12/19 settembre 2010 – Tor des Geants. Quinta tappa Gressoney – Valtournenche

ROAD BOOK, Settore 5, Tavola 1 – Dalla base vita si torna indietro per circa 500 m. fino al ponte che attraversa il torrente Lys per imboccare il sentiero 4 che, passando sotto al Castello Savoia, raggiunge il centro abitato. Si prosegue dritti sul sentiero 15 che in breve porta a Chemonal. Il sentiero gira a destra e con un sottopassaggio supera la strada, la costeggia sul lato destro per circa 200 m. e con un altro sottopassaggio si riporta dall’altra parte, verso il rifugio Alpenzu (1780 m). Punto di ristoro.

Giorgio mi sveglia un’ora dopo, più o meno. Chi lo capisce è bravo, quest’uomo: son tre giorni che mi trapana gli attributi, metaforicamente parlando, perché gli ho impedito di dormire la prima notte di gara. E poi, quando potrebbe dormire, lui no, Caron dimonio con occhi di bragia, tormenta se stesso ed anche il suo prossimo. Io un’oretta l’avrei ronfata ancora volentieri… Guai, silenzio, altrimenti va a finire che costui mi rinfaccia tutti i miei peccati dalla mia nascita, anzi dal mio concepimento, ad oggi. In fondo, va bene così, un’altra ora risparmiata rispetto ai cancelli orari. Mi trascino fino al locale delle docce: sono talmente confusa che anche la semplice ricerca degli abiti nel borsone diventa un’impresa titanica. Cosa mi serve, una maglia, un paio di pantaloni, calze, guanti? Boh… E’ tutto sparso sulla panca; guardo, riguardo e non capisco. Boh, speriamo che l’acqua calda porti consiglio. Mi godo il tepore, forse qualche minuto di troppo; meglio che mi muova, onde non tirare troppo la corda, visto che qualcuno di mia conoscenza, là fuori, già rosica a sufficienza…

Torno alla branda, a raccogliere le ultime cose, a spalmare sui piedi un po’ di crema. Il mal di testa mi tiene fedele compagnia. Un altro viaggio; questa volta, però, mi manca l’entusiasmo. Mi sento vittima di una sorta di condanna biblica… Coraggio, Gian. Vedrai che, quando sarai in marcia, ti sentirai meglio. Sarà… Per il momento, sono triste e preoccupata.
Raccatto lo zaino ed il borsone da riconsegnare all’uscita; s’ha da fare. Il barometro dell’umore di Giorgio sembra tornato sul bello stabile: speriamo che duri… Quand’è in fase di bioritmo positivo, è una compagnia davvero piacevolissima, un fiume di parole capace di farmi passare venti km di marcia senza che io me ne accorga. Però, è la prova vivente di quel che si dice degli uomini, che abbiano tutti un lato femminile più o meno spiccato: infatti, è più permaloso di una primadonna ed ha una memoria elefantiaca per tutto ciò che ritiene una mancanza di rispetto. E’ un ragioniere con i fiocchi, prende nota di tutto e poi ti rinfaccia anche un’infinitesima boiata a distanza di un sacco di tempo, quando tu, povero essere umano dotato di memoria normale, quella boiata l’avevi già relegata, in quanto tale, nella più profonda oscurità della memoria. In ogni caso, la Battaglia di Gressoney può essere archiviata negli annali e consegnata alla storia.

I primi quattro, cinque km ci concedono un po’ di respiro; sono piatti, o quasi, su strada sterrata facile; consentono di menare più la lingua delle gambe. Il buio è appena sceso: questa volta, la notte ci toccherà proprio tutta, senza sconti. Il cielo, a dispetto delle previsioni meteo che da un paio di giorni minacciano un po’ di pioggia, è limpido e stellato; il fiume borbotta placido accanto a noi. L’ultima telefonata di Giorgio al fratello chiude i nostri contatti con il mondo; ci resta la nostra solitudine, ed un passo da scollinare oltre i 2.700 m. Attraversiamo una strada asfaltata e ne imbocchiamo una sterrata sulla sinistra, che non tarda a farci capire di che pasta è fatta: ripidissime rampe e tornanti in sequenza. Terapia d’urto per i garretti, costretti ad un brusco risveglio. La pendenza e la terra friabile, asciutta, fanno spesso perdere l’appiglio del piede, che addirittura scivola indietro. Cala il silenzio, chissà perché… Chi ascoltasse, in questo momento, il nostro respiro, o meglio, il nostro rantolo, potrebbe pensare all’audio di un film a luci rosse; invece no, siamo solo due temerari, o imbecilli che dir si voglia, alle prese con qualcosa che è più grande di noi.
Lì dove, di rado, la boscaglia cede qualche centimetro di spazio, possiamo vedere le luci del fondovalle, già molto, molto lontane. Non occorre molto tempo, su una strada da capre come questa, per accumulare dislivello. Rampa, tornante, rampa, tornante; ho un bel guardare per aria, tanto non vedo un tubo, non capisco dov’è che si andrà a finire.
L’ultimo strappo ci scodella in mezzo ad un prato; come un miraggio, spunta un gruppo di case in legno e pietra: tutte buie, tranne una, più illuminata di una discoteca. E’ il punto di ristoro, Rifugio Alpenzu: gustiamo un ottimo bicchiere di the caldo e quattro parole con i volontari, gentilissimi come sempre. Giorgio s’informa sulla possibilità di fermarsi a riposare, da qui in poi: ci sarà il Rifugio Vieux Crest, oltre il colle. Anche qui, per inciso, all’Alpenzu, qualcuno si è fermato a nanna: il mio compare quasi quasi sarebbe tentato… Ma stronco sul nascere qualsiasi pensiero sonnacchioso. Adesso si cammina, punto.

ROAD BOOK, Settore 5, Tavola 2 – Seguendo il sentiero, che compie una lunga diagonale attraverso i prati, ci si porta verso Ondermontè (2007m). Attraverso il rado bosco di conifere, si raggiunge l’alpeggio Loaoche (2363 m), quindi si prosegue per i ripidi pendii fino al Colle Pinter (2776 m). Dal colle Pinter il sentiero scende per un valloncello detritico e poi percorre un ripiano erboso fino ad una formazione rocciosa oltre la quale, dopo numerosi tornanti, raggiunge i pascoli che portano a Cuneaz (2062m).

Ripartiamo su per un sentierino che taglia il prato e raggiunge un alpeggio; ci illumina la via un potentissimo faro piazzato dai volontari del punto di ristoro. La luce illumina la nebbia che ha fatto la sua comparsa così, da un attimo all’altro, sopra le nostre teste. Ondermonté, trecento metri di dislivello in poca strada; una minuscola borgata fantasma, tutto immobile, tutto buio. Ma tutto, anche qui, curato nei minimi particolari, ristrutturato con rispetto.

La nostra marcia procede, prima nel bosco, poi in mezzo a prati e pietre nudi, esposti al vento. Le parole si diradano; cala un silenzio pesante. Ci perdiamo dietro a pensieri che partono dalla realtà e pian piano sfumano nel sogno e, da lì, nell’incubo. Le ombre create dalla luce della frontale diventano sagome in movimento, che mi fanno trasalire di continuo. Giorgio è di umore cupo quanto me, se non peggio; stavolta il sonno ha scelto lui come vittima preferita. Qualche goccia ci sferza la faccia: guardo su, una macchia nera oscura le stelle; ci mancherebbe solo la pioggia… Ma non è vera pioggia, sono solo nuvole leggere, di passaggio, nebbia e goccioline trasportate dal vento. Raffiche gelide che s’insinuano nelle pieghe della montagna ed ululano i loro lamenti: fatico a credere che tutto questo sia reale. Eppure sono proprio qui, adesso. Aver paura non serve a nulla, se non a peggiorare la situazione. Continuiamo a camminare: il mio compagno d’avventura casca dal sonno, ma qui è proprio impossibile fermarsi all’addiaccio. Fa troppo freddo, ci congeleremmo; una polmonite non ce la leverebbe nessuno. Rivolgo ossessivamente lo sguardo agli enormi massi che accompagnano il sentiero, alla ricerca di una faccia un po’ più riparata; in realtà, ciò che servirebbe adesso è una baita: quattro muri ed un tetto, ovviamente disabitata, almeno in questo momento, e non troppo lercia all’interno. La vedo un’infinità di volte, la baita: ma solo al primo sguardo… Al secondo, è una delle tante rocce. E il silenzio di Giorgio mi preoccupa sempre più. La notte è terribile anche per questo, ti rinchiude sotto una campana scura, ti costringe a restare gomito a gomito con i tuoi tormenti; non c’è possibilità di distrazione

All’improvviso, compare. Guardo e riguardo: stavolta è vero, è proprio una baita. “Vuoi che proviamo a controllare se è aperta?”, chiedo, e, senza aspettare risposta, sono già davanti alla porta d’ingresso. E’ chiusa con un cordino. Slaccio il nodo, spingo la piccola porta di legno, illumino l’interno: è vuoto, pulito, con assi di legno sul pavimento. Aggiudicato: ci si ferma qui a riposare un po’. A dire il vero, io non ho sonno, in questo momento, ma il mio compagno di viaggio è davvero provato. Ci saranno i topi? Boh, chissà, in ogni caso, a questa quota, è difficile che si tratti di pantegane da fogna. Al massimo, saranno topolini. “No – taglia corto Giorgio – non ci sono topi perché non c’è niente da mangiare”. Ineccepibile.
Indossiamo tutto quel che abbiamo e ci scegliamo un’asse per uno. Io ho la malaugurata idea di mettermi a dormire a pancia in giù, con la fronte appoggiata alle mani e le mani sull’asse. Piombo nel sonno, anche se fino ad un attimo prima ero ben sveglia, per una sorta di meccanismo di autodifesa del corpo, che, vista la situazione grama, fa il pieno di tutto, cibo, bevande, sonno, ogni volta che può. E mi risveglio con i brividi in tutto il corpo e le mani gelate ed insensibili. Cavoli, non ho più le mani… Poi, pian piano, la circolazione ritorna nelle falangi. Mi metto a sedere, tremo; che idiozia, non essermi infilata subito nel sacco a pelo. E dire che lo sto scarrozzando nello zaino da giorni! Anche Giorgio mi copia e si tumula nella mummia. Il vento lancia ululati impressionanti, che sembra vogliano sgretolare i muri e strappar via le lose dal tetto; ho il terrore di quel che troveremo quando usciremo di qui. Perché ci toccherà uscire, prima o poi…

Svegli, raccogliamo in fretta e furia i sacchi a pelo; ogni istante di immobilità peggiora la sensazione di freddo. Usciamo e richiudiamo la porta con cura, così come l’abbiamo trovata. Forse le raffiche si sono un po’ quietate, o forse il rumore era amplificato, là dentro, dalle strutture della baita. Splendono le stelle. Il sentiero in mezzo all’erba si fa subito più ripido; qualche lucina ci precede, altre ci seguono.
Non impiego molto tempo a rendermi conto che qualcosa non va. Ancora, improvvisa e forte, quella sensazione che mi ha tormentata ieri, nella discesa su Gressoney. Confusione, alienazione. Mi manca il fiato; ogni passo diventa più pesante del precedente, la vista ancor più incerta. Vorrei parlare, spiegarmi, ma non riesco; vorrei buttare aria nei polmoni e non entra nulla. E’ come se la forza stesse scorrendo via, come l’acqua da un secchio bucato. E i battiti del cuore, lenti, sempre più lenti. Mi sforzo di far finta di nulla, continuo a camminare, ma rallento, rallento ancora, un passo dopo l’altro, li devo meditare uno per uno, devo costringermi ad andare avanti. Mi gira la testa; anche Giorgio si accorge che qualcosa non quadra. Non posso fermarmi qui, fa troppo freddo; bisogna salire ancora, scollinare, e poi di là c’è il rifugio, anche se chissà quant’è lontano dal colle; di là si scende, magari si perde un po’ di quota, magari starò meglio. Un passo, un altro passo, il sentiero è ripido, devo fermarmi di tanto in tanto, appoggiarmi ai bastoncini per restare su e respirare. Mi gira la testa; chiedo a Giorgio di tenermi un attimo le gambe sollevate, mentre mi sdraio a terra: lì per lì, sembra vada meglio… Ma, quando riparto, è peggio di prima. No, non è possibile, non ce la faccio, crollo, stavolta è brutta davvero…
Le gambe non tengono più; crollo in ginocchio sul sentiero, le mani ancora saldamente avvinghiate ai bastoncini; appoggio la testa al sentiero e resto così, per un tempo che mi sembra interminabile, senza forze e senza fiato. Mi sorpassa qualcuno, ne sento le voci, ma lontane Passano oltre. Ed è un bene, perché forse è proprio quello, il terrore irrazionale di restare qui abbandonata, che mi fa reagire. Se non riparto, sono spacciata: a volte, la suggestione fa effetti esagerati, ma in fondo è un bene che sia così. In piedi, piano piano, si riparte. Una fatica disperata: ma non mi ero accorta che il colle fosse così vicino… Le lucine si allontanano di poco, sopra la mia testa, per poi sparire. Quindi, Gian, ti manca poco, stringi i denti e vai. Giorgio, paziente e attento, mi segue fin su; poi, passa in testa e mi segna la strada in discesa. La palina segnaletica del colle è già meglio di una dose di ossigeno: ora si tratta di scendere e di credere fermamente che la discesa si porterà via, almeno in parte, i miei guai.

Mi concentro, con difficoltà, sui piedi di Giorgio; la prima parte della discesa è ripida, sabbiosa, scivolosa. Devo prestare davvero molta attenzione, e non è affatto facile, nello stato in cui sono. Corrugo la fronte come se questo servisse a trattenere il pensiero, che, lasciato a se stesso, fugge come aria da un palloncino. Ecco: se lo scopo di quest’uomo era farmi pentire di averlo tanto maltrattato ieri, e di averlo sottoposto alle più orrende sevizie almeno nel pensiero, beh, quello scopo è stato raggiunto. Adesso, se non ci fosse lui, sarei nei guai. Tornantini, pietraia che frana sotto le suole, una direzione da seguire quando io ne vedo tre o quattro, una notte nerissima senza luna, e nessuna idea di dove si andrà a finire, e quando. Va un po’ meglio, forse, ora che il Col Pinter è lassù, alle spalle. Il sentiero diventa presto più dolce, a tratti quasi pianeggiante. Camminiamo, camminiamo, camminiamo: sembra che non ci sia mai fine… Una, due luci nella valle, ma chissà dove sono in realtà, forse sull’altro versante; noi vediamo solo quel cerchio della nostra frontale e basta, per il resto potremmo essere chiusi in una bolla che vaga nel nulla. Qualsiasi riferimento, nella notte, scompare: distanze, ore, tutto è alterato, dilatato. Abbiamo un unico pensiero, il rifugio, ma chissà quando mai ci arriveremo. E’ solo quella la speranza che mi trascina avanti. Ci accompagna il rombo di acqua che scende impetuosa, ma chissà dove nella vallata. Tutto quel che riesco a scorgere è il pendio accanto ai miei piedi, che sfuma nel buio.

ROAD BOOK, Settore 5, Tavola 3 – Da Cuneaz in breve tempo si scende alla località Crest, dove sorge il rifugio Vieux Crest (1952 m). Punto di ristoro. Dal rifugio Crest si percorre inizialmente un tratto di sentiero (13B), quindi la strada sterrata che porta ai casolari di Soussun (1958 m). Lo si attraversa e con percorso pianeggiante si raggiunge la località Charcherioz (1986 m). Si prosegue ancora per un breve tratto sulla strada sterrata, si risale poi ai rifugi Ferraro e Guide Frachey (2086 m). Il sentiero (9) scende verso il fondovalle toccando l’alpeggio Raccard e velocemente raggiunge il caratteristico abitato di Saint Jacques (1697 m). Punto di ristoro.

Una luce gialla, un lampione: che sia la volta buona? Ci avviciniamo, pieni di speranza, ma anche timorosi di una delusione. Siamo stanchi e demotivati. E’ un lampione, sì, ma non è per noi: sembra incredibile che quassù, in mezzo al nulla, esista un gruppo di case, per giunta abitate ed illuminate… Ci raggiunge un altro concorrente, un po’ stravolto come noi; tutti insieme consultiamo il road book, sia pure con una buona dose di scetticismo. Siamo a Cuneaz, quota 2.000 circa. Ancora in marcia, sempre più o meno in piano. Mi sento un po’ meglio; la debolezza ha lasciato il posto all’ansia, al nervoso, sentimenti comunque negativi, ma che, se non altro, infondono un po’ di vitalità. Oltre una curva, compare a fondovalle una distesa di luci: ma… Possibile? E tutto ciò da dove spunta? Champoluc, indica il cartello segnaletico di un sentiero. Ma noi tiriamo dritto, tra le case di una borgata che sembra anch’essa piovuta qui all’improvviso, proprio adesso. Crest, finalmente: la nostra meta. Troviamo il rifugio: fa sorridere la segnalazione del percorso con le bandierine, anche su per le scale… Ci ricoveriamo in un accogliente locale in legno, una vera e propria cucina, con tanto di stufa e tavola imbandita per il ristoro. Non ci facciamo pregare: si mangia in abbondanza. Il menu è sempre lo stesso, ma l’appetito è tale che nessuno si lamenta. Chiediamo di poter dormire: per fortuna, la risposta è sì… Un ragazzo ci accompagna al piano inferiore, dove troviamo una stanzetta piccola, accogliente, con i letti a castello: via le scarpe e siamo a nanna, con tanto di copertona ruvida e pesante. Siamo tutt’altro che lindi e profumati: ma tant’è… Il sonno è più forte di qualsiasi altra sensazione sgradevole.

Giorgio mi sveglia con tutta la delicatezza possibile, neanche stesse maneggiando un vaso di cristallo. No, ditemi che non è vero… Ditemi che posso restare ancora qui, nel mio bozzolo caldo. Ho commesso l’errore di non levare la giacca, prima di inumarmi sotto la coperta; così, adesso, sono sudaticcia e congelerò. Amen, Gian, hai già visto di peggio. Tappa in bagno, altra tappa su, in cucina, per mettere ancora qualcosa sotto i denti e bere un po’ di caffé. Non esiste più “il pasto”: bisogna mangiare, sempre, comunque, qualsiasi cosa. Anche i volontari sembrano stanchi: per loro, sopportare ore di veglia stando qui, quasi immobili, e con l’incombenza di controllare scrupolosamente arrivi e partenze, peggio di un capostazione, dev’essere difficile almeno quanto lo è per noi camminare.

Ora non dovrebbe più mancare molto all’alba. Ci avviamo. Strada sterrata, sentiero, ancora strada. I margari caricano bidoni metallici di latte sui fuoristrada. Non impiego molto a rendermi conto che il sonno, purtroppo, non ha giovato granché alla mia situazione. Ci attende un lungo tratto quasi pianeggiante, per nulla impegnativo, per fortuna; spero che la luce del sole, quella forte, diretta del pieno giorno, mi risvegli un po’ dal mio torpore. Continuo ad essere confusa, a viaggiare in coppia, la me stessa che cammina e l’altra me stessa che osserva. Questo Tor des Geants mi costerà una fortuna sul lettino dello psicanalista, se continua così! Abbiamo superato di parecchio i 200 km di marcia: “solo” più 120, verrebbe da dire. Il guaio è che siamo già molto lontani dalla partenza, ma ancora troppo lontani dall’arrivo, per poter cullare una piccola speranza. Ogni volta che si nomina Courmayeur, l’inciso è d’obbligo: “Se ci arriviamo”. Certo, la fantasia ogni tanto vola all’ultima discesa dal Bivacco Bertone, alla strada asfaltata che raggiunge il centro cittadino, ci vede correre come due pazzi, pronti a travolgere chiunque o qualunque cosa ci si pari davanti… Ma è ancora prematuro. In 120 km a piedi, con tanta, tanta salita, può succedere di tutto. Dobbiamo essere pronti a reggere il colpo, se qualcosa dovesse andare storto. E gli acciacchi non ci mancano; Giorgio lamenta il male alle unghie degli alluci, io alla caviglia sinistra già svirgolata di suo; entrambi abbiamo già attinto alla riserva farmaceutica negli zaini. In compenso, quella sensazione di gambe rigide e stanche è sopita: le salite, ormai, non ci fanno più paura; è come se il corpo si fosse proprio abituato alla fatica. O forse ha rinunciato a protestare, tanto è inutile.

Procediamo a lungo a mezza costa, sempre intorno ai 2000 m di quota. Sausson, Charcherioz, poi due rifugi, Ferraro e Guide Frachey. Il sole continua ad accompagnare il nostro lungo viaggio: le previsioni di peggioramento sembrano slittare, giorno dopo giorno. Quasi non oso credere alla fortuna che, fino ad oggi, ha voluto assisterci. Il cielo azzurro e le splendide cime sono di grande conforto. Oggi dovremmo arrivare in vista del Cervino: non vedo l’ora… Non mi leverò mai più dagli occhi lo stupore di quel giorno dello scorso luglio, quando viaggiavo in auto verso Valtournenche, un po’ rintronata per le curve, e, alzando la testa, me lo sono visto improvvisamente davanti, maestoso, aguzzo e bianco. Quel gioiellino di corsa che è stato il Cervino X Trail ha avuto, tra gli altri, il pregio di lasciarmi ammirare questa montagna in tutta la sua imponenza, benché quella domenica fossi tutt’altro che in forma…

Una breve discesa ci conduce al paese di Saint Jacques. Arrivo al ristoro sempre più allucinata, anche se mi sforzo di fingere bene: ormai mi sono abituata a convivere con il mio doppio; dopotutto, non esiste, quindi non ha peso e non grava sullo zaino. Quasi quasi, mi tiene compagnia, anche se non si spreca a darmi qualche spinta. Si scherza e si chiacchiera con i volontari, come sempre; ci dicono che siamo grandi… E, dalla luce dei loro occhi, sembra che lo credano davvero. Siamo grandi? Chissà… Così recitava quella scritta sul lenzuolo, un sacco di chilometri fa: “I Giganti siete voi”. Mah. I campioni sono altri. Noi abbiamo dalla nostra una fortunata combinazione di salute, resistenza e passione. Vero, in certi momenti ho pensato di dover mollare. Ma non ho mai pensato, nemmeno per un istante, di voler mollare. E poi, in fondo, se proprio dovesi arrivare a non poterne più, mi basterà ripensare all’allucinante, surreale assemblea di condominio che ho avuto la ventura di presidiare lo scorso venerdì sera: qualsiasi patimento fisico che la montagna mi voglia infliggere, al confronto, sembrerà gioia cristallina!

ROAD BOOK, Settore 5, Tavola 4 – Da Saint Jacques si passa il ponte sul torrente Evançon e si imbocca il sentiero 4 che sale fino a Croues (1871 m) fino all’alpeggio di Nannaz Desot (2040 m). Si prosegue fino al rifugio Grand Tournalin (2535 m). Punto di ristoro. Da qui si scende sulla strada per imboccare sulla destra il sentiero 4A. Con una diagonale in mezza costa il sentiero sale fino al colle di Nannaz (2772 m). Da qui si scende nella conca per risalire fino al Col des Fontaines (2695 m). Il sentiero riprende la discesa, fino alla località di Cheneil (2097 m). Si scende nel bosco, passando l’alpeggio di Promindoz (1845 m) ed infine l’abitato di Cretaz (1515 m). Quinta base vita.

Ripartiamo. Un ponte, una palina che ci indica il Rifugio Grand Tournalin. Va un po’ meglio, adesso. La salita è dolce, un alternarsi di boschi di abeti ed ampi pascoli, di sentiero, strada sterrata, ancora sentiero, a tratti lungo il fiume. Là dove il bosco lascia intravedere il cielo, ci godiamo l’azzurro ancora intonso, dopo tanti giorni. Spuntiamo nei paraggi di un alpeggio: Nannaz Desot, circa 2000 m di quota, splendido. Il rifugio appare più avanti, in cima ad un pendio di pascoli; nei paraggi c’è una strada sterrata accessibile in auto, almeno credo con i fuoristrada. Ci avviciniamo al grosso edificio scuro, imponente. Le pause sono ormai religione, per noi: bere qualcosa di caldo, mangiare, riposare le gambe un attimo, anche se il più delle volte io non mi siedo nemmeno.

Ci chiudiamo alle spalle l’ennesima porta: un volontario ci indica il sentiero da imboccare, su, per risalire la verdissima corona di cime che abbiamo di fronte. Diligenti, ci mettiamo in marcia, pian piano, perché qui la pendenza non scherza. Trecento metri, poco più, al colle: si risale lentamente, silenziosi ma segretamente euforici, perché oltre il colle troveremo ad attenderci il Cervino.
Il vento che soffia in faccia, freddo, è il segno dell’approssimarsi del colle, quel che ti dice che, per questa volta, hai quasi finito di soffrire. I fili d’erba ondeggiano e tu sai che è fatta: il cielo, la palina, il colle. Nannaz, 2.770 m ed un’intera splendida valle che si schiude sotto di noi. Scruto l’orizzonte con avidità: una selva di cime, una più bella dell’altra… Ma lui non si vede ancora. E dire che dovrebbe essere vicinissimo… Ciuffi di nuvole bianche si sfilacciano, come impigliati alle vette. Ci attende una discesa facile, dolce, verso destra, ed una breve risalita verso il colle di cui vediamo già da lontano la palina. Sappiamo che lì, per oggi, la nostra lotta contro la forza di gravità avrà fine. Per oggi… Non è corretto parlare di “oggi” e “domani”. I nostri giorni non seguono più l’andamento del sole: si regolano sul susseguirsi delle basi vita. “Oggi” finirà a Valtournenche, quando metteremo piede al punto di ristoro; “domani” inizierà, sempre a Valtournenche, quando ne usciremo.

Con l’animo leggero, timidamente in festa, ci avviciniamo all’ultima asperità, il Col des Fontaines. Mi chino a leggere la targhetta metallica: quando mi rialzo, sbatto gli occhi contro la splendida parete. Eccolo, il Cervino. Immenso, davanti a me, celato in parte da una capricciosa nuvola che gli fa da stola. Mi vien voglia di urlare dalla gioia… Anche Giorgio partecipa di questa folle euforia. Ci buttiamo baldanzosi giù in discesa, ben sapendo che, tra noi e le minuscole macchie scure che si vedono a fondovalle, le abitazioni, ci sono milletrecento metri di salto, un dislivello che metterà a durissima prova le nostre povere articolazioni. Pazienza se qualche nuvola di troppo comincia a fare capolino sulle spalle delle montagne. Sentiamo il bisogno di comunicare la nostra gioia al mondo “di fuori”: oggi Matteo può sentire un tono di voce ben diverso da quello d’oltretomba che ho sfoggiato negli ultimi contatti. Ebbene sì, comincio a credere che ce la possiamo fare…

La lunga discesa va a ricongiungersi con la parte finale del percorso del Cervino X Trail, nell’abitato di Cheneil, graziosa borgata di casette con cascate di fiori variopinti alle finestre. Mi domando se tutto questo esista davvero, o se sia una scenografia montata apposta per noi… Ma quei gerani, li compreranno nuovi tutte le settimane? Un gruppo di indigeni ci saluta dai balconi: dev’essere ora di pranzo, a giudicare dai profumi. Il Cervino è sparito dietro le nubi. Proseguiamo la discesa, perdendoci per un attimo dietro a bandierine gialle che nulla hanno a che fare con il nostro percorso; poi, dopo una sequenza interminabile di tornanti nel bosco, che straziano ancor più le povere unghie dei piedi del mio compare, raggiungiamo i primi muri di Cretaz, frazione di Valtournenche. Tifo sfegatato da parte di un gruppetto di bimbe in un parco giochi: si sa, il fascino di Giorgio ammalia in particolare le fanciulle… La piazza, il parcheggio, il centro sportivo. Quinta base vita: l’euforia ha scacciato ogni malessere. Si mangia!

Dislivello positivo cumulato 16.523 m; km cumulati 236.

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!