. Ancora 25, dunque. Ancora un’eternità. Non so che ora sia, ma immagino sia tardissimo. Avverto il tempo scorrere con una rapidità irreale. Mi riempo le mani di caramelle gommose e formaggio e riparto, ancora. Abbi pazienza, Gian. Finirà, prima o poi. Deve finire. Ancora salita, molto blanda, appena accennata, ma a correre non provo nemmeno più. Non so quando finirà davvero, sono al lumicino delle forze e del coraggio. Procedo su una stradina minuscola, che sfila accanto a rare cascine e distese di pascoli, intorno agli 800 m di quota. Ma dopo ogni curva c’è ancora strada, e ancora, e ancora. Quasi in piano, ormai, ma il cervello la rifiuta. Correre mi costa una fatica immane. Non è solo più un problema di gambe; è che, se provo a muovere qualche passo di corsa, il cuore parte all’impazzata, il fiato si accorcia. E ancora salita, impercettibile, logorante. Spero di vedere la discesa oltre ogni curva, ma non c’è nulla da fare. Probabilmente sono defunta e sono finita nel girone infernale degli ultramaratoneti rompiballe, a cui tocca correre in salita in eterno. Me lo diceva ieri ABS, quando dispensavo pettegolezzi cattivi a destra ed a manca: “Guarda che vai all’inferno”. Vuoi vedere che aveva ragione?

Combatto una battaglia disperata tra lo sforzo di aver pazienza e la sensazione che tutto questo sia destinato a non finire più. Io qui non ci torno, non ci metto più piede, sono devastata.

Raggiungo un altro podista, qualche decina di metri davanti a me. Anche lui, vedo, prova ogni tanto a correre, senza troppa convinzione. Un gruppo di case, la strada che si immette su un’altra più grande e sembra scendere, ma… No: bivio a destra per Rochessauve, ancora lenta impercettibile salita, breve discesa, ancora piano. Mi sembra di aver già percorso mille km dall’ultimo CP. Mi sto torturando: non ha senso avvitarsi in questo modo sul pensiero negativo, eppure, davvero, sono esasperata. Calma, calma, calma, calma. Un gruppo di case. Sarà lì il ristoro? Macché. Fa caldo ed io non ho più acqua. Ho fame e nausea. Mi avanza ancora un po’ di maionese. Discesa, finalmente. Forse? Sul serio? Mi ci butto, qui sì, di corsa. Arrivo ad un ponticello in curva, a cui è affisso un foglio scritto a mano: “Il CP19 è spostato 2 km più in basso”. Il crollo. A questo punto non reggo più, scoppio a piangere mentre corro con ancor più rabbia. Come, 2 km più in basso, ma questi sono pazzi! Mastico lacrime amare, misuro i km che ancora mancano, sempre meno, ma sempre di più… Ora le nuvole si sono diradate: il sole comincia a scaldare. Ed io sono troppo vestita. Confido che regga il vento. La strada non si vede, da quassù, scende una valle profonda e molto boscosa. Solo dopo infiniti dolorosi passi, scorgo i tetti di una borgata. Sarà lì il ristoro, deve essere lì, per forza… Deve, perché io non ce la faccio più. Anche se, al passaggio dell’ambulanza, assicuro che è tutto ok.

Al punto di ristoro, mi accascio sulla sedia e non per scelta. Devo proprio. Ancora caffé con lo zucchero, per allontanare la fiacca. Ancora qualche carezza al cagnotto, che ritrovo anche qui, sempre con la sua felpina. Scambio quattro parole nel mio francese stentato, seminando sconcerto quando dico con quanti cani vivo io a casa. Ancora circa sei km di discesa e poi… A Privas, secondo i miei calcoli, ancora altrettanti. Ma non oso chiedere. Sbircio la tavola dell’altimetria: tutta discesa fino al CP 20.

Ora si tratta di centellinare le forze. Il sole è alto, fa caldo, sono troppo vestita. Devo bere, bere e non lasciarmi prendere dalla fiacca. Si torna a correre verso la cosiddetta civiltà, tra villette e cascine. Da queste parti, non capita di vedere le brutture edilizie che in Italia: a parte i casermoni di Privas, non ho visto un e dico un edificio costruito al di fuori dei canoni tipici di questa bellissima zona.

Approfitto di un provvidenziale bagno pubblico, pulitissimo, per un’ultima sosta e per bagnare la testa e la bandana che tengo al polso, in modo da abbassare un pochino la temperatura. Poi mi lancio al prudente inseguimento di un podista che ho visto in lontananza: lo raggiungo e lo supero a poche centinaia di metri dal CP20, ma poi la sosta per me è d’obbligo. Scorgo un cartello verso destra all’incrocio: Privas, 6 km. Ecco, immaginavo. Invece no, splendida sorpresa; si va a sinistra, raggiungendo la periferia del paese per una via alternativa, più breve. 4 km.

Guardo le vivande sul tavolino, ma non c’è nulla che mi attiri davvero. Ci vorrebbe qualcosa di potente… L’addetto al ristoro mi legge nel pensiero: estrae un vasetto di Nutella, ci affonda un cucchiaio e me lo porge. Meraviglioso. Lo trangugio tutto in un colpo, a mò di struzzo. Poi mi siedo un momento, bevo ancora un bicchiere di caffè con lo zucchero, intanto che l’assistente al ristoro mi descrive l’ultimo tratto di strada: capisco che si passa accanto all’Intermarché, poi sotto un ponte, poi accanto alla caserma dei Pompieri ed a quel punto si è arrivati. Perfetto. Chiamo a raccolta tutte le mie energie residue e riparto, di corsa. La strada torna a salire e mi impone di camminare, ma svelta davvero. Una rotonda, un tratto di strada trafficata, poi un bivio a destra. Ci si immette su un tratto chiuso alle auto. L’ultimo podista che avevo sorpassato e che mi ha risorpassata mentre ero ferma al ristoro è là, a tiro. Riservo la massima attenzione alle frecce per terra: qui è davvero facile sbagliare… E sarebbe una tragedia. Siamo a Privas, finalmente. Ancora uno strappo ed un dedalo di incroci in mezzo ai capannoni. Ecco l’Intermarché. Ecco il podista. Lui cammina, io corricchio. Lo raggiungo, esito per un momento, ma poi decido di sorpassarlo ancora: mi spiace, non vuole essere uno sgarbo, ma è troppa l’ansia di arrivare. Ancora interminabili giri tra le viuzze, un labirinto, rampe secche in discesa, altre rampe in salita. In alto, il ponte su cui siamo passati in auto per entrare in paese: ci passo sotto. Poi, ancora una rampa, la caserma dei Pompieri. E’ incredibile, è fatta, è fatta davvero. Andrea mi corre incontro: “Aspetta aspetta, devono preparare lo striscione!”. Non capisco a che striscione si riferisca, ma non ho alcuna intenzione di aspettare; mi fiondo verso l’arco con le ultimissime forze che mi restano. Una bellissima bambina bionda mi porge uno striscione con il mio nome, che alzo al cielo passando sotto l’arco: la medaglia, l’abbraccio con il boss dell’organizzazione, Gérard Segui, ultramaratoneta di valore. Con Andrea, con Ilaria arrivata una ventina di minuti prima di me, con Luciano che solo per pochi minuti, un’inezia, è rimasto “chiuso” fuori dal cancello orario del km 150. Quasi non credo alle mie orecchie quando ABS mi dice che sono le tre meno dieci. Io ero convinta di essere al limite del tempo massimo… Una gioia infinita e la prenotazione immediata, manco a dirlo, per l’edizione 2019. La doccia al campeggio, mentre Andrea presidia la porta ed è quasi più entusiasta di me. Anche se è un po’ offeso, perché una signora gli ha chiesto, con fare preoccupato, chi guardasse i bambini a casa, se sua moglie correva e lui faceva assistenza. “Ma noi – ha risposto – non abbiamo figli”. Avrei voluto essere una mosca, non sarei mai riuscita a reggere il gioco. Sarei cascata a terra dal ridere. Peccato per la premiazione: per una volta che salgo sul podio, la cerimonia è tra quattro ore… Va bè, in fondo sarò terza su quattro atlete arrivate, meglio che non me la tiri troppo. Meglio tornare a casa viaggiando con la luce, finché possibile. Tanto guida Andrea, che non sarà fresco come una rosa ma di certo ha dormito un po’ più di me. Arrivederci Privas, alla fine io mi sono innamorata e quindi tornerò! Ora non resta che pensare al recupero, perché tra una settimana si ricomincia da capo. Altri 200 km a Cesenatico. Impossibile? Forse, ma lo scopriremo alla prossima puntata!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!