11 ottobre 2009 – Gran Trail del Monte Beigua

E’ buio, potrebbe essere sera tardi o forse mattino presto; un assembramento di persone in canottiera e pantaloncini corti, tutti agitati e scalpitanti, tutti con un numero sulla pancia. Ci sono in mezzo anch’io: è la partenza di una skyrace. Una skyrace? Che parte dal cortile di casa mia? Ma che diamine ci faccio qui, io non la voglio correre, un momento, qualcuno fermi tutto questo! Macché, la mandria parte, una corsa forsennata, s’infilano tutti nel corridoio delle cantine, qualcuno scivola sulle piastrelle lucide e rovina a terra. Corro anch’io, con l’angoscia, non l’ho deciso ma non ho scelta, in un attimo sono già ultima…
Mi sento sfiorare un braccio. Tutto scomparso, tutto silenzio, un brivido di freddo, mi rannicchio nel sacco a pelo: è Matteo che si muove, esce dalla tenda, poi rientra di lì a poco. Recupero quel barlume di coscienza che basta per riacchiappare la realtà: meno male, è stato solo un sogno, un orrendo sogno. Forse uno strascico dell’esperienza agghiacciante del Trofeo Besimauda?
E’ stupendo svegliarsi in piena notte e scoprire che c’è ancora tempo per dormire. Torno a rannicchiarmi al calduccio dell’abbraccio di Matteo. Certo, Skipper, in quanto cane, scalda di più, perché madre natura gli ha concesso una temperatura corporea più alta; però, anche Matteo come scaldino non è male, e poi ha un grande vantaggio: non mi sveglia a nasate nell’orecchio, alle quattro del mattino, per essere accompagnato in giardino a fare la passeggiata. Se lo desidera, ci va da solo!

Oggi, però, a buttarci fuori dai sacchi a pelo provvede il cellulare. Ore tre meno un quarto, senza pietà, mentre in lontananza si sente un verso lugubre, una via di mezzo tra un fischio ed un urlo strozzato, ritmico, di chissà quale volatile. Approfittiamo del tepore, si fa per dire, della tenda, per vestirci di tutto punto, mezzi rintronati dalle cinque ore scarse di sonno. Il mio compagno di viaggio polverizza un ciotolone di pasta nel giro di pochi secondi, roba da record: mi chiedo se abbia le guance capienti come i criceti, che si gonfiano come palloncini quando nascondono in bocca i semini del mangime. Così, ad occhio, non sembra… Avrà il doppio fondo allora! Come sempre, è lui a farsi carico dell’incombenza di sgonfiare i materassini e smontare la tenda. Dovrei vergognarmi: se so che nei paraggi c’è qualcuno che s’incarica delle incombenze materiali, divento l’essere più pigro del mondo. Purtroppo per lui, Matteo è per natura generoso e sempre pronto all’azione; io ne approfitto, ma devo stare attenta a non tirare troppo la corda; prima o poi verrò spedita al diavolo senza mezzi termini!
Il parco del Santuario della Madonna della Pace è già in subbuglio, gran movimento di corridori, familiari assonnati ed assistenti della manifestazione. Certo che qualche luce in più non sarebbe una cattiva idea, qui dentro! La stessa area del cancello di ingresso al parco è buia; ieri sera infatti, arrivandoci in auto, ho tirato dritto per sbaglio. La Opel è parcheggiata, in modo credo del tutto abusivo, un centinaio di metri più avanti, sul piazzale: la raggiungo e recupero lo zainetto, il numero per la gara, ma soprattutto la colazione. Focaccia con le olive, due pagnottine ed un quadrato di Ritter, quello con il biscotto: da mangiare metà prima del via e metà in corsa, visto che Matteo, inaudito, rifiuta la sua parte. E’ incredibile l’effetto che la tensione pre gara può sortire su certi animi sensibili: persino lui, l’apparato digerente più veloce (e vorace) del West, mi diventa inappetente.

Un quarto d’ora di attesa nel piazzale del Santuario. Lo ammetto: i primi tempi in cui partecipavo a qualche corsa in bici, vivevo questi istanti prima del via come una vera tortura, cuore in gola e pensieri catastrofici di ogni genere a tormentare il mio povero neurone già sovraccarico. Ormai non più: sarà l’età, sarà la somma di questo genere di esperienze, ma tutto quel che sento a pochi istanti dalla partenza è la voglia di partire. Oggi, poi, è anche il freddo ad ispirarmi voglia di correre: sono le quattro del mattino, buio pesto, è ottobre, la temperatura non è più tropicale, tutt’altro. Infatti, come sempre, rabbrividisco alla vista di spalle scoperte, pantaloncini cortissimi al limite della mutanda, teste rapate senza berretto. Che uomini calienti!
Matteo è già in primissima linea, che poi significa, due metri più avanti dell’ultimissima linea. Questo genere di corse, per ora, è ancora un ritrovo di pochi intimi; più o meno, di nome o di vista, ci si conosce tutti. L’altro Matteo, alias Teomat, ed Alessandro, alias Antani, i due favoriti, almeno per me, sono pronti alla battaglia, ma sorridenti. Le ultime raccomandazioni al microfono: le piogge dei giorni scorsi hanno lasciato sui sentieri un bel po’ di fango; in più, è possibile che noi si finisca qua e là nella nebbia. Perfetto, ottime premesse: io già di notte non vedo un tubo; con gli occhiali appannati dalla nebbia, meno ancora; se poi mi tocca anche far dell’equilibrismo… Va bé, provvederò a fasciarmi la testa quando l’avrò rotta; circostanza che rischia seriamente di passare dalla metafora alla realtà.

Conto alla rovescia e via: tutti di corsa, ma solo per poche decine di metri; poi è la pendenza che provvede subito a raffreddare gli animi. Una successione di tornanti ci porta subito in alto rispetto al Santuario, in mezzo alla vegetazione ancora umida di pioggia, sul sentiero molle e scivoloso. La colonna di atleti ben presto si arena, è costretta a rallentare; meno male, perché ad ogni allungo io perdo un po’ di terreno e devo sudare sette camicie per chiudere il buco. Se fossi da sola, me ne infischierei altamente e mi limiterei a tenere un’andatura a me congeniale; il guaio è che dietro di me c’è un bel po’ di gente e che il sentiero è talmente stretto da non consentire sorpassi, se non in alcuni rarissimi punti. La mia preoccupazione è far sì che i poveretti alle mie spalle debbano schiumare di rabbia il meno possibile. Salgo con passo furioso, sconclusionato, conficcando i bastoncini a terra ed aggrappandomici senza misericordia; il cuore palpita troppo rapido, la gola brucia: è una sensazione odiosa, ma ormai la conosco, devo imparare a sopportarla. Durerà solo lo spazio della prima salita. Ancora quel verso lamentoso in lontananza; le luci della costa che ogni tanto fanno capolino in mezzo alla vegetazione: le intravedo appena, ma non posso permettermi di distogliere lo sguardo dal sentiero; sarebbe una catastrofe. Anzi, studio con la massima cautela i punti ove appoggiare i bastoncini o buttare i piedi, oggi per l’occasione avvolti in un paio di scarpe La Sportiva nuove fiammanti. E’ un momento di tensione nervosa insopportabile: vorrei davvero che fossero già passati tutti avanti, che non ci fosse qualcuno qui dietro che mi soffia sul collo. Appena possibile, qualche frettoloso passa avanti. Non vedo che il cono di luce della mia frontale; della fine della prima salitella mi accorgo solo perché sento la pendenza invertirsi e posso prendere fiato. La colonna rallenta, per fortuna, mimetizzando con molta efficacia la mia cronica incapacità in questo frangente. Vanno piano tutti… Ergo io mi adeguo! Discesa rognosa e scivolosa, terra nera com’è nero tutto il resto qui intorno, occhiali che tendono pericolosamente ad appannarsi.
La colonna si lancia giù per una scalinata di cemento e passa proprio sulla soglia delle prime case del paese: se non erro, dovremmo essere ad Albisola, per la gioia degli indigeni, senza dubbio felicissimi di essere buttati giù dal letto prima dell’alba per le vibrazioni di muri e suppellettili causate dal passaggio della mandria. Una piazza, ancora un po’ di scale e poi su per una strada ancora asfaltata, ma già molto ripida, che spegne pian piano le velleità di corsa di molti colleghi intorno a me. Le mie son già spente da un po’. Operazione risparmio energetico: finché si può approfittare della luce dei lampioni, meglio spegnere la frontale, che non si sa mai; il buio durerà ancora a lungo. Andrebbe tutto bene, se solo non ci fosse questo mal di testa a tormentarmi un po’: nulla di insopportabile, per carità, ma c’è e preme sulle tempie. L’elastico della luce frontale non aiuta. Ma mi toccherà rassegnarmi, per oggi; è il primo giorno critico dei giorni critici, l’unico davvero rognoso; significa sentire il cuoricino che fa un po’ più fatica a battere, la testa che in compenso batte senza sosta, insomma un po’ di fiacca. E un po’ di globuli rossi che se ne vanno; insomma, un doping al contrario! Se solo non fossi costretta a fissare il cerchio di luce… Purtroppo non posso fare a meno di concentrare il fascio su un’area ristretta; potrei anche scegliere di illuminare un’area più ampia, ma ovviamente la luce sarebbe soffusa, insufficiente per mettere bene a fuoco i particolari del sentiero a cui affidare il sostegno delle mie caviglie.

Saliamo lungo la strada asfaltata in mezzo a cancelli di ville di pregio e latrati di cagnoni da guardia indignati, poi riprendiamo il sentiero. E qui sono ultima, proprio ultima, credo: più nessuna luce sotto di me. Ma non ha molta importanza; confido che, prima dell’arco d’arrivo, qualcuno lo riacchiapperò, eccome. Per ora, meglio misurare le forze, salire con calma. Mi guardo poco intorno, non riesco a distinguere dov’è bosco e dov’è cielo, finché siamo così in basso. Sento fruscii indefiniti, vedo in terra qualche scintillìo: è la luce della mia frontale, riflessa sul corpo nero, lucido di insetti tipo scarafaggio, quelli che in Piemontese si chiamano “baboie”. Il nero si colora di striature verdi ed azzurre. Questi incauti animaletti hanno poco a cuore la loro stessa esistenza, se decidono di attraversare il sentiero proprio oggi! Infatti, qualche esemplare è stato, ahimè, poco fortunato.
La segnalazione del percorso è a dire poco eccellente: si vedono tacche rosse di vernice e fettucce di plastica davvero ovunque, a poca distanza l’una dall’altra, e poi i bastoncini con la punta verde rifrangente, simili a fiammiferi. Basta alzare un po’ la testa per illuminare il bastoncino successivo. E’ importante avere il conforto costante della certezza di essere sulla retta via, soprattutto la notte, quando il buio ti opprime, non ti lascia possibilità di distrarti guardando altrove.
Il sentiero poi giunge finalmente in alto, esce un po’ dal fitto del bosco e permette, se non altro, di capire dov’è il cielo. Lo spazio è più aperto, meno opprimente; per un po’, basta rami e foglie umide che lambiscono la faccia; un po’ d’aria, un soffio che sembra quasi caldo, anche se queste sono, in teoria, le ore più fredde della giornata.

Avrei bisogno del ristoro e di una sorsata di Coca Cola, una botta di zuccheri per tirarmi un po’ su il morale ed il fisico. Ho un bel po’ di scorte nello zaino, ma nessuna voglia di estrarle dalla tasca; sono apatica, anche se in realtà i piedi filano, eccome se filano.
In un breve tratto di discesa, raggiungo e supero una signora che ha qualche difficoltà in più, rispetto a me, in discesa: salvo confusione, ricordo di averla già incontrata al Rensen. Io qui scendo spedita, nonostante il buio, perché il terreno è sì scivoloso, ma anche morbido, tale da non impensierire in caso di caduta. Anzi, in certi tratti, più che di sentiero, si tratta di un vero e proprio torrente. Chissà se quest’acqua arriva tutta dai temporali dei giorni scorsi? Le piccole onde formate dalla corrente che si infrange contro i sassi formano un gioco di scintillii; lo scorrere dell’acqua è l’unico rumore che sempre mi accompagna, perché null’altro muove; non c’è vento. Solo, di tanto in tanto, il colpo secco della castagna che precipita a terra: la prima volta mi sono quasi spaventata… Poi ci ho riso su. A Gameragna, presa dalla foga, quasi quasi sbaglio strada: colpa di un fuoristrada parcheggiato quasi sopra la freccia che mi indicava di andare dritto. Meno male che il solerte volontario mi intercetta e mi rispedisce sulla retta via. Ma quanta gente si è mobilitata per questa gara? Incredibile, sono dappertutto…

Ancora un po’ di salita e discesa, poi si arriva a Stella, mentre il cielo comincia a cambiare appena colore. Il ristoro, quanto mai agognato: mi spettano due bicchieri di Coca Cola. Vorrei anche mangiar qualcosa, ma, tra la foga di non voler perdere tempo e l’incapacità di decidere, guardo tutto – cioccolato, frutta secca, banane – e me ne vado con due marmellatine monodose, che trangugio a fatica lungo la rampa immediatamente successiva. Il sentiero sale su ripidissimo per un breve tratto; tornano utilissimi i bastoncini e tanta pazienza nel poggiare i piedi. Cespugli di more tutt’intorno, ma ormai i frutti sono avizziti, immangiabili, peccato.

Quand’è ormai chiaro, ora di spegnere e mettere via la frontale, mi trovo su un lungo tratto di strada sterrata, in quota. Da qui si può ammirare un cielo azzurro che più non si può: i volontari accanto alla jeep mi fanno gli auguri, ringrazio, ne avrò bisogno. Qui sì che dovrei correre: leggero falsopiano, superficie comoda, qualche pozza qua e là… Eppure non ci provo nemmeno; so che, se anche ci riuscissi adesso, andrei poi a pentirmene amaramente, più avanti. Sul falsopiano, quello che io posso guadagnare correndo, in termini di tempo, è un beneficio minimo rispetto alla fatica di cui carico le gambe. E siamo all’incirca a 12 – 13 km, credo… Troppo presto per fare i furbi. Mi incammino di passo veloce: qui l’attenzione non è più costretta sul sentiero, sul passo e sull’appoggio da scegliere. Il primo pensiero quindi è per Matteo: dove sarà già a quest’ora, in quale posizione. Come al solito, prima della partenza, l’ho sentito dire di non curarsi della classifica, di non avere velleità agonistiche; non gli ho mollato un ceffone per somma grazia, ma so che è l’unica risposta che meriterebbe. So benissimo che sputerà i polmoni dal primo all’ultimo metro della gara, come sempre del resto, e sono sicura che si piazzerà benissimo in classifica. E’ così; ormai, su questo genere di gare e distanze, non ha più ragione di temere nulla. A meno di infortuni seri, facciamo le corna, Matteo alla fine ci arriva, e bene. Per quanto mi riguarda, invece, mi fermo alla prima parte della frase: alla fine ci arrivo. Punto. Stendiamo un pietoso velo sul piazzamento. In fondo, per me, già questa è una consapevolezza importante; forse pecco di presunzione, ma, di fronte ad un itinerario che arrivi più o meno al centinaio di km, possibilmente con una buona dose di salita, adesso parto con l’idea di riuscire a concludere la gara, salvo appunto infortuni o condizioni meteo proibitive. Certo, c’è sempre l’incognita del tempo massimo; di solito, in questo genere di gare, il tempo massimo è comodo anche per me… Quasi sempre!

Abbandoniamo la strada sterrata per un sentiero che sale verso destra, un vero e proprio pantano, un torrente di fango in cui non si può fare altro che affondare i piedi: meno male che c’è il GoreTex. Supero un paio di concorrenti; una ragazza che ormai è un volto noto di tanti altri trail: alla prima esperienza al Tre Comuni, è sconcertata dalla condizione dei sentieri, ma soprattutto dal continuo alternarsi di salite e discese brevi e lunghi tratti corribili, troppo lunghi. Su questo non posso che essere d’accordo; come tipo di tracciato, anch’io preferisco di gran lunga un percorso che alterni salite continue, con gran dislivello, e discese altrettanto continue, e che riduca al minimo la pianura ed i chilometri da correre. Non amo correre su qualcosa che non sia asfalto: sarà che l’esordio nello sport come podista da maratone ha lasciato il segno. Però, la consolo: vedrai che bello, non appena attaccheremo la salita al Beigua. La scomodità del tracciato sarà ampiamente ripagata dalla bellezza mozzafiato del paesaggio.

Non ricordavo male, infatti. La salita al Beigua è lunga ed irregolare; alterna strappi brevi e severi a tratti da correre, leggere discese. L’anno scorso questo tratto era, se possibile, ancora più suggestivo, perché, nei giorni precedenti, il tempo si era mantenuto asciutto. Si correva, ricordo, su una soffice nuvola di foglie secche, affondando i piedi in questo morbido mantello nelle tinte autunnali, fin quasi a vederli scomparire. Quest’anno la pioggia ha appesantito e schiacciato a terra il fogliame; in più, ma forse questa è una mia impressione, l’autunno non è ancora così marcato; c’è ancora molto verde.
Si unisce a me un podista di Milano, per la precisione di Bollate: si presenta come uno che, fino ad un paio d’anni fa, praticava assiduamente gli sport del divano e della sigaretta. E così mi è subito simpatico! Finalmente qualcuno con cui scambiare quattro parole senza sentirmi una nullità; dopotutto anch’io ho esordito nella corsa in montagna – corsa, si fa per dire – nel 2007. Di lì a poco, ci sorpassa un gruppetto di tre persone: la signora che avevo lasciato indietro in discesa, più un paio di altri avversari. Approfittano dei tratti in saliscendi, i marrani, per correre: ma venderò cara la pelle! Nei punti in cui la pendenza si fa più costante e severa, li avvicino; poi li perdo non appena si mettono a correre, poi li riacchiappo ancora, e così via. In realtà, non m’importa un fico secco di raggiungere o addirittura superare quelle tre persone in particolare; è solo che avere una lepre da inseguire fa dannatamente comodo, dà una bella strigliata alle gambe ed al morale. Il podista quasimilanese mi segue, anche se adesso non si chiacchiera più. Alla nostra destra, il torrente impetuoso, acqua di un colore azzurro splendido, limpidissimo; prima un enorme masso levigato, proprio nel letto del corso d’acqua, poi un lastrone di pietra su cui la corrente scivola giù, e intorno i colori soffusi dei raggi del sole che filtrano tra le chiome ed i tronchi degli alberi. Faggi? Forse sì, se non ricordo male.

E’ qui, lungo la salita al Beigua, che incontro i primi cercatori di funghi: loschi figuri di tutte le età e conformazioni fisiche, tutti con cesta o borsa a rete, che si aggirano più o meno a loro agio in mezzo ai tronchi, rovistano tra le foglie. In effetti, il nostro itinerario, che a volte corre lungo un sentiero, a volte segue una linea ideale in mezzo al bosco, è costellato di funghi, o meglio, di quel che ne resta. Di tanto in tanto ce n’è uno che svetta in mezzo alle orme lasciate nel fango dalle decine di scarpe passate quassù stamattina: un fungo baciato dalla sorte, è chiaro, un fungo miracolato. Presto molta attenzione a non ucciderlo io stessa; chissà se è commestibile, se qualcuno lo raccoglierà? Ce n’è di tutte le forme, con il cappello a tesa larga, oppure tondo, oppure a punta, e di tutti i colori. L’unica mia certezza in proposito è che quegli splendidi fungoni bassi, tondi, lucidi, color rosso fuoco a pois sono quelli da cui tenersi ben lontani! Ricordo che, anni fa, una conoscente dei miei genitori cucinò un pranzo a base di funghi; indubbiamente si trattò di un incidente e la cosa venne archiviata come tale, fatto sta che la signora in questione restò vedova… E chissà che non sia una buona tattica per liberarsi di un coniuge sgradito?

In lontananza, un campanaccio schiamazza forsennato: pochi tornanti nel sentiero, mi avvicino; sono Roberto e Sabrina, due forti corridori per oggi passati dall’altra parte della barricata, a fare assistenza. Salutano, si sbracciano, scattano foto: sono eccezionali! Danno davvero la carica, soprattutto perché mi annunciano il ristoro di lì ad un paio di chilometri. Riparto ancor più allegra e pimpante: ancora salita, ancora fango, ma l’orizzonte pian piano si allarga; si esce dal fitto del bosco, si vede il cielo, il sole che abbaglia, dritto negli occhi. Ancora salita in mezzo agli alberi; è sì un bosco, ma curatissimo, particolare; non c’è altro che fogliame a terra e tronchi e chiome, niente arbusti, si corre in mezzo a mille colonnine di legno, segnate dai tondini rossi di vernice, sotto un’unica volta di rami intrecciati. I miei tre avversari sono sempre più vicini, ora che la salita s’è fatta arcigna un’altra volta: la signora non cede, non la raggiungerò… Ma in compenso acchiappo i due corridori che, a quanto pare, s’aspettano l’un l’altro. Li raggiungo proprio sotto l’immensa ed orrenda croce di vetta, in cemento: ma chissà perché bisogna per forza deturpare in questo modo ogni cima… Mi butto in discesa ancora in mezzo al bosco; è ripida, ma è morbida; anche qui, una scivolata non sarebbe poi quella gran tragedia. Si sbuca poco dopo in un pianoro, anche quello preda dei cacciatori di funghi, in pieno sole; poi lungo la strada asfaltata, proprio sotto le antenne dei ripetitori. Quante volte son passata di qua in bici! Non corro, nemmeno qui; mi godo la vista del mare, la costa e le nuvole sospese sull’acqua, molto più in basso rispetto a noi. Ancora un breve tratto di sentiero e la salita è andata: c’è il gazebo del ristoro. Qui mi concedo due minuti: ho fame… E non posso certo rinunciare alla Coca Cola! C’è un tortino, tipo Girella, molto appetitoso e morbido; c’è il cioccolato, c’è un po’ di frutta. Ed alcuni corridori in pausa meditativa che chiacchierano con i volontari del presidio: pare, a sentire i loro discorsi, che i primi siano passati di qui ch’era ancora buio. E si siano lamentati della scarsa visibilità: lo credo! Se viaggi più di un missile terra-aria, come puoi pretendere di vederci bene con la misera luce della frontale?

Il personale del soccorso si mette in moto: pare che qualcuno sia caduto e si sia rotto una gamba. Un cercatore di funghi, non un corridore: sospirone di sollievo… Sospiro che ha poco senso, in realtà; c’è pur sempre qualcuno che si è fatto male sul serio, però non è “dei nostri”, è il cinico e spontaneo pensiero. Si riparte con la bocca piena, verso la discesa. La signora Natalina mi precede e se ne va, perché qui il tratto è molto corribile, almeno all’inizio. Fungaioli ovunque, a frotte, a branchi: incredibile quanta popolazione registri oggi il Monte Beigua! E non è affatto un buon segno per me. Avrei necessità di un attimo ed un breve spazio per una sosta tecnica… Ma come si fa? Ogni volta che addocchio un angolino idoneo, mi ci avvicino e puff, spunta fuori la capoccia di un cercatore di funghi! E se, alle prime, può anche sembrare divertente, dopo un po’ la faccenda assume i contorni del dramma. Cammina, cammina, scendi, cerca di non pensarci, ma non è così facile. Siamo sull’Alta Via: ormai, a forza di bazzicare per questi monti, ho imparato a riconoscerne al volo il simbolo. Poi la discesa s’interrompe bruscamente nei pressi di uno spiazzo, immancabilmente occupato dalle auto dei cacciatori di funghi, che si spingono quasi dappertutto; il volontario a presidio mi saluta per nome, ma non riesco a metterlo a fuoco… Ringrazio che si torni a salire un po’, tra l’altro una splendida ascesa ancora in mezzo al bosco, ripida, terreno morbido e scivoloso, sentiero che va a passare accanto ad un edificio, credo, abbandonato: la Casa Bandita. Tutto sommato, le gambe stanno bene; dovrei aver passato da poco il km 30, quindi ne mancano… Uhm… 46! Ma no, in realtà è come se ne mancassero poco più di trenta; l’ultima decina non conta, si fa al volo, non si sente più.

La discesa che segue è lunghissima, interminabile; il bosco intorno è più fitto, rovi e cespugli coprono il suolo; immense pozze interrompono l’ampio sentiero, tanto che a volte il piede, passando sul bordo, scivola e rischia di mandarmi a gambe all’aria. Un bel bagno nel fango sarebbe comico… Ancora un paio di tentativi di sosta, sempre interrotti sul nascere dalle voci vicinissime dei fungaioli; mannaggia a voi, vi auguro di tutto cuore che quei funghi vi causino un mal di pancia almeno pari a quello che voi state infliggendo a me!
D’improvviso mi inchiodo di fronte ad un guado un po’ più profondo dei precedenti. C’è un tronco, molto sottile, posto a mo’ di ponte, a circa mezzo metro d’altezza rispetto all’acqua, e c’è un lungo ramo, più sottile, piazzato come corrimano: mi avvicino, ma quel corrimano si muove, è tutt’altro che fissato; quando al presunto ponte, l’idea di far l’equilibrista su quello strettissimo passaggio non mi attira per niente. Rinuncio e decido di affrontare direttamente lo specchio d’acqua: forse, piazzando la punta dei bastoncini in mezzo al torrente, potrei riuscire ad allungare il salto ed atterrare dall’altra parte. Più o meno: in effetti, dall’altra parte ci arrivo; il piede raggiunge quasi la riva opposta del mio guado, ma è quel quasi che solleva un’onda tale da infradiciarmi completamente, fino alla vita. E, ironia della sorte, il piede resta asciutto. Va bè, pazienza, meno male che è una bella giornata; provvederà il sole ad asciugarmi il posteriore.

Poco dopo, si raggiunge l’abitato di Sassello. Un bel giro turistico per le vie del borgo; osservo i movimenti calmi, quasi rallentati, di due anziani, l’uno che lavora nell’orto, la moglie che sistema i fiori sul balcone, curva, e mi saluta sorridendo. Chissà cosa ne pensano, loro.
Il ristoro è abbondante, anche troppo; mi sento come l’asino di Buridano, guardo di qua e di là tra i piatti e non riesco a decidermi. Però sulla Coca Cola sono decisissima. Me ne vado in fretta e furia masticando un pezzetto di focaccia, sotto gli occhi sconcertati di un gruppo di mamme che escono dal cimitero in compagnia dei figli piccoli. Che brutto posto dove condurre i bambini in gita domenicale!
Davanti a me, altre due lepri. Viaggiano insieme, mi precedono di pochi metri. Mi attardo qualche istante a coccolare un vitello con sembianze canine, con evidente compiacimento del padrone; si sa, noi amanti dei cani andiamo in brodo di giuggiole quando qualcuno dedica un complimento ai nostri beniamini. Nel giardino di una casa, lì accanto, è in corso una riunione familiare attorno ad una cesta di funghi. Non so che ora sia, ma di certo è passato mezzogiorno… Spero tanto che i cercatori abbandonino i boschi in favore delle taverne!

Si oltrepassa un cancello: “Foresta demaniale della Deiva”. Da qui in poi, lunghissima strada sterrata in salita, prima un po’ più decisa, poi via via più blanda. Strada, comunque: comodissima e rilassante per le gambe. Oh certo, anche qui si dovrebbe correre. Ma chi ce la fa? I due davanti a me sono sempre più vicini; di tanto in tanto, quando la salita spiana, attaccano a corricchiare, scelta che io mi guardo bene dall’imitare. Puntualmente, però, rosicchio loro il vantaggio. Non posso fare a meno di carpire qualche pezzo di discorso: anche se, trattandosi di tempi e cronometri, sono proprio gli ultimi argomenti di cui vorrei sentir parlare. “Abbiamo percorso l’ultimo chilometro in undici minuti e tre secondi!”. Sorrido sotto i baffi… Di lì a poco, viaggiamo insieme ed attacchiamo bottone. Così i due, corridori di Pavia, sono costretti a concludere che, sul falsopiano, il passo veloce è più redditizio della corsa. Bisognerebbe solo precisare che l’assunto vale per noi corridori scarsi. Fatto sta che il tempo al chilometro passa a dieci minuti e rotti, poi a nove e qualcosa. Lo sterrato è comodo e veloce…
Chiacchierando con i due nuovi compagni di viaggio, vengo a sapere dell’esistenza di un cancello orario tra quattro o cinque km. Come sempre, non ho letto il regolamento prima di partire; immaginavo che fosse stata fissata qualche barriera oraria intermedia, oltre al limite massimo delle 17 ore per l’intera corsa, ma non sapevo dove né a che ora. Anche perché avevo fiducia di aver superato senza problemi i limiti orari imposti da alcune corse abbastanza toste, vedi Porte di Pietra, Valdigne, Rensen… Invece, a quanto pare, per rientrare nel limite orario ci toccherà percorrere quei quattro o cinque km in un’ora. Bene…

In realtà non è che la notizia mi sconvolga più di tanto. Mi sembra assurdo e quasi impossibile: che senso ha imporre di percorrere 52 km in nove ore? Una media pari quasi ai 6 km/h! Va bene che questo percorso è abbastanza corribile, ma… Non ha senso che mi arrabbi, visto che la prima mancanza è stata mia, nell’ignorare il regolamento; infatti non mi arrabbio. Però, mentre marcio di gran carriera – i due pavesi si sono fermati un attimo a mangiare – provo una gran delusione: stà a vedere che finisco fuori gara… E ripercorro quel che ho combinato fin qui, oggi: beh, non si può certo dire che io abbia perso tempo, anzi. Non sono e non sarò mai veloce, ma non credo nemmeno d’aver viaggiato come una lumaca, e son qui a rischio che qualcuno fermi la mia gara al km 52. Per me vorrebbe dire mettere una pietra sopra al Trail dei Tre Comuni: per questa edizione e per gli anni a venire. Sono convinta che questa sarà prima o poi la naturale evoluzione di tutti i trail, ma mi fa male pensare che, a soli due anni dal mio esordio e nonostante io sia migliorata anche un po’, già non riesco più a rientrare nei tempi imposti dalle gare.

Cancello o non cancello, io devo assolutamente fare una sosta tecnica. Non ho più scelta. AL diavolo i fungaioli e compagnia cantante. All’inizio della blanda discesa, scorgo un posticino che fa per me e mi ci fiondo. Quando riparto, la vita torna a sorridere… Percorro un tratto della discesa in compagnia di un’altra bella coppia di fulminati: uno dei due fa da Cicerone e prende bonariamente in giro l’altro, che, evidentemente più provato dall’esperienza, non sembra apprezzare l’umorismo e pare invece meditare l’omicidio. Quando arrivo giù al ristoro del Giovo, l’addetto al controllo mi comunica che sono “dentro” per tre minuti. Beh, che tombino…

La prossima barriera oraria è fissata ad Ellera alle cinque: cioè, fra sedici km, un paio di salite e tre ore di tempo. Impossibile. Ma che senso ha? Obbligarci a passare entro le diciassette ad Ellera, quando il tempo massimo scade alle ventuno e da Ellera all’arrivo mancano solo otto km? Ce lo chiediamo tutti, nel gruppetto di corridori abbandonati sulle panche del ristoro. E’ assurdo, in tre ore non ce la faremo mai. Le mie due lepri dell’ultima salita, infatti, sembrano decise alla rinuncia.
Rinuncia… Ma no, perché? Io non ci penso nemmeno. Tanto, se anche dovessi giungere in ritardo ad Ellera, e finire fuori gara, di lì potrei comunque rientrare al Santuario lungo il percorso di gara, che rimarrà segnato e che, in quel tratto, ho già percorso due volte. Mal che vada, la finisco per conto mio, la corsa: e dimostro l’assurdità del termine orario imposto, perché raggiungerò Ellera fuori tempo, ma il traguardo indubbiamente entro le 17 ore, il termine massimo. Rinunciare no, non se ne parla nemmeno. Faccio il consueto pieno di Coca Cola, mi ficco in bocca due pugni di frutta secca e prendo due crostini di pane, uno con il formaggio, l’altro con la marmellata. Dopodiché, con fredda determinazione di cui io stessa mi stupisco, dichiaro aperta la battaglia. In realtà non è determinazione, è solo che in fondo non ho molto da perdere…

Abbandono il ristoro, seguo la strada statale per un breve tratto, poi a destra. Poco più avanti di me c’è “espansione”: questo il suo nomignolo sul forum di Quotazero… Abbiamo già scambiato qualche parola stamattina, ma non gli ho chiesto il suo nome, e nemmeno ora mi viene da chiederglielo; alla peggio, visto che “espansione” è troppo lungo, lo chiamerò “espa”!
Sulla salita che segue, verso il Monte San Giorgio, tento il tutto per tutto. Sono convintissima che non ci sia la minima possibilità di raggiungere Ellera in tempo per le diciassette, ma vediamo un po’ se, per una volta, riesco a smentirmi. La salita è ripida, cattiva, ma in fondo questa è la mia fortuna; il mio buon umore va di pari passo con i concorrenti a cui riesco finalmente a mettere il sale sulla coda. Hai visto Gian? Eri ultima, ma qualcuno lo riacchiappi! A proposito di coda: “espa” ed io teniamo a bada la fatica perché distratti da un argomento di chiacchiera in comune, i cani. Lui è papà di una cagnolina di due anni, io stravedo per i miei trenta chili di mostriciattolone peloso, ed anche per la cagnetta di mammà, perché tanto si vive tutti nello stesso giardino. Ce la metto tutta, anche un po’ troppo per i miei canoni; in effetti, non so quanto a lungo riuscirò a reggere quest’andatura. Poco più di venti km in tutto, Gian: ce la devi fare, anche se le gambe bruciano. Ci sarebbe la bustina magica, ma l’ho incautamente seppellita nella tasca interna dello zainetto: troppo complicato andare a recuperarla adesso. Stringo i denti e continuo a salire, tra uno scivolone e l’altro. Espansione sempre dietro, con l’andatura più incostante che abbia mai visto; ora si allontana e resta parecchio indietro, ora mi si materializza proprio dietro le spalle. Forte… Oltre che simpatico!

La prima ascesa è archiviata in un tempo che sembra durato pochi istanti; ci buttiamo giù per la discesa. Anche qui, mi impegno per quel che posso a non perdere tempo. Ormai salite e discese non si distinguono e non si contano più, un alternarsi penoso che spezza le gambe, anche se l’umore, chissà perché, è alle stelle. Il mio momentaneo compagno di viaggio sostiene che la mia presenza gli serve da sprone: beh, senza dubbio l’effetto è reciproco. Nemmeno io terrei questo ritmo, se non fosse che sento il suo fiato sul collo.
Un ennesimo punto di ristoro appare in mezzo al sentierone, come un miraggio, Ci arrivo con la tazza già in mano, il braccio teso ad elemosinare un po’ di Coca Cola; poi mi fiondo giù, a sinistra, verso un tratto di strada sterrata dove si può persino correre un po’. Espansione mi raggiunge subito, in discesa se la cava molto meglio di me. Le ombre sono già lunghe, la luce più fioca, qui nel sottobosco. Ad un certo punto, il mio collega annuncia che sono le quattro: ma l’informazione non è molto indicativa, dal momento che non sappiamo esattamente quale distanza ci separi da Ellera. Anzi, sì che lo sappiamo: cinque km, dice un volontario. Uhm, cinque km… Ci vorrebbe un miracolo. Si torna a salire, ad un bivio, verso sinistra. Anche qui, ci metto l’anima, alla frusta i garretti, il cuore che schizza in gola, sconcertato. Ad una signora che sorpasso e che mi chiede se secondo me ce la facciamo, rispondo quel che penso: no, non abbiamo alcuna speranza. Mi spiace, perché la vedo in crisi e forse dovrei infonderle un po’ di coraggio, anziché abbatterla così; però ho sempre detestato che qualcuno mi desse una falsa speranza… Meglio la cruda verità.

All’ennesima vetta arrivo da sola; mi butto giù per la discesa, aspettando con ansia di riconoscere i tratti della parte finale, su strada asfaltata, dove l’anno scorso ero passata con tutt’altra andatura, chiacchierando, appena prima di Ellera. Questa volta, però, c’è un’orrida sorpresa; la strada asfaltata si abbandona in favore di un sentierino minuscolo, ripidissimo e scivolosissimo, che sembra piombare in verticale diretto sui tetti del paese. Infatti, quando mi ci affaccio, mi assale il senso di vertigine, che combatto subito spostando gli occhi sulle punte dei miei piedi. E’ solo qui che mi assale il terrore, quando espansione mi raggiunge a valanga, mi supera di gran carriera e mi dice “siamo proprio al pelo”. Al pelo, per me, significa che è finita… Trattengo la rabbia, strozzo in gola gli improperi, incespico giù per questo stramaledetto sentierino scivoloso. Alzo la testa, il mio compare è lì seduto, sotto un traliccio; ci sono due persone dell’assistenza… E’ qui il controllo! Un chilometro prima del ristoro: mi passano il rilevatore sul pettorale, ci sono, ce l’ho fatta. Al ristoro arrivo un po’ prima delle cinque; trovo nientemeno che il boss della gara, o meglio, quello che io ho individuato come il boss: beh, il signorino può solo ringraziare di essere un gran bell’uomo, l’unica ragione che mi trattiene dal tirargli un solenne cazzottone sul naso! Li mortacci sua e dei suoi cancelli orari! Guai, se anche una minima parte delle miserie che ho inviato al suo indirizzo dovesse attecchire… Il poveretto è rovinato!

Il ristoro di Ellera è un carnaio: non capisco se tutta questa gente sia qui per assistere al passaggio della corsa, o solo perché c’è da mangiare. Fatto sta che la mia gioia per lo scampato pericolo rischia di andarmi di traverso: faccio il pieno alle borracce, tracanno l’immancabile Coca Cola, mangio un po’ di frutta secca e qualche cubetto di zucchero, mi porto via una banana. Poi saluto le gentilissime volontarie del ristoro ed anche espansione, che mi promette di raggiungermi sulla salita: eh no bello mio… Stavolta venderò carissima la pelle!
Mi libero a fatica dalla morsa della folla, delle madame cicciute e dei mocciosi urlanti, e schizzo via, verso il ripido tratto di strada asfaltata. Qualche tornante da superare di buon passo, smanettando sul cellulare. Ho ricevuto, già da un po’, un messaggio, ma proprio non avevo il tempo di cercare il telefonino… E’ di Matteo, che mi annuncia di essere arrivato undicesimo: e che dicevo io? Un motivo di giubilo in più anche per me, che ormai levito a due metri da terra, anche se il male alle gambe lo sento lo stesso. I ripidissimi tornanti – chissà come me la caverei qui in bici? – mi allontanano in fretta dai tetti di Ellera. Salgo tra orti, muretti a secco e viti, fino al punto in cui tocca abbandonare la strada ed arrampicarsi, letteralmente, verso il Bric Genova. Non prima, però, di aver dispensato qualche coccola ad un meraviglioso cucciolone San Bernardo di sei mesi. Mamma mia, se a sei mesi ha già questa stazza…

L’ultima salita al Bric Genova è temutissima dai più: ma non può essere così cattiva, già per il solo fatto che è una salita. A me sembra di non sentire alcuna fatica; salgo su con il sorriso da un orecchio all’altro, pronto per il fotografo che mi immortala in un passaggio. Ormai quel che voglio è arrivare: la fine della salita aspra arriva in un attimo… Ma, in questa corsa, è bene sapere che una salita non è mai davvero finita. Illudersi, pessimo errore. Il sentiero, immerso questa volta tra i pini, mitiga la pendenza, offre un po’ di discesa, ma poi torna a salire, ancora ed ancora, e scendere e salire. Solo qualche secondo di pausa, quando finalmente trovo, per oggi, la pigna perfetta, e la nascondo nello zaino. Con mia grande sorpresa, recupero uno dopo l’altro un po’ di avversari: quasi non ci credo quando, poco avanti a me, riacchiappo anche la signora Natalina, quella che avevo invano inseguito lungo la salita del Beigua. Anche questa volta, non è certo con la persona che ce l’ho… Ma con me stessa: vediamo se ce la faccio? La raggiungo e supero approfittando della discesa; da lì… Non ce n’è più per nessuno. Quanti km mancheranno? Quattro, cinque? Ho le ali ai piedi. Corro come una disperata, non c’è più sentiero o timore che tenga, corro per non farmi riprendere, dalla signora, da espansione, da nessuno di quelli che finora ho lasciato indietro. Lo so, è una ben magra soddisfazione la mia, eppure mi ci sto divertendo un sacco. Sentiero morbido, fango, erba, rovi che pendono giù e minacciano la faccia, travolgo tutto quel che mi capita. Con la luce della sera, a capofitto giù, verso il primo abitato, poche case, due caprette che fuggono terrorizzate. Il sentiero si rituffa nel bosco, ne esce sotto una volta di vegetazione: eccolo… Lo sapevo, lo sapevo che sarebbe tornato su, almeno un po’. Felicissima di vedere Matteo: ma nemmeno ora posso fermarmi; continuo in preda alla foga, mentre lui, poveretto, a sua volta si lancia all’inseguimento, dopo aver già corso tutto una volta. Ci raccontiamo qualche scampolo delle rispettive gare, col fiato che ci resta; “Non ti ho mai vista correre così”… Eh lo so, e mi sa che non mi rivedrai tanto presto! Altre case, poi ancora bosco; se continua così, mi sa che io cedo, scoppio, non ce la faccio più… E’ Matteo che mi costringe a non mollare: “Due km, uno da correre, poi tra poco scende e sei sopra al Santuario”. Significa che è proprio fatta, e proprio quando già pensavo che fosse andato tutto a ramengo… Ultimissimi sorpassi nella discesa; poi, quando siamo vicinissimi all’arrivo, Matteo piazza uno scatto fulminante per andarmi ad attendere accanto all’arco: io chiamo a raccolta tutte le forze residue per assumere l’aria di chi ha appena fatto una banale scampagnata… E’ bellissimo trovare all’arrivo un sacco di amici in paziente attesa da chissà quanto: Lorenzo e consorte, Roberto, Sabrina, Gianluca Granpasso; saluto loro ed altri che incontro alla spicciolata, Trigi, Cesare, Mark, Ilenia…. E naturalmente il boss, che ancora mi prende in giro: “Visto che i cancelli servono a farti andare più forte?”. Effettivamente, 76 km in 14h 26′, con tutto quel popò di dislivello in mezzo, per me era un miraggio.

Avventura conclusa anche per oggi… Matteo ed io ce ne andiamo alle auto, per l’illusione di prolungare ancora un po’ la splendida giornata. Poi entrambi finiamo in coda, imbottigliati fino al casello dell’autostrada, e dal casello a casa, viaggio lento e sonnacchioso. E la testa già persa dietro alla prossima mattana.

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!