12 febbraio 2012 – Di corsa da Ceva a Bergeggi, via Melogno

Ci sono varie scuole di pensiero circa il miglior modo di prepararsi ad affrontare la Siberia. Chi sostiene che sia meglio restare a lungo in un ambiente surriscaldato, in modo da buttarsi fuori con una buona scorta di calore in corpo, e chi invece ritiene che sia più saggio abituarsi al freddo per gradi, onde evitare lo sbalzo di temperatura. Razionalmente, mi schiero dalla parte della seconda tesi… Ma la mia viltà mi impedisce di essere nei fatti fedele all’idea. Così, quando raggiungo la piazza centrale di Ceva, l’abitacolo della Opel è una succursale dell’Inferno, almeno quanto a temperatura. Mancano dieci minuti alle cinque, è buio pesto e l’ultimo termometro che ho letto segnava diciassette gradi. Sotto zero, ovvio.

Troppo tardi per chiedermi se quel che sto per fare abbia senso o no. Un’auto è ferma ad una decina di metri da me, i fari puntati proprio qui; un’altra auto arriva poco dopo e si accosta alla prima. Saranno i nottambuli del sabato sera sconfinato nella domenica mattina. Ed è probabile che io sia per loro nient’altro che il prodotto della sbornia ancora da smaltire. Tre strati di maglie, la giacca antivento, i guanti spessi, il berretto… Ma, in un eccesso di fiducia o in un accesso di follia, i pantaloni 3/4, con tanto di polpaccio nudo.

Con quel poco di autonomia di movimento delle dita che il freddo mi concede prima di congelarmele del tutto, chiudo la Opel e sistemo la chiave al sicuro in una tasca dello zainetto. Poi stringo gli spallacci e, finalmente, parto, di corsa. Il paese è deserto, non fosse che per il viavai dei colleghi dei nottambuli di prima; le luci fioche dei lampioni illuminano i cumuli grigi di neve sporca ammassata sui marciapiedi, ai bordi delle strade; le insegne dei negozi luccicano su vetrine buie o nascoste dalle serrande. Il freddo è feroce; centinaia di spilli si piantano nelle gambe, anche nella parte coperta dal pantalone, nelle mani, risalgono lungo le braccia, fino alla schiena ed al torace. Meno male che la salita comincia subito… Tra le ultime case del paese, le imposte ancora chiuse, l’area di servizio deserta. Respiro gelo.

Ho dimenticato la luce frontale, stamattina; mi attendono un paio d’ore di buio, prima che sorga il sole, ma non è un problema: la luce della luna, anch’essa fredda e fioca, è tuttavia più che sufficiente ad illuminarmi il cammino, per effetto del riverbero della neve. Due sole sfumature disegnano il paesaggio, il nero ed una via di mezzo tra il grigio e l’azzurro. Qua e là, un lampioncino nel cortile di una cascina spicca come un errore in un malinconico dipinto invernale: il lume inganna, vorrebbe indicare presenza umana, ma nulla muove. Se è possibile che il suono si congeli, stamattina accade anche questo: non un rumore di frasche, né di acqua che scorre – e sì che il corso d’acqua è qui accanto -, non il latrato di un cane. Un silenzio pesante, quasi oppressivo, in cui il fruscio dello zaino sulla giacca assume le proporzioni di un frastuono assordante.

Costringo i garretti ad un trotto più vivace di quanto prudenza suggerirebbe, davanti alla prospettiva di oltre ottanta km di corsa. Non riesco a scaldarmi. Per ora, strano a dirsi, il cuoricino risponde bene e la pancia non ha nulla da obiettare. Lastre di ghiaccio, sabbia e sale crepitano sotto le suole. Il tratto iniziale della salita, con pendenza blanda, è stretto tra due pareti di roccia alte ed incombenti; incontro qui la prima ed unica auto prima di Paroldo. Come da copione, il piccolo fuoristrada rallenta e mi passa accanto quasi con cautela; non riesco a vedere, ma posso immaginare lo sguardo allibito del pilota. Più avanti, la valle si allarga, invasa dalla luce della luna; i contorni emergono a fatica, il nero si stacca dall’azzurro e crea forme che è difficile distinguere. Le mani nei guanti strappano già smorfie di dolore: le scuoto, chiudo e riapro le dita, le porto alla bocca per scaldarle con il fiato, ma non c’è verso. Fa troppo freddo. Il cielo appena velato lascia intravedere qualche timida stella. Distinguo a fatica i contorni delle colline. Varrebbe la pena di guardarsi intorno con più attenzione… Ma il freddo graffia la faccia; solo tenendo la testa piegata verso il basso riesco a difendermi un po’.

La frazione Bovine è un nugolo di case fantasma. Sembra impossibile che, dietro le imposte delle case, possa percepirsi anche solo un sospiro. Mi immagino per un momento anch’io, come gli abitanti di queste poche case, arrotolata sotto le coperte al calduccio… Ma no, non è vero, il mio posto è qui. Accolgo con sollievo i due o tre tornanti che mi avvicinano a Paroldo: lo sguardo spazia su tutta la vallata, giù giù, verso Ceva, e poi sempre più vicino, fino a contare i fili d’erba imprigionati nel loro sarcofago di ghiaccio.Le gambe bruciano come se fossero immerse nell’acqua bollente, quando in realtà è proprio il contrario. La pulizia delle strade lascia un po’ a desiderare; corro ormai da un po’ su un insidioso strato di ghiaccio che crepita sotto le suole, ma spesso non si spacca e forma uno scudo scivolosissimo, un tentativo di omicidio bello e buono nei confronti dei miei garretti. La luce gialla dei lampioni non rischiara nessuno, oltre a me. Ancora due tornanti ed anche Paroldo, sonnacchiosa, è alle spalle; proseguo la mia corsa. Le gambe hanno preso un buon ritmo; il gelo morde, ma qui è tutto così silenzioso e così bello. E’ vero, il neurone non può fare a meno di tornare sempre lì, alle grane del lavoro, ai rapporti familiari che giorno dopo giorno scendono un gradino in più lungo la scala inesorabile della dissoluzione, alle prospettive incerte, alla fatidica domanda “Adesso cosa faccio?”. Domanda che abbraccia ogni campo dell’umana esistenza, perlomeno la mia, ma che, da quassù, sembra un po’ meno assillante. E, se da quassù non si trova una risposta, è solo perché la risposta non c’è, il rimedio nemmeno. Indietro non si può tornare; la strada non si può scegliere, in certe circostanze tocca percorrere quella che c’è. Oppure uscire fuori e prender la via dei campi, senza traccia e con chissà quale meta. Ma ci vuole un coraggio che io non ho.

I fanali posteriori di un’auto, in lontananza, mi ricordano, a proposito, che manca poco al bivio: calpesterò neve e ghiaccio ancora per un chilometro, nella speranza che la strada alta, un po’ più battuta, sia anche più pulita.

Avverto qui oggi, per la prima volta, il latrato di un cane. Posso solo intuirne la provenienza, giù da qualche punto del pendio alla mia destra; c’è una cascina. E’ ancora buio. L’area di servizio, appena oltre la rotonda, è desolante nella fioca luce verdognola delle insegne, che si sforza di illuminare il nulla. Il bar, lì accanto, serrande abbassate. Ovvio, chi vuoi che passi di qua a quest’ora di domenica.

Speravo in un provvidenziale fenomeno di inversione termica… Ma, a quanto pare, in fatto di meteorologia non capisco granché. Fa freddo quassù, tanto quanto laggiù a Ceva. Anzi peggio, se possibile: spira un venticello che s’infila, non so come, tra gli innumerevoli strati di vestiario, fino ad arrivare proprio sul collo, dietro, come una scaglia di ghiaccio. Ho la sensazione che sarà dura! In compenso, da quassù si gode il panorama irreale di un’alba al contrario: il cielo ancora nero; le distese di neve che prevalgono alla vista e si colorano di un azzurro tenue alla luce della luna, dando invece l’impressione del chiarore del primo sole. Lunghi saliscendi fino a Montezemolo; mi sforzo di correre a buon ritmo, perché ora non ho più nemmeno il conforto del calore della salita più o meno continua. A lato, la strada è sepolta sotto un insidioso strato di ghiaccio, che posso però evitare correndo comodamente al centro della strada. Non c’è traccia di auto.

Quasi senza che me ne accorga, il cielo è già più chiaro quando rialzo gli occhi, riemergendo da chissà quale meditazione. E’ sorprendente come le gambe conoscano ormai il loro compito, anche se il neurone ogni tanto si allontana per altri lidi. La giornata non si annuncia radiosa: nuvole alte, sottili, si affrettano a fermare i pochi deboli raggi di sole in viaggio verso la terra. Le piante sono cariche di neve, ma non una goccia sfugge alla morsa del gelo. La bellissima “casa rossa”, la salita, il generatore eolico, ancor più sinistro, quasi uno scheletro contro il cielo diafano; la chiesetta, le case di Arbi, il mio amico maremmano che anche oggi, immancabile, mi dedica uno dei suoi tonanti abbai. Io non lo abbandonerei in giardino, nonostante la sua foltissima pelliccia bianca. Lo terrei nel lettone!

Ho rinunciato ormai da un po’ all’uso delle mani. Il dolore è davvero forte, nonostante io gesticoli furiosamente per scaldarle, neanche mi avesse morsa una tarantola. Il sangue non ce la fa. Del resto, non posso stupirmi; sono quella che, a sera di qualsiasi stagione, va a nanna con mani e piedi che sembrano bottiglie di Champagne tenute nel secchiello del ghiaccio fino ad un attimo prima. La circolazione periferica lascia a desiderare

A Montezemolo sopravvivono due di quei negozietti che sembrano usciti da un film del primo dopoguerra, quelle vetrine che espongono di tutto, dal prosciutto al detersivo. Per la verità, uno dei due è una panetteria: il vetro nascosto dalla condensa del calore interno, un profumo inebriante che sfugge nonostante porte e finestre sbarrate. Mi torna in mente la bottega di un viaggio di qualche anno fa, in un minuscolo paese sperduto nei Vosgi, un locale ancor più lillipuziano, scaffali di legno, bancone consunto e tarlato, ovunque la polvere del tempo. Ma la pizza, sì, proprio una vera pizza rotonda, che avevo scorto come un miraggio e comprato, forte della fame del viaggio in bici, aveva un sapore squisito.

Mi piacerebbe moltissimo poter visitare il castello. Credo sia abitato, o quantomeno custodito; bello così come sono belle e ricche di fascino quasi tutte le altre abitazioni del paesello, i muri in pietra, i ballatoi in legno. Alcune ristrutturate con gusto.

Mi volto verso sinistra, quasi per caso: un enorme sole rosso sta sorgendo tra le fronde della boscaglia. Una visione mozzafiato, che però, purtroppo, non posso immortalare. Le mani sono troppo gelate per maneggiare la macchina fotografica. E il sole va su troppo in fretta… Fermarmi, non se ne parla nemmeno. -15°C, sentenzia il termometro nei pressi della rotonda dei motociclisti. Non ci posso credere… E adesso mi tocca scendere!

La luce del sole non arriva ancora a me. E sarebbe in ogni caso troppo fioca. Corro sul bordo, più che posso, e già così la neve accumulata mi costringe ad invadere un po’ la carreggiata. Qualche auto, qui, si muove. Freddo… L’intenzione era di percorrere la strada secondaria, per evitare la galleria. Ma ci rinuncio, per due buone ragioni: primo, perché un’occhiata al bivio mi basta per capire che la stradina è stata rimpiazzata da una pista di pattinaggio su ghiaccio; secondo, perché ho disperatamente bisogno di un po’ di conforto termico. E la galleria, per quanto orribile possa essere agli occhi di un podista o di un ciclista, offre quel conforto. Pochi gradi di differenza, probabilmente, ma l’effetto è adorabile. Le mani, sfregate, scosse, aperte e chiuse senza sosta, riprendono un po’ di vita. Solo gli occhi faticano un po’: prima erano le lacrime versate in reazione al freddo che oscuravano la pupilla, ora sono le lenti degli occhiali fotocromatici, che, ho scoperto “sul campo”, impiegano un’eternità a tornare chiare a questa temperatura.

Questo è uno dei rari casi in cui la fine della galleria non è un sollievo. Sapessi almeno di uscire sotto una doccia di sole sfavillante… Invece no, grigiume e gelo, come prima. I brividi risalgono le braccia, la schiena. La strada scende nell’imbuto di Millesimo; la neve continua a crepitare sotto i piedi. Non c’è comignolo senza il suo sbuffo di fumo; le stufe, di questi tempi, fanno gli straordinari… Grigio è il colore dominante; grigio dell’asfalto, del muraglione di cemento, del viadotto dell’autostrada. Una cioccolata calda è il miraggio che coccolo ormai da molti chilometri: in piazza, appena arrivo in piazza, promesso… Al bivio verso il centro del paese, mi imbatto nel furgone del Team Marchisio: ciclisti in partenza! Questi sono completamente matti, a meno che il veicolo non li scarrozzi fino al mare. E comunque anche lì, oggi, ci vuole del coraggio a salire su una bici da corsa!

Nella via centrale, ci sono solo due bar aperti. Tutt’e due presidiati da grappoli di persone sulla soglia, intente a chiacchierare e sfumacchiare. Esito per un attimo; sento gli sguardi interrogativi, lascio perdere, passo oltre il primo locale, passo oltre il secondo. Inutile sperare in una terza possibilità. Sarei curiosa io stessa di sapere il motivo di questa sorta di timidezza… Si stava così bene, fino a poco fa, in mezzo al nulla. Del resto, non posso certo pretendere che gli esercizi pubblici di Millesimo campino sulla mia cioccolata!

Con il freddo ormai conficcato nelle ossa, mi lascio alle spalle Millesimo, il triste casermone sulla sinistra, appena prima dell’incrocio, e prendo la direzione di Calizzano. Un fondovalle incassato, gelido, terribile, dove sembra che il sole non penetri da mesi: eppure ci sono delle abitazioni, delle aziende, c’è vita! Il ponte sul torrente Bormida, una distesa bianca immobile, ancora sabbia e sale. Non ricordo quanto dista da qui il bivio per il Colle del Melogno; è una strada che ho percorso spesso, ma in bici. Non riesco a confrontare l’idea della distanza. Guardo i tetti, i comignoli, qualsiasi minima superficie che offre appoggio, tutto sepolto da almeno trenta cm di neve, forse anche di più. Rattrappisco il collo per nascondere un po’ il mento sotto il bavero della giacca, a caccia di un minimo illusorio tepore. I polpacci sono paonazzi, i piedi non si sentono più. Le mani si sentono eccome, ed urlano di dolore. Non potrei nemmeno aprire la tasca dello zaino: ho fame già da un po’, ma me la tengo, perché tanto non potrei articolare le dita. Attraverso un abitato: il fumo dei comignoli è l’unico segno di presenza umana; nessuno alle finestre, nessuno nei cortili né per la strada. Questa valle è un inferno di gelo, uno dei luoghi più inospitali che abbia mai attraversato! Non c’è un filo d’erba che non sia prigioniero di un sarcofago di ghiaccio…

Il bivio, finalmente. Non ci speravo più. Osiglia. Colle del Melogno, 20 km. Beh… L’appuntamento con Matteo è all’incirca all’altezza della locanda, circa un chilometro prima del Melogno; in ogni caso, mi ci vorranno due ore e mezza almeno, per arrivarci. A fatica estraggo dalla tasca il telefonino: sono le nove e venti. La previsione del mio compare, tanto per cambiare, si rivela clamorosamente ottimistica. Del resto, che posso farci? Più di così non posso correre. Farò del mio meglio, ma arriverò lassù in clamoroso ritardo. Anche perché ho disperatamente bisogno di una sosta…

Percorro il lungo falsopiano tra neve, rocce e boscaglia, mentre i raggi del sole sembrano finalmente farsi strada attraverso la nebbia sospesa. Solo qualche fruscìo improvviso, di tanto in tanto, mi distoglie dai pensieri, qualche traccia di zampe nella neve. Salita impercettibile ma senza interruzione; combatto contro la tentazione di allungare il passo, perché prima o poi toccherà affrontare davvero il dislivello… E per le gambe sarà dura.

Ricordavo qualche tornante per superare lo “scalino” della diga di Osiglia. In effetti, ci arrivo: lassù in alto, sulla destra, gli edifici attigui alla diga, piccoli piccoli. La pendenza rinforza d’improvviso. Continuo a correre, anche se il passo è tale che probabilmente, camminando, procederei alla medesima velocità. Ma posso osare, in allenamento. Non mi passerebbe per l’anticamera del cervello di infliggermi uno sforzo simile, del tutto inutile, in gara, ma qui… Qui ci devo provare.

Il lago spunta subito dopo una curva secca. E’ completamente ghiacciato: una gigantesca pista di pattinaggio, spettacolare. Il calore del corpo in salita, però, si scontra immediatamente con il freddo e la leggera brezza del trotto in piano, lungo la superficie dell’acqua: ancora una volta, brividi al tronco e nella schiena, gelo alle mani. E pancia che brontola, reclama le spettanze. Il tratto di strada quasi rettilineo che precede Osiglia è infinito. Osservo l’altra sponda del lago e mi pare che ciu sia, laggiù, un po’ di sole in più… Ma è anche vero che la coda che si smaltisce più in fretta è sempre quella a fianco. Che razza di temperatura troverò a ridosso dei mille metri?

Un nugolo di case, una pensilina del bus. Avanti, ancora, e speriamo di trovare un bar ad Osiglia. Sarà un’ossessione la mia, ma ho bisogno di buttar giù qualcosa di caldo… Cartelli fissati alla palizzata di legno segnano la distanza ogni 200 m. Resti di chissà quale corsa. Il paese si avvicina. C’è una casetta in legno sulla destra; pare un piccolo bar… Sì, è un bar. Ma sarà chiuso, poco ma sicuro… Invece no; quasi non credo ai miei occhi: un avventore si ferma, scende dall’auto, entra. Euforia… Mi avvicino anch’io alla severa porta in legno; sporgo dentro la capoccia: mi invade un abbraccio caldo, il fuoco di una stufa che sfavilla nella penombra del piccolo locale tutto in legno. Entro con il fermo proposito di non uscirne mai più! Due uomini taciturni, dall’aspetto burbero, fanno da coro ad un barista giovane, paffuto e simpatico, con marcato accento ligure e buona disposizione alla chiacchiera. “Bici?” domanda, appena mi squadra. “No… Di corsa, a piedi”. Si informa sul mio viaggio: da dove arrivo, qual è la mia destinazione. “Devo arrivare a Bergeggi – spiego – ma dal Melogno in poi sarò in compagnia di un amico”. E intanto seguo con trepidazione le mani del mio interlocutore, impegnate a dare vita alla mia cioccolata. Poco ci manca che cominci a perder le bave, come i cani quando attendono che il padrone finisca di armeggiare con la loro pappa. Stringere la tazza bollente è insieme un sollievo ed un vivo dolore per lo sbalzo di temperatura… Cucchiaiata dopo cucchiaiata, il fondo appare troppo in fretta. A malincuore, raccolgo le mie cose, lo zaino, il gilet rifrangente; saluto, lancio uno sguardo languido alla stufa… E via, fuori, di corsa, al freddo e al gelo.

Attraverso l’abitato di Osiglia, dove la vita sembra essersi scongelata: un certo viavai di auto e di pedoni anima la via principale; i negozi di alimentari sono aperti, a dispetto della domenica. La cioccolata calda nel pancino mi dà una marcia in più, anche se so bene che si tratta di mera suggestione… Alla chiesetta, la strada si restringe e mi porta oltre il paese, con una ripida rampa che mette a dura prova il mio intento di non smettere di correre. Ma è un breve tratto, oltre il quale la pendenza si attenua. La strada è invasa di neve che va pian piano sciogliendosi; i raggi del sole, qui, fanno sentire un po’ più viva la loro presenza. Si continua a salire, poi, con pendenza un po’ più tollerabile. Ho intenzione di correrla tutta, la salita, o almeno di provarci: vale anche qui la solita storia; correre in salita, per me, è svantaggioso sotto tutti i punti di vista, perché la mia corsa, rispetto alla camminata, non dà alcun vantaggio apprezzabile in termini di velocità e, per giunta, comporta un dispendio di fatica enorme. Senza contare il fatto che le gambe si induriscono, si stancano. Ergo, se fossi in gara mi guarderei bene dal correre. Ma oggi posso anche provarci. In fondo, raggiunto il versante mare, avrò solo più discesa e pianura, o quasi.

Gli scheletri degli alberi paiono ancor più neri per contrasto con la chioma bianca che ne ricopre i rami. Di tanto in tanto, una nuvola polverosa precipita a terra, per ragione di chissà quale turbamento del suo equilibrio. Tracce di piccoli animali, forse lepri, ricamano il manto del sottobosco. C’è persino qualcuno che si avventura su e giù in auto, nonostante la strada sia un pantano di neve che si scioglie. Non credevo di riuscire a vedere acqua in forma liquida, oggi. Con i rigori della notte, non si sarebbe detto… Invece, per qualche istante, riesco persino a sentire caldo alla schiena. Ma non azzardo a levare il giacchino antivento: la brezza che si imbatte nella mia faccia ha un’indole poco piacevole. Gelida, direi.

Chissà a che punto è Matteo. Io sono in perfetto orario rispetto alle mie previsioni, che peraltro non esistono, visto che non avevo la più pallida idea di quanto avrei potuto impiegare a raggiungere il Melogno; lui però, come al solito, avrà fatto i conti su se stesso, anziché su di me. Le mani percepiscono finalmente un po’ di tepore nei guanti. Il sole è incerto, mai davvero libero di spedire qualche raggio fino a qui; strati di nuvole altissime e sottili fanno da schermo, quasi una beffa al mio desiderio di luce. In salita, qualche volta il piede poggia sul liscio e scivola all’indietro. Il ghiaccio non manca. Mi auguro che le scarpe tengano l’acqua ancora per un po’… E che la cima, o perlomeno il versante mare, non siano più troppo lontani. C’è poco da fare; con un posteriore pesante come il mio, correre in salita è dura.

Mentre così rimugino, compare oltre la curva un losco figuro di corsa: è Matteo, che ha mantenuto la promessa. “Ti vengo incontro” ed eccolo qua. Quasi non oso chiedere quanto manchi al bivio con la strada che dal Colle del Melogno va verso Pian dei Corsi… La risposta arriva da sola: “Manca poco”. Sono stufa di correre nel pantano; spero che, sul versante del mare, l’accoglienza del clima e dell’ambiente sia un po’ meno astiosa. Ci si racconta le vicissitudini dei rispettivi viaggi: pare che anche al mare non faccia poi così caldo. Sarà che son rimasta traumatizzata da ore di gelo siberiano, ma ho disperatamente bisogno di conforto termico… Quando Matteo propone una cioccolata calda alla trattoria appena sotto il Melogno, reagisco con entusiasmo. Pazienza se ne ho già incamerata una ad Osiglia: la fame mi tormenta da un po’, anche se le mani sono troppo rigide per cercare le cibarie nello zainetto. E poi non c’è mica granché, nel mio zaino!

Al bivio, sotto un sole sempre più pallido, decidiamo per la svolta a destra. La discesa da Pian dei Corsi, che avevo pensato di percorrere, sarà probabilmente ingombra di neve, per buona parte… Ed io non ho più alcuna voglia di calpestarne. Le gambe si fermano sulla soglia della trattoria. In una giornata così uggiosa, siamo gli unici avventori ed interrompiamo il pranzo dei gestori. Due cioccolate bollenti, a cui io aggiungo una bella brioche: per alleggerire lo zaino, ho risparmiato sulle cibarie, ma qui son circa 45 km nelle gambe ed altri 40 ancora da percorrere. Ce ne sono almeno 16 in discesa, ma ahimé a piedi si fatica anche in discesa!

Buttarsi fuori è un vero atto di coraggio. Voglio credere che, da qui a Finale, il clima conceda un po’ di tepore, ma il sottile strato di nuvole alte non sembra magnanimo oggi. Certo, siamo ben lontani dai -17°C di Ceva, ma ormai il freddo è penetrato fino alle ossa…

La discesa è lunga e noiosa e lascia subito il segno sulle gambe, che si fanno rigide e pesanti. Non solo per me, che soffro in silenzio; anche per Matteo, meno abituato a gioie e dolori della corsa su asfalto. Si lagna, ma corre ben più di me, come sempre.

Curva dopo curva, ormai conosco questa strada a memoria, per averla percorsa innumerevoli volte e con ogni mezzo di locomozione: a piedi, in bici, in auto. Conosco le case, i giardini, le vasche per la raccolta dell’acqua piovana, la vista sul mare, che si distingue a stento dal grigiume dell’ambiente. Il sole tanto desiderato non arriva; in compenso, non si fanno attendere i brividi di freddo, inevitabili in discesa. Si chiacchiera per dimenticare il disagio.

Imbocchiamo il bivio per Eze: la strada, ufficialmente chiusa, permette tuttavia il passaggio a piedi. Un tornante, un breve tratto in mezzo al bosco ed ecco i primi tetti della frazione; i primi fiori, gli alberi di mimosa già ornati di un’inconfondibile sfumatura gialla. Anche qui, il freddo è stato intenso nei giorni scorsi, anche se ben lungi dai -24°C registrati a Carmagnola. Le piante ne hanno un po’ patito; sembra che siano ancora tramortite, incerte sul da farsi: buttar fuori le gemme o scegliere la prudenza, ancora per un po’?

Da Eze in poi, si corre in pianura. Qui non si sente vento; finalmente un po’ di calore. Uno strano silenzio accanto a me: se Matteo tace, significa che è in sofferenza… Nulla di grave, visto che niente traspare dal passo regolare; probabilmente un po’ di indolenzimento. La salitella al piccolo Santuario della Madonna della Guardia, almeno il terzo che conosco in Liguria con questo nome, spezza la monotonia della corsa: ascesa breve, ma decisamente troppo ripida perché abbia senso, per me, provare a correrla. Approfitto del passo tranquillo per godermi le riserve che Matteo ha preparato per me: frutta secca, grana e cioccolato. Graditissimo pasto: ho una fame da lupi e non tardo a vedere il fondo del sacchetto. Tutt’intorno, il paesaggio della costa tramortito dal gelo; una famiglia di asinelli in un recinto che pare Fort Knox; il pendio tagliato a gradoni per sfruttare al meglio ogni metro quadro; ulivi ed ancora mimose. Al Santuario c’è persino una fontanella; bevo il primo ed unico sorso d’acqua della giornata. Poi giù, lungo la serpentina di un bellissimo acciottolato, verso Finale; il passaggio nel centro della parte vecchia, pochi viandanti intabarrati davanti alle vetrine. La salitella sull’Aurelia, nel centro del paese, mi manda un po’ in crisi; Matteo si allontana di gran carriera, mentre io mi sforzo di respingere la sensazione di gambe molli e testa che gira. E’ solo un attimo, prima di raggiungere finalmente il lungomare. Cielo ed acqua color del latte, un sole sempre più malaticcio; pochi coraggiosi a passeggio, e questo è uno dei pochissimi lati positivi del clima impietoso. Altrimenti, a quest’ora, ci toccherebbe fendere la folla a gomitate, oppure rassegnarci a correre sull’asfalto.

Finale, Varigotti, le blande risalite che mettono a dura prova i garretti e lo spettacolo delle scogliere amate da chi arrampica; anche a destra, lato mare, qualche scorcio che di tanto in tanto mette i brividi, ripido com’è. I gabbiani immobili sulle rocce, l’acqua limpidissima al punto da lasciar intravedere le pietre del fondale. Ma il vento rinforza, quasi d’improvviso; come a volerci mettere alla prova, ci porta via da sotto il naso la tranquillità di essere quasi alla fine della gran fatica. Talmente violento e teso da sbilanciare persino una persona a piedi; spesso tocca smettere di correre, anzi procedere di passo, piegati in avanti, il viso sferzato dalle raffiche. Le onde rinforzano, la temperatura sulla pelle scende in picchiata. Fatico a respirare: speriamo che il nostro destino non sia questo fino all’auto… L’isolotto di Bergeggi sembra ancora lontanissimo.

Il passaggio a Noli regala un momento di tregua. Guardo in su, verso la bellissima torre: so che di lì passa un sentiero che permette di evitare un tratto di Aurelia, scendendo direttamente a Spotorno… Ma non ho cuore di proporlo. Non ho proprio voglia di restar fuori più a lungo dello stretto necessario: fa troppo freddo… Di certo la temperatura non supera di molto lo zero, a dispetto del mare, ed io ormai non riesco più a scaldarmi. Non è spacconaggine la mia, quando assicuro a Matteo che potrei correre ancora per un tempo ed una distanza indefiniti; questa è l’opinione delle gambe, del tutto sincera. Ma non ne posso più di riempirmi i polmoni d’aria gelida e patire gli spilli sulla pelle scoperta. In ogni caso, Matteo non mi sembra ansioso di prolungare la permanenza sulla pubblica via, nemmeno lui. A mio parere, la sua avversione per la corsa su asfalto è solo un fatto di convinzione, perché poi, nei fatti, non mostra alcuna difficoltà su qualsiasi distanza; eppure, a sentir lui, sembra quasi il caso di convocare d’urgenza un notaio per raccogliere le ultime volontà…

Oltre i palazzoni orrendi di Spotorno, non resta che l’isolotto a segnare la nostra meta. Già pregusto il riscaldamento del furgone, anche se un po’ mi dispiace abbandonare il mare nell’unica forma in cui lo apprezzo: spiagge deserte, se non per qualche cagnone che corre libero all’inseguimento di un bastoncino; stabilimenti balneari chiusi, barche accatastate a riva. Mi spiace lasciarne qui il profumo.

L’ultima risalita, a Bergeggi, m’impongo di correrla ancora; tanto, ormai, è fatta. Non vedo l’ora di scorgere il furgone. Solo quando mi ci siedo, sono davvero certa che non sia un miraggio… Sono quasi le cinque del pomeriggio quando Matteo mette in moto, destinazione Ceva. Qui ritroviamo la Opel: il mio squilibratissimo compare ci trasferisce la bici. Domani mattina partirà da Carmagnola di buon’ora, per tornare in questo inospitalissimo paese, recuperare il furgone e rientrare a casa, a Genova. Non ho alcuna remora a confessare che non ho alcuna intenzione di accompagnarlo: nemmeno per un brevissimo tratto!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!