11 settembre 2009: Mezza Maratona di Arenzano e passeggiata sui monti

E’ un venerdì che sa un po’ di sabato: verso le quattro del pomeriggio, la mia scrivania in ufficio è già deserta. Ho trasferito il mio voluminoso posteriore dalla sedia al sedile della Opel, in viaggio verso Arenzano. Il programma di oggi prevede, alle sei e mezza, la Mezza Maratona; a seguire, passeggiata sui monti con Matteo e nanna in tenda al Passo del Faiallo: ottime ragioni per frustare il catorcione bianco e raggiungere, il più in fretta possibile, il casello di Rensen.
Non si può dire che la mezza maratona sia il tipo di gara più adatto a me, ammesso che esista, un tipo di gara che sia adatto a me. Troppo breve, troppo veloce: il ricordo della Mezza di Portofino è ancora vivo; mamma mia che dolore… Però mi piace l’idea di una corsa il venerdì sera, e poi c’è il mare, il caldo, ora che, in quel della piana carmagnolese, al mattino ed alla sera si comincia a battere i denti, ed è una scusa come un’altra per andare a trovare il mio ciclista, corridore, negoziante preferito!

Abituata come sono a frequentare la Riviera dall’autunno alla primavera, non avevo tenuto conto del fatto che siamo ancora agli sgoccioli dell’estate: me ne accorgo, trauma, non appena porto le mie quattro ruote al cospetto del mare. Gente, tanta, troppa, mostruosamente troppa gente, sembra d’essere in un formicaio; gente lungo la passeggiata, gente che attraversa la strada buttandocisi in mezzo quando meno te l’aspetti, motorini che ti passano di fianco, sotto e sopra, insomma il caos assoluto. Ed è settembre… Cosa diavolo poteva esserci qui un mese fa? Procedo a passo d’uomo e con il terrore di toccare o di investire qualcuno, anche se, in cuor mio, tutto questo brulicare di turisti caciaroni lo vorrei veder sparire in un attimo, non m’importa come e dove. Occhio Gian, cerca anche di badare alla tua destinazione. Dovrei trovare un piazzale dove parcheggiare l’auto, tra non molto infatti; lo trovo, ma… Ha l’aria parecchio affollata, anzi; mi sa che non c’è più un buco libero. Mi ci avventuro comunque, dubbiosa; caso vuole che, davanti al cofano del potente mezzo, si materializzi un fascinoso podista dal volto noto, anzi notissimo: è Lorenzo! Già in assetto da gara e grugno combattivo… Come sempre disponibilissimo e pronto a dare una mano, anche qui: non solo mi guida verso uno spazio di parcheggio, del tutto abusivo, che sembra fatto apposta per me… Ma persino, mosso a pietà, si mette al volante e ci pensa lui! Eccezionale: in virtù della sua lunga convivenza con una Opel Corsa spirata dopo oltre 400mila km, mi piazza la vettura con una precisione millimetrica, manco l’avesse proprio costruita lì con tanto di tecnigrafo, bolla da muratore, filo a piombo! La perfezione assoluta, fatta parcheggio.

Sono circa le cinque e mezza; i raggi del sole ancora caldi, una brezza leggera che porta l’intenso profumo di mare. Respiro a pieni polmoni: dovrei conoscerlo ormai, questo profumo, eppure stasera è una piacevole sorpresa. Anche qui, nel parcheggio sul mare, nell’area della passeggiata dove son piazzati i gazebo dell’organizzazione, c’è folla: ma è una folla diversa, quella dei concorrenti, quattrocento persone circa. Smaltite le formalità dell’iscrizione – come al solito ho dimenticato a casa la tessera FIDAL, meno male che qui non sono troppo fiscali – ho il tempo di scambiare quattro chiacchiere con qualche conoscente; oltre a Lorenzo, ci sono Andrea ed altri della Ergus, la mia squadra podistica, c’è Gaetano… E poi, il bello di queste corse è che non manca mai il materiale su cui buttare l’occhio! Certe divise così aderenti e succinte, ma così aderenti e succinte, da lasciare davvero poco all’immaginazione… E l’ormone, che corre molto ma molto più veloce delle gambe, è già in fermento da un po’, ha già corso tre o quattro maratone. Roba da procurarsi un crampo alle pupille, roba da girare con le manette ai polsi onde prevenire gesti inconsulti!

Finalmente, dopo breve ma travagliato trasferimento da Genova, arriva anche Matteo, come sempre immancabilmente in tenuta ciclistica, sfoggiando i pantaloncini con il fondello imbottito: no, questa volta proprio non ce la posso fare, a trattenermi. Glielo devo dire, che così è ridicolo! Segno sulla lista di Babbo Natale: paio di pantaloni da corsa…
Ci avviciniamo all’area della partenza, senza sapere, per la verità, dove si trovi esattamente la linea del via. A giudicare dalle espressioni dubbiose che leggo sui volti degli altri concorrenti, direi che non siamo gli unici ignoranti. D’un tratto, tra una chiacchiera e l’altra, la massa sembra muoversi verso una precisa direzione: per via dell’effetto pecoroni, ci muoviamo anche noi, benché la direzione della gara sia opposta a quella verso cui ci stiamo dirigendo. Dobbiamo correre fino a Varazze, eppure ci stiamo spostando verso Genova…
Matteo già freme: incredibile, come riesca a dare di matto anche per un’insulsa mezza maratona. Sgomita e scalpita per partire davanti: già ma… Davanti a cosa? Qui non s’è ancora capito quando, come, da dove ci toccherà schizzare via! La massa attraversa l’Aurelia sotto gli occhi luciferini degli automobilisti bloccati in coda: si vede lontano un miglio che, se potessero, ci renderebbero un tutt’uno con il manto stradale. Nemmeno gli organizzatori, ad onor del vero, sembrano avere il pieno controllo della situazione: c’è un tizio in piedi sul guard rail con un microfono in mano…

La massa continua a vagare a bordo strada. Capiamo solo con un po’ di ritardo che dobbiamo portarci in mezzo all’Aurelia… E che chi ha tanto penato per conquistare un posto “davanti”, piccolo particolare, non aveva ben chiaro quale fosse, stasera, il “davanti”!
Pochi istanti di attesa, tutto uno smanettare di dita sui quadranti, lucine che s’accendono, suoni, allarmi: sembra d’essere nel cuore di una partita al flipper! Poi lo sparo ci coglie tutti di sorpresa: via, partiti.
Troppo forte, subito. Devo trovare una schiena su cui incollare gli occhi: piacente, se possibile… Così sarà meno penoso sforzarmi di tenere l’andatura. Ho bisogno di una lepre, per evitare di lasciarmi trascinare da una stupida smania di rincorsa: tanto, io non “ci” ho il fisico; è perfettamente inutile che mi illuda di riuscire a mantenere un ritmo elevato per più di qualche km. 21 sono pochi, certo: se li corro alla mia solita andatura da carro funebre, sono certissima di riuscire ad arrivare alla fine; se solo provo a forzare un po’ di più… Cominciano i dolori: subdoli, itineranti, prima la milza, poi il fegato, poi la costola, e vorrei sapere cosa cavolo può esserci, nei paraggi della costola, che s’arrabbia così per lo sforzo; poi le gambe che s’induriscono, poi i crampi, poi il fiato che manca. Corri Gian, corri e per ora non pensarci: goditi la passeggiata, il mare appena increspato, osserva i bagnanti in ritirata, che ormai è tardi, ora di tornare in cabina, in albergo, a casa. Sulla sabbia restano i cagnoni scodinzolanti, i padroni a passeggio meditativi, le orme di chi se n’è già andato, le ombre lunghe degli scogli.
Passiamo attraverso le gallerie della vecchia ferrovia, ora trasformate in percorso ciclistico e pedonale: suggestive, certo, ma a me danno un fastidioso senso di oppressione, di trappola. Meglio uscire, anche se poi l’aria questa sera è carica di umidità, densa, appiccicosa sulla pelle; si respira male, a fatica. O forse sono io che già non ce la faccio più.

Due o tre km oltre la partenza, ci tocca un tratto di spiaggia, dove correre per me è quasi impossibile. Ne va della mia dignità: non posso rischiare di piombare faccia nella sabbia… Qui mi affianca una ragazza con cui condividerò un bel po’ di strada: Sara, minuta, molto bella, con un fisico da corsa, esile, di certo molto più adatto del mio a quel che stiamo facendo. Si chiacchiera persino un po’, mentre io seguo la mia lepre, un podista brizzolato con un braccio ingessato. “Stoico”, esclama un passante: davvero!

Tra bar e giochi per bambini, piastrelle e tratti in cemento, arriva il ristoro; mezzo bicchiere d’acqua, pochi metri al passo e via, si riparte. Ritrovo Sara quasi subito, ma perdo la mia lepre, che rallenta un po’: eh no… Dai Gian, prova a mantenere l’andatura. Come sempre, del tutto a sensazione, perché io al polso non ho nemmeno l’orologio. D’ora in poi mi metto alle calcagna di una canotta gialla: mi sembra che possa andar bene.
A circa tre km dal giro di boa, ecco che arrivano i primi, già di ritorno, preceduti e scortati da volontari dell’organizzazione in bici. Passano due, passa un terzo con un certo distacco; il resto del gruppone arriva dopo un abisso. Scruto i volti di chi mi corre incontro, in attesa di vedere quelli amici: un urlo reciproco di incoraggiamento tra me e Lorenzo, un tocco di mano con Matteo che spunta di lì a poco; poi incontro Andrea… Ed altri che mi salutano, ma che non faccio in tempo a mettere a fuoco. Km 10, Km 11, Varazze, giro di boa e si torna indietro. Sono al limite: odio questa sensazione. Sono al limite, il petto che scoppia, le gambe che già s’induriscono. Ancora 10 km: un nulla, in altre circostanze, ma una faticaccia improba, a quest’andatura. Dai Gian, che da adesso in poi ogni passo ti avvicina alla meta. Incontro a mia volta chi è ancora sulla prima metà della strada: con mia sorpresa, tanta gente! Alla mia destra, il mare. La luce ormai è obliqua, giallo intenso, del sole che va giù; il vento s’è fatto all’improvviso più freddo. Mi pento amaramente d’aver indossato il top anziché la maglietta; ogni volta che si esce da una galleria, una lama d’aria congela la schiena e mette i brividi. La mia lepre ormai s’è accorta di me; gentilissimo, regola l’andatura perché io possa seguirlo senza defungere. Anche lui, come me, patisce questo genere di sforzi; anche lui è un corridore di trail e distanze più lunghe, anche lui è reduce dall’UTMB, solo che lui l’ha finito, io no.

Km 15. Ancora sei e le forze già latitano. Non pensarci, Gian. Pensa a qualcosa di bello. Pensa a dopo, quando sarai a spasso per sentiero e non t’importerà più nulla di quanto c’impieghi. Ma perché, adesso, qui, me ne importa qualcosa? Beh no, ma sì, insomma, sarebbe bello magari tirare fuori un tempo non proprio malvagio… Magari non farmi superare da qui all’arrivo! Le gambe sono dure. Piano, piano, non aumentare. Resta a questo ritmo, respira lungo, lunghissimo. Stai persino recuperando qualche posizione, cosa vuoi di più? Pensa a casa, all’ufficio, li hai messi tutti gli appuntamenti in calendario? E domenica c’è il Soglio, dai che quella sarà una splendida giornata!

La lepre è sempre lì. Il ristoro arriva, mancano 6 km: due passi, tempo di bere un bicchiere e mangiare uno spicchio d’arancia. Imbecille che non sono altro: credevo che ai ristori avrei trovato un po’ di frutta secca, qualcosa da buttare giù e far entrare subito in circolo… Così non ho portato nulla, nemmeno una gelatina di frutta, nemmeno uno zuccherino. Aggiungiamo poi che ho saltato il pranzo… E adesso mi ritrovo con una fame abominevole! E’ già un po’ che la pancia manda nell’aere rumorosi appelli di caverna vuota. Devo sforzarmi di non pensarci, correre ancora, con quell’odiosa sensazione del sudore che cola a fiotti, del caldo asfissiante e ciononostante della pelle d’oca, dell’immagine davanti agli occhi che sfoca e diventa blu. Dai ristoranti sfugge ogni sorta di profumi di cena… Ci arriverò, alla fine, in questo stato? Corri Gian, che, se corri di più, finisce prima… La lepre si gira, mi chiede come va; ci sono, ma non riesco nemmeno a fingere di star bene. La spiaggia, manca davvero poco adesso: un paio di km, ma sono ancora lunghissimi. Le gambe sempre più dure, un accenno di crampo al polpaccio destro; cerco di buttare i piedi in modo appena diverso dal passo di sempre, di contrarre meno i muscoli, non posso fermarmi proprio qui… Manca pochissimo, la passeggiata, siamo già ad Arenzano; s’è formato un gruppetto, ci facciamo largo nella folla pigra della sera, tra voluminose madame in improbabili abiti di gala e guinzagli di cagnoni che si tendono come trappole per i nostri calcagni in sofferenza, ma quant’è lungo questo maledetto chilometro? I volontari, ancora cento metri, il secondo arco; stringo i denti, accelero l’andatura, la testa che scoppia, mi accorgo appena di Matteo e Lorenzo che mi incitano… Supero la linea dell’arrivo con l’aspetto distrutto di chi ha compiuto le sette fatiche, ma con il misero risultato di 1h 55′ o giù di lì, non stiamo a guardare il minuto che tanto non importa. Disfatta: uno stato in cui di certo non mi riduco dopo cento km di marcia in montagna… Ma decisamente le corse veloci non fanno per me. C’è un’amica di Lorenzo all’arrivo, si chiama Silvia ed è una ciclista fortissima: solo che non riesco a renderle la degna attenzione che dovrei… Perché mi precipito alla balaustra della passeggiata e mi abbatto lì, seduta, in attesa che davanti ai miei occhi si dissolva il blu e torni l’immagine normale. Mi toccherà piombare a terra altre due volte, nella prossima ora, prima che un buon piatto di pasta mi rimetta in condizioni di intendere e di volere, sotto lo sguardo perplesso di Matteo che è abituato a pensare alla sottoscritta come ad un inarrestabile cingolato d’assalto. No no, tutt’altro, qui c’è tutto che gira…

Aspettiamo le premiazioni? Ma và, che premiazioni e premiazioni. Corsa finita, pasta ingollata: adesso si può finalmente fare sul serio… Matteo ed io salutiamo gli amici, saltiamo in auto, destinazione Agueta, una località sopra Arenzano. La Opel ci si arrampica con l’agilità di sempre: questa macchinina è un carro armato… Ci cambiamo, ci diamo un’asciugata alla bell’e meglio, in vista della nuova fatica che ci attende. Fatica per modo di dire, perché questa sarà gradevolissima. Anche se io ho ancora addosso quella sensazione di fiacca mostruosa che mi rallenta pensieri e movimenti.

Alla luce delle pile frontali, ci allontaniamo dal frastuono del vicino ristorante, incamminandoci lungo la strada, che ben presto diventa sterrata. Mi muovo, non per metafora, al rallentatore: ogni passo costa un tempo ed una fatica esagerati; è come se il comando impiegasse un’eternità a raggiungere i muscoli, una volta partito dal cervello. Non ho dolori particolari, ma sono vuota di ogni forza. Ma sono, come sempre, convinta che passerà: quindi mi rassegno a muovermi con la rapidità di un lombrico e, nel frattempo, chiacchiero. Abbiamo un bel po’ di arretrato da raccontarci, Matteo ed io: non ci vediamo già da qualche giorno! E pure lui sembra un po’ fiaccato dalla mezza maratona; del resto, lui ne ha ben donde, è andato forte, come sempre.

Piede, bastoncino, piede, bastoncino, passo trascinato nella ghiaia e nella sabbia; parole, risate, il fruscio improvviso di qualche animale che si allontana tra le foglie secche, forse lucertole, lepri, un volatile, non so. Non c’è un alito di vento; sotto di noi, le mille luci della costa, di Genova. Riempo d’aria i polmoni, ma la sensazione è che non entri nulla. Per mia fortuna, la salita qui è dolce dolce, con fondo regolare; altrimenti, inciamperei ad ogni piè sospinto. Mi tiene sveglia il racconto dei giorni in Corsica che Matteo ha da poco trascorso con la mamma: povera, santa donna, costretta da questo figlio degenere ad ogni sorta di privazioni e fatiche, tra vita di campeggio senz’acqua calda ed escursioni in luoghi impervi.
Una provvidenziale fontanella con un filo d’acqua ci permette di riempire, con tanta pazienza, le borracce: meno male, la mia era vuota, vuotissima. La lascio lì nella vasca, guardo il livello dell’acqua salire lentissimamente in trasparenza… Respiro.

La scorciatoia per evitare un tornante non mi va proprio giù: un po’ per la pendenza, che fa crescere la fatica, un po’ perché la testa è più ciucca del solito; inciampare è davvero facilissimo, vista la mia difficoltà nel coordinare i movimenti.

Torniamo sulla strada sterrata che ci porta al Passo della Gava, località ormai ben nota: ci sono passata per la prima volta l’autunno scorso, con il Gran Trail Rensen, e poi una notte della scorsa primavera, durante un’escursione notturna con il boss del Trail ed un gruppo di altri mattoidi. Ricordo bene che da lì siamo andati poi a finire in una fantastica panetteria di Voltri, giusto in tempo per l’orario di apertura…
Questa sera, niente di tutto ciò. Superiamo i due tornanti che ci portano al passo; l’ambiente qui si è aperto, non c’è più bosco, solo pendii erbosi e rocce. Buio pesto, qualche nuvola di troppo in cielo, ma, davanti a noi, sorge il cerchio di una enorme luna rossa: a metà, tagliato dalle nubi, sale su ed emana una luce un po’ fioca, malaticcia, sulla città che adesso si vede in tutta la sua estensione. Le strade, l’aeroporto, sembra di poterli toccare allungando la mano!

Il sentiero si fa più accidentato; mi accorgo in un attimo che sto molto meglio di prima, ma devo comunque usare cautela per guardare dove appoggio i piedi. Rocce, scalini, salti, per un lungo traverso; poi, tornantini uno dopo l’altro, che ci fanno guadagnare quota in fretta. Matteo s’è già ripreso, anche lui; vola… E stenta a frenarsi e restare al mio passo.
Mi preoccupa un po’ il suono di campanelle: sono convinta che si tratti di mucche; non appena ne sento il primo accenno, torno con la memoria alla disavventura di una notte della scorsa estate, la carica della mucca. Sale l’ansia, anche perché mi guardo intorno, con il fascio della frontale; sento lo scampanio nitido, ma non riesco a capire dove siano gli animali. Matteo prima sostiene di non sentire assolutamente nulla… Poi, quando non può più negare, minimizza: ma sì, saranno dall’altra parte della valle, saranno giù in fondo. Ma io salgo con i nervi a fior di pelle, preoccupatissima di trovarmele davanti all’improvviso, le cornute, nel vero senso della parola. Pare assurdo aver paura delle mucche: ma, dopo quella fatidica notte, io le temo, eccome se le temo… Tiro avanti, ma tra me e me mi maledico, perché va sempre a finire così; da una volta all’altra, resta il ricordo della bella esperienza, svanisce quello della paura. Ed io mi inganno e torno a zampettare di notte dove non dovrei.

D’improvviso, mi risveglia dai miei confusi pensieri un rumore sordo, un galoppo, un movimento convulso nell’erba, vicinissimo a me; un grugnito, qualcosa di grosso, ma grosso davvero, che s’avvicina di corsa. Quasi paralizzata dal terrore, tutto quel che riesco a fare è battere tra loro i bastoncini, facendo più rumore possibile; il galoppo s’inverte, sento lo spostamento d’aria, la bestia punta verso il basso, giù nel vallone. Poi più nulla, silenzio assoluto. Anche Matteo s’è fermato: lui non s’è reso conto di nulla, non ha colto la presenza. Un grosso cinghiale, senza dubbio. “Oh”, esclama Matteo ad alta voce; dal fondo della boscaglia nera, gli risponde un grugnito. Altro urlo, altro grugnito dall’oltretomba. Ok, perfetto, è finita, adesso il bestio salta fuori di lì e ci fa a pezzi… Un’apparente calma nasconde in me una paura folle. Matteo vorrebbe proseguire, manca pochissimo al Passo del Faiallo, una manciata di passi: no, sono irremovibile, non se ne parla nemmeno. Lo so, lo so che il cinghiale non attacca l’uomo, lo so che il mio è un timore irrazionale, lo so, lo so… Ma io di tirare dritto non ne voglio proprio sapere. Basta, per stasera ne ho avuto abbastanza di emozioni, voglio tornare indietro. “E dove la mettiamo la tenda?”, obietta Matteo. Che ne so. Alla Gava, per esempio, lì c’è anche una costruzione. O semplicemente si torna all’auto, non lo so, voglio solo andar via di qui. Lo so che è già tardi, è già mezzanotte passata, ma non c’è verso di farmi cambiare idea.
Inverto la rotta; mi spiace che Matteo si senta deluso ed arrabbiato, lo percepisco anche se non lo vedo in viso; però io ho paura. Ridiscendiamo i tornantini: io cammino voltandomi indietro ogni tanto, drizzando le orecchie, a carpire immediatamente qualsiasi movimento del bestio. Non lo sentiamo più: in compenso, torniamo a sentire più squillanti che mai le campanelle delle presunte mucche.

All’ultimo tornantino, notiamo un posticino che fa proprio per noi: un tratto di prato quasi in piano, proprio accanto al sentiero e con una splendida vista su Genova notturna. Le stelle ormai non si vedono più, inghiottite dalle nubi, ma ne faremo a meno. E se ci fermassimo qui?
Detto, fatto. Dal suo mostruoso zaino, Matteo estrae in un attimo la tenda; un picchetto qua, un bastoncino là, pochi minuti di lavoro e la struttura è bell’e pronta. Poi il materassino, perché il perfetto uomo del monte pensa proprio a tutto: è bucato, ma pazienza, non stiamo a guardare il pelo nell’uovo… Ci prepariamo in fretta per la notte: se non altro, la temperatura, a quest’ora ed a questa quota, è piacevolissima, proprio tiepida. Nanna e buio, per poche ore: la sveglia suonerà alle 6. Stanchezza, quiete, occhi che si chiudono, voglia di abbandonarsi e non pensare più a nulla…

Per me è una notte travagliata: i campanacci delle mucche che non smettono di ricordarmi la minaccia incombente; la pendenza del terreno che mi fa rotolare di continuo fuori dal materassino; le ossa dolenti in ogni posizione. Strano… Proprio io che di solito dormo con il sacco a pelo poggiato direttamente sul terreno! Mah, sarà che sto invecchiando; fatto sta che spesso mi ritrovo a fissare il buio. E poi ci si mette anche il vento, a scuotere la tenda e farmi temere chissà quale minacciosa presenza lì fuori. A nulla valgono le rassicurazioni di Matteo, che si dice sicuro che qualsiasi animale non attaccherebbe mai una tenda. Ma sarà poi davvero così?

Il telefonino, alle 6, trilla ad interrompere un sonno che finalmente, dopo tanta pena, sembrava fermo e pacifico. Tocca proprio sbaraccare e ripartire, perché Matteo il sabato lavora. Peccato, io starei qui a godermi il calduccio e la compagnia ancora almeno un paio d’ore… Ma non sono nemmeno così certa che il nostro accampamento qui sia lecito: meglio tagliare la corda, prima che, con le prime luci del giorno, arrivino gli escursionisti. Tra l’altro, oggi qui passeranno i partecipanti ad una manifestazione di escursionismo, la Mare e Monti!

Non dovrebbe far freddo fuori, ma, nel dubbio, mi vesto come un palombaro. Ieri sera era il disco infuocato della luna, stamattina quello ancora fioco, rosa, del sole: una luce debole che illumina appena le crestine di roccia disseminate sul pendio. Che meraviglia; stanotte non le potevamo vedere: spuntoni di roccia frastagliati, quasi fossero plasmati dal vento. Mi tornano in mente le immagini dell’asteroide ricostruito in quel capolavoro di film che è Armageddon… Ora sì che lo scampanìo ha un’origine: giù in fondo al pendio, proprio sopra di noi, ci sono tre o quattro pecore. Pecore, non mucche; ecco svelato l’arcano. Mi sono angosciata per nulla!

Rapida com’è comparsa, la tenda scompare nello zaino di Matteo. Sbocconcellando la nostra colazione, focaccia per me, panini per lui, ripartiamo verso valle, con la luce ancora fioca dell’alba. Cammina e cammina, un po’ rintronati dal sonno, avremo percorso si e no cinquecento metri… Occhi bassi, vedo una chiazza rossa sul sentiero. Ma questo è sangue! La chiazza s’allunga, la seguo, alzo gli occhi: davanti a me, la carcassa orrendamente dilaniata di una pecora, con le costole spolpate in vista. Trattengo per qualche istante il respiro: ieri sera qui non c’era nulla, e poi il sangue è ancora visibilmente fresco, non rappreso… Significa che lo scempio s’è compiuto al massimo da qualche ora! E noi, a poca distanza da qui, non abbiamo sentito proprio nulla di nulla. Forse è per il fatto che qui il sentiero fa una piccola insenatura nella montagna, che forse attutisce i rumori. Opera di un lupo, o più d’uno, probabilmente: almeno, spero che sia così, perché, se non fossero lupi ma cani inselvatichiti, significherebbe che andare a spasso di notte, da queste parti, è davvero pericoloso. In ogni caso, non è che lo spettacolo che sto osservando mi tranquillizzi, affatto. Se davvero avessimo deciso di scendere fino alla Gava, qualche ora fa, probabilmente avremmo interrotto il banchetto.
Passiamo oltre: con un po’ di opportunismo, visto che il delitto s’è compiuto da pochissimo, di quel che resta della vittima si potrebbe quasi fare un arrostino… Insomma, quel che abbiamo visto è raccapricciante, ma in fondo è la legge di natura; qui non ci sono avvoltoi, ma potremmo pensarci noi!
Tiro dritto col rimprovero indignato di Matteo: son sempre la solita approfittatrice… Ci riproponiamo di chiedere l’opinione di qualche esperto; io non l’avrei proprio mai detto, che su questi monti ci fosse il lupo. Senz’altro un danno grave per il pastore, ma una bella notizia per l’ecosistema.

Alla Gava ritroviamo la strada sterrata, tanto comoda e rilassante. Son già all’opera i volontari della Mare e Monti, indaffarati con tavoli e vettovaglie. Passiamo accanto ad uno dei punti di ristoro e Matteo tenta la strategia dello sguardo da misero orfanello affamato: tra lui ed il mio cagnone, non so chi sia il ruffiano migliore… Ma i solerti custodi delle cibarie non si lasciano intenerire: non siamo parte della corsa, per noi non c’è nulla!
Non ci resta che tirare dritto. Con mia gran soddisfazione, le gambe non hanno subito, almeno apparentemente, conseguenze dallo strapazzo della mezza maratona; sono sì un po’ stanche, ma non mostrano dolori o contratture, per ora. Incrociamo le dita, perché domani mi attendono i 55 km e 3.100 m del Trail del Monte Soglio: mi piacerebbe cavarmela bene!

La strada verso l’auto è breve, anche troppo; la giornata è tiepida, ma s’annuncia nuvolosa. Non mi lascio sfuggire le more dai cespugli a bordo strada; vorrei raccogliere una pigna, ma non riesco a trovare la pigna perfetta. Pazienza, niente pigna per oggi: da qui si vede Savona e va bene così. Alla strada asfaltata, ritroviamo la Opel; una quindicina di manovre per fuggire dal parcheggio e siamo in carreggiata. Spiace sempre andar via, anche se domani sarà un’altra giornata di fuoco, e domani sera saremo ancora insieme, qualche altra ora rubata alle nostre vite belle e troppo indaffarate. Un saluto, il casello, l’autostrada, la solita sensazione del cambio di fuso orario, che io ho già provato un’infinità di volte pur non avendo mai viaggiato in aereo: la notte quasi insonne rende indispensabile un caffé, qualche minuto di pausa. Oggi si dormirà un po’, forse: poi sveglia alle 2.30 ed ancora… Via!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!