12-13 aprile 2009 – Prova percorso Raid Provence Extreme 2009

Il primo colpo di pedale, di buon’ora, la mattina della domenica di Pasqua a Valensole: è l’inizio di un’avventura. Ed è anche un grande traguardo. Sono mesi che si fantastica di questa ricognizione, mesi di progetti, proposte, risposte, idee, parti più o meno folli delle fertili menti dei Compagni di Merende.
Il Raid ufficiale prevede un percorso di circa 600 km, con oltre 9000 m di dislivello in salita dichiarati; partirà il prossimo 30 maggio da Bedoin. Tra i papabili per il viaggio prova, c’è chi sostiene l’opportunità di spezzare l’itinerario in tappe uniformi, chi propende per due tapponi più una minitappa finale di riposo e recupero… Chi ha invece un chiodo fisso: partire ed arrivare una volta sola, proprio come si dovrà fare nel giorno, anzi nei due giorni, della randonnée ufficiale. Io me medesima, ovviamente. Non voglio sentire ragioni: io farò così, chi mi ama mi segua, chi c’è c’è. Non saprei nemmeno spiegare la vera ragione di simile ostinazione: in fondo, anche se non l’ho portato a termine, ho già vissuto sulla mia pelle il RPE quasi per intero… Poco male, ho smesso da tempo di cercare una giustificazione logica per le mie pensate.
Alla fine la spunto io… Anche se in realtà non avevo alcuna intenzione di coinvolgere gli altri nel mio progetto; mi ci sarei buttata anche da sola, salvo poi sbattere il naso al primo muro di difficoltà, ma questa è un’altra storia. La spunto, o almeno, Matteo riesce a farmelo credere, trovando, come sempre, una quadra per accontentare più o meno tutti. Tutti: una moltitudine indefinita che in breve, tra defezioni e rinunce varie, s’è ristretta a quattro elementi. La quadra prevede, semplicità geniale, la partenza in auto da Valensole: il RPE infatti segue un percorso a “8” con un primo anello di circa 400 km ed un secondo anello di circa 200; Matteo propone di sfruttare l’auto a Valensole come campo base per rifocillarsi dopo aver coperto i primi due terzi del giro ed eventualmente come luogo di sepoltura per chi, dopo quei primi due terzi, dovesse passare a miglior vita. Sì, mi duole, ma devo riconoscere che si tratta di un’idea molto saggia.
Ad una settimana dal fatidico giorno del via, ci si mettono le previsioni del tempo a guastar la festa, preannunciando con rara ostinazione pioggia, pioggia ed ancora pioggia per il ponte pasquale. Partire, non partire? Ho il cuore in fondo ai calzini, all’idea di dover dire addio al progetto che ho cullato e cresciuto con tanto amore… E non solo io! Insomma, ho combinato tutto per benino: venerdì sera arrivo ad Arenzano, passo la notte a spasso per sentieri con un gruppo di faticatori locali, poi sabato in viaggio verso la Provenza con Matteo, domenica mattina in bici e via… No, non voglio rinunciare, non se ne parla nemmeno. E se anche il gruppo di quattro papabili perde per strada altri due elementi, in extremis, io ottengo la conferma in cui non dubitavo: Matteo è d’accordo, si va comunque.

Così mi ritrovo, sabato intorno all’una, a Voltri, al capolinea dei bus, un luogo che ormai m’è entrato nell’anima: mi ci sento quasi a casa, è una bella balconata sul mare, anche se poi, quando ti volti, sei risucchiato dal caos dell’Aurelia, appena sotto il viadotto dell’autostrada. C’è Matteo pronto ad attendermi: che imbecille, sono pure in ritardo. Sono felice di vederlo, ho addosso l’emozione di un bambino alla prima gita scolastica, ma anche la stanchezza di una notte passata a camminare su sentiero, e la relativa fame atavica! Così, quando ci rimettiamo in marcia dopo una doccia calda ed il pranzo luculliano preparato dalla mamma di Matteo, posso dire con certezza di sentirmi davvero meglio…

Ci trasferiamo a Savona con i rispettivi mezzi, per praticità del viaggio di rientro, che spero sia il più lontano possibile anche se sarà solo dopodomani; lì abbandono la Opel e trasferisco bici, bagagli e me stessa sul furgone Wolkswagen di Matteo, che a me pare un vero transatlantico. Suonata e un po’ stracca per la notte insonne, ma felice come non mai, vorrei che questo viaggio non avesse fine. E un po’ è proprio così: partiti da Genova prima delle tre, giungiamo a Valensole alle otto, con gli occhi colmi di panorami e la voglia ed insieme l’inquietudine della splendida avventura. Lo so, che Matteo può capire, in fondo siamo fatti della stessa pasta, anche se lui ha dalla sua un carattere serafico, un autocontrollo a prova di bomba, una capacità eccezionale di risolvere problemi piccoli e grandi senza scomporsi, una meravigliosa attitudine ad arrangiarsi. E’ anche per questo che amo viaggiare con lui, perché mi sento tranquilla, in una botte di ferro. Qualunque cosa succeda, tanto c’è lui…

La mattina di Pasqua, intorno alle otto, c’è già movimento a Valensole. Gente che va, gente che viene, tutti con l’ombrello: piove, una pioggerella delicata ma di quelle che han l’aria di non voler cedere il passo troppo presto, anzi. Cielo bigio, strati bigi alternati a strati ancor più bigi; la giacca impermeabile indosso da subito, le bici pronte e ben oliate, ovviamente a cura di Matteo, per affrontare l’umido andante che ci attende oggi. Ci salutano gli splendidi platani della piazza: mi avvio, con l’umore concorde al colore delle nuvole ma, una volta tanto, senza quel senso di terrore incontrollabile che di solito mi assedia quando qualcosa comincia ad andare storto. Piove, è vero: ma è appena una pioggerella debole, nulla da temere per la stabilità della mia Ridley equipaggiata per l’occasione con i copertoncini da 28. Lo zaino, quello sì, è davvero pesante: purtroppo, con le previsioni del tempo avverse, non posso fare a meno di portarmi dietro un bel po’ di scorta di vestiario. A dire la verità, stamattina il proprietario della Chambre d’Hote ci ha annunciato che nel pomeriggio la pioggia sarebbe cessata, secondo il meteo francese, ma non posso rischiare e fidarmi. E, in ogni caso, l’acqua dal cielo non frena l’euforia. Un po’ di più ci riescono le gambe! La camminata di ieri notte si sente, eccome; i muscoli sono rigidi, induriti, quasi gonfi. Eppure, con mio grande stupore, nemmeno questo oggi riesce ad abbattermi. Il viaggio comincia nelle campagne tra Valensole, Greoux les Bains, Vinon sur Verdon; sulla destra il fiume, placido ed ordinato, tutt’intorno il verde acceso delle colture e della vegetazione spontanea, le uniche che oggi saranno ben contente del meteo. Sull’asfalto, grosse chiocciole dal guscio chiaro tentano la traversata fino all’altro lato della strada: per loro fortuna, c’è pochissimo traffico stamattina. Questo tratto di strada è l’ideale per il riscaldamento iniziale, perché offre pendenza favorevole, a parte qualche breve tratto di risalita, come la rampa di Greoux che conduce nel centro del paesello, già brulicante di locali e turisti a caccia di boulangerie. Come dar loro torto? Idem a Vinon, c’è il mercato. Ormai qui son di casa: non sbaglio nemmeno più i bivi! Dobbiamo lasciarci il fiume sempre a destra, direzione Pont de Mirabeau; è un po’ noioso questo tratto, ma ci pensa Matteo a distrarmi; si chiacchiera di tutto un po’ e la pioggia, che continua a picchiare sulle nostre capocce, è quasi dimenticata. Per fortuna, il percorso che andremo a coprire oggi e domani non è preoccupante, da questo punto di vista, perché non ci sono discese lunghe e tortuose, non c’è – o almeno non dovrebbe esserci – rischio di scivolare o problemi con i freni. A parte il fatto che i Cantilever non temono l’acqua. Forse è questo che mi rende così tranquilla, o forse la speranza, a cui mi sono aggrappata, di un miglioramento nel pomeriggio. Certo che, se dovesse mettersi a piovere forte, sarebbe comunque abbastanza drammatico! Va bene infliggersi fatiche e sofferenza… Ma con moderazione! Mi preoccupa ben di più lo stato delle gambe. Chissà se ce la farò? Con la marcia di ieri notte, ho voluto fare il vero uomo che non patisce nulla… Speriamo solo di non aver esagerato! Ma non voglio pensarci ora.
Superato il ponte, imbocchiamo come da roadbook la seconda strada a sinistra: vana è la speranza che, dall’ultima mia visita da queste parti, gli indigeni abbiano provveduto alla riasfaltatura. Le buche ci sono, tutte ed anche più: i copertoncini spessi fan quel che possono per attutire i colpi. Ma almeno si comincia a salire: Beumont de Pertuis, poi un lungo tratto di falsopiano e salita molto dolce in mezzo al verde acceso della vegetazione ed ai primi fiori degli alberi da frutto, fino a La Bastide. La stagione qui pare essere in ritardo, come da noi, o forse è normale ma non c’ero più abituata. Da La Bastide inizia una salita lunga e molto blanda, 10 km che ci portano a quota 650 m circa, con la pioggia che ora cade a sprazzi, un po’ sì ed un po’ no. Le gambe faticano, cavoli se faticano: sto usando, pur su pendenze ridicole, il rapporto più leggero che ho. Del resto, la strada che ci attende è lunghissima, i bagagli sono pesanti; la parola d’ordine è risparmiare la fatica!
Le strade qui sono ampie, liscie, le curve dolcissime. Al primo bivio si svolta a sinistra, per un’altrettanto dolce discesa in direzione Cereste – Reillanne. Strada di fondovalle, tendenzialmente in discesa, fino a Cereste: ormai siamo intorno al mezzogiorno, è ora di fare scorta di pappatoria. Io non ci avevo nemmeno pensato, ma è Matteo che me lo fa notare: oltre alla sosta in panetteria per l’immediato, è opportuna anche una visita al supermercato, per comprare qualcosa che ci servirà nella notte. Oggi pomeriggio infatti non troveremo più negozi aperti. Agli ordini! La boulangerie ci provvede di pizza con formaggio e di pain au chocolat, che sbraniamo con la foga di due reduci di guerra sul marciapiede; al supermercato troviamo invece una buona dose di Camembert, scelto come sempre sulla base della più alta percentuale di massa grassa disponibile nel banco frigo, un sacchetto da 12 brioches, una bottiglia da un litro e mezzo di Coca Cola ed un Bounty. Non c’è che dire: la tipica alimentazione sana ed equilibrata da atleti. Il Camembert finisce nel mio zaino; bottiglione e brioches trovano invece posto, grazie all’inesauribile creatività di Matteo, sulla valigia che ha fissato al canotto reggisella in modo da evitare la necessità dello zaino. Non scommetterei un soldo bucato sulla stabilità della struttura, e invece…

Si riparte. Poco oltre il paese, bivio a destra e salita verso l’abitato di Viens, splendida borgata dai colori chiari, come tutto qui intorno Ha quasi smesso di piovere, anche se il cielo non è affatto incoraggiante: proviamo a levare la giacca impermeabile, poi si vedrà. Altra salita e le gambe soffrono: Matteo però è sempre qui, non s’allontana di un metro; di tanto in tanto si ferma, ma poi mi riacchiappa senza difficoltà. E di staccarmi non se ne parla. Da Viens, breve discesa e direzione Gignac – Rustrel, fino a giungere poi in vista di Saint Saturnin les Apt, meraviglioso paese su cui incombe un imponente castello. Qualche tornante ci porta in centro; da lì svoltiamo verso sinistra e poi, dopo un breve tratto di falsopiano, ancora a destra, direzione Murs e relativo colle. Ricordo questa salita con un po’ di timore: è breve, 6 km scarsi, ma a gennaio qui avevo sofferto. Oggi invece sembra andare tutto bene, a maggior ragione con un gregario eccezionale che mi rifornisce di Coca Cola in corsa. E’ incredibile Matteo… Riesce a pensare per sé e per gli altri, in un momento di fatica e concentrazione, laddove io riesco a malapena a badare a me stessa!
Dall’abitato di Murs si sale ancora un po’, verso il colle, col cielo che quasi quasi lascia filtrare qualche pallido raggio di sole. Discesa nelle splendide Gorges, quelle che io ho ribattezzato, per l’occasione, mini-gorges, visto che poi ci attendono quelle del Verdon che sono gorges con i controcavoli; un ambiente suggestivo, la Foret de Venasque, peccato non poterselo godere in discesa. Ancora un bivio a sinistra e si riprende a salire, fissando lassù una sella che non arriva mai, con le gambe che si lamentano e la fame che comincia a farsi insistente: ormai le barrette van giù come fossero acqua fresca; è ben altro quel che vorrebbe il pancino. E’ un momento di debolezza, fisica e morale, al pensiero preoccupato della strada che ancora mi attende, alla paura di non farcela.

La sella infine arriva, la strada spiana appena; bivio a sinistra, bivio a destra, discesa su Gordes. Questo è un paese davvero meraviglioso; purtroppo lo sanno anche i turisti che l’affollano. C’è una valanga di gente qui! Approfittiamo di una fontana, rigorosamente eau non potable, per riempire le borracce e mangiare un boccone; è un momento un po’ critico per me, mi sento stanca ed ho fame, ma non riesco a mangiare le barrette. Avrei voglia di qualcosa di disgustosamente salato, tipo un altro ettaro cubico di pizza al formaggio! Ma oggi non c’è trippa… Matteo mi porge una brioche: sembra quasi che riesca a percepire l’arrivo dei miei momenti critici, è davvero incredibile. Devo riprendermi subito: per lui, prima che per me! Riparto un attimo prima di lui, esco dal paese, via dalla pazza folla. Siamo scesi molto di quota, rispetto ai 500 metri circa di Murs. Quel che segue è un tratto di falsipiani che tocca gli abitati di Menerbes e Bonnieux; sulla destra vedo rilievi che hanno decisamente più l’aspetto di vere montagne, rispetto alle colline dolci attraversate finora: sono in effetti le montagne del Luberon. Siamo ormai vicinissimi al punto critico, quello in cui l’anno scorso, al Raid Provence Extreme, ho pensato bene di smarrire la diritta via. Lourmarin, Cadenet, qualche incertezza nel paese, anche stavolta; Matteo però non sbaglia: in un attimo ci troviamo di fronte al minaccioso cartello che indica la pendenza, 21%. E’ ormai tardo pomeriggio, anche se non ho ben chiara la nozione del tempo, e sento molto la stanchezza, insieme alla fame di qualcosa di vero, consistente, salato. Sono preoccupata, anche se vorrei non darlo a vedere: per non preoccupare Matteo… E per riprendermi io stessa. So benissimo cos’è che mi spaventa, è proprio quello a cui ho voluto a tutti i costi andare incontro con questo viaggio: la notte. Tra poco scenderà il buio ed arriveranno quelli che io chiamo “i miei fantasmi”; arriveranno, oh se arriveranno.

Imbocchiamo la famigerata salita di La Roque d’Antheron, una stradina stretta ed un po’ sconnessa, costellata di cartelli terroristici: no ai rimorchi, no alle roulottes, no a questo, no a quello… Immagino la rampa micidiale: ma ci son 4 km di salita e 200 m di dislivello; non potrà mica essere al 21% tutta quanta! Infatti l’inizio è dolce, subdolo, in mezzo ai pini, uno slalom tra le buche e le pigne. Ma c’è qualche tratto di discesa e lì la pelle mi si accappona: pessimo segno! Siccome la matematica, anche nella stanchezza, non è un’opinione, il dislivello che si perde andrà recuperato, e man mano che si va avanti la strada a disposizione s’accorcia… Quindi s’impenna! Poco dopo, infatti, ricompare minaccioso il cartello del 21%: solo che, questa volta, è al contrario! E’ un cartello che indica la discesa… Evidentemente un lapsus, perché è salita, eccome se è salita. Un paio di rampe brevi ma cattivissime: m’immagino la rando, nella quale questo tratto si affronterà quasi a fine percorso, con cinquecento e rotti km nelle gambe! Che crudeltà! Butto l’occhio oltre la curva, tentando disperatamente di tenere la ruota anteriore incollata a terra; a stento, ma ce la faccio. Ancora un paio di rampe meno crudeli; passano due auto i cui motori ansimano quasi quanto me. In cima, di lì a pochissimo, trovo Matteo, entusiasta perché le coltellate nelle gambe, a suo dire, gli han fatto un gran bene: beato lui… Vorrei poter dire lo stesso, ma resto ancora con la mia preoccupazione. Un po’ di chilometri fa, Matteo ha accennato alla possibilità di fermarsi a prendere una pizza in uno dei tanti furgoncini che, in questi paeselli, vendono le pizze da asporto; quell’immagine mi si è tatuata nella mente, tali sono a questo punto la stanchezza e la fame. Ma a Lambesc non vedo nulla del genere e la mia preoccupazione cresce, come la lunghezza delle ombre. Ancora una breve, blanda salita, poi l’abitato di Alleins, dove abbiamo già in programma di far la sosta per fissare le luci ed indossare l’abbigliamento da notte. E’proprio qui, quando già avevo perso le speranze, che caccio un urlo di giubilo: incredibile… Una pizzeria!!! Beh, pizzeria è una parola grossa; si tratta di un minuscolo locale, grande quanto un box, ma a noi che importa? C’è il forno, ci son le pizze, e pazienza se costano uno sproposito; in questo momento non siamo in condizione di mercanteggiare o di disquisire del carovita e dell’inflazione. Abbiamo una fame che sbraneremmo i tavoli!
I pizzaioli ci guatano con aria a metà tra diffidenza e curiosità, ma anche questo non ci tange; l’importante è che le pizze si materializzano sotto i nostri nasi nel giro di due minuti due, e in un arco di tempo appena più lungo son già fagocitate. Appollaiati sugli sgabelli, davanti ad un tavolino minuscolo, ruminanti e silenziosi, due destini randagi uniti per caso in una notte randagia di bici quasi due anni fa, ciascuno ora perso dietro ai propri timori a cui è proibito dare voce, perché altrimenti diventano veri e non bisogna che accada. L’ultimo boccone e siamo già fuori, lasciamo i pizzaioli al loro tran tran, lasciamo il caldo della fiamma del forno. Sistemare le bici, le luci, noi stessi: ormai è buio, tempo di ripartire. Ci attende un lungo trasferimento verso la zona del Mont Ventoux: da qui, infatti, il percorso ufficiale andrebbe verso Saint Remy, mentre noi aggireremo il Ventoux andando direttamente a Sault. Il che significa, da qui, una valanga di chilometri di pianura pura, in buona parte su strade con parecchio traffico. Di giorno, sarebbe una iattura, ma di notte… Di notte anche il caos delle auto in un certo senso mi tiene compagnia. La notte, la amo e la odio al tempo stesso, amo l’idea di prolungare la vita quando il resto del mondo si ferma, odio il sonno che ti avvolge la mente, la stringe, la soffoca; amo il cielo stellato, odio il cerchio di luce dei faretti che è ossessivo, quasi persecutorio, che ti costringe a guardare solo sempre lì. Ed ho difficoltà a vedere dove metto le ruote, grazie alla mia fedele compagna di vita, la miopia! Nervi tesi, pronti a reagire all’ostacolo che non riuscirò a vedere e quindi ad evitare; respiro trattenuto, lotta tra me e me per tenere a bada la paura. Matteo parte sicuro, di gran carriera. Stradone verso Cavaillon e poi Isle sur la Sorgue: c’è da dire che probabilmente siamo ben equipaggiati per il buio, perché gli automobilisti cominciano già da lontano ad alzare gli abbaglianti, rallentare, spostarsi. Qualcuno ci investe di colpi di clacson indignati: e bè, si può sapere che cavolo vuoi? Abbiamo le luci, abbiamo i rifrangenti, in certi punti tanto di pista ciclabile; forse non ti va che stiamo qui? Capisco che possa essere insolito… Ma certo non è vietato! Pernes, Mazan: in alcuni tratti, cogliamo l’occasione di spostarci su una strada parallela alla principale, meno trafficata; però non sono sicura che per me sia meglio: sullo stradone, non avevo difficoltà a seguire la linea bianca a bordo strada, mentre sulle stradine secondarie la linea bianca manca del tutto. Meno male che Matteo mi fa da navigatore; solo, devo mantenere un po’ di distanza, in caso di imprevisti e relative brusche manovre.
Il buio ormai è fitto già da un po’, i nervi tesi, gli occhi volti a scrutare per quanto possibile l’alone di asfalto davanti alle ruote, ad intuire buche, fessure, ostacoli che non sono affatto sicura di riuscire a prevedere. Ora più che mai dovrei procedere sulla destra, ma ho di continuo la sensazione che la ruota scivoli fuori strada e mi sposto, talvolta bruscamente, verso il centro della corsia. Chissà poi se davvero la lucina ed i rifrangenti si vedono bene, da dietro?
Il concerto delle rane nei fossi, in una bella serata tranquilla da trascorrere seduti su una panchina in campagna, sarebbe piacevole, un che di romantico, ma stanotte a me sembra solo insopportabile frastuono. Se almeno potessi togliere l’audio! E invece no, chilometri, pianura, paesi che attraversiamo sotto gli sguardi allibiti degli altri nottambuli, un po’ diversi da noi ma forse altrettanto allucinati. Pause frequenti, vuoi per consultare la carta, vuoi per mangiucchiare qualcosa; continuo a seguire fedelmente il mio navigatore. A Mazan l’incubo finisce, o meglio, cambia: qui inizia la salita che ci porterà a quota 1000 m, dapprima con dieci km di pendenza blanda e poi con un po’ più di serietà, così annuncia Matteo. Bene: se non altro, ora dovremmo essere fuori dal traffico. Le nuvole finalmente hanno ceduto: in cielo solo stelle, una brezza leggera. Cerco la chiacchiera perché so che il sonno tra poco piomberà su di me come un avvoltoio; già i primi sbadigli… Sbadigli e senso di testa leggera, o meglio vuota, più vuota del solito. Al paese, Villes sur Auzon, cerco un po’ d’acqua: nonostante sia notte, e per tutto il giorno non abbia certo patito quel gran caldo, sto bevendo come una spugna. Trangugio una pastiglia di caffeina, una di quelle che ho raccattato nell’ultima trasferta in Svizzera; dovrebbe contenerne 200 mg, almeno così mi hanno assicurato. Spero che basti a vincere la lunghissima monotonia della notte, in cui gli occhi non vedono altro che buio tutto uguale, ma non ho molta fiducia: con le quantità industriali di caffé che sono abituata a bere ogni giorno, penso proprio che una dose di caffeina in più non mi cambierà l’esistenza. Si riparte chiacchierando, ma ben presto le voci vanno a morire. Il buio è insieme affascinante ed opprimente; man mano che saliamo, il vento a folate è più freddo, s’infila su per le maniche, nel colletto. Canticchio, conto, scavo nella memoria alla ricerca di qualche reminiscenza della scuola, qualche poesia da recitare tra me e me per tenere la testa impegnata e distrarla dalla monotonia ipnotica del buio. E’ Matteo ad essere insolitamente taciturno adesso. Ha sonno anche lui e si sente: fatica ad articolare le parole, ha una voce strana, più cupa, impastata, come se venisse da qualcun altro. Bofonchia qualcosa da solo, ma stento a capire; dice, come se fosse la cosa più normale del mondo, che dta parlando da solo e quindi non ha bisogno di risposta… “Se senti un tonfo, sono io che casco per terra”. Andiamo bene. Brividi, ho paura che stia male; lo vedo sfilare un po’ indietro, ma resto a pochi metri, mentre comincio, anch’io, ad affrontare il sonno che fino ad ora più o meno avevo dominato. Non basta più guardarmi intorno, offrire il viso alle sferzate dell’aria fredda, contrarre uno per uno i muscoli delle braccia, delle gambe, delle mani, stropicciare e schiaffeggiare la faccia. L’unico irrefrenabile desiderio è chiudere gli occhi. Possibile che sia già, così presto, a questo punto? Eh sì, possibile, considerato che per me questa è la seconda notte insonne su tre. Rallento, viaggio a zig zag per tutta la larghezza di questa strada enorme e deserta; Matteo, che nel frattempo s’è ripreso, chiede come sto e propone una breve sosta per dormire. Ne avrei disperatamente bisogno… Ma dove? Ormai non siamo più lontani dal colle; qui non c’è alcun riparo, solo prati, qualche albero isolato; fa già molto freddo se si va avanti, figuriamoci cosa succederebbe se ci fermassimo. No, Gian, dai, un po’ di sforzo, tira dritto. Tiro dritto, si fa per dire, finché non do un paio di pedalate a vuoto: un attimo di mancamento, come accade quando, a qualche noiosissimo inutile convegno, accade che la testa per un istante crolli, prima di riprendersi con un sussulto ed un po’ di imbarazzo. La faccenda si fa spinosa: se m’addormento, precipito! Devo per forza fermarmi un attimo, sperando poi che la situazione migliori un po’. Matteo individua un prato a bordo strada che può fare al caso nostro: molliamo le bici, ci sdraiamo nell’erba. Piombo in un sonno profondissimo ma irregolare, un continuo passare dalla realtà di questa stramba condizione al sogno di cose e persone lontanissime, un riposo interrotto dai brividi di freddo. Di lì a poco, il rumore di un’auto che passa, si ferma, torna indietro: non capisco, sono confusa, non riesco ad articolare parola, mentre Matteo, molto più sveglio ed arzillo di me, si alza e corre verso l’abitacolo, spiegando che è tutto ok, tutto normale. Non posso nemmeno immaginare cosa passi per la testa del povero automobilista che, nel cuore della notte, a quota 1000 metri, vede due bici buttate a terra sul ciglio della strada e due ciclisti che assicurano che non c’è alcun problema, spuntando come fantasmi dal buio di un prato… Meglio filare, perché questo qui tra poco, secondo me, chiama la Gendarmerie! O forse no, gli darebbero del visionario ubriaco. Avrò tempo più tardi, con un po’ di lucidità in più, a rendermi conto che s’è trattato indubbiamente di una persona molto civile ed anche coraggiosa: non so se, viaggiando in auto di notte, da sola ed in luogo deserto, vedendo qualcuno che potrebbe aver bisogno di aiuto, mi fermerei. Al massimo chiamerei appunto la Polizia! Con i tempi che corrono, mors tua, vita mea…

Faticosamente sgranchiamo le articolazioni intirizzite e ci rimettiamo in marcia, con Matteo che brontola all’indirizzo dell’importuno nottambulo. “Ma che ci fa uno quassù alle due di notte?”. Buona domanda: è semplicemente inaudito! Le due di notte… Significa ancora quattro ore di buio. Come sopravviverò a quattro ore di buio? Oltre il Col des Abeilles, la discesa su Sault: è breve e facile, ma ne ho il terrore, perché la discesa è garanzia di colpi di sonno. Scendo rigida come un baccalà, molto peggio del solito, a freni tiratissimi anche su questa strada di una facilità disarmante; mi dispiace per Matteo, a cui tocca sempre fare tanto esercizio di pazienza, ma davvero perdo di continuo il contatto con la realtà e vorrei evitare, se possibile, di prendere contatto con l’asfalto. La caffeina, come previsto, non è servita a nulla. Mi riprometto di andare a caccia di tecniche per favorire la concentrazione e vincere il sonno… Però intanto, appena giunti a Sault, individuo in un distributore di benzina il luogo ideale per un altro sonnellino. Non ce la faccio proprio. Matteo, poveretto, come sempre non protesta: ci appiccichiamo l’uno all’altro per vincere il freddo pungente; ci addormentiamo all’istante, entrambi a sprazzi, perché sento io stessa, nei brevi istanti di semi-coscienza, le braccia di Matteo che si abbandonano, si allentano e poi, di colpo, tornano su, contratte. Non ho idea del tempo che passiamo in questo stato, sullo scalino, contro la serranda di un’officina; fatto sta che, di lì a poco, recupero quel poco di contatto con la realtà che basta a farmi rialzare da terra. Fa un freddo siberiano, qui si rischia una bronchite; meglio provare a muoversi, almeno per un po’. Attraversiamo Sault deserta; ho un tale bisogno di luce che anche i lampioni mi paiono le più belle e luminose stelle. Ed ho fame, ma in fondo questo adesso è secondario; speriamo che il metronotte che incontriamo alla rotonda fuori del paese non ci scambi per due malintenzionati… In fondo lo siamo, è vero, ma solo verso noi stessi!

Interminabili chilometri di saliscendi che percorro, mezza rintronata, a passo di lumaca, con il cuore ormai abbattuto dalla preoccupazione e dal malessere, dietro a Matteo decisamente più sveglio di me. Ancora vento, fruscii nel bosco, occhi gialli alla luce della frontale che per un attimo ci fissano e poi sgusciano via. Ci saranno cinghiali da queste parti? Probabilmente sì. E cani che dai giardini delle sparute case latrano all’indirizzo dei due intrusi. Passiamo Revest, giungiamo a Banon; io sto sempre peggio, ho un sonno irrefrenabile. Ci abbattiamo sulla panchina del parco; estraggo dallo zaino il Camembert: ormai le ho provate tutte, proviamo anche a mangiare. Ci dividiamo salomonicamente l’etto e mezzo, quasi, di grassissimo formaggio: roba che in qualsiasi circostanza, notte e giorno, stando un po’ meglio mi avrebbe mandata in brodo di giuggiole. Ora no; mangio proprio perché ho fame, ma non gusto nulla; anzi, il pesante fardello di colesterolo resterà lì in pancia a mezz’asta, a viaggiare su e giù per un bel po’.
Vorrei approfittare di questa panchina per dormire un altro po’, ma tira un vento gelido che ci investe in pieno, e poi Matteo preferisce ripartire. Ci provo, con la testa che scoppia: un altrò po’ di chilometri, ma poi, proprio ora che in cielo compare un flebile alone di luce, devo mettere ancora piede a terra. Non ce la faccio, sto rischiando troppo. E’ Matteo, come sempre, che prende la decisione risolutiva: adesso ci mettiamo qui, ci copriamo e dormiamo un po’. “Qui” significa un fazzoletto di prato umido sul ciglio di una curva. Abbandoniamo le bici, stendiamo i miei copripantaloni di nylon per riparare appena un pò le schiene dall’umidità dell’erba, ci tiriamo addosso il telo termico a mò di plaid e via, coma profondissimo, irreversibile. Riprendo coscienza dopo un tempo indefinito: Matteo dice che abbiamo dormito un’ora… Chissà da quanto tempo è in paziente attesa, già sveglio, poveretto. Mi rialzo con fatica sovrumana, uno sforzo di volontà per sfuggire al congelamento; le mani, rimaste senza guanti, sono gelide. In fretta e furia ripieghiamo il telo termico, ci rimettiamo in cammino; il cielo ormai è quasi chiaro, striato di lunghe nuvole blu scuro. Il sole non è ancora sorto; la temperatura è freddissima, tanto che se ne lamenta anche Matteo: se sente freddo lui, che non patisce nulla, significa che la situazione è critica davvero!

Saliscendi, uno dopo l’altro, vento freddo e niente sole; per fortuna, la luce sta già dando l’effetto che speravo. Forse anche l’ora di sonno. Fatto sta che mi sento un po’ meglio, più viva, nonostante il combattimento ancora in corso con il Camembert che non vuol proprio saperne di farsi digerire. Anzi, l’aria tagliente mi è quasi d’aiuto stavolta, anche se le dita nei guanti fanno quasi male ed i polpacci scoperti sembrano tempestati di spilli. Il cielo è di un azzurro incerto, velato di nuvole; Matteo protesta, “siamo a 1000 m, quanto dobbiamo ancora salire?”. I continui cambi di pendenza, su e giù, sono estenuanti, ma so che ormai non manca molto; al di là di una curva, infatti, finalmente inizia la discesa verso Banon e, da lì, ancora lunga ed irregolare, verso St Michel l’Observatoire. Abbiamo un solo desiderio in questo istante: una boulangerie. Siamo entrambi affamatissimi. E’ quello che io chiamo “effetto inceneritore”: dopo un buon numero di ore di fatica, non c’è più santo che tenga; si mangerebbe a ciclo continuo, qualsiasi cosa pur di riempire uno stomaco che continua a chiedere, chiedere, chiedere.
Il sole stenta ancora a farsi vedere; la discesa all’ombra taglia la faccia. Una mongolfiera, sullo sfondo del cielo alla nostra sinistra, saluta il nostro arrivo in paese. Ormai conosco a sufficienza questi posti per dirigermi, senza esitazione, a St Michel, alla panetteria in mezzo alla piazza. Meno male, anche all’alba del mattino di Pasquetta c’è qualcuno che pensa a noi!
Due minuti dopo siamo ancora sulla piazza, a sbranare due croissant per me, un pezzo di focaccia ed un tortino di mele per Matteo. Rapida sosta ai bagni: la seconda per me, da ieri mattina, la ventisettemilacinquecentoduesima per Matteo che, nonostante tutto, rifiuta l’idea di essere affetto da incontinenza… Cavoli, è peggio che accompagnare a spasso il mio cagnone, che si ferma ad irrorare ogni forma vagamente verticale, che sia un albero, una panchina od un cespuglio… Che sia una tattica del mio diabolico gregario per segnare il percorso e ritrovarlo quando, a fine maggio, saremo qui per la rando ufficiale?
Dopo St Michel, ancora una breve discesa; svolta a destra e poco oltre a sinistra, salitella verso St Martin les Eaux. Ormai è chiaro che le previsioni di Matteo erano decisamente ottimistiche: sosteneva, ieri, che saremmo tornati all’auto a Valensole per le sei e mezza del mattino, e invece le sei e mezza sono passate da un pezzo e siamo ancora ben lontani! Dobbiamo scollinare questa dolcissima salita finalmente baciata da un sole appena tiepido, scendere a Manosque, risalire a Valensole.
Dopo tanti chilometri di campagna, colline, borghi, Manosque è la città più caotica che incontriamo; enorme, sparsa nella pianura, casermoni fabbriche fumi traffico. Ci tocca superare innumerevoli semafori, porgendo alla strada ed alle auto un’attenzione che non sono sicura di poter prestare, nello stato in cui sono. Ho mangiato mezz’ora fa ed ho ancora fame… Approfitto di una pausa per svestirmi e scavare nelle tasche dello zaino a caccia di quel che resta di commestibile: due fruttini ricoperti di zucchero, meglio che niente; tra poco saremo all’auto e potremo far rifornimento.

La salita a Valensole non è lunga né difficile, ma è dritta come un fuso, su uno stradone largo; è alienante, ma se non altro qui fa caldo, almeno finché si sale. La vicinanza della salvezza ha su di me un effetto corroborante; ho ritrovato entusiasmo e forza, tanto che non m’arrabbio nemmeno sugli ultimi chilometri di falsopiano tra le file sinuose delle piante di lavanda, che spuntano da una terra secca color dell’oro. Sullo sfondo s’intravede il Ventoux, il suo cappuccio di sassi e sabbia coperto da un altro cappuccio di neve. Si pedala, si pedala senza arrivare mai; i tetti di Valensole compaiono solo quando siamo di fatto arrivati. Il paese, la piazza, il furgone, urlo liberatorio: abbiamo già macinato 390 km…

…ci resta ora la decisione cruciale: e il giro delle Gorges? Ne abbiamo già parlato parecchio, pedalando. L’idea originaria sarebbe stata ripartire da qui, dopo adeguata sosta per rifocillarsi, e proseguire verso Moustiers; però, per far questo, avremmo dovuto arrivare al furgone ad un’ora decente, appunto, l’ora prevista da Matteo. Con il ritardo di quattro ore buone che abbiamo accumulato, o meglio, che ho accumulato, ripartendo da qui rischiamo di tornare al furgone a notte fonda: e non credo proprio di essere in grado di sopportare, nelle mie condizioni, altro buio in bici. La soluzione migliore l’ha già elaborata Matteo: mangiamo, ci riposiamo un momento, ripartiamo col furgone verso Moustiers e da lì ci riserviamo, in bici, la parte migliore, il giro delle Gorges. Approvo: in realtà non sono affatto convinta di potercela fare; sono stanchissima e fiacca, ma non ammetto di rinunciare così, a priori, senza almeno aver tentato. E poi so che Matteo non approverebbe. Dai Gian, fai questo sforzo, in fondo sono ancora ottanta km, poco più.
Appoggiamo le bici e ci buttiamo all’assalto delle scorte alimentari. Il primo a cadere sotto le nostre implacabili zanne è una specie di bastone di mezzo metro di lunghezza ed otto etti di peso, una sorta di enorme plumcake sulla cui confezione è scritto “pur beurre”. Matteo lo taglia a fette, spalmandoci sopra marmellata di albicocche. A ciò s’aggiungono i biscotti al cioccolato ed il pane da sbocconcellare; tutto finisce giù per l’esofago, col rumore dell’acqua che scorre via dal lavandino, dentro il tubo dello scarico. Mi sento un po’ come un leone che di tanto in tanto alza la testa dalla carcassa della preda e guarda davanti a sé con le zanne grondanti sangue…

Carichiamo le bici, ripartiamo verso Moustiers. Son pochi chilometri, in cui mi addormento e mi risveglio mille volte, intontita dal viaggio e sballottata dalle curve. Anche quando gli occhi sono aperti, però, il cervello è fuori uso; vedo immagini e luoghi, ma fatico a capire dove mi trovo e perché. Sono a metà tra il sogno e la realtà, anche quando s’arriva a Moustiers, si vede il lago. Matteo parcheggia lungo la salita che da Moustiers sale verso La Palud, quindi in un punto del giro delle Gorges, ma in senso opposto a quello in cui lo andremo a percorrere tra poco, ad un chilometro circa dal bivio di fondovalle. Tempo due secondi e siamo entrambi nel più profondo del sonno.

Riemergiamo dal coma un’oretta dopo, almeno credo. Mi sveglio più per i brividi di freddo che per altro: ormai è suppergiù mezzogiorno, il sole splende, ma il corpaccione fa quello che può; è confuso pure lui, non sa più regolarsi nemmeno con la temperatura. Matteo, che è un omino pragmatico, estrae fornellino a gas, pentola e confezione di spaghetti; prima ancora che io riesca a riordinare le idee e passare perlomeno in posizione seduta, lui è già lì in quel francobollo di piazzola, intento a mescolare gli spaghetti spezzati a metà. “Ne vuoi anche tu?”. No grazie… Io sono pigra, talmente pigra che non solo mi dà fastidio cucinare per me stessa, ma persino vedere che altri cucinano per me! Mi aggiro un po’ intontita tra il furgone e la strada, poi, per non saper né leggere né scrivere, attacco un’altra fetta del plumcake, ormai ridotto alla metà di quel che era in origine – incredibili i fenomeni di evaporazione che si verificano da queste parti! Il giro che ci attende ora è più breve e perfettamente noto; un’ottantina di km, in luogo ormai perfettamente noto e, pare, con il favore di un bel sole caldo, anche se l’aria rimane frizzante. Sono insieme elettrizzata e preoccupata. Questo giro s’ha da fare, non c’è dubbio: i 390 km macinati finora sono tanti, ma non ancora abbastanza da cedere alla tentazione della resa. In fondo, ciò di cui io sono perennemente a caccia è il mio limite: bene, non ammetto che il limite sia questo. Adesso sono stravolta a sufficienza per fare l’esperimento: in questo stato, di sonno e stanchezza fisica, quanto posso ancora andare avanti? Mi piacerebbe far tutto il giro, compresa la splendida Route des Cretes… Matteo a quest’ultima uscita è scettico. Sì, forse ha ragione; ridimensioniamo: cominciamo a pensare al giro “tradizionale”, poi, quando saremo al bivio per la Route des Cretes, ci penseremo. Allora, e solo allora.

Lascio l’accampamento qualche minuto prima di Matteo, ancora intento a raccattare il pentolame. Un chilometro di discesa, più o meno, e sono alla rotonda che, svoltando a sinistra, conduce verso lo splendido Lac de Sainte Croix. Motociclisti a profusione, auto, turisti, traffico; le rive del lago sembrano tante piccole Rimini, formicolio di bagnanti ancora un po’ dubbiosi, professionisti delle mascelle, marmocchi urlanti. Provo a girar le gambe ed è un dramma: mi sento completamente vuota, senza forze, le gambe irrigidite, come gonfie, costrette nei pantaloni ¾; il cuore che non si sente più, chissà se batte ancora o se sono già defunta. No, defunta no; non credo che nell’aldilà si senta profumo di braciole. Qualche chilometro di falsopiano e discesa, in cui mi sforzo con tutta me stessa di costringermi alla calma: non devo cedere allo sconforto; in fondo è normale che mi senta disfatta, sono appena ripartita; non appena i muscoli si saranno un po’ scaldati, andrà meglio. L’importante è andar piano, risparmiare. E non è che possa far molto di più: mi manca il fiato… Ciclisti mi sorpassano di gran carriera, ma non me ne preoccupo; per me conta solo l’arrivo del bivio. Aiguines: finalmente inizia la salita. Blanda ma costante, cinque o sei km fino al paese, qualche tornante, la vista sul lago giù in basso, enorme, e su quattro enormi tralicci, altissimi sia rispetto agli altri vicini che ad alcuni edifici già dall’aspetto molto alto; saranno antenne, chissà, e chissà come fanno a restare in piedi, con quell’unica dimensione verticale tanto esagerata. Non so cosa siano, andrò a documentarmi, intanto mi alzo sui pedali, rilancio un po’, soprattutto concedo sollievo al soprasella che, poverello, non si lamenta mai ma soffre! Devo avere davvero un aspetto tremendo… Però, curva dopo curva, continuo a salire. Di lì a poco, ecco Matteo; mi affianca, si ferma, con nonchalance allunga e mi riprende; beato lui che ha ancora tutte queste energie! Io conto i chilometri ad Aiguines, alla fontana, al pieno della borraccia: ora che fa così caldo, bere diventa indispensabile anche per me. Breve tappa all’idrante, poi via di qui: bel paesino, niente da dire, ma c’è troppa umanità. Adesso sì che si sale sul serio: ci arrampichiamo lungo la parete delle Gorges, la Corniche Sublime, noi con le ruote ed i pedali, laddove tanti appassionati si arrampicano sul serio. Tanti altri, meno temerari, si limitano ad affacciarsi ai parapetti e scattare foto; anche quella, però, è già una mossa troppo audace per i miei gusti. Mi accontento di guardare quel che si può vedere restando saldamente abbarbicati sull’asfalto, dal lato della parete per giunta; da qui posso solo intravedere, di tanto in tanto, il nastro azzurro verde del fiume, laggiù in fondo, anni luce là in fondo. Avevo ragione, la salita ha fatto bene alle gambe, che ora, seppure stanche, girano meglio. Anche il morale risente dei tiepidi raggi del sole: si chiacchiera volentieri, si spettegola, si misura di tanto in tanto, ad occhio, il tonnellaggio presunto di certe turiste non proprio filiformi.
La discesa dal primo colle – qui ci son diecimila colli, ogni dosso diventa un colle con tanto di nome e targhetta – è lunga e tormentosa, anche se per fortuna la luce intensa tiene lontano, per ora, il sonno. Strada stretta ed un certo traffico di turisti, per quanto insolitamente pazienti, mi costringono a scendere a freni tirati e nervi tesi. Dalla fine della discesa in poi, la pendenza si invertirà infinite volte; brevi tratti di salita, discese altrettanto corte, poi ancora saliscendi, roba da giocarsi i garretti. Ancora fame, nonostante la quantità vergognosa di roba che ho già ingurgitato: sono davvero un inceneritore, e di quelli ben poco efficienti anche! Hai voglia a tamponare con i fruttini…
In cielo si rincorrono le nuvole; chissà che il tempo non voglia guastarsi. Seguo con gli occhi, con un po’ di preoccupazione, la linea della strada che sembra salire tantissimo; in realtà è solo l’effetto della mia ansia, perché poco dopo ci passo e mi rendo conto che in fondo non è nulla di terribile. Superiamo lo splendido Pont de l’Artuby, che per me significa il giro di boa anche se non so se siamo esattamente a metà, prima o dopo il giro; poi, ancora salita blanda in mezzo al verde – qui ci siamo un po’ allontanati dal vero e proprio canyon del Verdon, ci sono prati ed animali al pascolo.
Discesa sull’abitato di Trigance, un altro piccolo gioiello a cui la strada passa accanto, uno di quei luoghi sospesi in un tempo indefinito ma certo passato, ed un ponticello strettissimo ci immette sulla strada verso il Pont de Soleils. Ancora falsipiani che percorro ormai a velocità da lumaca: non capisco se sia la testa, che non ce la fa più, o le gambe… Sto litigando già da un po’ con un dolore forte ai piedi, la parte proprio sotto le dita, quella su cui il piede appoggia per la spinta della pedalata; ogni colpo di pedale diventa un supplizio, non c’è verso di spostare il punto di applicazione della forza. Sento le piante dei piedi doloranti e gonfie. Mi succede, di tanto in tanto; forse dovrei provare a togliere le scarpe qualche minuto. Ma, per ora, decido di procedere. Al Pont des Soleils, altra svolta a sinistra per una splendida strada con pareti a picco e strapiombanti, che corre per un tratto lungo il Verdon: in quell’acqua che immagino gelida vorrei tanto immergere i piedi.
Sogno la Coca Cola: ho proposto di comprarla sulla via del ritorno in auto; Matteo ha rilanciato: “Potremmo prenderla a La Palud”. Da quel momento, La Palud è la mia prossima, agognatissima meta. Non capisco, davvero, se questo stato di sfinimento in cui sono piombata sia davvero una questione di stanchezza, o non piuttosto di “stufezza”, che è diverso; insomma, non capisco se siano le gambe a chiedere pietà o la testa a dire basta. Il guaio è che, come fa giustamente notare Matteo, se ci toccasse una salita vera, lunga, soffriremmo magari il primo chilometro, in cui i muscoli spossati si adattano allo sforzo, ma poi prenderemmo il nostro passo e via; invece, qui, la pendenza cambia di continuo, con quelle salite brevi e blande che, anziché essere d’aiuto, fiaccano l’animo. E, se fin qui ho tenuto i neuroni più o meno a posto, per quanto possa riuscirci io che non sono un esempio di autocontrollo, ora mi accorgo che non ce la faccio più e che proprio non ne posso più. E pure l’inossidabile Matteo dà segni di insofferenza: non glielo dico, ma non ha idea di quanto ciò mi consoli. Se è stufo lui, vuol dire che ce n’è proprio motivo. E allora noi, proprio noi salitomani incalliti, ci ritroviamo ad ululare alla luna anche se è tardo pomeriggio e splende ancora il sole, solo un po’ velato e meno caldo di prima. Un po’ mi sento vigliacca ed “incompleta” a rinunciare alla Route des Cretes, salita davvero tosta, di tutto rispetto. Certo, se deviassimo per le Cretes, ritarderemmo di molto il rientro all’auto e di conseguenza a casa, e poi nel giro delle Gorges non abbiamo portato le luci; sono scuse più che valide, ma non tacitano la mia coscienza ciclistica. Ce la farei ancora a salire lassù? Passiamo davanti al bivio, tiriamo dritto. Ma no Gian, non stasera. Come, non stasera? E quando sarà il giorno del Raid, quello vero, come farai, se adesso non ti senti di andar su? Sì, è vero, ma al Raid non avrò due notti insonni e sessanta km a piedi alle spalle. Tra questi ed altri pensieri contorti, ancora qualche centinaio di metri di lamentosissima salita e siamo a La Palud. Coca? Meglio… Incredibile dictu, c’è ancora un supermercatino aperto!!! Allora sì, Coca, ma una bottiglia intera, e qualche provvista per il viaggio di ritorno: l’immancabile carburante delle nostre rando, il Camembert! Acquistato, come sempre, dopo oculata scelta della confezione su cui è indicata la massa grassa più alta. Mamma mia, mi vengono i brividi; in questi due giorni mi sono nutrita di pane, Camembert, cioccolato, biscotti, pizze, croissants, barrette, gelatine di frutta. Chissà cosa ne direbbe un medico sportivo?
Appena usciti, sulla soglia, la ferale notizia: ancora 100 m di dislivello. Come, ancora 100 m? No, basta, non se ne può più, basta!!! Intono il lamento del pastore tibetano, come Zio Paperone ogni volta che trova il deposito vuoto; un po’ per scherzo, un po’ per drammatica realtà… Sguardo implorante, pieno di speranza oltre ogni curva, desiderio di veder spuntare il colle, anche se chiamare quello “colle”, e questa “salita”, è quasi un insulto ai colli ed alle salite. Non è la strada che pende, sono io che non vado più avanti. Il rifiuto ormai è assoluto, radicale. Eccolo, il cartello, Col d’Ayens: ti odio, Col d’Ayens, sei il colle più brutto ed inutile che abbia mai valicato!
Matteo inizia la discesa con me, poi s’avvantaggia un po’, per arrivare prima al furgone ed iniziare i preparativi per la partenza. E’ solo la seconda volta che s’allontana per andare un po’ più forte: la prima è stata, per necessità, la rampa di La Roque d’Antheron, ma solo perché, procedendo alla mia velocità, lì si sarebbe coricato su un fianco. Questione di fisica. Lo guardo allontanarsi e penso che questa ennesima splendida avventura è un’altra di quelle che devo a lui, non solo alla sua presenza ma alla pazienza che ha avuto nell’essermi sempre vicino. Ed all’effetto calmante che riesce a produrre, credo unico essere umano al mondo, sul mio carattere a dir poco esagitato. Sì, credo sia l’unica persona che, di fronte ad un problema per cui io sono sul punto di perdere il lume della ragione, sappia darmi un consiglio o indurmi ad una scelta senza provocare la mia reazione distruttiva cosmica.
Una dozzina di km di discesa, interrotti da un lungo falsopiano in salita che non ho più nemmeno la forza di insultare; ormai potrei affrontare passivamente qualsiasi prova… Sono al di là del bene e del male.
Arrivo al furgone che Matteo s’è già bell’e sistemato e lavato con doccia di fortuna “alla bottiglia”: questo per dare l’idea di quanto ritardo riesco ad accumulare in una discesa da poco più di dieci km… A mia parziale discolpa, però, c’è da dire che ho abbandonato qualsiasi velleità, spento la luce, lasciato fare alla forza di gravità. Smonto di bici, definitivamente per oggi: alle spalle, da ieri mattina, 475 km e poco più di 7.000 m di dislivello in salita. Come sono freddi, i numeri. Non rivelano nulla di ciò che abbiamo vissuto. Nemmeno le mie ossa, del resto, lo rivelano, non ora. La soddisfazione è il più potente degli anestetici. Mi sistemo anch’io, alla bell’e meglio, giusto per assumere un minimo di aspetto civile, o forse per ritardare ancora un poco l’inevitabile momento della partenza.
Ritroverò la Opel, a Savona, dopo innumerevoli ore di viaggio e di pause, merito di uno stoico Matteo che davvero non so come faccia a restare sveglio. Vorrei fargli compagnia nella trasferta, ma non riesco, io, ad evitare di cadere addormentata di continuo, svegliarmi di soprassalto, guardarmi intorno, spiccicare due parole, riaddormentarmi. Se non altro, questa minima scorta di riposo mi permette poi di portare l’Opelona a casa, sana e salva, con l’intermezzo di un doppio caffé. Alle cinque a casa, due ore di nanna e poi… Via in ufficio!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!