12/19 settembre 2010 – Tor des Geants. Quarta tappa Donnas – Gressoney

ROAD BOOK, Settore 4, Tavola 1 – Usciti dalla base vita, si prende la strada che attraversa i vigneti verso il villaggio di Albard de Bard. Fatto il tornante di prende il sentiero che porta alla cappella di Bondon. Si continua in mezzo ai castagni fino alla radura di Places, successivamente per una bella mulattiera in discesa si passa appena sopra al Santuario della Madonna della Guardia e dopo una breve risalita si scende al capoluogo di Perloz (663 m). Punto acqua Si passa nei pressi della chiesa e si prende il “Chemin de la Paroy” fino al Ponte di Moretta che attraversa il torrente Lys. Dopo il ponte, al bivio, si prende la stradina sulla sinistra che porta fino a Tour d’Hereraz (586 m).

Risaliamo una stradina asfaltata in mezzo ai vigneti. Il sole picchia sui nostri crani già affaticati; il suolo riverbera un calore a cui non eravamo più abituati. Morale alle stelle: Michele ci accompagna per un breve tratto, senza mai farci mancare i suoi entusiastici incoraggiamenti. “Vi vedo bene, benissimo!”. Mi torna in mente una sequenza dello splendido documentario su Marco Olmo, in cui Renata incoraggia il marito in corsa: “‘et vedu ben, Marco, cume gambe… Anzi, benisim!”. Proprio vero: magari è una bugia pietosa, ma vale come un toccasana per chi ha da menare i garretti.
Ogni centimetro quadrato di terra è sfruttato per le vigne: che sia in pendenza, sacrificato tra le rocce, poco importa. Giorgio cita l'”agricoltura eroica” di cui parla il critico gastronomico Edoardo Raspelli; è vero, l’espressione rende benissimo l’idea.

Michele ci saluta; promette che continuerà a seguirci, via computer e cellulare, come tanti che in questi giorni stanno seguendo le nostre peripezie. E’ bellissimo e quasi incredibile che qualcuno partecipi alla mia fatica, anche se soltanto in forma virtuale: ricevo decine di messaggi di sostegno… Peccato non poter rispondere, ma devo risparmiare la batteria del telefonino. Non l’hanno ancora inventato, il caricatore per podisti che trae energia dal movimento delle gambe.
Salita dolce e discesa tra vegetazione e poche, sparute costruzioni; si cammina di buona lena, senza fatica, su fondo che non richiede troppo impegno. Così, si può far lavorare un po’ anche la lingua: chiacchieriamo di tutto e di più, di corse e di casi della vita, di momenti vissuti e persone incontrate. Più che parlare, in realtà, a me piace ascoltare; Giorgio, dal canto suo, è un pozzo di sorprese, ha avuto senza dubbio una vita fuori dal comune. E un po’ se l’è creata così, con quel suo carattere terribile… Terribile in entrambi i sensi, istintivo, uno di quelli che agiscono per passione, e dopo, solo dopo, accendono il cervello. Un tratto del carattere che senz’altro ci accomuna, anche se io quasi quasi mi spavento, perché vedo in lui una me stessa portata all’estremo.
Un po’ di sentiero e un po’ di strada sterrata; abbiamo guadagnato quota, qualche centinaio di metri forse. Accanto alla strada, cataste di tronchi segati e ripuliti, intenso profumo di legno. Un po’ di piano, poi si risale, e ancora si scende, giù per un budello in mezzo alla vegetazione fittissima dal verde intenso, quasi nero. Un ponte in pietra, splendido, con una struttura coperta a forma di torretta nel centro ed affreschi ormai sbiaditi sulle pareti, ci porta dall’altra parte della valletta, a risalire appena appena, fino all’abitato di Perloz. Qui ci accoglie un punto di ristoro: non sia mai che ci tiriamo indietro!

ROAD BOOK, Settore 4, Tavola 2 – Dopo pochi metri si raggiunge la strada regionale asfaltata, da percorrere per circa 150 metri fino a Barmette, quindi a Remondin. Davanti alla cappella si prende una bella mulattiera fino alla strada asfaltata, la si percorre per un tornante e si imbocca poi la stradina
sterrata sulla sinistra che attraversa il bosco. Si prosegue alternando sentiero e strada fino alla cappella di Santa Margherita. Si prosegue verso destra in direzione Granges e per un viottolo si arriva al villaggio di Moline (1386m) e Sassa (1433M). Punto di ristoro.

Tra saluti ed incoraggiamenti, ripartiamo sul selciato di questo splendido abitato tutto in pietra. Infervorati nei nostri discorsi, siamo riusciti ad estraniarci da tutto; è vero, questo tratto di gara non è poi così impegnativo, ma noi siamo entrambi da un’altra parte. Trottiamo solo perché ormai le gambe non sanno fare altro. Finché raggiungiamo un grosso ponte, con parapetto in ferro ed un sistema di imponenti chiuse: qui sì che mi distraggo, a contemplare l’enorme paratia, il cilindro filettato che la solleva, ad immaginare la forza necessaria per azionare un sistema del genere.

La stradina a sinistra ci porta in direzione di Tour d’Hereraz; un breve tratto di asfalto e si attraversa un altro abitato, una bomboniera di poche case, qualche gatto ed un cagnetto in braccio al padrone. Giorgio ricorda l’aneddoto di una sua amica, ammirata alla vista di alcune oche in un cortile: “Che belle queste oche!”. E la padrona delle bestie, di rimando: “E sapesse come sono buone!”. Immagino il raccapriccio dell’amica di Giorgio, animalista convinta…
Presto, la comoda salita lascia il posto ad un sentiero micidiale: così, a tradimento. Imbocchiamo la prima rampa proprio mentre ci sorpassa una coppia di concorrenti. C’informano che a Sassa c’è un rifugio e che forse si potrà dormire: già, è tempo di pensare anche a quello; tra poco calerà la sera ed avremo necessità di due o tre ore di riposo, approfittando del buio. Confortati, affrontiamo le rampe spietate di questa risalita che ci taglia il fiato: non ne abbiamo più, adesso, per chiacchierare. La povera Santa Margherita, a cui è dedicata la cappella che dovremmo raggiungere, da parte mia è bestemmiatissima: sono un po’ preoccupata… Soffio come un mantice, mi sento come se pesassi un quintale e mezzo; maledico ogni tornante, eppure ce n’è poi sempre un altro… Ma quando finisce questo calvario? Su e ancora, su, in mezzo alle case, con la strada asfaltata che ogni tanto lambisce i nostri piedi. Potremmo anche passar di lì, volendo… Ma no, dai, sarà quasi finita. Quasi. Quasi un accidente…

Un sentiero più pietoso, pur sempre in salita, ci porta ancora avanti, mentre io medito sulle mie disgrazie e sul mio sconforto. Calma e sangue freddo, è una piccola crisi, una delle tante; lo sai, Gian, che, quando ti sembra di non averne più, in realtà puoi camminare ancora per ore. Coraggio, tra poco si arriva a Sassa, si riposa un po’ e si riparte, come si deve. Il timore serpeggiante è quello di non poter dormire: il primo punto utile successivo è il Rifugio Coda, ad almeno tre ore di cammino, e sta per calare la notte. Il sentiero passa accanto a due baite, abbandonate ma apparentemente in buono stato; se non dovesse esserci posto per noi al rifugio, questa potrebbe essere una sistemazione da tener presente.

In alto, sopra la nostra testa, spunta il profilo di un edificio: un istante dopo, c’investe il frastuono metallico di un campanaccio da mucca, che suona proprio per noi. Un’ultima, impietosa rampa in mezzo al pendio erboso e siamo su, località Sassa. Un punto di ristoro luculliano: ci godiamo uno splendido tramonto rosso, stritolando pezzi di pane e fontina sotto le ganasce ormai simili a quelle di un coccodrillo. Giorgio s’informa se sia possibile riposare qualche ora: io non fiato, ma attendo con trepidazione… E con il freddo che mi assale la schiena. Sì, a quanto pare sì: sospirone di sollievo… La gentilissima ragazza dell’organizzazione ci accompagna in una stanza tutta rivestita di legno e riscaldata dal tepore di una stufa a legna; saliamo poi un paio di cigolanti rampe di scale, fino ad una piccola stanza con un divano ed un tappeto per terra. Perfetto: un paradiso. Cedo il divano a Giorgio, che a dormire ha ben più difficoltà di me; stendo a terra il sacco a pelo e, fatta una rapida puntata in bagno, mi ci inumo.
Sonno tormentato dal suono del campanaccio, che sottolinea senza pietà l’arrivo di ogni corridore; un fracasso che però si limita a trascinarmi in uno stato intermedio tra sonno e veglia, senza mai farmi aprire gli occhi. Ci riesce, di lì a poco, un imperioso bussare alla porta: schizziamo entrambi su, spaventati. Che succede? “Sono le nove passate, dovete ripartire”. Come, dobbiamo ripartire? Ma non sono passate neanche due ore… “Ci dispiace, è il regolamento, potete fermarvi al massimo due ore, poi dovete ripartire”. Non ci credo, è un incubo, ditemi che è un incubo. Qui, imbozzolati al caldo, sfiniti, nel tentativo di strappare indietro un po’ di energie… Ci buttano fuori? Magra concessione, un quarto d’ora per ricomporci, prepararci e scendere. Ho le lacrime agli occhi: lacrime di paura, di sconforto, di rabbia. Regolamento o no, questi sono dei pazzi, dei criminali… Le mani tremano mentre cincischio per raccogliere ed arrotolare il sacco a pelo. Non è possibile, non può essere vero… Inveisco, con la voce rotta; Giorgio, caso più unico che raro, è molto più calmo di me. Già, presto svelato l’arcano; quando s’è coricato, ha preso una dose, seppur minima, delle pastiglie che lo aiutano, lui insonne quasi patologico, ad addormentarsi. Ovvio che adesso è tranquillo. Calmo per effetto del sonnifero, ma lucido quanto basta per rendersi conto che, con quell’ostacolo in corpo, non gli sarà facile riprendere la marcia su per la montagna. Il pensiero mi attraversa la testa come un fulmine: per la miseria… Non solo non sarà facile; se dovessimo raggiungere qualche tratto delicato o esposto, sarà anche dannatamente pericoloso!

Scendo le scale con il cuore in tumulto; sfogo la mia rabbia sugli incolpevoli volontari al ristoro: “Lo so che non è colpa vostra, lo so che voi eseguite gli ordini, ma per favore dite al responsabile di tutto ciò che è un pazzo!”. Qualcuno interviene per calmarmi: “E’ una questione di sicurezza….”. Gli volo agli occhi: sicurezza? Sicurezza è impedirci di riposare un po’, è buttarci fuori per andare a duemilacinquecento metri nella notte quando siamo disfatti e chiediamo solo ancora un paio d’ore per dormire? A quanto pare sì, è proprio così: o ripartiamo, o ci squalificano, e guai a fermarsi a dormire da qui al prossimo punto di rilevamento, perché, se là non dovessero vederci arrivare entro un certo tempo, farebbero partire i soccorsi. Incredula ed inferocita, tremo per il freddo e la rabbia; Giorgio mi esorta a star calma e quasi quasi mangio vivo anche lui: calma? Da che pulpito viene la predica!

ROAD BOOK, Settore 4, Tavola 3 – Da Sassa si prosegue per il sentiero n 1 che conduce al col Portola (1966m) e successivamente al Col Carisey (2124m), da qui si prosegue lungo la cresta che porta al Rifugio Coda (2224m). Punto acqua.

Col fiato rotto dai singhiozzi, riprendo la marcia, su per un sentiero oscuro e minaccioso. Giorgio a ruota, silenzioso. La luce ed i rumori del rifugio svaniscono alle nostre spalle. Alla prima radura, tentiamo di riprendere per un po’ il sonno interrotto: indossiamo una giacca in più e ci sediamo sull’erba, dove il pendio fa quasi da schienale. Prendo sonno per qualche minuto, ma fa troppo freddo; c’è poco da fare, tocca rassegnarsi all’evidenza. Riprendiamo a salire. Ascesa lunga e tormentosa, anche se sopra di noi splende un’infinità di stelle. Lumini ci seguono e ci precedono, si confondono con la luce riflessa delle bandierine. Fa freddo; avanzo lentamente, con tanta fatica, la testa che scoppia, la tensione che mi tormenta. Giorgio è silenzioso; sono preoccupata, vorrei sentirlo parlare di tanto in tanto; ho paura che la medicina possa fargli male, anche se di chimica se ne intende certo più lui di me- Procediamo nel buio; le rocce si delineano pian piano, a mano che ci avviciniamo, in forme incerte, a volte assurde, che si trasformano nel riflesso della frontale. Siamo a capo di un piccolo gruppo quando, d’improvviso, un’esclamazione mi risveglia dal mio rassegnato torpore. Un passo ancora e ne capisco anch’io la ragione: davanti a noi, sotto le nostre scarpe, è apparsa dal nulla una distesa immensa di luci; la pianura, bella come mai la si potrebbe vedere di giorno. Un francese alle mie spalle si commuove: “Paris, Paris”, esclama! Beh, non esageriamo, Paris magari no… Accontentiamoci che sia Biella! Giorgio ricorda infatti che, secondo il road book, avremmo dovuto sconfinare per un tratto in terra piemontese.

La salita, che già speravo conclusa, riprende, sia pur più dolce, attraversando un pendio erboso esposto al vento. Il sentiero è incerto, si cammina da una balise all’altra, ancora e ancora. D’un tratto, compare un’intensa luce fissa, quella del rifugio; ma è ancora distante. Sembra che si sposti, ad ogni curva si allontani… Breve risalita, discesa, ancora risalita, discesa, e poi… Ci sarà posto? Si potrà dormire un po’? Per noi è vitale. Anche una sola ora, ma dobbiamo riposare, a questo punto. Il freddo mi tormenta…

La luce finalmente si ferma, si fa più intensa. Si delineano i contorni delle finestre e di una porta. Il Rifugio Coda, finalmente: 2.200 m di quota, circa, con vista sulla pianura. Il punto di ristoro, o meglio un semplice punto acqua, è all’esterno, sotto un gazebo. Entriamo nel rifugio: la ragazza che lo gestisce ci dice che non ci sono più letti liberi… Non ha alcuna importanza; la prego di trovarci un posto, un posto qualsiasi, anche solo una panca, un angolo di pavimento. Ci va di lusso: la ragazza, gentilissima e solerte, ci procura addirittura un tavolo per uno. Non avrei mai osato sperare tanto. Un tavolo ed una spessa coperta di lana: il paradiso. Levo le scarpe, lo zaino. In questo camerone che sembra una bolgia infernale, mi accuccio sul mio giaciglio e piombo nel sonno, un sonno travagliato, in cui s’insinuano le voci, i rumori dei passi sul pavimento di legno, degli zaini che si abbattono per terra. Mi risveglio forse dopo un’ora, in preda ai brividi nonostante la coperta; contro di me, sullo stesso tavolo, s’è addormentata un’altra ragazza. Indugio un po’, prima di alzarmi; poi vedo Giorgio già in moto. Ok, è ora di tirarsi su. Propongo, però, di mettere nello stomaco qualcosa di caldo: alla proposta di una cioccolata, il mio compare non dice di no. La ragazza del rifugio e la mamma sono instancabili; preparano immediatamente un tavolo e servono colazione a noi e ad un’altra coppia, con cui poco prima abbiamo sentito volare qualche parola grossa, forse per un’incomprensione. Noi corridori siamo stanchi, è vero, ma, come giustamente fanno notare le rifugiste, loro lo sono, se possibile, anche di più… La ragazza è in piedi da 50 ore, con un piede malamente infortunato per una caduta; non ha ricevuto né un paio di stampelle per sé, né tantomeno rifornimenti sufficienti per i corridori, tant’è che ha quasi esaurito le scorte del rifugio. E poi, certo, il suo lavoro non sarà esaurito quando l’ultimo concorrente sarà passato di qui: le resterà un campo di battaglia da ripulire e rassettare… Però ha un carattere di ferro: s’è opposta, lei, all’ordine di mandar via la gente che si ferma a dormire. A costo di stipare il locale notte estivo, quello invernale, pavimenti e tavoli della sala da pranzo. L’ascolto a bocca aperta: questa ragazza, come si suol dire con fine locuzione, ha davvero le palle quadre… E la mamma come lei! Non finirò mai di ringraziarla per avermi trovato un posto. Un’ora, una sola ora di sonno, ma per me, qui, quell’ora fa la differenza tra crollare e continuare.
Colazione con una squisita cioccolata calda, fette biscottate e burro: poi è proprio il momento di andar via. Usciamo sotto le stelle, ma con la consapevolezza che l’alba non tarderà a sorgere; mi ripropongo di contattare le due signore, in qualche modo, per dire loro grazie.

ROAD BOOK, Settore 4, Tavola 4 – Passati per un piccolo tratto sul lato Biellese si raggiunge un colletto da cui il sentiero scende ripido sino all’alpe Serrafredda (1904 m). Una piccola risalita e poi si attraversa il fianco della montagna sino a Gouillas (1814 m) dove si incontra una strada interpoderale. La si segue per un tratto per poi imboccare sulla destra il sentiero dell’alta via n. 1. Si attraversano pendii boscosi per poi scendere al lago Vargno (1670 m ) Punto di ristoro. Lasciata a destra l’alta via, si scende un piccolo tratto per poi imboccare sulla destra il sentiero n. 2° che conduce al Col Marmontana (2348 m).

Ci avviamo lungo un sentiero che scende leggermente, fino ad un bivio; da qui, il sentiero precipita giù con ripidi salti, pietroni, tratti talvolta un po’ esposti che mi costringono ad una marcia molto cauta. Giorgio sembra star meglio, scende rapido e sicuro, laddove io devo misurare ogni passo. Vorrei godermi un po’ le stelle, ma come si fa? Se solo alzo il naso dalla direzione della punta dei miei piedi, rischio di schiantarmi… Chissà quanta gente ci resta davanti, quanta alle spalle? Non ha molta importanza; dovremmo essere, secondo i miei calcoli, abbastanza ben messi, rispetto ai cancelli orari. Non ho riferimenti per capire dove va il nostro tracciato. Ci ritroviamo, d’improvviso, su una strada sterrata; fin qui sono arrivati un camion ed una scavatrice, che riposano sul bordo della carreggiata. Confesso che avrei una gran voglia di aprire la portiera ed approfittare dei sedili per dormire… Il sonno continua ad assillarmi, lo so, sarà così fin quando non spunterà il giorno. O meglio, finché non sarò nella luce piena del sole. Anche Giorgio tribola e sbadiglia. Via, a destra, ancora salire, su per un pendio tra boschi ed alberi e tentacoli che si allungano su di noi. Dobbiamo raggiungere un lago… Quanto manca? Non lo so, e del resto non avrebbe grande importanza. La mia percezione delle distanze è sconvolta, deformata dalla stanchezza, dal sonno, dalla nausea. Torniamo a scendere: tante lucine, davanti a noi, disperse per la montagna. Ennesima sosta tecnica per me: adesso basta, bisogna correre ai ripari, invocando San Dissenten in dose equina, altrimenti va a finire che mi disidrato. Giù due pastiglie in una botta sola, con il rammarico di non aver portato un bel tappo da damigiana.

La discesa non è difficile, ma interminabile; tornanti, ancora tornanti, cambia di continuo direzione rispetto a dove m’immagino che vada a passare. Giorgio è qualche minuto avanti, scende di buona lena; io mi sento intontita, la testa pesante, una nausea che non riesco a frenare. Eppure, ho anche fame. Si entra nel bosco. Cerco le lucine con disperato desiderio, ma sono ancora giù, tanto più giù; ancora tornanti e tornanti, non è fatica, ma io non ce la faccio più. Quando finalmente scorgiamo la luce del punto di ristoro, sono quasi al limite. Un passaggio in cemento sopra il torrente, una breve rampa in risalita: alla casermetta troviamo un gazebo, un tavolo ben fornito di cibarie, un fuoco acceso.

Mi abbatto a sedere vicino al fuoco, poi su una panca, la testa contro il muro, la nausea più intensa che mai. E’ Giorgio a proporre un momento di pausa dentro la casermetta. Abbiamo delle brande a disposizione, anche qui. Mi abbatto sulla prima che trovo, così come sono, senza vestirmi, senza nulla, in confusione; Giorgio mi parla, ma non riesco a seguirlo. Un quarto d’ora di sonno, forse; poi i brividi mi costringono a muovermi. Certo che, se nessuno di noi rimedia qui una polmonite, possiamo dirci davvero fortunati, quanto a dotazione immunitaria…
Usciamo dal gelido camerone, fuori, appena in tempo per le prime luci di un’alba altrettanto gelida. Al banchetto del ristoro, prendo un the caldo. Nel frattempo, è arrivato anche Aldo, che, come suo solito, se la prende comodissima. Mi riempo la sacca a spallaccio di formaggio e beni di conforto vari, che mi riprometto di sgranocchiare lungo la salita; infreddolita, riparto a ruota di Giorgio.

La salita successiva è ripida, impegnativa, in mezzo a prato, roccette e resti di baite; il cielo ora azzurro ci mostra i contorni delle montagne e, forse, anche la nostra meta. Settecento metri da superare, circa, lungo un bel percorso dalla pendenza regolare, un po’ più pietosa nella parte alta. La nausea pian piano se ne va; al contrario di Giorgio, io credo di poter affermare che, entro certi limiti, mi sento decisamente meglio quando la quota aumenta. Respiro a pieno polmoni, sento le gambe meno affaticate. Al colle, Aldo non ci ha ancora raggiunti: un piccolo punto d’orgoglio… Anche se, in realtà, lui non ha alcuna intenzione di raggiungerci, né alcun interesse; l’ha dichiarato a chiare lettere, in tempi non sospetti; questo per lui è un viaggio… Lo è anche per me; solo che io, purtroppo, ho una marcia ben più lenta della sua e non posso indulgere troppo con me stessa.

ROAD BOOK, Settore 4, Tavola 5 – Sotto il colle si tiene la sinistra per scendere il vallone. Si percorre un lungo tratto in discesa fino al Lago Chiaro (2096 m). Superato un piccolo sbarramento artificiale all’alpe di Leikier (2094 m) si prosegue verso l’alpe Mianda (1998 m) dove si trova il bivio dietro ai massi. Si prende il sentiero a destra per risalire fino alla spaccatura nella roccia chiamata Crenna dou Leui (2311 m). Si scende per un tratto sino al colle della Vecchia (2184 m). Si continua lungo una mulattiera che attraversa il ripido versante roccioso. Lasciato a sinistra il sentiero che scende a Gaby per poi attraversare con alcuni saliscendi sotto al monte Chaparelle e dopo una ultima discesa Niel (1555 m). Punto ristoro.

La discesa, lunga ma non troppo impegnativa, ci congela il sudore sulla pelle. La temperatura è davvero siberiana, il terreno duro, gelato. Quattrocento metri di dislivello e gli ultimi assalti del sonno. Ci distrae il rumore continuo, sordo, sempre più vicino del motore dell’elicottero: lo vediamo salire dal fondovalle e sparire dietro il costone della montagna. Prima che arriviamo anche noi ad oltrepassare la spalla che ci copre la visuale, l’elicottero è già ripartito. Forse un soccorso? Siamo ormai nei paraggi di un bel lago; mi sembra di scorgere, nel pianoro, un gruppo di persone. Forse una comitiva? Così presto? Escursionisti duri e puri! Invece no, quello è il nostro mini punto acqua; lo raggiungiamo dopo aver superato, con una certa difficoltà da parte mia, una piccola chiusa di cemento che costringe, ahimè, ad un salto. L’infortunato portato via con l’elicottero pare si sia sinistrato proprio così… Davanti ad un bicchiere di the caldo, scambiamo quattro chiacchiere con i colleghi occasionali di marcia, Nicole e Leonardo. Non invidio i due volontari costretti qui all’immobilità, mentre il sole tarda ancora a raggiungere questa conca; il freddo spaventa in marcia, ma è davvero insopportabile da fermi.

Ripartiamo. Quante volte si riparte, in questa lunga avventura. E mi sorprendo io stessa di quanta ansia, ogni volta, mi spinga avanti i piedi. Un tratto di sentiero facile, quasi in discesa, sul versante della vallata alla nostra destra; poi, una brusca svolta e si torna a risalire. Pare che questa sia, a detta di qualche bene informato, la salita più terribile dell’intera gara. Beh, non c’è che dire: incoraggiante. Il road book parla genericamente di un sentiero… Non è esattamente così: dopo le prime rampe, che risalgo con l’entusiasmo del sole finalmente ritrovato, la traccia si perde su per una pietraia di roccioni grossi, spesso instabili, da risalire con agilità a me sconosciuta. Giorgio, leggero e perfettamente a suo agio, mi supera in quattro salti; io arranco, uso tutti gli appigli possibili, naso compreso; la balise è là, cerca l’appoggio, prova se regge, sali un passo, un altro appoggio, piede qui, mano là… E guai a girarsi indietro. Se guardo giù, è finita. Sento alle spalle le voci dei due colleghi, pure loro tosti e determinati. Ancora appigli precari, passaggi che non so come risolvere, manco fossi alle prese con un 7B… Giorgio è sparito. Il cuore impazzisce di paura all’ultimo passaggio, che mi costringe ad interminabili istanti di sosta, senza che io riesca a vedere la soluzione del rebus. Poi ci provo, con le mani che tremano di terrore: fatto, sono oltre. Finalmente, dopo un’eternità, sul sentiero: una traccia minima, stretta, con il baratro di fianco, ma c’è. E, davanti, uno spettacolo tanto suggestivo quanto sinistro, una fessura, una spaccatura verticale nella roccia, e la figura scura di Giorgio nel mezzo, in controluce. E’ d’obbligo una foto.

La discesa, almeno nel tratto iniziale, è tutt’altro che semplice. Adotto la collaudata tecnica dell’appoggio di chiappa, perché il sentierino è una linea ripidissima, a tornantini, che attraversa la pietraia, e le scarpe tengono quel che possono. Il piede, anche appoggiato di taglio, inesorabilmente scivola verso valle. Per poche decine di metri di dislivello, impiego un’eternità… Il guaio è che entrambi la stiamo prendendo un po’ sottogamba; secondo i nostri calcoli, e da una rapida occhiata allo schema del road book, dovrebbe mancare solo più una risalita, non troppo impegnativa, e poi giù fino a Gressoney. In effetti, al termine del tratto più ostico, il sentiero prende una pendenza appena più dolce; da lì, però, è un continuo, interminabile, distruttivo susseguirsi di saliscendi, a volte anche aspri, tra il prato, le rocce e gli acquitrini; una tortura per le gambe ed una prova ancor più severa per il morale. Si risale, si risale, si risale ancora e ancora; io sono sfinita ed il mio compare non è in condizioni migliori. Visibilmente nervoso, scatta per un nonnulla. Al di là dell’ennesimo colletto, vediamo, contro il cielo, le sagome di un gruppo di persone: come vorrei che ci fosse, tra loro, qualche viso noto… No, non sono qui per noi. Passiamo accanto, ma, per errore, proseguiamo nel prato, perdendoci qualche balise. Ce ne accorgiamo quasi subito; Giorgio cerca a gran voce di attirare l’attenzione dei tifosi, appollaiati su una collinotta. “Lassù”, ci indicano, “di là”: il mio compare non afferra al volo, s’infuria e sibila una rispostaccia… No, questo non lo sopporto. Già sono stanca e preoccupata; non tollero scatti di nervi, né da me stessa, né da altri. “Vuoi dartela una calmata?”, lo rimprovero. Per tutta risposta, il malnato parte a razzo, su in verticale per un ripido pendio erboso: non ho altra scelta che seguirlo, arrancando, scivolando, cercando invano appigli inesistenti, con il cuore in gola per l’angoscia, anche se qui, forse, reale pericolo non ce n’è. Vedo arrivare, da destra, qualche decina di metri più su, altri corridori: beh, vero, abbiamo sbagliato strada, ma stiamo tornando sulla retta via. Infatti, ci immettiamo su un sentiero che porta dritto ad un colle, con tanto di torretta di segnalazione in pietre; però, non lo oltrepassiamo; imbocchiamo invece una mulattiera sulla sinistra, che taglia una parete di roccia. Sono al limite della resistenza, fisica e morale; sono a terra, sfinita e sfibrata dai mille saliscendi senza certezze, senza prospettiva di un colle da cui scendere giù, definitivamente. Giorgio trotta rapido, ma non lo seguo, non ci provo nemmeno. Cerco un conforto nel telefonino, ma è solo un pensiero; lo ripongo nella sua tasca. Le gambe fanno male. Brutto segno.

Un punto di ristoro, solo da bere: ma è un enorme conforto. Un cagnetto ci si avventa contro, abbaiando feroce: Giorgio reagisce malissimo, gli urla contro, gli punta i bastoncini. Eh no, quando è troppo è troppo, e questo è decisamente troppo. M’infurio anch’io: “Ma che caxxo fai? Sei scemo? Datti una calmata!”. Sono fuori di me: un gesto del genere, in mia presenza, nei confronti di un cagnetto, e per giunta da parte di un veterinario… Nemmeno mi risponde, lui. Tempo di chinarmi ad accarezzare il cagnetto, per nulla minaccioso, solo un po’ esuberante; tempo di constatare che ho perso una borraccia… Mi giro e non lo vedo più. Va bè, peggio per lui, se ha le paturnie se le farà passare. Un bel bicchiere di Coca Cola, saluto, riparto. Pochi tornanti per perdere quota in un attimo, poi via, lungo sentiero spesso in piano o quasi, attraverso i pascoli. Cammino con lo sguardo a terra e l’animo in tumulto; mi riprometto di arrivare giù e commettere un omicidio, ma che sia lento e doloroso. Ecco, molto del carattere di Giorgio mi piace, ma questo è il lato che in lui detesto di tutto cuore. Farsi saltare i nervi per delle emerite stupidaggini: basta un gesto, una parola fuori posto, un attimo di attesa di troppo, e già lo vedi che in viso si trasforma, quasi gli spuntassero i canini alla Dracula. Mi duole ammetterlo, è un amico buono e caro, ma certo la sua indole non è il miglior compendio per la mia, in una prova così lunga ed impegnativa dove il capoccione viene messo alla prova quanto e più dei muscoli. Ci vorrebbe, al contrario, qualcuno che brilli per calma olimpica e pazienza certosina. Per me, come per lui. Sì, forse, da parte mia, la terapia d’urto del “vaffanxxxx” nei suoi confronti non è la più indicata…

Così rimugino, camminando giù per un sentiero che scende appena appena. All’improvviso, scuoto la testa, come se mi risvegliassi lì per lì da un brevissimo sonno. Sonno? Ma se sto camminando! Bah, sarà un’impressione. Pochi metri dopo, dinuovo, stessa cosa: come se dormissi, ma questa volta a risvegliarmi non riesco. Mi sento come se la testa stesse galleggiando. Come se a muovere i piedi e le mani non fosse la mia volontà, ma una forza esterna, indipendente. Che cavolo sta succedendo? Mi fermo un attimo, mi siedo per terra. Mi rialzo, riparto: intontita, sento i suoni lontani, ovattati, e quel che vedo non sono i miei occhi, a vederlo. Oh cavolo… Mi sa che qui marca davvero male. Provo a mangiare qualcosa: niente, non cambia nulla. Provo a parlare: sento la mia voce, ma non viene da me. Va a finire che tra un po’ perdo l’equilibrio e stramazzo… Eppure, no, non mi sembra; continuo a camminare, più o meno in piedi sto; solo, devo fare uno sforzo esagerato per mettere a fuoco quel che vedo, sentiero, sassi e buche compresi. Non è sonno: non consapevolmente, almeno. Semplicemente, la mente se ne va: come fosse un palloncino gonfiato ad elio. Come se stessi sognando: devo stringere i denti per tenerlo giù, ancorato a terra, il palloncino. La testa mi scoppia… Cammino, cammino, sempre in discesa, a volte più ripida, a volte in piano, intontita eppure cosciente di esserlo. E un po’ spaventata, perché ho davvero paura che, da un attimo all’altro, questa strana sensazione prenda il sopravvento. Non devo cadere, a tutti i costi: se mi spacco un’altra volta i denti, sono guai… Penso a qualcosa di concreto, penso a Gressoney, al pasta party, penso ai sassi sul sentiero, alla partenza, all’arrivo. Nulla.

ROAD BOOK, Settore 4, Tavola 6 – Attraversato il villaggio si risale lungo aspri pendii sino al Col di Lazoney (2364 m). Dal colle si apre l’ameno vallone del Loo che con dolce discesa conduce all’alpe di Ober Loo (2055 m). Punto acqua. Attraversato il torrente il sentiero scende più ripido sino a Loomatten. Costeggiando la strada principale si raggiunge velocemente la base vita al Palazzetto di Gressoney (1329 m).
Raggiungo il punto di ristoro, allestito in un cortiletto in pietra, accanto ad un rifugio o ristorante, non ne sono ben sicura. Qui è necessario che mi prenda qualche momento di pausa. “E’ mezz’ora che ti aspetto”, ringhia una nota voce alle mie spalle: toh, chi si rivede… Ecco, se vuoi la guerra, mi cogli nella migliore disposizione d’animo. Ovvia la mia replica: “E chi ti ha chiesto di aspettarmi?”. Proprio quando già ero un po’ rassegnata ed un po’ illusa all’idea di proseguire il viaggio in solitudine… “Io non ho fatto niente a te, non ho detto niente contro di te, e tu invece mi hai insultato”. E sapessi quel che mi sta passando per il neurone in questo momento, caro mio. Taccio, solo perché so che mi pentirei di aver parlato, e mi riempo le mani di pappatoria per scongiurare il rischio di una denuncia per lesioni volontarie, aggravate e continuate. Più nero in viso di uno spazzacamino, Giorgio raccoglie le sue cose e si fionda in marcia. Lo ignoro: con calma, mi rifocillo ed approfitto del bagno; infine, anch’io mi assesto lo zaino sulle spalle e riparto, all’avventura.

Il sole è davvero caldo in questo fondovalle; picchia sul cranio già dolente. Appena oltre il paese, imbocchiamo una salita sulla destra, che inizia con una scalinata erbosa accanto ad un muretto in pietra. Poco più avanti di me, una coppia che, sulle prime, faccio fatica a seguire. Il pancino deve ancora superare il trauma dell’abbondante pasto; meglio salire con cautela. Si suda, sotto un sole limpidissimo. La fatica, però, ha il pregio di allontanare un po’ il malessere, almeno per il momento. Raggiungo un gruppo di case nel mezzo del pianoro; accanto scorre un torrente d’acqua cristallina: riempo la borraccia, cosa che ho dimenticato di fare giù al ristoro, e metto la testa sotto la cascatella gelida. Per un istante, mi manca il fiato, tale è lo sbalzo di temperatura per il povero neurone; però, poi, mi ritrovo le idee un po’ più chiare. Il sentiero piega a sinistra e sale prima in mezzo al bosco, poi su per il pendio. Incontro una comitiva di escursionisti non più giovanissimi, sparpagliati tra i tornanti, interessati, a quanto pare, più alla chiacchiera che alla marcia. I miei due compagni di salita si fermano per prendere acqua ad una piccola fonte, nella fessura di una roccia; li supero, senza tuttavia infliggere loro gran distacco. Non ci riuscirei nemmeno se volessi, ma, in ogni caso, non voglio: non avrebbe alcun senso. Mi pare di scorgere, parecchio più avanti, la sagoma del fuggitivo. Qualche tornante più in su, mi sembra di intuire una figura ferma su quello che immagino sia il colle, contro il cielo azzurro. Me la prendo comunque comoda; non ho alcuna intenzione di sprecare nemmeno una stilla di energia per arrivare più in fretta lassù. Lascio ad altri le velleità da velocisti.

“Oh guarda… Un centro Vodafone”, esclama serissimo uno dei due colleghi alle mie spalle. Per poco non mi ribalto dalle risate. Tornantino dopo tornantino, raggiungiamo la vetta quasi insieme. La figura che avevo visto in lontananza è un escursionista appollaiato sul cocuzzolo lì accanto: “Quel signore con i capelli grigi ha aspettato un po’, poi è partito in discesa… Mi ha chiesto di dirtelo”. Ecco… Se è andato, meglio per lui. “Non vorrei essere nei suoi panni”, osserva sornione il collega. Non mi fermo: sul colle spira un vento rabbioso. Un’escursione termica violenta tra il caldo della salita e le raffiche che appiccicano gli indumenti bagnati alla pelle. Meglio indossare il giacchino, e con tanto di cappuccio.

Attraverso un ampio altopiano erboso, saltando da un acquitrino all’altro; per un pelo, riesco a richiamare la concorrente tedesca, che vedo imboccare tutt’altra direzione rispetto a quella segnata dalle bandierine. “Danke”, ringrazia, e fila via con il suo passo implacabile. Il vento mi gela la faccia e le mani; stento a seguire la traccia delle bandierine, che attraversa il campo in linea retta. Una mandria multiforme, mucche, pecore e qualche capra; il pastore saluta gentile, s’informa sulla gara, mi chiede come va. Finché tiro avanti, va benissimo…

Il sentiero, d’improvviso, supera una sorta di “scalino” naturale e scende, ripido, a tornanti, per poi tornare ampio e, volendo, corribile. Ovviamente, non voglio. Il mio malessere non tarda a farsi sentire, più arzillo che mai, lui. La salita, entro certi limiti, impegna anche la mente, costringe alla concentrazione ed alla fatica, distrae. In discesa, è fatale, i nodi vengono al pettine. Proprio come qualche ora fa, mi trovo in difficoltà a mettere a fuoco il sentiero, le pietre, a comandare i piedi che vanno per conto loro. Talvolta ho la sensazione di cadere a terra, quella stessa che ogni tanto mi risveglia di soprassalto quando sogno di precipitare; il guaio è che in questo momento sono sveglia, o almeno ci provo con tutte le mie forze. Mi guardo intorno, come se la presenza di qualcun altro potesse essermi d’aiuto; nessuno, non c’è anima viva, né davanti, né dietro. Posso solo sperare che la fine della discesa non si faccia troppo desiderare.

All’alpeggio di Ober Loo, gusto qualche pezzo di una toma in bella mostra sul tavolaccio di legno e m’informo sul meteo per i prossimi giorni: tutto come se io stessi osservando me stessa dal di fuori. Non sento mia la voce, né mi sembra che gli assistenti del ristoro stiano parlando proprio a me. Nemmeno una dose di caffé mi riporta alla ragione. Riparto, divisa tra curiosità e paura; la discesa è ancora lunghissima e tormentosa, perché, in questa condizione, per me la fatica si moltiplica. Ogni passo è un’incertezza; i miei occhi non vedono le pietre, vedono altro o nulla, e devo strabuzzarli, stropicciarli, devo prendermi a schiaffi. Piano, piano, ancora piano. Non serve nemmeno farmi del male, piantarmi le unghie nelle braccia; come se mi avessero anestetizzata ed io non riuscissi a svegliarmi. Quella stessa sensazione di sospensione tra sonno e veglia. Eppure, mi sembra di riuscire a ragionare, più o meno; è il corpo, che va per conto suo. Chissà, rifletto: forse questa è una forma di autodifesa dell’organismo; visto che io non gli permetto di dormire, lui se ne va in “modalità risparmio”, come i computer.

Vedere un po’ di bosco mi conforta; se non altro, siamo sotto i duemila metri, anche se la discesa è ancora lunga. Raggiungo un’altra coppia di concorrenti, che mi confermano, se ne avessi avuto bisogno, che il marrano è passato avanti. Tanto lo ripiglio, prima o poi, oh se lo ripiglio… Il sentiero d’un tratto prende a risalire, anche ripido in alcuni punti, nella pineta; confido almeno che la risalita, l’ennesima inattesa ed indesiderata, mi riporti con i piedi per terra… Niente da fare, allucinata sono ed allucinata resto. L’ultimo tratto nel bosco, per raggiungere il fondovalle, è un calvario, con la luce del sole che digrada nella sera. Se viene buio, sono panata. Scuoto la testa peggio di un cavallo imbizzarrito; mi sembra di camminare sulle uova. Non mi par vero di vedere, alla mia sinistra, tetti, segni di civiltà. Il sentiero mi scodella sulla strada asfaltata, tratto poco simpatico, perché le auto ci sfrecciano senza criterio. Sono più intontita e confusa che mai: devo raggiungere il ristoro… Non ho sonno, ma so bene che ho bisogno di dormire. Poco, ma dormire. E’ quasi sera; ci sarebbero ancora un paio d’ore di luce da sfruttare, ma non posso. Non ce la faccio proprio.

Raggiungo un compagno di sventura: facciamo quattro parole, ma non riesco a seguire il discorso; mi sembra che il suono della sua voce arrivi da chilometri di distanza, come un’eco confusa. Allungo il passo, non per arrivare al ristoro prima di lui, ma per evitarmi figuracce: non riesco ad articolare le risposte come vorrei. Mi mancano le parole. Due km, annuncia la scritta sull’asfalto. Ancora due km… Mi trascino, allucinata come non mai, con la testa che scoppia. Accantonati i propositi omicidi, ho solo voglia di una branda. Un albergo, una tavolata, gente che saluta: li vedo, ma non riesco a reagire. L’unico pensiero che riesco ad elaborare, adesso, è l’arrivo della tappa, buttarmi a terra e dormire.

Raggiungo un casermone che, da lontano, ha tutta l’aria della palestra. Sì, è proprio lei: ci entro, con il conforto di qualche tifoso; rilevamento del tempo, consegna del borsone, la solita efficienza. Mi trascino verso il tavolo del ristoro: anche qui, è bene che io mi sforzi ancora almeno di mangiare quella che, data l’ora, si può considerare una cena, per poi digerirla almeno un po’ in branda. Mentre mi avvio a caccia di un posto a tavola, vedo Giorgio che mi viene incontro, la faccia scura: c’incrociamo quasi senza parlare; mi chiede, con voce d’oltretomba, perché io ce l’abbia con lui. “Non ho fatto nulla contro di te. Non ho detto nulla a te. Perché mi hai insultato?”. Lì per lì, nel buio della mia incoscienza, mi domando quando mai l’ho insultato. Proprio non me lo ricordo; me lo devo far spiegare… Ossignur! Scemo, gli ho chiesto lassù se fosse scemo! O mamma mia… E sarebbe quello l’insulto? Urca, buonuomo, va bene che nelle tue vene scorre sangue blu, va bene che sei suscettibile, ma definire “scemo” un insulto al giorno d’oggi… Non te la passerebbe, la Cassazione, ‘sta tesi, no no! E poi, comunque, non ho alcuna voglia di far polemiche e spaccare capelli in quattro. Non sono in condizione. Voglio solo mangiare e dormire. Tutto il resto, a data da destinarsi.

Afflosciata sul tavolo come un sacco vuoto, ingollo la pasta a mò di oca. A ruota, un sacco di altre cose, perché so bene di dover fare il pieno, anche se non ne ho voglia. Un simpatico corridore francese, attempato, con un’ottima padronanza dell’italiano, attacca bottone: è vivacissimo, ha voglia di chiacchierare… Me ne rammarico, ma io davvero non ce la faccio, non riesco a dar fiato ai miei pensieri, a tradurli in parole coerenti. La palestra, l’eco delle voci nell’ambiente ampio e vuoto, il rimbombo confuso nelle orecchie, la luce che gli occhi non vedono più. Seguo Giorgio, con gli ultimi scampoli di forza, fino all’area delle brande. Mi accascio sulla prima che trovo. Farò una rapida doccia, dopo, ma ora non ne ho la forza. Dormire…

Dislivello positivo cumulato 13.847 m; km cumulati 200.

(Visited 31 times, 1 visits today)

Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!