11/12 luglio 2009 – Gran Trail Valdigne

Più l’auto è grande, più è confortevole dormirci dentro. Sembra la scoperta dell’acqua calda, ma no: non è affatto una scemenza, almeno per me che spesso trascorro la notte prima di una competizione ronfando sul sedile della Opel Corsa ed invece, questa volta, ho potuto approfittare del comodissimo simil-lettone del furgone Volkswagen di Matteo. Almeno si riposa con tutte le estremità più o meno alla stessa altezza… Se penso che sulla Opel, quando mi capita di avere anche la bici, non posso nemmeno abbassare lo schienale del sedile!
Anche la sveglia è ad ora umana: le sette meno un quarto, e solo in onore della distribuzione pettorali, prevista tra le sette e le otto. Caso strano, nel panorama delle partenze delle corse in montagna ad ore antelucane. Il via sarà alle dieci: è uno dei pochi aspetti di questa gara che non mi va giù. Io che ho l’ossessione di voler sfruttare sempre al massimo tutte le ore di luce… E qui se ne buttano via almeno cinque, costringendo poi i più lenti a sciropparsi tutta la notte su sentiero, perché i km sono tanti, sono 87, sono lunghi.

Riemergere dal calduccio del sacco a pelo è un trauma. Avevo scordato che siamo pur sempre a quota 1.200 e proprio sotto il Monte Bianco. Microjeans e canottiera, alle sette del mattino, non sono esattamente l’abbigliamento più indicato da queste parti. Tantovale indossare subito la divisa da combattimento, pontalone sotto il ginocchio, maglietta tecnica, manicotti, giacca. Matteo ed io ci avviamo verso il palazzetto dello sport, proprio qui accanto, con gli zaini, rassegnati alla penosa tortura del controllo del materiale obbligatorio. Con nostra sorpresa, invece, nessuno controllerà nulla: con la firma sul modulo di liberatoria, abbiamo in pratica dichiarato di avere con noi tutto il necessario; che poi sia vero o no, sono cavoli nostri. Profonda gratitudine da parte mia a chi ha preso questa decisione; sono una fiera tifosa della libertà di ciascun corridore di gestirsi come vuole… Poi in realtà io ho spulciato almeno un paio di volte l’elenco per controllare di avere tutto, ma ad esempio della benda elastica non saprei che farmene, idem di un intero litro d’acqua con un itinerario che pullula di ruscelli e ruscelletti e ben organizzato con una miriade di punti acqua e Coca Cola. Sono contenta che oggi mi sia risparmiata quella sottile ansia che mi attanaglia quando attendo il responso di chi fruga nel mio zaino, con il terrore che il pollice verso faccia giustizia di me e delle mie ambizioni corsaiole. Un po’ quel che succede quando per strada ti fermano i Carabinieri, quel sottile brivido che corre lungo la schiena mentre il gendarme fissa con espressione impassibile ed impenetrabile la tua patente, per interminabili istanti..

327. Esco con il mio numero di pettorale e faccio lo slalom tra tutti i volti ormai noti di questi appuntamenti: ormai ci si conosce tutti o quasi; Andrea, candidato alle primissime posizioni ma fiaccato da una cura di antibiotici per il mal di denti – mamma mia quant’è smagrito! – Roberto titubante sulla propria condizione fisica, Lorenzo che pronostica 14 ore, TeoMat e consorte diretti verso la colazione, Isacco che c’è: nonostante non abbia potuto iscriversi! Comincio a pensare che la malattia abbia raggiunto in lui uno stadio di gravità incurabile. E poi tanti altri che mi salutano per nome senza che io ricordi chi siano e dove li abbia incontrati, che bello!
Invoco ancora mezz’oretta di nanna, ma alla fine è il pancino che prende il controllo della situazoone. Ho fame, è ora di colazione: come sempre, pasto nel pieno stile del rigore atletico, a base di focaccia al formaggio, focaccia alle olive, focaccia bianca, niente focaccia al pomodoro perché quella l’ho già spazzolata in viaggio ieri sera. Puri agglomerati di grassi che probabilmente mi serviranno come energia da spendere nell’edizione 2010: se non altro, però, lo stomaco non s’azzarderà a chiedere altro, oggi, per un bel po’. Matteo, forse più saggio di me, fagocita la solita dose industriale di pasta.

Non sembra, ma tra un preparativo e l’altro il tempo scorre in fretta: ricontrollo il bagaglio, aggiungo una maglia per la notte, affogo i piedi in un oceano di pasta di Fissan, metto su due paia di calze, controllo di avere tutto. Calma olimpica: ormai ci ho fatto l’abitudine, l’agitazione e l’ansia non le sento più. I primi tempi è difficile capirlo, ma in effetti, su quasi novanta chilometri di corsa, può davvero succedere di tutto, il previsto e l’imprevedibile; agitarsi non serve a nulla, per chi, come me, non può fare altro che immergersi nella dimensione di un lungo, lunghissimo viaggio. Matteo è un po’ più teso, ma ne ha ben donde, lui che può permettersi ambizioni di classifica; lo vedo, in griglia, sforzarsi di sorridere ma con lo sguardo che porta altrove, già lontano al colle Liconi, o chissà, forse più avanti. Ostinatamente si sminuisce con una modestia che ogni tanto mi fa prudere le mani dalla voglia di mollare un ceffone… Ma lascio perdere, tanto non c’è nulla da fare, e poi è ora di andare. Il Monte Bianco, con la stola di nuvole intorno al collo, vigila su di noi, affascinante e spaventoso insieme, come sempre lo sento quando arrivo quassù. Parenti, amici, semplici curiosi si scatenano con le macchine fotografiche; dall’alto ci tiene d’occhio nientemeno che l’elicottero. Non si può proprio dire che i Courmayeur Trailers, il gruppo organizzatore della gara, si facciano mancare qualcosa!
Un ultimo saluto, un attimo sospeso, mani che si sfiorano: in bocca al lupo, ci si rivedrà alla fine. Arrivandoci con le nostre gambe, speriamo: il dubbio non è per Matteo ma per me, che l’anno scorso ad Arpy ho gettato la spugna dopo 57 km ed ore di diluvio. Oggi però il meteo sembra essere dalla parte dei corridori, almeno in teoria, anche se il cielo è ancora un po’ troppo pezzato per i miei gusti. Corro il primo chilometro, giusto per dovere di minimo sindacale, giusto per la gloria della sfilata in Courmayeur, sotto gli occhi dei turisti che suonano divertiti i campanacci da mucca. E già nel primo chilometro riesco ad attaccare qualche bottone. Tanti temono il caldo, io inorridisco: per il momento, non ho affatto caldo, e vorrei davvero sperare di patirne molto! Quest’anno, la pioggia ha fatto da compagna e guastafeste di tutte le mie migliori occasioni sportive… Penso di essere in credito con Giove Pluvio.

Rispetto all’edizione 2009, il tratto iniziale su asfalto è stato abbreviato. Ben presto si lascia l’abitato di Courmayeur imboccando un sentiero che sale in mezzo ai campi e s’infila nel bosco. Piano, pianissimo, siamo già in salita e sarà molto, molto lunga. Prendo il mio passo, metto subito alla frusta i bastoncini, scaricando su di loro il maggior peso possibile, onde risparmiare i muscoli delle gambe e della schiena. Davanti a me, due “lepri” che per il momento non intendo seguire: camminano appena appena più lesti di me, ma quella differenza che ora, da freschi, sembra nulla, potrebbe poi pesare come un macigno tra qualche ora e qualche salita. Per qualche momento, continuo a chiacchierare, ma poi cala il silenzio sulla lenta processione tra sassi e terra sabbiosa.
Poi qualcuno già comincia a cedere, a voltarsi in continuazione, a fermarsi per prendere fiato; uno ad uno li passo, li sento ripartire, poi ancora fermarsi, poi riprendere, ma il distacco è sempre più ampio. Non è che la cosa mi interessi, anzi: proprio non m’importa nulla di guadagnare vantaggio su chicchessia; so bene che qualsiasi mio sforzo in salita sarebbe comunque vanificato in discesa, dove mi sorpassano tutti ma proprio tutti; quindi, tantovale star tranquilla. E’ solo che è curioso osservare come tanti si ostinino a partire “a tutta” per poi scoppiare già nella prima parte della prima ascesa. Ma perché?

Per un tempo indefinito si calpestano pigne, poi il bosco scompare, lasciando spazio ad un bell’alpeggio dov’è piazzato il primo punto acqua. Un bicchiere di acqua e menta non può che far piacere, anche se non sono ancora in viaggio da molto tempo. Poi una lunga traversata con salita dolce, in mezzo ai prati, un sentiero appena accennato al cospetto dei ghiacci del Bianco, ancora incappucciato da nuvole grigie che però non sembrano voler fare danni: sono leggere, frastagliate, e restano lì, proprio come un collo di pelliccia. Lunga processione, mi ritrovo a camminare alle spalle di una signora con i capelli scuri, raccolti in due codini, che ha un buon ritmo: mi avvicino un po’ quando il sentiero pende di più, resto indietro nei tratti in falsopiano, o nei punti in cui si deve attraversare il ruscello od il nevaietto, lì dove è richiesto un po’ di equilibrio. Rimango alle sue spalle, è un buon passo. Insieme superiamo un po’ di avversari, finché arriviamo al tratto finale della salita al Colle Liconi, quello più aspro, quello che fa salire con il naso incollato al sentiero e le scarpe che ogni tanto scivolano, quello che costringe ad arrangiarsi con le mani ed a sputare i polmoni per lo sforzo. Qui raggiungiamo un’altra donna, che sale appena più lentamente di noi: penso che forse potrei tentare il sorpasso… Ma è meglio che non mi lasci prendere dall’entusiasmo; questo tratto è lungo, severo e può lasciare il segno per il resto della corsa. Meglio che metta un po’ di pazienza e resti qui; ne guadagnerà il prosieguo della corsa.

Attacchiamo bottone: l’atleta in testa è reduce dal percorso corto della scorsa edizione e si è lanciata, oggi, nel suo primo “lunghissimo”; la conforto per quel che so: questa è la più dura tra le salite; il resto sarà un po’ meno massacrante, tranquilla. Anche risalendo il canalino, avviciniamo qualche avversario: significa poco, ma è un fatto che dà fiducia… Punto di continuo il naso in su, il colle si avvicina, ci sono lassù i volontari che controllano i passaggi, incitano, applaudono.
Si scollina sul lago, panorama ben più dolce e tranquillo; la prima parte della discesa è in realtà un tratto di falsopiano che costeggia lo specchio d’acqua e dà la possibilità di riposare i muscoli e mangiare qualcosa. La signora con le due code schizza subito via; l’altra, a cui stupidamente non ho proprio pensato di chiedere il nome, resta con me: scendiamo insieme per un tratto, in compagnia di un altro habituè dei trail , raccattato lungo la salita. Confido nel punto acqua che dovrebbe essere giù nel pianoro: infatti c’è… La copertura bianca dei gazebo si vede già non appena il piano del lago si tuffa giù per la montagna. Serpentina di tornanti e sassi e ruscelli, sole che ora picchia sul serio e rende ancor più gradita la Coca Cola che i volontari distribuiscono con generosità ai ristori. C’è qualche vantaggio ad essere gli ultimi: tutto quel che resta da mangiare e da bere viene concesso senza parsimonia. Ci chiedono se siamo, appunto, gli ultimi; il collega di marcia annuncia, tutto serio: “Guardi, io ho fatto un conto… Se torno indietro, sono il primo!”. Ce ne andiamo tra le risate generali; un breve tratto di strada militare, poi il sentiero sulla sinistra e l’interminabile discesa nel bosco verso Planaval. Ritrovo il punto in cui, passando l’anno scorso, di notte, in perlustrazione del percorso con Matteo, ci siamo imbattuti in una mandria di mucche, una delle quali non ha per niente gradito l’intrusione. Guardo il canalone verso cui ci siamo lanciati per sfuggire alla cornata e mi vengono i brividi: c’è mancato poco che, nel buio, finissimo dalla padella della mucca nella brace della forza di gravità. Ci avrebbero raccolti a fondovalle con il cucchiaino da gelato, se fossimo scivolati!

Lunga marcia solitaria, in lontananza i campanacci del bestiame; una breve risalita mi porta poi finalmente in vista di Planaval, borgata ove è piazzato il primo vero ristoro: oltre a bere, qui se magna! Planaval, nomen omen, è un ampio pianoro attraversato dal torrente. Sul piazzale della frazione è stato allestito un banchetto con i fiocchi; pane, formaggio, frutta secca, biscotti, affettati, cioccolato e bevande d’ogni genere. Peccato che il mio pancino non sia affatto d’accordo: anche qui, perdo il conto dei bicchieri di Coca che riesco a far fuori, ma per mangiare qualcosa di solido devo proprio costringermi. Qualche albicocca secca, un po’ di cioccolato, qualche biscotto; per non perdere tempo, riempo la tazza; mangerò camminando, con il favore del lungo tratto in piano. Si riparte, direzione Punta Fetita.
Poco oltre il ristoro, ritrovo Andrea, uno dei favoriti, addirittura menzionato come tale dal presentatore prima della gara; purtroppo ha deciso per il ritiro: la settimana di tormento del mal di denti ed i medicinali hanno proprio lasciato il segno. Ciononostante, Andrea mi accompagna per un po’; chiacchiera volentieri, finché la strada riprende a salire. Qui ci salutiamo. Il punto in cui, sempre in quella terribile e fantastica notte della scorsa estate, Matteo ed io abbiamo incontrato il lupo.

Recupero ancora qualche posizione, ritrovo la fanciulla che era rimasta con me per un tratto della precedente discesa, salvo poi allungare il passo. Procediamo insieme alla volta del secondo, ed ultimo, tratto di vera salita ripida, comunque più breve e meno aspro del precedente. Il sentiero si inerpica su per il ripidissimo pendio e va a scomparire oltre un gradino; da lì si sbuca in un altro pianoro, per poi immettersi su una strada sterrata che conduce ad un alpeggio, a quota 2.300 circa. Sole caldo e splendide cime selvagge fanno da contorno alla nostra marcia tutto sommato ancora allegra; laggiù in fondo, sulla destra, l’abitato di Planaval. Passiamo oltre l’alpeggio deserto; casa e stalla sprangate, la fontanella asciutta, nessun latrare di cani. Chissà come mai quest’anno i pastori non sono venuti su. Poi si sale lungo un sentiero sulla sinistra, risalendo ancora il pendio in mezzo al prato; un giro intorno ad una cima senza nome ci svela poi il secondo alpeggio, dov’è piazzato un altro punto acqua. Ci accoglie nientemeno che una telecamera, oltre al consueto sorriso dei volontari che porgono a me ed alla mia collega Coca Cola e the. Dovremmo essere, occhio e croce, intorno al venticinquesimo chilometro: il primo corridore, ci dicono, era già qui dopo tre ore di gara… Va bè, oggi ci sentiamo buone, non lo inseguiamo.

La Punta Fetita adesso è proprio davanti a noi: si tratta di salire ancora fino ad un colletto, occhio e croce un centinaio di metri più in alto, da saltare con qualche tornante in mezzo all’erba, e poi passare in cresta con qualche accortezza in più, perché bisogna usar le mani. Il punto più delicato è ben sorvegliato dagli incaricati dell’organizzazione, ma oggi è una passeggiata: l’anno scorso, in questo punto, piombavano fulmini e saette!

Ci attende, da qui, una lunghissima discesa da 1500 m di dislivello. Infinita. Il primo tratto è tutto attraverso il prato, lungo una cresta tondeggiante che ci espone alla forza del vento; se non ci fossero le bandierine, trovare la via sarebbe davvero impossibile qui. Conviene bere, mangiare qualcosa, anche se il mio pancino ahimè è in subbuglio già da un po’ ed ha tutt’altra intenzione. La mia collega reclama un posto strategico dove fermarsi per una sosta altrettanto strategica; sono d’accordo… Lo troviamo, per forza, appena rientriamo nel folto degli alberi. Larici splendidi; uno di essi, come recita la targa piazzata proprio lì davanti, ha cinquecento anni. Il tronco, contorto e nodoso, è davvero immenso, i rami sembrano immensi tentacoli di un mostro marino, il colore degli aghi e della corteccia tende più al grigio che non al verde degli altri esemplari. Peccato non potersi fermare in contemplazione.

La mia collega scende un po’ più piano di me: onde evitare di indolenzirmi troppo i muscoli frenando, la sorpasso, convinta che sarò raggiunta più avanti quando la pendenza della discesa sarà meno severa, o magari nel tratto in piano tra La Salle e Morgex. Invece non la rivedrò più. Un passo dopo l’altro, punto i bastoncini e salto, punto e salto, cercando di ridurre al minimo l’impatto sulle ginocchia e sui piedi. Qualche tratto è ripido sul serio, ma, in caso di scivolata, si atterra su un soffice strato di aghi dei larici che attutisce la botta. Intravedo a sprazzi il fondovalle in mezzo ai rami, ma sono istanti troppo brevi perché possa valutare quanto manca ancora. So che, quando incontrerò i primi tetti, sarò al punto acqua, pochi secondi di respiro prima di ripartire verso Morgex. Infatti il grigio delle lose non tarda ad arrivare: una signora suona la campana di una minuscola cappelletta al passaggio di ogni concorrente, suona anche per me: ecco cos’erano quei rintocchi confusi che sentivo durante la discesa! Ed io che cercavo invano di capire che ora fosse… Questo luogo è magico. Un pugno di case in pietra, belle ed ordinate tanto da sembrare finte, un piccolo paradiso; al tavolo del punto di ristoro, i soliti volontari, gentilissimi, sorridenti, anche se chissà da quanto tempo sono quassù. Faccio il pieno di Coca Cola e bevo la prima, graditissima tazzona di caffé: non sarà certo l’espresso del bar, ma a me pare buonissimo. Rubo qualche pezzo di cioccolata, saluto e riparto; la mia collega non è ancora arrivata.

Giù a rotta di collo, per quanto sia possibile a me che non sono certo una discesista coi fiocchi, verso la pianura e l’abitato di La Salle. Qui troviamo ancora un punto acqua, ed anche qui non disdegno la Coca Cola; solo un istante, poi via verso la lunga galoppata in pianura. Qualche chilometro verso Morgex, parte su asfalto e parte su strada sterrata: si dovrebbe correre, qui, ma io non ci provo nemmeno. Mi sforzo di tenere un buon passo, mala corsa no, causerebbe sui miei muscoli troppi danni rispetto al beneficio che potrei ottenere dal risparmio di tempo.
Dall’altra parte della valle sui vede l’autostrada; ci passerò sotto, tra non molto. Seguo a pochi passi di distanza un altro corridore; talvolta mi avvicino, lo affianco, talvolta resto indietro. Non una parola tra noi; mi piacerebbe attaccar bottone, ma so anche che sono io la prima ad avere spesso desiderio, in questi frangenti, di concentrazione e silenzio. Può darsi che questo valga, adesso, per il collega; meglio non disturbare.

Ancora tanta gente è ferma ad attendere il nostro passaggio. Salutano, incitano; io rispondo a tutti: “Sei l’unica che ancora parla!”, e a me vien da ridere: certo che parlo… Mica arrivo al punto da non avere più fiato, me ne guardo bene! “Fin dove dovete andare?”, chiede una signora: “Uh, fino a Courmayeur… Ne abbiamo ancora per un po’!”. Poi la strada sterrata muore su un ponticello che conduce a Morgex. Anche qui cerco il getto degli irrigatori nei giardini; fosse anche la nebbiolina che il vento strappa dal getto d’acqua e porta fuori dal confine del giardino, a me basta già.
Una vasca nel centro del paese; ne approfitto per accendere il telefonino. Ricevo un messaggio di Matteo che dice d’essere nei primi 30 e di essere passato qui, a Morgex, alle 16.30; oltre due ore di vantaggio su di me, visto che adesso sono le 19 passate. Sono felice per lui, so che può fare molto bene, come del resto ha già dimostrato in passato; ha doti fisiche incredibili, e di certo non è uno che s’allena in modo ossessivo.
Poi chiamo mammà, la tranquillizzo che va tutto bene.

Nel centro del piazzale spunta il grosso tendone bianco del punto di ristoro: qui, volendo, si può mangiare qualcosa di caldo, anche la pasta. Ma non voglio perdere tempo: sto bene, non ho dolori né stanchezza; preferisco tracannare la solita Coca Cola, bere un caffé, mangiare un po’ di frutta secca e rimpolpare la mia scorta di quadretti di cioccolato. E’ importante che io riesca ad arrivare almeno ad Arpy prima che il buio sia completo, e da qui a su ci sono ancora dodici km ed almeno 800 m di dislivello in salita. Saluto, riparto: già so che il mio pancino mi costringerà presto ad una tappa strategica… Porca miseriaccia, speriamo che la situazione non peggiori.

Ancora pianura, lunga pianura, strada sterrata lungo la quale incontro gente a passeggio, podisti che s’allenano, anziani seduti a prendere gli ultimi raggi del sole. Sopra la mia testa, imponenti, i pilastri del viadotto autostradale, così sottili e slanciati che sembra impossibile riescano a svolgere il loro compito di sostegno. Meno male che, quando viaggio in auto, non posso vedere cosa c’è, o meglio cosa non c’è, sotto. Un bivio sulla sinistra mi fa risalire un po’; ascesa breve ma secca: il cuore reagisce bene, segno che “ce n’è ancora”. Poi si scende a tornantini in mezzo al folto della boscaglia, giù verso il torrente; si sente il rumore delle auto che passano lungo la vicinissima strada asfaltata. Trovo il mio luogo ideale per la sosta, che si sa deve sempre essere fatta al riparo di un bunker antiatomico come minimo; riparto dopo aver offerto a rituale sacrificio una mezza chiappa alle ortiche. ma tant’è, non è che qui si possa badare alle finezze. Sopravviverò!

Ancora un po’ di saliscendi, poi raggiungo il bivio: da qui, devo scendere a Pré St Didier, passare al punto di controllo e tornare su, svoltando poi a destra. In tre o quattro tornanti sono giù al fiume; incrocio alcuni corridori che già risalgono. Con calma seguo le indicazioni e raggiungo il ristoro: anche qui, Coca Cola e caffè, poi via. Ancora il fiume e si torna a salire. Da qui, circa 800 m di dislivello fino ad Arpy, un gruppo di case raggiungibile con una strada sterrata che in parte percorriamo. Prima, però, un bel salto su sentiero, al seguito dei due corridori partiti un istante prima di me dal controllo di Pré. Vanno un po’ più veloce di me, ma mi fanno da lepri. Intanto la luce è sempre più gialla, le ombre sempre più lunghe; il cielo digrada verso il blu, le sagome delle montagne si fanno scure. Non è ancora il caso di estrarre la luce frontale, ma tra poco lo sarà. Ci superiamo a vicenda quando il sentiero diventa strada sterrata, passa accanto ad una splendida casetta con la finestra illuminata, di quelle che pensavo potessero esistere solo nei cartoni animati di Heidi; l’aria diventa un po’ più frizzante. Devo stare molto attenta a non esagerare, ora che la pendenza invita ad osare un po’ di più. E’ ancora lunga, Gian, dannatamente lunga. Il dislivello alle spalle potrebbe essere di 3.000 metri, poco più; è vero, è già più della metà, ma c’è ancora tanto da faticare. Calma e sangue freddo.
Il vero “trail runner”, per dirla all’inglese che fa tanto moda, non ama tutto ciò che sa di strada, nemmeno se è sterrata; non so esattamente quale sia il criterio distintivo: forse, la via su cui un mezzo a motore può passare oppure no. Poco importa, a me la strada invece piace, e molto. Permette alle gambe di riposare, anche se si va in salita, con un passo finalmente regolare, senza affaticare troppo il ginocchio. E’ quasi buio ormai, ma qui si può camminare anche senza quasi veder nulla. I miei muti compagni di viaggio son sempre lì, poco avanti.
Raggiungiamo l’ennesimo punto acqua: qui i volontari ci fanno deviare su per un tratto di sentiero in mezzo al bosco, che inizia con una rampa spaccagambe. Non prima di aver approfittato di un’altra tazza di Coca: così, per rimettere a posto il mio bicchiere, traffico nello zaino in salita e vado in apnea. I miei rivali guadagnano qualche metro, ma non mi preoccupo, li riprenderò… E se anche non dovessi riprenderli, chissefrega!
Il sentiero, ma sarebbe meglio definirlo solco, si arrampica tra gli alberi con pendenza da camosci; in più, come se non bastasse, c’è un bel tubo di plastica che lo percorre per l’intera lunghezza: bisogna far bene attenzione a non inciamparsi, altrimenti qui una storta, come minimo, è garantita. Si sta in equilibrio su pochi centimetri di terra. Gli occhi, poi, devono ancora adattarsi alla luce forte e finta della pila frontale, che riflette sulle foglie, altera le distanze e le dimensioni. Chissà cosa corre in questo tubo? Acqua, cavi elettrici, boh. Si sente un ronzio forte, continuo: da dove arriva? Poi ecco spiegato l’arcano: sto passando proprio sotto all’elettrodotto… Ah, il bello della natura incontaminata!
Un chilometro e mezzo, han detto i volontari, ma la stima è eccessiva. In un attimo spuntiamo sul pianoro di Arpy, sulla strada: è notte fatta e c’è ancora gente ad accoglierci, ad incitarci.

Il punto di controllo è all’interno dell’ostello, un bel locale caldo in fondo alla borgata, in gran parte occupato da un tavolo con ogni delizia: caffé, Coca, acqua, più le solite cose da mangiare, frutta secca, cioccolato, formaggio, pane… Qui mi costringo a qualche minuto di pausa. Ho di fronte a me una lunga notte: è sensato che mi fermi un attimo, mi sforzi di mangiare qualcosa, soprattutto mi vesta. Caffé, frutta secca, più un po’ di cioccolato da mettere in tasca. Sono a tal punto persa nei miei pensieri, che una voce sembra giungere dall’aldilà quando mi sveglia: “Giancarla, Lorenzo è a La Thuile”. E porca paletta, beato lui! E’ una salita ed una discesa avanti a me, venti km dalla fine credo. Ricordo questa stessa panca: l’anno scorso, qui mi sono abbattuta dopo ore di marcia sotto il diluvio; scoraggiata ed in preda ai tremori, non me la sono sentita, allora, di ributtarmi fuori, in marcia, andare su a quota 2.500 e rotti, nella notte, a rischio di non veder nulla e di ibernare lì. Stasera mi ci siedo solo un attimo, tempo di tirare fuori dallo zaino il gilet a collo alto ed il berretto di pile. Qualcuno dice che “su non fa freddo”: può anche darsi, ma, non so perché, mi sento di dissentire.
Infilo gli auricolari del lettore Mp3: sono pronta per ripartire. Vado incontro alla notte, mangiando uno spicchio di limone che spero possa placare un po’ le ire del mio pancino tormentato. Un lungo tratto di strada sterrata attraversa il pianoro; qui la frontale non serve, anzi, disturba la bellezza della miriade di stelle sopra di me. Passo oltre l’ultima casa, uno chalet graziosissimo ma anche qui, non so perché, dall’aspetto finto. La porta d’ingresso è a filo del terreno: chissà cosa succede lì dentro quando quassù si scatena un temporale come si deve! Mi sa che vanno a bagno… Oh insomma, non insistete, una casa fatta così non la voglio!

Oltre il ponte, si sale sul serio. Strada sconnessa e fangosa; un’altra frontale segue la mia frontale, mentre di fronte a me, in qualche punto indefinito della montagna, altri bagliori spuntano di tanto in tanto in mezzo al nero. E chissà se ci sono sul serio, o se è la mia testa che li immagina. La musica mi accompagna, mi mette di buon umore, mi tiene sveglia; i bastoncini mi tirano su conficcandosi nella terra molle. Passo regolare, sempre; chi mi seguiva è rimasto un po’ indietro. Un altro ponte, si ripassa il torrente… E poi si finisce a salire in mezzo ad un altro torrente, perché nel letto del sentiero scorre acqua in abbondanza che ha trovato una comoda via verso valle. Per fortuna le mie ottime scarpe sono anche impermeabili, almeno finché non vado a bagno fino a metà polpaccio – e mi pare anche normale, visto che sono scarpe e non stivali da pescatore. Qualche difficoltà a salire ce l’ho, perché pietre e fango ora sono insidiosi, soprattutto per la pendenza severa; mi spiacerebbe mettere a bagno anche il didietro. Per fortuna, il tratto è breve, poi il sentiero torna più o meno asciutto. Non c’è più lo scintillio dell’acqua, ma ora si distingue appena la sagoma della montagna e su, a disegnare la linea dei tornanti, si scorgono le luci dei corridori che mi precedono. Una lenta, lunga processione. Il Lago d’Arpy, nero e placido, offre un po’ di respiro finché il sentiero lo accompagna, in pianura; poi si torna a salire, superando il punto di controllo custodito da un gruppo di volontari. Un potente faro, alimentato da un compressore, illumina un bel tratto di sentiero da qui in poi; si sale ancora, sempre nel buio, sempre seguendo il cerchio di luce della frontale, mentre gli alberi si fanno via via più radi: stiamo passando oltre i duemila metri di quota. Il vento rinforza, è freddo, ulula, fa volare i bastoncini se li tengo sospesi; andrebbe tutto bene, se non fosse per il mal di pancia che è tornato, al primo accenno di freddo, più fastidioso che mai. Ma questa volta cerco di resistere; non ho voglia di fermarmi, qui, anche se siamo nel pieno della notte, anche se chi mi segue è ancora molto distante. Ora il fianco della montagna è sgombro di vegetazione, solo l’erba fa da contorno alla processione di lumini sopra la mia testa. Ogni tanto capita che uno dei lumini punti diretto verso di me; ci si controlla a vicenda, anche se qui, almeno per me, la presenza degli altri concorrenti non è fonte di antipatia agonistica, tutt’altro, è conforto ed incoraggiamento. Chissà se sarei capace di essere qui, adesso, di notte, da sola? No, non credo proprio che ne avrei il fegato, anche se certo una passeggiata notturna a Torino Porta Nuova, come esperienza da film dell’orrore, è molto più spaventosa

La meta, almeno per questa salita, è vicina: si intuisce appena la testa della valle, la linea di una sella su cui svetta una delle tende dell’organizzazione, anch’essa illuminata dal fascio di luce gialla di un faro. Man mano che si sale, il vento è più freddo ed impetuoso; istintivamente tento di chiudere ancora il gilet al collo, ma confesso che sto soffrendo, soprattutto per il pancino che non trova pace. Ma in fondo non ne ho poi diritto: penso ai volontari che stanno quassù, fermi, da chissà quanto!
Finalmente scollino. Colle Croce, quota 2.500 e rotti. Entro nella tenda solo per pochi secondi, il tempo di una tazza di the caldo, che, incredibile, si trova persino quassù, preparato e tenuto in temperatura con un pentolone ed un fornelletto a gas. Intorno alla fiamma, un cerchio di assistenti in tenuta militare e di corridori a caccia di un po’ di conforto: chissà che ora è, forse mezzanotte. Molto meglio non fermarsi: indugiare qui è pericoloso; si rischia di non ripartire. Mi ricaccio fuori lungo un sentierino che è appena una vaga traccia, un pendio ripido di cui non vedo la fine, confusa con il nero della notte. Inizia la lunga discesa su La Thiule: bene, manca solo l’ultima salita, che non è dura. A questo punto potrei anche essere fiduciosa. Potrei anche farcela!. Da lassù si vedevano le luci di fondovalle; ora solo nero, ma almeno, man mano che scendo, patisco meno il freddo, perché il vento non si sente più. Avrei anche potuto indossare la giacca, ma sarebbe stata una perdita di tempo. Ancora una volta affido ai bastoncini l’ingrato compito di alleviare, in discesa, la fatica delle ginocchia, memore del monito che spesso mi sento lanciare dai “bene informati”: corri corri, prima o poi le ginocchia ti faranno male e addio… Verò, è probabile che andrà a finire proprio così. Certo, c’è gente come Olmo che a sessant’anni corre e vince: ma Olmo, primo, è già di suo un atleta fuori del comune, di un altro pianeta; secondo, è magro al punto che certo non costringe le articolazioni a sopportare peso in eccesso; terzo, forse non ha iniziato a correre a quattordici anni.
Bah, non fasciamoci la testa prima d’averla rotta, che intanto La Thiule si avvicina; in un attimo, la pineta mi butta fuori, sulla strada, in vista delle luci della città. Certo, conoscere il percorso è un vantaggio enorme. Ora sono tranquilla perché so alla perfezione quel che ancora mi attende da qui in poi.

Approfitto del breve tratto di strada statale per dare un’occhiata al telefonino senza rischiare di volare a terra: c’è un messaggio… E’ Matteo! Mi dice che ha concluso la gara e che è decimo assoluto… Il primissimo pensiero è poco lusinghiero, anzi direi decisamente offensivo: lo sapevo, eccolo qui il solito dispensatore di lagne, colui che si cosparge il capo di cenere, si sminuisce, frigna… Adorabile testa di &%$£#!!!! Son così contenta che mi metterei a correre, ma è meglio di no, io sono ancora qui con venti chilometri e credo mille e più metri di dislivello da superare, mentre lui a quest’ora è a tavola, o forse in doccia, e poi si godrà qualche ora di nanna. Spero che rinunci all’idea di venirmi un po’ incontro: avrà senz’altro bisogno di riposo, poverello.

Seguo le bandierine attraverso un prato acquitrinoso e mi ritrovo in mezzo al paese, illuminato e per nulla sonnacchioso. Il passaggio al ristoro è d’obbligo per via del controllo: ancora saluti, sorrisi, incoraggiamenti, sono inarrestabili questi volontari! A disposizione dei corridori qui c’è un locale ampio, con tanto di bagni a cui non mi par vero di poter rendere omaggio; vorrei afferrare solo un po’ di frutta secca, ma i personaggi addetti al ristoro sono travolgenti con il loro entusiasmo: mi costringono ad un po’ di sosta per un piatto, non previsto ma graditissimo, di brodo caldo. Poi, tra frizzi e lazzi, riparto. E’ passata da poco la mezzanotte, ma in cielo si diffonde un chiarore che preannuncia l’arrivo della luna. Oltre il ponte a destra, mi dicono i volontari lungo la strada: un altro bel tratto di sentiero, anche ripido. Qui mi rendo subito conto di accusare un po’ la fatica: il cuoricino protesta, stenta un po’ a rimettersi in moto. Beh, niente di cui preoccuparsi; è normale che la crisi, prima o poi, su quasi novanta chilometri, arrivi. Rallento un po’, lascio che i due corridori dietro di me mi sorpassino e che il terzo, nella foga di correre avanti, quasi si spalmi a terra inciampandosi nel mio bastoncino senza darmi il tempo di spostarmi. Ma dove vuoi andare, sant’uomo? Se sei qui dove sono io, adesso, guarda che ormai sei panato esattamente come me… Il gruppetto passa avanti ma non troppo; io accorcio un po’ il passo ma non troppo. Sbuchiamo sulla strada asfaltata, di cui dobbiamo percorrere qualche tornante: poco dopo, incappiamo in un gruppetto di corridori fermi, una signora a terra avvolta nel telo termico, con problemi pure lei de panza, ma credo ben più seri dei miei. C’è già chi chiama i soccorsi con il telefonino; visto che non serve altro, ripartiamo. Il gruppetto resta più o meno compatto fino all’abitato, quando una freccia perentoria ci intima di arrampicarci lungo una traccia di sentiero a sinistra, per tagliare il tornante, passando accanto ad alcune case. La strada che ritroviamo, più su, di asfalto ha solo più qualche traccia. Continuo a sentire troppa fatica, a misurare i passi e le distanze dagli altri corridori che comunque sono sempre lì, metro più, metro meno. Forse non sono l’unica. Ancora qualche tornante fra gli alpeggi, ripido, le ultime luci del fondovalle che scompaiono, poi la direzione piega decis a verso destra. Come si entra nel vallone laterale, il vento torna a scatenarsi, gelando il sudore sulla pelle. Proprio all’inizio dell’ampio pianoro c’è un altro punto acqua: l’annunciano da lontano un alone di luce ed il rumore continuo del compressore. Chissà, magari un po’ di Coca ed un caffé mi aiuteranno a riprendermi. Approfitto della pausa per indossare la giacca, quella invernale da bici: la temperatura quassù, complice il vento, è siberiana. Poi riparto lasciandomi indietro un paio di colleghi che restano a scaldarsi un po’. Alzo lo sguardo quasi per caso, alla mia destra: la luna sta spuntando da dietro una vetta, è lì luminosissima e tagliata a metà, è meravigliosa; illumina l’intera conca, quasi a giorno, tanto che ora si distinguono i colori sotto forma di tonalità di grigio; i nevai spiccano e riflettono, l’acqua che si calpesta di tanto in tanto luccica. E’ infido questo tratto di salita; aumenta pian piano, sempre su sentiero stretto e sconnesso in mezzo al nulla;. La processione di lucine guida ancora una volta il mio sguardo verso la meta, Col d’Arp, ma manca ancora un bel salto, anche se il rifugio dei volontari lassù si vede già e pare così vicino da poterlo toccare. Pancia a parte, mi sento meglio, ora che so che manca poco. Tornanti e ancora tornanti, qualche vittima che resta indietro, qualche luce che allunga il passo. Mi sforzo di rivedere questo luogo come l’ho visto l’estate scorsa, in pieno giorno; ritrovo la sella del colle, ricordo che nei paraggi c’era una struttura, forse un rifugio, ma ora non si vede. C’è solo la capannetta di plastica trasparente dei volontari, veri eroi, che sembra volersi allontanare sempre più, come per bieco scherzo della prospettiva, ma alla fine non può più scappare. Ci arrivo sotto con il cuore che scoppia, non di fatica ma di gioia; il tempo di una tazza di the caldo a quota 2.300 m. Ora non resta altro che scendere, faccia al vento gelido, alla nebbia che si vede, poco più sotto, spuntare da un salto oltre un pianoro. Speriamo si diradi.

Mi butto giù, ma per modo di dire; questa volta non è più così facile scendere rapidi, un po’ perché le gambe danno segni di affaticamento ed un po’ perché il sentiero, almeno nella parte iniziale, non è altro che un’incerta traccia in mezzo a prato e pietraia. La tensione è forte: qui, ahimé, a mio parere si è peccato di taccagneria nel piazzare le bandierine; i segnavia sono troppo distanti l’uno dall’altro, tanto che speso non capisco quale sia l’esatta traiettoria da tenere e finisco per incespicare fuori dalla retta via. La tensione è forte, si somma alla stanchezza, al buio che non lascia distinguere sentiero e prato; non posso pensare di farmi male proprio qui, proprio adesso! Mi aiutano un po’ le lucine dei due che sono partiti appena prima di me dalla vetta, ma scendono con tutt’altra sicurezza; mi consola il fatto che, dietro di me, ben distaccato, c’è un gruppo che vaga un po’ alla disperata… Mi sa che questi mi hanno presa come riferimento per la traccia, e ciò non mi consola affatto. Calma, Gian, calma che ormai è fatta; burroni qui in mezzo non ce ne dovrebbe essere; cerca di non infilare il piede in qualche tana di marmotta, che se no ti disintegri una caviglia, e poi dovresti essere a posto.
Con mio immenso sollievo, la rocambolesca calata si conclude su una ben più agevole strada sterrata, dove, anche qui, il perfetto “trail runner” si lancerebbe di corsa. Io non sono un perfetto trail runner, ma vedo che, intorno a me, di personaggi del genere ne son rimasti pochi. Qualcuno accenna un passo di corsa che muore ignominiosamente pochi metri più in là. Però la marcia è sicura, allegra, ottimista, ora che non si sente più né il sonno né la paura, ora che le luci del fondovalle chiamano per l’ultima volta.-La notte cede il passo ormai, l’aria si fa di colpo frizzante, le cime si delineano una dopo l’altra. Potrebbero essere quasi le cinque, cammino e vorrei che fosse finita, cammino e spero che Matteo sia rimasto a dormire, ma allo stesso tempo spero di vederlo spuntare dietro la prossima curva. Strada e ancora strada, finché un lampeggiante arancio non segnala la deviazione: giù, a sinistra, prato e sentiero e bosco, altro lavoro per i bastoncini. Quanto potrà mancare, cinque, sei chilometri? Mi risponde l’addetto all’ultimo punto acqua: due e mezzo. Che splendida notizia! E’ vero che è stata una corsa bellissima, ma le gambe cominciano a chiedere pietà… E’ quasi chiaro ormai, ma nel sottobosco meglio approfittare ancora un po’ della frontale. Con la stanchezza e la vista annebbiata, il ruzzolone è dietro l’angolo. Tornantini e salti fra i tronchi. là in fondo sembra di vedere una sagoma; mi avvicino, ancora un po’, ed è proprio una sagoma, è una persona, è Matteo! Felicissima di vederlo, di chiedergli subito della sua gara, felicissima di sentirlo raccontare con un entusiasmo che mi contagia. Giorno, spengo la frontale: dietro di me piomba di corsa un avversario: “Corri, che non ti voglio superare!”. Manco per idea… Vai tranquillo, fratello, che io sto tanto bene così! Percorro le ultime centinaia di metri chiacchierando, con Matteo che non si dà pace della mia quiete e vorrebbe vedere un arrivo in volata: non lo accontento, son già più che soddisfatta così. Ore 5.40, dopo 19 ore e 40 di marcia, tra gli applausi dei presenti all’arrivo, stringo la mia maglietta bianca da Finisher, saluto, scappo via verso il furgone e la doccia. Domani, cioé oggi, è un altro giorno, da onorare con un paio d’ore di nanna nel furgone ed un paio di camminata nella direzione del Rifugio Bertone, ma solo fino ad un punto chiamato “Belvedere”. Tanto per aggiungere 400 m di dislivello alla fatica, tanto per vedere come reagiscono le gambe. Matteo è tutto un lamento, ma so che sta mentendo spudoratamente; io non ho problemi in salita, e tutto sommato nemmeno in discesa, una volta che i muscoli si sono riscaldati. Però il cuoricino patisce la mancanza di sonno, batte in modo inconsulto. Chissà, forse se marciassi abbastanza a lungo da dargli il tempo di riscaldarsi un po’…

A mezzogiorno la cerimonia di premiazione: l’abbiamo attesa perché Matteo, oltre ad essere decimo assoluto, è terzo di categoria… Ed alla fine sul podio ci finisco pure io, prima di categoria, ma solo perché unica. Anch’io, ironia della sorte, sono decima assoluta sulle donne; peccato che Matteo sia decimo su centosettanta uomini classificati, mentre io sia decima su quindici donne… Ma in fondo, non sottilizziamo… Sono particolari irrilevanti!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!