12/19 settembre 2010 – Tor des Geants. Preparativi e prima tappa Courmayeur – Valgrisenche

Correva l’anno 2009 e non era una notte buia e tempestosa, tutt’altro. Era una luminosa mattina di metà luglio, con l’aria frizzante dei 1.200 m di quota di Courmayeur. In compagnia di Matteo, mi aggiravo in quel di Dolonne, al palazzetto dello sport, soddisfatta ed ancora un po’ rintronata per la lieta conclusione degli ottanta e rotti km, quasi novanta, del Grand Trail Valdigne: traguardo raggiunto poco prima delle sei, accolta dalla luce dell’alba al cospetto del Monte Bianco. Soddisfatta per me stessa, perché i garretti mi avevano onorevolmente sopportata dall’inizio alla fine, ma soprattutto per Matteo, che a Courmayeur era già tornato da parecchie ore, mettendo in saccoccia un clamoroso undicesimo posto in classifica generale.
Un solo, misero istante prima, ero ancora beata ed ignara. Un istante dopo, catturata: in trappola. Lo striscione gigante, in varie sfumature del viola, appeso alla parete al secondo piano del palazzetto, aveva già conquistato e paralizzato il mio sguardo e, un po’ più indietro, nel vuoto della scatola cranica, il mio unico neurone.
“Tor des Geants. 330 km, 24.000 m di dislivello”. Pochi spunti, ma folgoranti. Il neurone, benché ancora disorientato per colpa della notte insonne, ha reagito alla velocità del fulmine “Ci sarò”. Senza nemmeno sapere dove, come, perché, quando. Quisquilie. La decisione era presa. Alea iacta est.

Quasi quasi mi stupisco di me stessa: mancano ben tre giorni al via della corsa, ed io ho già cominciato i preparativi. Beh, non esageriamo: diciamo che sto già riflettendo sul bagaglio da portare a Courmayeur. Il Tor des Geants è stato, per tanti mesi, null’altro che un lungo tratto a penna sul calendario del 2010, alla pagina di settembre: un messaggio al mondo intero, io quella settimana lì non ci sarò, cascasse il mondo non mi troverete, nemmeno in caso di vita o di morte, non ci saranno affetti, famiglia, lavoro che tengano. Dal 12 al 19 settembre, dimenticatevi di avere una figlia, una sorella, una compagna, una nipote, una cugina, una commercialista, un amministratore di condominio, perché io non sarò più nulla di tutto ciò; sarò un ammasso di ossa e muscoli esausti in dolorosa peregrinazione tra le montagne della Valle d’Aosta.
Già la composizione di un bagaglio sensato, per una prova del genere, è impresa sovrumana. 330 km, trecentotrenta barra zero zero come si scrive sugli assegni. Una distanza che a piedi non ho mai nemmeno immaginato di poter percorrere, soprattutto se in mezzo c’infilo 24.000 m di dislivello in salita, ed altrettanti, particolare niente affatto irrilevante, in discesa. Una sola cosa mi consola: credo che, come me, nessun altro l’abbia mai immaginato. Quindi, sono in buona compagnia. Sono reduce, da meno di due settimane, dal Grand Raid dei Pirenei: 40 e più ore di marcia per 160 km di quelli duri duri, oltre 9.000 m di dislivello. Ecco: dopo aver tagliato il traguardo di Vieille Aure, laggiù, avrei dovuto ripartire per un altro giro, e allora sì, avrei potuto farmi un’idea di qualcosa che s’avvicinasse al Tor. Un’idea approssimativa, sia chiaro, perché mi sarebbero comunque mancati un po’ di chilometri e seimila metri di salita. Domanda fatidica, sarei stata in grado di farlo? Risposta quasi imbarazzante, nella sua ovvietà: no, certo che no.
Mi aggiro per casa con la frenesia di un cane che cerca invano il padrone, a caccia di borse, borsine e borsoni che non so come riempire. Calma, Gian, ci vuole un punto di partenza, altrimenti non ne esci viva. Lo zaino, ecco, prima di tutto lo zaino, da zavorrare con il materiale obbligatorio. Telo di sopravvivenza, giacca e pantaloni impermeabili, felpa, fischietto, due frontali con batterie di ricambio, benda elastica, bandana, borraccia, riserva alimentare, un tubetto intero di pasta di Fissan: fin qui è quasi facile, ormai. Aggiungo una buona scorta di medicinali: antiinfiammatori, pastiglie per le intemperanze del pancino, aspirina; altri ne metterò nel borsone al seguito. E poi, l’imprescindibile rotolo di papier de cul. Il tutto avvolto in borse di plastica, blando tentativo di difesa in caso di pioggia. Una settimana intera con il sacco sulle spalle, a calpestar sentieri: già, io non posso certo sperare di risparmiare gran che delle 150 ore di tempo massimo concesse. E con l’ansia delle barriere orarie: so che ci sono, anche se non so dove né quando. L’ho stampato un paio di settimane fa, il road book, ma, come mio solito, non ho poi avuto voglia di consultarlo. Tanto, come avrei fatto a mandare a memoria il dettaglio di un itinerario così lungo? Una settimana in marcia, dormire poco, lavarsi poco, riposare ancor meno. Saprò sopportare un così lungo distacco dal mio amatissimo water? Non c’è nulla da ridere, il water di casa è ai vertici della mia scala degli affetti, è forse la più angosciosa fonte di nostalgia.
Tutto quel che so è che noi concorrenti potremo avere un bagaglio al seguito, una borsa che verrà trasportata da una base vita alla successiva, in pronta consegna per il nostro arrivo a ciascuno dei sette posti tappa cruciali: Valgrisenche, Cogne, Donnas, Gressoney, Valtournenche, Ollomont. Il settimo è Courmayeur, l’arrivo… Un miraggio. Non immagino nemmeno per un attimo di poterla raggiungere, Courmayeur, non l’ho mai voluto immaginare, in tutti questi mesi. Una fatica nemmeno lontanamente calcolabile. Come possono reagire i piedi, le gambe, i muscoli, dopo centocinquanta, duecento e più km; come può reagire, soprattutto, la capoccia, una capoccia così volubile come la mia. Io che passo con gran facilità dalle alte vette dell’entusiasmo alla Fossa delle Marianne dello scoramento: come potrei anche solo pensare di saper gestire il turbine di emozioni che mi travolgerà in tutto quel tempo, quei km? No, neanche per idea. Il traguardo è immagine tabù. Sperare di arrivare alla fine sarebbe solo, per me, presuntuoso, sciocco ed illusorio. Meglio evitare di costruirli, i castelli in aria, piuttosto che assistere al loro rovinoso crollo. Quanta roba potrò portarmi dietro? Indiscrezioni parlano di “un sacco da 50 litri”. Che significa, un sacco? Ce lo devo mettere io, il sacco, o me lo fornirà l’organizzazione? Bah, intanto io preparo un paio di borsoni, poi si vedrà. Magliette, pantaloncini, guanti, gilet, calze, mutande, una giacca impermeabile di ricambio, un paio di asciugamani, sapone, spazzolino da denti, un paio di scarpe, casomai i chilometri dovessero fiaccare la resistenza delle mie bellissime La Sportiva. Una giacca di quelle che uso per la bici, invernale, in caso di rigori meteo; berretto, fascia in pile; un rotolo di carta igienica di emergenza. Dimentico nulla? Ma sì, ovvio che dimentico qualcosa; me ne accorgerò appena prima del via, nella migliore delle ipotesi; nella peggiore, scoprirò in corso di gara di aver lasciato a casa qualcosa di fondamentale. E, già così, ho un carico tale che mi servirebbe il camion dei traslochi, per trasportarlo. Mi consolo quando, in extremis e trafelatissima, mi presento all’appuntamento con il buon Giorgio: lui, che pure è un ometto, rude e senza esigenze come vuole il luogo comune, ha quasi colmato il bagagliaio dell’auto con il suo “stretto indispensabile”.

Il viaggio in auto verso Courmayeur, uno splendido sabato pomeriggio di sole ancora caldo, uno degli ultimi, per quest’anno, mi sa. Dovrei sprizzare gioia da tutti i pori, e invece no: “Lo vedo, che sei tesa”, osserva Giorgio. Già, tesa. E non perché domani mattina sarà l’ora X, no, quello per adesso non mi preoccupa. Mi piomba addosso l’angoscia per l’intera settimana che passerò lontana da casa: avrò sistemato tutto in ufficio? Dimenticato qualche pendenza importante? Avvisati tutti quelli che dovevano essere avvisati? E se succede qualcosa ed io non ci sono? Già, a pensarci bene, sono anni che non mi capita di star via così a lungo. Quasi quasi, mi sento in colpa; quasi quasi, lascio perdere… Ma dai, su, Gian. Tutti sono utili, nessuno è indispensabile, ricorda. Se la caveranno egregiamente, anche senza di te.
Il ritiro del pettorale è una veloce puntata al Palazzetto dello Sport di Dolonne. Un altro passaggio, poco più tardi, per consegnare il borsone giallo, ufficiale, in cui ho trasferito il contenuto del mio bagaglio: incredibile, c’era posto per tutto… Già, soprattutto perché ho dimenticato di metterci dentro un elemento fondamentale: la pappatoria. Ed io che avevo comprato una tonnellata in barrette e frutta secca. Bando alle preoccupazioni; spero che gli organizzatori non ci facciano patir la fame. Poi il ritiro, la cena a polenta, formaggio e torta di mele, la nanna. L’ultima notte comoda, e senza sveglia ad ore antelucane: rivedrò un materasso decente solo tra parecchi giorni, e d’altra parte lo spero…

E’ gramo il destino di chi avrebbe tempo e modo di dormire, ma ben prima delle sette è già con gli occhi a fissare il soffitto. Con la partenza alle dieci, si potrebbe approfittarne per accumulare ancora un po’ di sonno… E invece niente. Tantovale alzarsi. Mi concedo l’ultima doccia calma e calda, anche se non ne ho alcun bisogno. I gestori dell’Hotel Croux si son fatti davvero in quattro per i corridori del Tor: la colazione a buffet è un tripudio di golosità di ogni genere, marmellate, cioccolato, formaggi, affettati, diversi tipi di pane, croissant, latte, the, caffé, uova, yogurt… Confidando che mancano ancora due ore al via, mi sforzo di rimpinzarmi per benino; intanto, sorrido alla babele di lingue che anima l’ampia sala: ci sono spagnoli, francesi, americani. Manca solo che Giorgio ed io s’inizi a parlar piemontese.

Sono appena le nove quando poggiamo i nostri riveriti deretani sugli scalini della chiesa, in centro a Courmayeur, di fronte alla sede della Società delle Guide. Abbiamo già fatto un paio di vasche in paese; non ci resta che attendere. La griglia e l’arco della partenza son già lì a far mostra di sé; la piazza non tarda a riempirsi. Uno ad uno, a gruppi, in compagnia della famiglia e degli amici; siamo tanti pagliacci con un numero appiccicato nei posti più svariati, sulla pancia, sulla gamba, sullo zaino. Sguardi sognanti e sguardi allucinati; chi si chiude in religioso silenzio e chi vomita fiumi di parole un po’ sconnesse, strani gli effetti dell’agitazione. Ci sono i volti noti, i soliti: Aldo, Luciano, Lorenzo e tanti altri a cui, pur avendoci scambiato più volte quattro chiacchiere, non saprei associare un nome. Soppeso gli zaini altrui: sono pochi, ad avere sulle spalle macigni paragonabili al mio; altro che materiale obbligatorio… Ma è sempre la solita storia. E’ pur vero che, nelle basi vita, troverò la mia borsa e potrò prendere il necessario, ma son fatta così: preferisco avere con me abbigliamento e scorte per ogni emergenza.

Alle dieci meno un quarto, quando la griglia offre già uno spettacolo da variopinto carro bestiame, sale il volume della musica, un brano solenne, di quelli che mettono i brividi e fanno schizzare sull’attenti, pancia in dentro e petto in fuori. Chissà cosa ne pensa, chi ci guarda dalla strada e dai balconi. Potere dell’autosuggestione, io ho il cuore che mi scoppia… Il microfono annuncia le previsioni meteo per la giornata; pioggia verso sera e nella notte, così pare. Cominciamo bene. Bah, Gian, del resto non puoi mica pretendere un’intera settimana di sole, in montagna; sarebbe un’utopia. Devi proprio rassegnarti; sarà pianto e stridore di denti. Poi le casse dell’altpoparlante tremano, saltano per aria; conto alla rovescia, dieci, nove, otto… Due, uno, via! Si parte: di corsa, ma è solo per rappresentanza, per dire grazie alla folla di indigeni e turisti che s’è radunata per l’occasione nella via principale di Courmayeur. Fantasiosi, i nostri tifosi: si sono armati non solo dei tradizionali campanacci da mucca di tutte le dimensioni, ma anche di pentole e coperchi, per fare più cagnara. Si ritroveranno con le stoviglie tutte bollate! Al ponte sulla Dora, dove la discesa finisce, eccoci tutti al passo, come sarà, almeno per me, da qui fin quando riuscirò a tirare avanti.

ROAD BOOK, Settore 1, Tavola 1 – Dal centro di Courmayeur si prende la strada che porta al piazzale Monte Bianco, si prosegue in direzione Dolonne fino in fondo alla strada verso le Fonti Vittoria. Passato il ponte a sinistra si prende il sentiero 1A sulla destra che conduce all’alpeggio di Arpettaz. Si continua sulla strada poderale fino all’ultimo alpeggio di Arp. Da lì si prosegue per il sentiero che conduce al Col Arp (2571 m).

La prima salita è terra nota: non ho altro da fare che percorrere a ritroso l’ultima discesa del percorso del Grand Trail Valdigne, com’era quando partenza ed arrivo della prova erano a Courmayeur. 1.300 m di dislivello, più o meno, da affrontare con il freno tirato. Si attraversa l’abitato di Dolonne; anche qui, tifo rumoroso e sfegatato, spettatori di ogni età. Il cuore reagisce malissimo, come sempre alla partenza; fiatone, senso di stanchezza, gambe indurite. Tutto come previsto, tutto ok, almeno spero. In realtà, mi vien da pensare che non ce la farò mai… Le prime rampe su sentiero, un tornante dopo l’altro, si affrontano in coda, in paziente attesa. Non posso che rallegrarmene; ci sarà tutto il tempo per correre, più avanti, ammesso che, a quel punto, si riesca ancora a mantenere la posizione eretta. Eppure c’è chi cede all’impazienza, sorpassa, scatta avanti. Cui prodest?
Il sentiero nel bosco ci scodella su una strada sterrata che passa accanto ad alcune case; poi, oltre l’ultimo alpeggio di Arp, ancora sentiero, quello che attraversa l’ampio vallone verde. Si vede già, lassù, lontanissimo, il colle, con la fila di minuscoli puntini colorati che ci si avvicina, a zig zag. “Secondo te, ci sarà già qualcuno lassù?”, domanda Giorgio. E come no? I primi sono dei missili, sono attesi di ritorno a Courmayeur per mercoledì… Secondo me, sono già a La Thuile a quest’ora!
Man mano che rosicchiamo metri di quota, mi sento un po’ meglio. Il battito del cuore ha preso il suo ritmo. Certo, la voglia di spingere un po’ di più non mi manca, ma non devo cadere in un errore così idiota, se voglio avere qualche speranza di incamerare almeno una buona frazione del Tor. Immortalo in una foto il Bianco che spunta, in piena luce, oltre la costa del sentiero. Si sale a strappi e lunghi tratti quasi in piano, fino all’attacco finale, sotto il colle, dove la traiettoria s’impenna in ripidi tornantini uno sopra l’altro. E già si sente lo scampanare dei tifosi in cima al Col d’Arp (quota 2.571 m). Il primo colle è alle spalle.

ROAD BOOK, Settore 1, Tavola 2 – Dal colle si scende lungo il vallone di Youlaz fino al primo punto di ristoro del Mayen di Youlaz. Da qui si continua sulla strada sterrata fino all’imbocco del sentiero che taglia verso i casolari dell’Arp desot. Si continua lungo la strada asfaltata fino al tornante da cui parte il sentiero che in mezza costa porta fino a La Thuile (1435 m). Punto di controllo e ristoro.

L’elicottero ci raggiunge proprio mentre iniziamo la lunga discesa. Il sentiero è facile, comodo, non troppo pendente; induce alla corsa: a maggior ragione, non bisogna lasciarsi ingannare. Dobbiamo attraversare il lungo vallone di Youlaz, con pendenza dolcissima e qualche tratto in piano, scendendo accanto ad un bel torrente e persino a qualche chiazza di neve. E’ solo l’inizio di un lungo viaggio, eppure tutto è già alle spalle; l’unico desiderio, terra terra, adesso, è il primo punto di ristoro; qualcosa da bere sembra esserci là in fondo al pianoro, più o meno nello stesso punto in cui è piazzato uno dei ristori del Grand Trail Valdigne. Infatti, man mano che ci avviciniamo, scorgiamo forme umane in movimento accanto ad un tavolo. Ed un bel cane nero, indifferente a noi. Già, vero: c’era l’obbligo di portarsi il bicchiere ed io l’ho dimenticato… Ho una borraccia in più, piccola, che userò come tazza. Che scocciatura, ‘sta storia. Con la scusa becera dell’ecologia, gli organizzatori si levano un fardello…
Coca Cola in abbondanza e via; la discesa è ancora lunghissima. Si percorre un buon tratto di strada sterrata, dove tanti allungano il passo e guadagnano vantaggio; fate, fate pure… Io rallento, anche rispetto a Giorgio, che nei tratti in discesa ed in piano è sempre più veloce di me: non devo, assolutamente non devo sprecare nemmeno un infinitesimo di energia in più dello stretto indispensabile.
Un tratto di sentiero ripidissimo ci fa tagliare un paio di tornanti. Nel frattempo, dal cielo già un po’ oscurato di nuvole cadono i primi goccioloni. Andiamo bene… Calma, Gian, non è ancora il momento di angosciarsi. Può darsi che non sia una cosa seria, può darsi che smetta. Vestirsi o no? Fa lo stesso, tanto è matematico: se indosso la giacca, smetterà di piovere all’istante; se la levo, ricomincerà. Un po’ di strada, asfalto questa volta; si vede già la strada di fondovalle, le case di La Thiule. Giorgio ed io abbiamo ancora fiato ed umore giusto per chiacchierare. Sentiero, un po’ di saliscendi, il prato: terra nota, questa; siamo a La Thuile. Rilevamento del braccialetto elettronico e primo punto di ristoro mangereccio. Ecco, Gian, adesso calma e sangue freddo. Bevi e mangia con calma. Sì, con calma un cavolo… Tracanno Coca Cola, fontina e cioccolato in rigoroso ordine sparso, con la frenesia di uscire a tutti i costi da qui, subito; sono persino più ansiosa di Giorgio, che pasteggia a Tuc e mocetta. Butto un po’ di vettovaglie a caso nel sacchetto che ho appeso allo spallaccio e via, fuori di qui. Incrocio di sfuggita gli sguardi di altri concorrenti: dai ragazzi, l’avventura è appena iniziata…

ROAD BOOK, Settore 1, Tavola 3 – Da La Thuile partono le indicazioni Alta Via 2. Si prosegue lungo la strada asfaltata fino ad un ponte da cui parte la strada sterrata che fiancheggia il torrente.
Giunti alla strada asfaltata si prende il sentiero che sulla destra, nel bosco, porta fino a La Joux da cui si imbocca il sentiero delle cascate che porta al Rifugio Deffeyes (2500 m). Punto di ristoro.

Giorgio ed io ci avviamo con le mascelle ancora in movimento. Calpestiamo un po’ d’asfalto in uscita da La Thuile e poi lungo una stradina che sembra più una pista ciclabile, quasi in piano, popolata di famigliole in bici e turisti in fase di digestione del pranzo. Camminiamo lungo il fiume; un po’ di salita, un gruppo di case, un sentiero che si stacca sulla sinistra. Milletrecento metri di dislivello, sulla carta, per questa ascesa, ma il sentiero nel bosco, dopo una prima rampa, sembra scendere, sia pure con pendenza blanda, per un lungo tratto. La salita riprende poi, nel fitto del bosco, seguendo le indicazioni per il Rifugio Deffeyes. Qualche esitazione, per noi e per gli occasionali compagni di viaggio in questo tratto, quando il sentiero sembra confondersi tra gli alberi. Ma la tracciatura, con le bandierine, sembra ben fatta. Ci distrae il rombo di una bellissima cascata: il sentiero ci scodella proprio di fronte alla staccionata del belvedere. Ma io, come sempre, non ho occhi che per il metro di terra davanti a me; un bastoncino via l’altro, continuo a salire. Siamo sul tracciato dell’Alta Via numero 2, come non mancano di ricordarci le indicazioni gialle triangolari disseminate un po’ ovunque, su pietre e cartelli. Tanto di cappello alla segnaletica, da queste parti; non ci si perde nemmeno volendo!

Ci siamo lasciati alle spalle il bosco già da un bel po’, quando raggiungiamo il punto di ristoro al Rifugio Deffeyes. Non ho mai visitato, fino ad oggi, tanti rifugi quanti ne vedrò in questi giorni. L’accoglienza è calda ed entusiasta; breve pausa, prima di ripartire verso i 2.857 m del Passo Alto, di nome e di fatto.

ROAD BOOK, Settore 1, Tavola 4 – Dal rifugio Deffeyes si prosegue verso il Passo Alto(2857 m). Dal colle si scende prima su pietraia, poi su sentiero, fino all’alpeggio di Promoud (2022 m). Punto di ristoro. Si prosegue seguendo le indicazioni per il Colle de la Crosatie (2838 m), al quale si giunge percorrendo il sentiero lungo il torrente, fino ad un valloncello di sfasciumi e poi alla pietraia che termina alla sommità con grandi scalini in pietra. Dal colle si scende verso destra lungo la diagonale in mezza costa che porta al Lac du Fond ed ai resti di un alpeggio (2338 m).

Piano, come sempre. Il sole sembra volerci accompagnare ancora; potrei sperare che le previsioni meteo alla partenza siano state elaborate da un uccellaccio del malaugurio… A Giorgio crea problemi la quota; a me, la discesa su pietraia… Raggiungere l’alpeggio di Promoud è una liberazione per entrambi. Ci aspettiamo un bicchiere di Coca Cola; è ben immaginabile la nostra sorpresa, quando invece ci troviamo di fronte ad una tavola imbandita di tutto punto. Uno dei margari dispensa polenta a piene mani: polenta buonissima, “grottoluta” come si direbbe da queste parti, calda, accompagnata da fette di ottimo formaggio. Mi sa che questa è iniziativa spontanea dei pastori, perché, sulla carta, qui è segnato solo un punto acqua. Simpaticissimi, i padroni di casa: visi di montagna, bruciati dal sole, occhi di un profondo azzurro che illumina i colori scuri dei pesanti abiti da lavoro. Un concorrente chiede i sali; lo guardano come se fosse un marziano appena piombato sulla Terra… Non mi resta che afferrare la bottiglia del vino; solo un goccio, per carità, ma altro che i sali… E pensare che a me, del vino, nella vita borghese, non importa proprio un fico secco; non ne capisco nulla e, in generale, non mi piace. Molto meglio un buon bicchiere di volgarissima Coca.

Persino Giorgio, sempre superiore ai vili piaceri dello stomaco, non s’è tirato indietro, con la polenta. Ripartiamo appesantiti e satolli, sotto lo sguardo interrogativo di mucche e cavalli al pascolo nel prato; il sentiero poi s’arrampica subito ripido, severo. Speriamo che il vino non mi faccia perdere la traccia!
Anche stavolta, Gian, piano. Passi brevi, misurati. Le ombre sono ormai lunghe; la luce del sole, d’un giallo intenso, presto ci abbandonerà, nascosta dalle cime troppo alte. Ci siamo quasi, Gian, la prima, lunga notte è in arrivo. Man mano che il bosco si dirada, è più intenso il soffiare del vento, e più freddo. Il sentiero, ormai esposto, risale un ripido pendio, verso ciò che sembra il passaggio ad un colle. E dire che ormai dovrei averlo imparato: i colli, in montagna, non sono mai lì dove sembra che siano. Il vento è sempre più gelido e violento: credo sia il caso di coprirsi. Scollino, lì dove ero convinta di poter scollinare; purtroppo, quel che vedo mi fa passare all’istante il buon umore. Il sentiero fa una sella spazzata dalle raffiche; Giorgio ed io combattiamo un’aspra battaglia per infilare la giacca antivento e tirare su il cappuccio, a malapena nascosti contro le rocce. La salita riprende, più aspra che mai: mi tocca spesso lasciar da parte i bastoncini e farmi sicurezza con le mani, rigide dal freddo. L’allegria ha già lasciato il posto al vivo terrore: il sentiero è esposto; l’equilibrio reso precario dal vento; se guardo giù, sento già la testa che gira. E se guardo in su, non vedo la fine ed è anche peggio… Con le gambe malferme, continuo a salire, l’angoscia nel cuore ed una fila di concorrenti dietro, in paziente attesa. Il cielo plumbeo, nero di nuvole e della luce del tramonto, il fischio dell’aria nelle orecchie, tutto gioca a rendere paurosa quest’ascesa. Riesco persino a sbagliare strada, quando tento di arrampicarmi su un passaggio impossibile; meno male che gli inseguitori mi richiamano all’ordine. Scherzano, chiacchierano: “…non ti regala un caxxo”, carpisco uno spezzone di commento. Forse un po’ crudo nei termini, ma efficace: siamo appena al primo giorno, e già il Tor ci fa capire, senza spazio per il dubbio, con cosa avremo a che fare. Ho i nervi a fior di pelle. Rocce, scalini, mani indurite sulla pietra. La voce di Giorgio, che continua a ripetere quanto questa salita gli piaccia e quest’atmosfera lo esalti, mi batte in testa: fa dell’ironia, lui, ma giuro che, se non la pianta, lo faccio tornare all’Alpeggio Promoud per la via più diretta! Se almeno avesse la decenza di tacere…

Un urlo squarcia il velo nero che ormai oscura il mio cielo: “Il colle!”. E’ come se mi avessero levato un macigno dalle spalle. Il colle, finalmente… Sperando che, di là, sia un po’ meglio. Col de la Crosatie, maledetto.
La discesa è già quasi buia; il vallone è in ombra, una conca cupa in cui scendiamo in diagonale, giù per ripidi tornantini di un sentiero stretto. Il vento è un po’ calato, ma ci butta addosso le gocce di pioggia di nuvole ancora lontane. Sulle nostre teste splendono le stelle… E’ ora di accendere le frontali. La pioggia sembra seria: Giorgio indossa la giacca impermeabile; io mi ostino a tenere il solo antivento, che impermeabile non è. Dovrà smettere, prima o poi; il cielo è stellato… In realtà, a ben guardare, un tappeto nero si allarga da sopra le cime alla nostra destra. Però, la valle sembra piegare a sinistra, per quel poco che riesco a distinguere nel buio. Forse ci salviamo…
Raggiungiamo un pianoro; ci guardiamo intorno: non ci sono più bandierine. E adesso? Qual è la giusta direzione? Ci tocca passare attraverso la mandria di mucche; i loro occhietti tondi, ravvicinati, brillano alla luce delle frontali. Il mio stato d’animo, già precario, sprofonda ancora un po’ verso il baratro: ho paura… Giorgio si sposta di qua e di là alla ricerca della traccia; io preferisco aspettare che si avvicinino le altre lucine alle nostre spalle. Il guaio è che quelle ci seguono, per effetto pecoroni, ma i corridori che le indossano non hanno certo idee più chiare di noi. Il mio compagno di viaggio va a caccia di un lago, perché sa che da lì dobbiamo passare. La cocciutaggine premia: ritroviamo, finalmente, il sentiero. E continua a piovigginare, qualche scroscio più intenso alternato a pause con poche gocce.

ROAD BOOK, Settore 1, Tavola 5 – Il sentiero attraversa il torrente e prosegue lungo il pianoro fino i casolari di Bénévy, dove si entra nel bosco. Finito il sentiero si segue la strada fino a La Clusaz e poi Planaval (1554 m). Punto di Ristoro. Si segue la strada asfaltata fino all’abitato di Revers, poi la strada sterrata che porta a Prariond, dove parte il sentiero per La Frassy. Da qui, sulla strada asfaltata, si giunge all’abitato di Gerbelle. Attraversato il ponte si arriva a Valgrisenche (1660 m). Prima Base Vita.

Umida ed infreddolita, continuo in silenzio la lunga discesa, alle spalle di Giorgio. Quando entriamo nel bosco, il buio sembra ancora più fitto e minaccioso. Mi sembra sia trascorsa un’eternità, quando raggiungiamo tracce di vita: le luci dell’abitato di Planaval, il punto di ristoro. Caffè, Coca Cola e qualcosa da mettere sotto i denti. Scambiamo quattro parole con i gentilissimi volontari, poi ancora in marcia: un breve tratto di strada asfaltata, dove il nostro passaggio è ben segnalato dai coni e dalle fettucce bianchi e rossi, e poi a sinistra, attraverso una frazione, su per una comoda strada sterrata. Ora piove sul serio: Giorgio si ripara; io no, ormai persa dietro ai miei fantasmi, demoralizzata, stanca, impaurita. Lascio che la pioggia impregni l’antivento ed arrivi alla pelle intirizzita; non vedo altro che le luci lontane della prima meta, Valgrisenche, sparse su per il pendio. Solo la leggera salita mi permette di scaldarmi un po’. Il mio compare mi rimprovera, ma non sento ragioni, come se fossi ipnotizzata, incapace di reagire.

A Valgrisenche piove a dirotto. Raggiungiamo il punto vita: potrebbe essere una scuola, non riesco a capire. Controllo del chip sotto un gazebo e solerte volontario che ci consegna le borse: proprio le nostre, contrassegnate con i nostri numeri. Efficienza perfetta. C’infiliamo poi in un budello di corridoio, su per una rampa di scale e, da lì, in una stanza che sarebbe anche ampia, se non fosse un carnaio. Pare l’apocalisse: non c’è nemmeno lo spazio per appoggiare le borse… Sono così confusa che non riesco nemmeno ad organizzare le idee, figuriamoci raccapezzarmi sul da farsi. Una rapida occhiata alle docce ci fa capire che non se ne parla nemmeno. Mi levo il giacchino fradicio, la maglia, la canotta umida; appendo il tutto ad un appendiabiti, alla bell’e meglio, ma senza speranza che qualcosa asciughi. Dalla finestra, la luce fioca di un lampione illumina le pozze giù nella strada; continua a piovere e non potrebbe essere altrimenti. Qui dentro, l’ambiente è saturo di umidità; per terra è tutto sporco e bagnato. Non è colpa di nessuno, beninteso, ne siamo coscienti; è un disagio che dobbiamo accettare. Ci alterniamo in un bagno con il lavandino, dove riusciamo entrambi a darci una lavata, alla bell’e meglio; poi, accantoniamo i borsoni e scendiamo al piano inferiore, a mangiare un boccone. Potrebbero essere le undici, mezzanotte, chissà. Un piatto di pasta caldo, uno yogurt, pane e formaggio a volontà; se non altro, mi consolo dei brividi che mi tormentano per colpa degli abiti umidi. Anzi no, per colpa della mia idiozia. Potrei cambiarmi, ma sarebbe del tutto inutile; consumata la cena, ripartiremo subito, sotto la pioggia. Tempo cinque minuti e sarei dinuovo fradicia.
Quel che vedo e sento intorno a me ha dell’irreale: concorrenti comodamente seduti a tavola, chi chiede un piatto di pasta, chi un bicchiere di vino, e madame volontarie, tutte con la stessa maglietta viola targata Tor des Geants, indaffaratissime a correre di qua e di là, scodellare portate, riempire i thermos del the e del caffè. Come essere al ristorante!
Mangio con calma, quasi a voler procrastinare il momento della partenza. Stanotte non si dormirà: questa è una decisione che ho preso io ed imposto, suo malgrado, al povero Giorgio. Insomma, una notte insonne la si può sopportare; è un’esperienza che entrambi abbiamo già provato più volte. Ho l’incubo dei cancelli orari e vorrei, finché ne sono in grado, accumulare un po’ di vantaggio sulle barriere. E poi, c’è da dire che in questo carnaio è impossibile riposare: soprattutto proprio per Giorgio, che è un insonne nervoso cronico e dà chiari segni di impazienza in mezzo a questa confusione. Ma esito… Per il freddo. Due lattine di bibita Carrefour con caffeina e taurina, due dosi di caffé disgustoso, ma pur sempre caffé, poi è proprio ora di rimettersi in marcia. Torniamo su, nella bolgia; ci equipaggiamo per la pioggia, con giacche e pantaloni impermeabili; riconsegnamo le borse e poi via, fuori, nella notte, sotto la pioggia. Un brivido violento mi scuote. Forza Gian, trova un po’ di buon umore. Qualcosa mi dice che dovrai affrontare di peggio. E’ troppo presto per scoraggiarsi…

Dislivello positivo cumulato 3.750 m; km cumulati 48,6.

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!