12 ottobre 2008 – Trail dei Tre Comuni

“Tranquillo Matteo, io vedo di arrivare per tempo; li avviso io, quelli che distribuiscono i numeri, che tarderai un po’…”. Le ultime parole famose. Quando parcheggio la Opel al Santuario di Albisola, è talmente tardi che non solo Matteo è già arrivato e si è già ritirato il numero di gara, ma addirittura non faccio più in tempo a ritirarlo io! Meno male che posso ancora sistemare la faccenda domattina, dalle 4 alle 5. Povero Matteo, mai una volta che possa contare su di me! Nemmeno per moltare la tenda: sarà che sono particolarmente lenta di comprendonio, ma ho già assistito alla procedura almeno un paio di volte e non riesco proprio a capire com’è che funziona quell’aggeggio! Meno male che non lavoro nell’edilizia…

Pazienza, in un modo o nell’altro, la tenda sta su e la sveglia suonerà domattina alle quattro e un quarto. E questa volta, nonostante siamo in mezzo al prato del Santuario, non sembrano esserci campanili importuni, come a Cantalupo… C’è solo un cane che abbaia forsennato in lontananza, ma a me i cagnoni non danno fastidio, anzi! Però… Perché siamo al mare e fa questo freddo? Checché ne dica Matteo, io sto ibernando; se poi aggiungiamo il fatto che ho anche un certo languorino… Sarà una lunga notte!

Infatti, di tanto in tanto mi sveglio, chiedendomi perché il cellulare non abbia ancora dato segni di vita; intorno al Santuario c’è già movimento, gente che va e viene, perché i percorsi non competitivi consentono partenza libera dalle 4: ovvio che i partecipanti siano già in circolazione con anticipo! E poi, com’è ovvio, non appena mi addormento bene, ma proprio bene… Zac, trilla il cellulare di Matteo, battendo in volata il mio. Soliti grugniti da risveglio dell’orso, solita domanda di rito: “Ma chi me l’ha fatto fare?”. Anni e anni, ed ancora non ho risposta…

Filo al recupero del numero di gara, mentre Matteo smonta l’abuso edilizio in quattro e quattr’otto. E’ sereno, con tanto di luna e di stelle! Ed io son già terrorizzata… Chip alla caviglia; il pettorale invece fila in tasca: non ci sono le spille nella busta, ma non importa, non è fondamentale. E’ più importante invece far colazione: ingoio con l’imbuto i due etti di pasta che ho cotto ieri e che adesso, ovviamente, sono un blocco unico colloso e freddo. Ma mi convinco che sono carboidrati e mi faranno bene! Certo che la pasta di Matteo ha un aspetto più appetitoso… Avrei anche qualcosa di dolce, ma proprio non ce la faccio a far colazione a base di dolci. Devo avere qualche gene dei Paesi del Nord, vista l’affinità con la loro colazione tradizionale! Non mangio wurstel alle quattro del mattino, ma solo perché son vegetariana.

Mi aggiro per il cortile del Santuario, senza meta e con la solita agitazione che cresce. Tanti corridori sono in canotta e pantaloncini corti, mentre io batto i denti per il freddo; tanti, soprattutto, si presentano al via senza zaino: al massimo, una cintura portaborraccia… Mi domando come facciano: io mi porto dietro la casa, come le chiocciole; anche oggi sono perfettamente attrezzata per la pioggia ed il freddo, nonostante le previsioni meteo che assicurano sole e tepore. Non parliamo poi delle scorte di cibo!
Mi guardo intorno e, poco lontano, scorgo due persone che credo di riconoscere come i vincitori di un altro mega trail di due settimane fa, Le Porte di Pietra: tale Barnes e consorte, di cui non ricordo il nome. Ormai comincio ad imparare nomi, luoghi e talenti! Cavoli, che coppia… Chissà che figlio verrebbe fuori da due così! O magari è già nato, questo non lo so. Mah, poi la natura a volte fa scherzi strani; magari cresce un sarchiapone che passa le sue giornate a giocare alla Playstation e mangiar patatine!

Matteo sembra molto più tranquillo e rilassato di me. Ma non resta molto tempo per preoccuparsi: senza alcun preavviso, mentre la gente è ancora sparpagliata per il cortile, vien dato il via: tutti schizzano come saette verso la prima salita. Ci provo anch’io, ma, come sempre, l’avvio per me è drammatico: cuore che batte all’impazzata, fiato che manca, bruciore in gola, il tutto peggiorato dall’ansia di essere già quasi ultima. Qualcuno rimane, dietro di me, ma per poco: passata la rampa iniziale, devo cedere il passo, onde evitare di far da tappo nei primi tratti di saliscendi. Mi rendo conto appieno oggi di un’altra difficoltà seria: la mia vista notturna, che è davvero scarsa ed è un ostacolo non da poco. Faccio molta fatica a mettere a fuoco ciò che guardo, che, ad esempio oggi, è di volta in volta il sasso su cui posare il piede, la prossima curva nel sentiero, il bastoncino rifrangente che segna il sentiero. Sarà che oggi, tutto sommato, sono un po’ più tranquilla: fatto sta che ho modo e tempo di accorgermene. La salita è proprio l’unico terreno su cui me la cavo benino, ma discese e tratti in piano sono una disgrazia, soprattutto se percorsi di notte. Infatti, in breve, sono sola, solissima e staccata. Riavvicino le voci quando la strada impenna un po’, le sento allontanarsi quando la pendenza si inverte; non riesco a valutare, nel buio della notte, la distanza. Notte, che parolone: non è così presto, in realtà; è solo che faccio fatica ad abituarmi ai ritmi autunnali della natura!
Seguo le frecce rosse, in realtà senza troppa convinzione: non mi sono nemmeno premurata di controllare quale fosse il colore abbinato al percorso da 65 km! Non sono poi così sicura di essere sulla strada giusta… Ma ormai sono qui, inutile che mi preoccupi: che sarà, sarà!

Al termine di una breve discesa, si raggiunge un paese, di cui ignoro il nome: come al solito, non ho la minima nozione di dove mi trovo. Curioso, passiamo proprio sulla porta di una casa: chissà come saranno stati contenti, gli abitanti, di assistere, loro malgrado, al passaggio di un bel po’ di rumorosi escursionisti già ad ore antelucane! Ancora scalini e si scende giù, nella piazzetta e nella “civiltà”, dove i solerti volontari vigilano affinché gli insonnoliti camminatori non si facciano stirare da qualche auto di passaggio. Poi una rampa asfaltata, dove recupero alcuni dei compagni di marcia – che però, se ho ben capito, si limiteranno al percorso corto: è giorno, ormai. Non dovrebbe mancare molto al primo ristoro; tra i rami del bosco filtrano i primi raggi, che cerco, invano, di immortalare in una foto… Beh, già non sono proprio un fenomeno come fotografa; figuriamoci poi se pretendo di scattare senza nemmeno fermarmi! Vorrei un’immagine “ad effetto” con il raggio di sole che buca le foglie dei cespugli… E invece scatta ostinatamente il flash, che non riesco a disattivare; risultato, sullo schermo compare solo il cespuglio, ovviamente. Va bè, per questa volta non lo catapulto giù nel burrone, questo malefico aggeggio, anche perché non c’è alcun burrone a portata di lancio. In compenso, recupero lungo il sentiero un bel pile nero a manica lunga The North Face: cavoli, che nervi per chi perde un capo del genere! Lo recupero, ripromettendomi di lasciarlo al prossimo ristoro.

Fino a poco fa, quand’era buio, l’autunno non si vedeva: si percepiva, solo, nel crepitio del tappeto di foglie secche ad ogni passo. E naturalmente negli spari implacabili dei cacciatori, maledetti. Adesso, invece, nel sottobosco si vede in tutta la sua bellezza, anche se è una bellezza triste: colori tenui, grigio, marrone, qualche funghetto qua e là. Animali, oggi, nulla, nemmeno uno scoiattolo, un cinghialotto: ma forse c’è troppa gente, troppa confusione.

Trottando trottando – di correre per me non se ne parla nemmeno – arrivo a Stella San Martino: primo punto di ristoro. E c’è LEI… Finalmente lei… La Coca Cola!!!! Tracanno due bicchieri, con somma golosità. Fame no, per ora niente; prendo un pezzo di banana e due quadretti di cioccolato, che mi sforzo poi di buttar giù lungo la salita successiva. E dimentico, ovviamente, di consegnare il pile raccattato prima. Pazienza, ci penserò più avanti. Saluto, riprendo a salire in mezzo al bosco, cauta come sempre: la strada è ancora lunga. Riacchiappo qualche collega di fatica; una ragazza mi chiede quanta strada abbiamo percorso: boh… Non so risponderle; non conosco il percorso, non ho nemmeno guardato la carta, in poche parole non ho idea di dove mi trovo! A che servirebbe? Tanto, devo seguire i segnali finché ci sono. Quando non ne vedrò più, vorrà dire che sono giunta al capolinea!

Si esce dal bosco per raggiungere la cima di una collina erbosa; giù dall’altra parte, si percorre un tratto di strada carrozzabile, dove trovo un paio di volontari dell’assistenza a cui consegno il pile perduto; poi procedo, sempre camminando di buon passo, tipo marcia, ma senza mai sognarmi di correre. Guadagnerei ben poco in velocità, se corressi, e di certo mi giocherei le gambe. No, questo è un tratto ideale per prendersela calma, godendosi la vista intorno che, nonostante un po’ di foschia, è spettacolare. Sono bellissime e suggestive persino le tre eliche di un impianto eolico, imponenti per la loro altezza. Ce le abbiamo proprio sopra la testa, in una curva.

Peccato per il viavai dei fuoristrada dei cacciatori: l’unico lato piacevole di questi ignobili individui è la presenza dei loro cani, che abbaiano quando la vettura sorpassa un corridore. Figuriamoci… In tratti come questo, anche i più scarsi corrono come saette; chissà che distacco ho già, dal resto del mondo. Ma non m’importa, oggi meno che mai.

Il bivio tra i percorsi corto, 45 km, e lungo, 65, arriva all’improvviso a spazzar via ogni mio dubbio circa il fatto di essere sulla strada giusta o meno. I corridori del corto tirano dritto, mentre noi del lungo, o meglio io, al momento ultima superstite, vanno su verso destra. Non ne ho coscienza, ma questo è l’inizio della salita più lunga, quella che va su al Beigua. Più lunga, ed anche più bella, a maggior ragione proprio per il fatto che sono completamente sola. Salgo in mezzo al bosco che quasi forma, in molti tratti, una vera e propria galleria; affondo i piedi in un morbidissimo tappeto di foglie secche, vedo i raggi di luce limpidissima filtrare attraverso i rami, come tante lame sottili fino a terra. Raggiungo un ponticello in ferro, dall’aspetto poco rassicurante: già, mi ricordo che, in partenza, lo speaker aveva accennato proprio ad un ponte poco dopo la biforcazione dei percorsi. Ci passo con cautela, poi via sul sentiero, che ormai, più che un sentiero, è una traccia di foglie calpestate in mezzo a foglie secche ancora integre. Non ci metto molto a rendermi conto che questo luogo ha qualcosa di magico. Foglie sotto i piedi e fronde sopra la testa, tanto che quasi il cielo non si vede più; la luce che filtra qui sotto è attenuata, così come sono ovattati i rumori, lo scroscio del torrente che scorre alla mia destra. Bellissimi i colori, davanti a me ed alla mia sinistra il marrone delle foglie, a destra il grigio scuro delle rocce bagnate. La salita non è mai ripida; permette di godersi tutto questo con calma, tant’è che ad un certo punto mi rendo conto di aver perso, per chissà quanto tempo, la cognizione di essere nel corso di una gara, o perlomeno in lotta con un tempo massimo. Complice anche la solitudine, sto camminando come se fossi sola davvero, come se stessi facendo una passeggiata. Il sentiero è evidente per un po’; poi, la traccia è data solo più dai segni rossi sui tronchi degli alberi, che mi fanno andare a zig zag senza una logica apparente, tanto che non riesco in alcun modo a capire, guardandomi intorno, a che punto della salita io mi trovi, quanto manchi alla fine. Si sale per un’eternità in questo bosco che sembra pulito e curato tutti i giorni da un giardiniere: solo foglie per terra e tronchi d’albero, senza arbusti, cespugli, senza “corpi estranei” a turbare quest’armonia perfetta di terra ed alberi e cielo, come un salotto con pochi elementi d’arredo, ma raffinati. Chissà se è così per natura o se viene appositamente curato e pulito? Mah, chiederò lumi.

Ad un certo punto, però, la meraviglia lascia spazio ad un’improvviso quanto intenso senso di insofferenza. Questa salita è interminabile: e non è certo la salita in sé a disturbarmi così, quanto il fatto di non riuscire a capire dove sto andando, di non intuire una direzione e di non vedere una meta. Il disagio si ripercuote subito sulle gambe, in un senso di pesantezza… Tant’è che di lì a poco incontro un corridore, seduto su un tronco abbattuto ed intento in uno spuntino, e sbotto: “Se continuiamo a salire così, qui arriviamo come minimo a Cervinia!!!”. Per fortuna, è quasi fatta… Con mia grande sorpresa, l’itinerario va a sbucare su una strada asfaltata, nient’altro che la strada che avrò percorso almeno una decina di volte in bici! Eh già, lì ci sono le orrende antenne che contraddistinguono la fine della salita al Beigua. Nel tratto di strada asfaltata mi supera un ciclista in mountain bike: un po’ lo invidio, le vorrei anch’io le ruote, adesso!

Sbuco in vetta e trovo due volontari che mi indicano il ristoro poco oltre. C’è un monumento, che non alzo nemmeno lo sguardo per vedere; alcune attempate turiste che parlano di un conoscente comune, in termini non proprio lusinghieri, visto che gli danno più volte del belinone… Mi vien da sorridere, si sente, che siamo in Liguria! Al banchetto del ristoro, mi avvento, come al solito, sulla Coca Cola, e faccio il pieno di acqua e sali. Anche qui, niente fame; prendo una banana ed una marmellatina, che, nella successiva discesa, ingoio come le oche, più per forza che per voglia.

Pure questa discesa sarebbe più che corribile, ma anche qui, non mi azzardo nemmeno, a provare. Vado giù di buon passo, anche se, nei tratti in cui il fondo è coperto dal fogliame, ho difficoltà non da poco a stare in equilibrio. Di lì a poco, mi raggiunge il corridore bresciano che ho incontrato quand’era fermo nel bosco: è evidente che lui, in discesa, se la cava meglio di me. Poco male, guadagno un’altra volta l’ultima posizione.

La discesa fino a Giovo è lunga, interminabile, anche perché, complice forse la stanchezza che comincia a farsi sentire, la digerisco davvero male. In un sacco di punti fatico a mantenere l’equilibrio, inciampo di continuo, fino a che, messo malissimo il piede in appoggio, scivolo e batto malamente la schiena ed il ginocchio destro. Puro dolore… Resto qualche istante a denti stretti senza fiato, poi pian piano mi rialzo in piedi: beh, almeno sembra che sia tutto ok… Riparto bestemmiando in aramaico antico, sforzandomi di pensare ad altro finché il dolore non si attenua e si fa dimenticare; via, di buona lena, fino al ristoro di Giovo, all’interno del cortile di un locale, credo un bar. Mi chiedono se ci sia ancora qualcuno dietro di me… No, chi volete che ci sia di più scarso? Se non altro, magra consolazione, scopro di essere in anticipo di mezz’ora sul cancello orario: buono a sapersi. Soliti due o tre bicchieri di Coca, solito pieno alla borraccia e via: un km di strada asfaltata, su cui ovviamente non corro – neanche qui!!! – e poi su a destra, lungo un sentiero. Con soddisfazione vedo che quello che ho adottato come il mio “rivale” del momento è lì, davanti, a pochi passi; però, più che il combattimento all’ultimo sangue, in questo momento mi interessa riuscire a far la foto… Ai bucaneve!

Siamo ad ottobre e qui c’è una splendida distesa di bucaneve lilla, proprio quelli che nel mio giardino fanno capolino a marzo, talvolta a febbraio, negli anni buoni. Ce n’è uno ritto proprio nel mezzo di un gradino del sentiero: sembra quasi più grosso degli altri, bello, con il suo stelo bianco. Incredibile, è come se l’orda di barbari che è passata qui oggi avesse avuto per questo fiorellino, e chissà perché proprio per questo, un sentimento di rispetto. Quante persone, cinquanta, cento, quanti piedi sono passati qui, eppure nessuno l’ha schiacciato, nemmeno le suole dei primi, che di certo sono intenti a scannarsi tra loro e non hanno il tempo di badare ad un bucaneve lilla. Eppure…

Gli passo accanto anch’io, con cautela, e poi riprendo l’inseguimento del rivale. Siamo in salita, gli arrivo addosso in fretta; dopo di lui, altri colleghi dal passo un po’ stanco ed appesantito: supero anche loro, a passo svelto, con i piedi che sembrano nuotare nel mare di foglie. Solo una ragazza bresciana decide di vender cara la pelle: accelera, approfittando del tratto di falsopiano, e non si lascia acchiappare. Quando la salita si fa più aspra, l’avvicino molto; quando la pendenza scende, lei guadagna vantaggio e se ne va. Per carità, non è che la cosa mi preoccupi più di tanto… Io comunque mi guardo bene dal forzare, perché non so quanta strada abbiamo fatto, ma davanti ce n’è ancora tanta! La ragazza bresciana con le trecce diventa però un’ottima lepre, da avvicinare in salita, da non lasciar scappare in discesa. Altra vetta, il Monte Greppino; altra lunga discesa e poi improvvisa risalita, dove finalmente acchiappo la mia rivale. Scambiamo qualche parola, ci chiediamo quanta strada manchi: ad un tratto, troviamo una jeep dell’assistenza e due volontari, a cui la Bresciana chiede dove si trovi il ricongiungimento dei percorsi lungo e corto. Ci informano che abbiamo superato quel punto già da un po’ e che siamo già tornati sul tratto di sentiero comune ai due itinerari. Sagace… Io ovviamente non avevo alcuna coscienza del fatto che i due percorsi dovessero riunirsi né, di conseguenza, a che punto del lungo fosse il punto di ricongiunzione; avrei continuato a viaggiare nella mia beata ignoranza ancora per un bel po’. Invece la fanciulla, molto più attenta e preparata e logica di me, tira le somme: le strade si ricongiungono al km 46 del lungo; da lì mancano 19 km alla fine. Concludo io: se abbiamo passato quel punto già da un po’, vuol dire che ce ne mancheranno 17, 16, giù di lì insomma!

Nel tratto di discesa, la ragazza prende rapidamente vantaggio. Mi raggiunge anche il collega del Beigua, pure lui più abile in discesa; però, poi, percorre un tratto insieme a me, chiacchierando un po’. La discesa è lunga e mitigata da tratti in piano; pur galvanizzata all’idea che manchi così poca strada, mordo ancora il freno e mi sforzo di non correre, perché 15 km sono pur sempre 15 km! Un altro volontario, lungo la discesa, ci informa che mancano 7 km ad Ellera, l’ultimo ristoro, e, da lì, 13 alla fine: ma no, allora i conti non quadrano… Ecco, lo sapevo, dannazione, sarebbe stato meglio se non si fosse avviato il toto-distanza, perché è odioso esser convinti che manchi un tot all’arrivo e scoprire poi che manca di più! Quest’ultima informazione, tuttavia, si rivelerà poi falsa e tendenziosa.

Passo accanto ad una casa, sotto una tettoia di fortuna che fa da riparo all’automobile, poi via verso il fondovalle, verso Ellera. Sono in compagnia di un gruppetto; la ragazza bresciana è poco più avanti. Quando mancano un paio di km al ristoro, raggiungo un corridore che, lì per lì, mi spaventa: muove passi brevissimi, trascinando le gambe con cautela, senza piegare le ginocchia; regge il proprio peso quasi completamente sui bastoncini… A me ed ai miei compari di viaggio spiega di avere le gambe tormentate dai crampi; non possiamo far molto, se non scendere ed avvisare al ristoro. Il podista infortunato, però, non pare poi così spaventato! Cavoli che nervi… E’ qui che scopro, dai discorsi dei colleghi, che pare esserci stato un problema ad un ristoro, dove non c’era più acqua. Boh… Io quel ristoro non l’ho manco visto, non sapevo che dovesse esistere, e, ad ogni modo, ho ancora la borraccia mezza piena dopo il passaggio a Giovo. Non mi pare una mancanza così grave, anche se, a sentire i loro discorsi, pare una tragedia!

In quattro e quattr’otto, il sentiero scende ripido verso Ellera. Percorro un breve tratto della strada di fondovalle, poi a destra lungo la rampetta d’ingresso al paese, dove riacchiappo la ragazza con le trecce. Ho in corpo una sorta di euforia… Ormai so che, cascasse il mondo, è fatta. I volontari che sorvegliano il passaggio sulla strada ci salutano, ci incoraggiano ancora; un ragazzo con la maglietta gialla ci indica il ristoro, che per un pelo rischio di mancare, ormai lanciatissima su per una rampa in cemento. Anche qui, Coca Cola e poco di solido: mezza banana ed un formaggino mangiato più che altro per mettermi in bocca il gusto di salato. C’è un sacco di folla qui, ma che è, il raduno delle famigliole? Gli schiamazzi dei marmocchi mi gettano addosso un senso di insofferenza istantaneo… Per cui, rapida carezza ad un bassotto accovacciato in grembo al padrone, su una panca, e poi via, gambe in spalla! Questo tratto me lo ricordo, dalla 45 km dello scorso anno: c’è una rampa della miseria su strada asfaltata, che mi riprometto di venire prima o poi a provare con la bici. Acchiappo ancora un’anima, mentre ammiro gli ulivi ed il curioso cancello di un giardinetto, le cui ante sono formate… Da due di quei sostegni metallici dei materassi, fatti con le molle, che non saprei come si chiamano. Vorrei farci una foto, ma adesso non è il momento delle foto. La rivale con le trecce è dietro, al ristoro… Me lo pongo come piccolo personale obiettivo, non devo più farmi beccare! Ma qui sono in vantaggio; la salita è ripida su asfalto ed ancor più cattiva sul sentiero che segue: si marcia con il naso attaccato alla terra, come farà giustamente notare Matteo nel suo resoconto. Già, Matteo, a quest’ora avrà concluso da un bel po’! Chissà se me lo vedrò dinuovo spuntare incontro, come alle Porte di Pietra, mentre vado giù per l’ultima discesa? Mi piacerebbe, sì, sarei contenta di vederlo arrivare e sentirlo gongolare per il suo piazzamento, che, sono arcisicura, è ottimo. Ma oggi c’è anche sua mamma ad Albisola, che percorre il giro da 11 km; di certo non la mollerà giù da sola per venire su, tantomeno senza sapere a che punto io sia. Vabbè, pazienza. Salgo i gradini combattendo tra la voglia di balzare in cima e la consapevolezza che le gambe vanno risparmiate: al ristoro mi han detto che i km mancanti da Ellera alla fine sono nove, non tredici; comunque, sempre, nove km dopo averne macinati già cinquantasei. Cautela, Gian, almeno fino in cima. Il tratto ripidissimo si conclude presto; poi, la pendenza si attenua, pur con qualche strappo ancora su per le varie anticime – già, perché una salita non finisce mai laddove sembra dover finire! Ce n’è sempre ancora dell’altra, dopo… E’ la bandiera che sancisce la definitiva conclusione delle fatiche. Ma non per me: mi aspettano cinque o sei km di discesa… E, se non voglio farmi riprendere dalla rivale, qui devo filare! Animo Gian, muovi le chiappe e vai: si vede il mare di qui, ma non è il momento di essere contemplativa. A questo punto, risparmiare i muscoli non mi interessa più; devo correre dovunque sia vagamente possibile, e comunque sbrigarmi quando non lo è. Giù a rotta di collo, senza troppo riguardo per le caviglie, troppa cautela per le storte; giù con un occhio al sentiero ed uno ai segni rossi, e mai un occhio dietro, per non vedere chi m’insegue, perché altrimenti è finita, mi demoralizzo.
Solo un momento di smarrimento quando trovo una freccia che sembra voler indicare una svolta a destra: ma lì c’è solo una vaga traccia di sentiero che scende nel canalone, mentre quello su cui sto filando è un sentiero ampio e ben segnato. Ma no, ho le traveggole; tiro dritto per la mia strada, scoprendo poi più avanti gli altri segni rossi. Maledico, solo per questa volta, i lunghi tratti in piano; correre qui mi costa una fatica ignobile! Ma ormai ci siamo quasi. Arrivo alle spalle di un corridore vestito di scuro: spontanea è la domanda, ma questo che ci fa, qui? Sì, perché ormai più o meno ho fatto l’occhio a riconoscere la struttura fisica di quelli che filano… E, per di più, questo qui indossa la maglia degli Orsi, che direi è una garanzia di velocità; ergo, che ci fa a quest’ora in questo punto dove sono anch’io? Non chiedo strada, lui accelera il passo; sospiro di sollievo da parte di entrambi quando, poco più sotto, compare il Santuario: ne approfitto per fargli presente, quasi a scusarmi di stargli così addosso, che sono in fuga e sto cercando di non lasciarmi raggiungere dall’avversaria… Mi spiega che oggi ha corso “per defaticamento” o qualcosa del genere: ah ecco, adesso sì che è chiaro. Bastano poche parole per farmi capire con che razza di elemento ho a che fare… Un personaggio che di corsa ha girato mezzo mondo!

Ormai è fatta: le voci della folla di corridori e familiari nel giardino del Santuario, la musica, il ponticello, ci siamo. Mi sforzo di mimetizzare un po’ il mio aspetto disfatto, anche se non posso davvero dire d’essermi distrutta, anzi – e corro gli ultimi metri prima dello striscione: c’è Matteo, prontissimo, che immortala il glorioso passaggio sulla linea del traguardo. Sono contenta, sì, ma soprattutto sono ansiosa di sapere che cos’ha combinato lui: come volevasi dimostrare, settimo assoluto!!!
Io mi devo accontentare, modestamente, delle mie 10h 40′ sui 65 km, e di sentire annunciare l’arrivo imminente degli ultimi, una ventina di minuti dopo, mentre, in auto, mi sto dando una veloce sistemata per poi ripartire e tornare a casa… Pazienza, l’importante è esserci stata! Appuntamento tra due settimane al Gran Trail Rensen e, come sempre, grazie a tutti coloro che lavorano sodo per permettere a noi bambini cresciuti solo nel corpo, ma non nel cranio, di divertirci così!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!