12/19 settembre 2010 – Tor des Geants. Seconda tappa Valgrisenche – Cogne

ROAD BOOK, Settore 2, Tavola 1 – Usciti da Valgrisenche si segue la strada fino alla galleria, dove a sinistra presso Mondanges parte il sentiero numero 9, che tagliando i tornanti della strada porta a Prariond (2039 m). Poco prima dell’alpeggio, si svolta a sinistra verso Bois per seguire la strada sterrata fino ad incontrare nuovamente il sentiero 9 che verso destra porta al rifugio Chalet de l’Epée (2377 m). Punto d’acqua. Dal rifugio si seguono le indicazioni Alta Via 2 e 9B verso il Col Fenetre de Torrent (2840 m), salita semplice e non molto ripida.

Il freddo non giova alla condizione delle mie gambe, né tantomeno al morale. Muri freddi delle case in pietra; imposte chiuse, indifferenti alla nostra fatica. Persino i riglgliosi fiori che ornano i paesi della Val d’Aosta sembrano aver perso i colori. Scruto il viso scuro del mio compagno di viaggio; temo per le intemperanze del mio umore, ma anche e soprattutto per quelle del suo. Se possibile, Giorgio ha un caratteraccio ancor peggiore del mio; qualcuno dice che sia proprio la mia stessa indole, ma portata all’estremo. Non era d’accordo, lui, a proseguire senza dormire, la prima notte. La pioggia sferza le giacche, le mani, le lenti degli occhiali; non ho altra scelta che lasciarmi guidare dal suo passo. La salita, se non altro, infonde un po’ di calore nelle vene, ma le scarpe già affondano nel fango appiccicoso e sull’erba umida. Nessuna traccia di vita intorno a noi: molti colleghi hanno probabilmente deciso di accumulare un po’ di sonno al riparo, mentre fuori infuria il temporale. Per la verità, di tanto in tanto, un bagliore illumina le nuvole, ma è lontano, non se ne sente nemmeno il rumore. Salgo a testa bassa, sul sentiero che attraversa più volte la strada; occhi bassi che non vedono nulla e cuore in fondo alle scarpe, in silenzio. Il sonno non si fa ancora sentire, almeno per me; merito, o colpa, della tensione che mi fa digrignare i denti e stringere i bastoncini con le dita allo spasimo. Non ho mai pensato di poter tornare a Courmayeur con i miei piedi, ma non riesco ad accettare che il mio sogno si sgretoli già, così presto. Passo dopo passo, con una lentezza esasperante, si sale senza capire dove, alla cieca, inseguendo le bandierine rifrangenti.

Una luce gialla, fissa, nella notte, sospesa a mezz’aria. Mi risveglio dal torpore e, lì per lì, non capisco: cos’è? Tento di pulir le lenti degli occhiali con la manica della giacca, ma mi riesce solo di peggiorare la situazione. Giorgio, senz’altro più sveglio, mi leva ogni dubbio: è il rifugio. Chalet de l’Epée. Toh, e chi lo sapeva, che avremmo raggiunto un rifugio? Ci avviciniamo pian piano, come alpinisti in fuga dalla tormenta verso il campo base; dalla tettoia si apre una porticina; sulla soglia compare un omone in giacca spessa e berretto. Un alone di tepore ci accoglie, ma non sono convinta: come… Dinuovo fermi? Perdiamo un sacco di tempo inutilmente… Prima che possa aprire bocca, Giorgio è già sparito nell’accogliente stanzone del rifugio, tutto in legno chiaro; altri concorrenti son già lì, seduti, con le mani ben strette intorno a fumanti bicchieri di the, e non sembrano angosciati dallo scorrere del tempo. Beverone caldo anche per noi: non posso negare che ne ho bisogno. I gestori del rifugio sono di una gentilezza disarmante; si fanno in quattro per consentirci di star comodi e scaldarci un po’. Ma non mi va giù questa sosta; sono nervosa, tesa. C’è qualcuno che riposa, qui, in un’altra stanza: Giorgio è quasi quasi tentato di approfittarne… Ma io non sento ragioni. No e no, non ci si ferma. Il fuoco della stufa, il calduccio che annebbia la volontà, no, non se ne parla nemmeno. Se il mio compare dovesse insistere, gli direi di fare ciò che vuole, ma senza di me; io aggiungo l’antivento, ancora umidiccio, sotto la giacca impermeabile, approfitto del bagno e sono pronta per ripartire.

Giorgio cede alla violenza. Fors’anche perché i rifugisti annunciano un miglioramento meteo per le prossime ore: ci buttiamo fuori entrambi, sotto la pioggia, con quell’unica speranza nel cuore. Acqua, vento, buio; non vedo nulla intorno, non stelle, non contorni di montagne, solo il riflesso delle bandierine, deformato in una goccia d’acqua sulle lenti. Raggiungiamo altri concorrenti, o altri raggiungono noi, mentre il sentiero pende via via più severo. Il vento rinforza; impercettibili ticchettii sulla giacca, minuscole punture sul viso. Sono aghi di ghiaccio. Possibile? Eppure non sembra che faccia così freddo… Ancora un paio di tornanti ed ogni dubbio è fugato; non sono più aghi, sono fiocchi bianchi che il vento trascina in orizzontale, come sparati da un cannone sulle piste da sci. Beh, che dire, non c’è mai limite al peggio. Se non altro, la neve inzuppa un po’ meno gli abiti…

La pendenza è sempre più severa. Troppo. Ci arrampichiamo lungo un tratto verticale che non sembra nemmeno più un sentiero; è un canale di sfasciumi che scivolano giù senza offrire alcuna presa per i piedi né per le mani. Passi lentissimi, incerti, unghie che affondano nella sabbia. Qualsiasi vago appiglio cede; muovo un passo avanti e due indietro, con l’orrenda consapevolezza di scivolare senza potersi fermare. E, alla mia destra, il pendio precipita giù ripido e scompare nel buio… Un’altra volta, terrore. Ma come diavolo è possibile che ci facciano salire su di qua? Ma questi sono pazzi! Mi pianto, non riesco più a procedere, se non per una provvidenziale mano che si appoggia alla chiappa e mi spinge su. Mi fermo ancora, alzo la testa, sconvolta e desolata: c’è una figura umana in piedi, qualche metro più su. “No, per di qua è sbagliato, non si va da nessuna parte. Bisogna tornare indietro all’ultima balise”. Tornare indietro? Il terrore muta in panico incontrollato. Tornare indietro, di qua, ma scherziamo, è impossibile! Anche Giorgio, malamente appeso appena sopra di me, dà segni d’inquietudine. L’ha ben visto anche lui, il baratro. I primi della fila, responsabili dell’errore, scendono giù con una certa facilità; io mi sforzo di dominare la paura, ma ho già gambe e braccia che tremano. Mi volto con la schiena appoggiata alla montagna, muovo appena i piedi e già mi ritrovo mezzo metro più giù, franata insieme agli sfasciumi, ma in una direzione che non riesco a controllare. E’ un po’ come ritrovarsi in acqua, lontano da qualsiasi appiglio, e non saper nuotare: io ne so qualcosa… Mi sposto come un verme, strisciando però sulla schiena, sul didietro; raschio contro le pietre, finché riesco a spostarmi dal lato del canale dove c’è roccia un po’ più solida. Giorgio, dietro di me, è più controllato, ma non nasconde la paura. E, se ha paura lui che di certo non teme altezza né baratri, allora io mi sento autorizzata a piangere di terrore.
La bandierina gialla, lì sotto, è la mia salvezza. Ironia della sorte: proprio in questo punto, il primo della fila ha sbagliato strada, girando a destra anziché a sinistra; se avesse invece preso la retta via… Saremmo stati tutti al Col Fenetre de Torrent in dieci metri.

ROAD BOOK, Settore 2, Tavola 2 – Dal colle il sentiero scende ripido a tornanti fino all’alpeggio di Torrent (2170 m) da dove, seguendo le indicazioni del sentiero 15 e Alta Via 2, si prosegue per il diagonale fino al paese di Rhemes Notre Dame (1723 m). Punto di ristoro. Dalla piazzetta del Municipio si
prende il sentiero con indicazione Entrelor, che conduce all’alpeggio di Pré du Bois (sentiero 10) e prosegue lungo il ruscello fino ad una croce di legno (2097 m) per poi proseguire fino al Colle Entrelor (3007 m).


Affronto la discesa con le gambe che fanno ancora giacomo giacomo. Sentierino ripidissimo, scosceso e nemmeno troppo agevole: anche qui, i piedi scivolano giù sugli sfasciumi. Ma più o meno si riesce a stare in piedi. Giorgio si lascia andare: “Ce la siamo davvero vista brutta lassù…”. Già, medito tra me e me, son contenta che un po’ di fifa tocchi anche a te; così impari a comportarti da gradasso quando io ho paura!
Con la luce della frontale alla massima potenza, scendo con somma cautela. Le altre lucine sono già scomparse. Questa notte mi sembra eterna… Ma pare che la pioggia voglia concederci una tregua; il vento, su questo versante, non è più così intenso. Incespico finché la pietraia non lascia spazio ad un fondo un po’ meno accidentato. La discesa, com’era prevedibile, ha colpito nel segno: siamo entrambi intontiti, la testa pesante, gli occhi che si chiudono. Ci trasciniamo, ciascuno impegnato a combattere i propri fantasmi, le mascelle che si slogano a furia di sbadigli. Non posso lamentarmi: rischio che il bastoncino del mio collega si abbatta senza pietà sul mio cranio; è piccolo e leggero, ma potrebbe far male…
Le prime luci dell’alba colorano il cielo che appare a sprazzi in mezzo al bosco. Immensa fatica per tenere i pensieri ancorati al suolo, impedire che la testa si perda chissà dove. Il road book, che consultiamo più che altro per distrarre la mente, ci annuncia per la giornata le due salite più impegnative e più alte dell’intero viaggio, entrambe oltre quota 3.000 m. A Rhemes sarà quindi opportuno concedersi un po’ di sosta e fare il pieno di calorie: anche perché è ora di colazione… Caffè e Coca Cola, soprattutto per poter combattere il mal di testa cronico. Ci attendono 1.300 m di dislivello, mal contati, in meno di 5 km: le cifre non promettono nulla di buono. Di positivo c’è che si entra, or ora, nel Parco del Gran Paradiso. Riprendiamo la marcia, un po’ meno rintronati, nell’attesa che il sole arrivi a far mostra di sé. Giorgio già brontola, rinfacciandomi la notte insonne a cui l’ho costretto, ma non gli do retta: così è, se vi pare. Piuttosto, passo dopo passo, cerco di capire che ne pensano i miei garretti. Sono stanca, mi sembra di aver impiegato un’eternità per arrivare fin qui, e siamo a circa 65 km, da ieri mattina alle dieci. Possibile? Non riesco a decifrare se la colpa sia del tracciato, di per sé molto lento, o se sia mia, perché sono troppo stanca e titubante.

Ci lasciamo alle spalle le case di Rhemes superando un ponte. Immancabili i segnali dell’Alta Via numero 2: li seguiamo su per una prima rampa; ne seguiranno altre, alternate ad ingannevoli tratti in piano. Un po’ mi preoccupo: se già dobbiamo raggiungere quota 3.000 in poco più di 5 km dal paese, significa che la pendenza media è abbastanza sostenuta. Se poi qui si viaggia in piano… Raggiungiamo l’alpeggio di Pré du Bois e ci tuffiamo in un bellissimo bosco di larici attraverso cui filtrano i primi raggi del sole, che illuminano i granelli di polvere sospesi; alberi altissimi, tronchi pelati nella parte inferiore, un profumo intenso e penetrante, da respirare a pieni polmoni Più avanti, oltre gli alberi, una croce di legno con un che di lugubre, persino un po’ inclinata. La vallata è uno spettacolo impagabile, che lascia a bocca aperta e compensa appieno della fatica: aperta, ampia, verde, offre, sullo sfondo, la vista di ciò che a me sembra un ghiacciaio. Non conosco nomi né luoghi, ma mi riempio gli occhi di pareti scoscese, scuse, e cime imbiancate di neve, e manti bianchi che hanno tutta l’aria di essere perenni. Il sentiero sale, impegnativo, passa prima accanto ad un alpeggio ben tenuto e poi, più avanti, vicino ai ruderi di un altro edificio. E’ in rovina, questa costruzione, ma conserva ancora quasi intatti gli archi in pietra dei portoni, un vero prodigio di architettura.

Più si sale, più la pendenza sembra incattivirsi. La luce del mattino è limpidissima e violenta; tengo gli occhi bassi per limitare un po’ il fastidio, ma, di tanto in tanto, li sollevo per cercare il colle. Solo che non riesco a capire dove sia… Attraversiamo un pascolo, i resti di un alpeggio; oltre, l’erba lascia il posto al grigio di una pietraia. Più saliamo, più il respiro di Giorgio si fa irregolare e pesante, il passo lento. Anch’io non sono certo fresca come una rosa: non credo di patire l’altitudine, ma queste rampe sono massacranti, spesso tali che un passo costa un dispendio inaudito di energie; punto i bastoncini, mi sollevo con tutta la forza delle braccia, per risparmiare un po’ i garretti, ma sono esausta. A nulla vale guardarmi intorno, una corona di montagne di bellezza sconvolgente, se quasi quasi non ho più il fiato per trascinarmi avanti. Giorgio è silenzioso, ansima, fatica; si ferma, di tanto in tanto, poi riparte. Lo ammiro: è uno di quei caratteri tosti che non mollano mai, anche se, con un filo di voce, esprime i suoi dubbi sulla possibilità di arrivare a Cogne. Non ha alcuna importanza, adesso. Qui è indispensabile procedere per tappe intermedie, anche minuscole: quindi, per ora, quel che ci tocca fare è mettere i garretti alla frusta e raggiungere il colle, a costo di qualsiasi massacro. Tornantino dopo tornantino. Si ferma, mi fermo anch’io: per aspettarlo, certo, ma non è che la pausa a me dispiaccia, anzi. Quei pochi secondi che bastano per chiudere le palpevre, ascoltare i battiti del cuore, lasciarli rallentare almeno un poco, voltarsi e riprendere. Cinquanta passi, pausa, altri cinquanta. Pelle d’oca, nonostante i raggi violenti del sole; l’aria è ancora fredda quassù. Lo zaino pesa, sega le spalle; per la prima volta ho qualche dubbio sul trasporto del sacco a pelo… Del resto, è indispensabile averlo appresso, se si vuole trascorrere la notte su sentiero. Capita a volte che il sonno tenda la sua trappola all’improvviso: se c’è da fermarsi alla selvaggia, lungo il sentiero o sotto un riparo di fortuna, il sacco a pelo è indispensabile per non intirizzire.

Nemmeno una nuvola a disturbare l’azzurro abbacinante del cielo: sto sputando l’anima, ma sono contenta… Contenta per lo scampato pericolo, per il tempo che forse vorrà donarci un po’ di tregua. E, nel contempo, preoccupata per la lentezza con cui sto salendo, per le gambe irrigidite e dolenti. Il Col Entrelor è micidiale, e se lo dico io, che amo la salita… Quattro conti a spanne, per quel poco che il neurone riesce a combinare, mi fanno realizzare che le 150 ore per 330 km non sono poi quell’esagerazione che poteva sembrare sulla carta: vero, è una media di poco più dei 2 km/h, ma, fin qui almeno, l’asprezza delle salite e la difficoltà tecnica delle discese non ci hanno consentito certo di correre.

Per questa salita, avrei visto i ramponcini meglio delle scarpe da trail. Alcuni tratti sono talmente ripidi che la scarpa scivola. Ma sarà suggestione, o sarà così per davvero? La conquista del colle è un vero sollievo, se per un attimo ci sforziamo di non pensare che ci attendono millequattrocento metri di discesa filata. Il primo tratto è pietraia e sfasciumi; non richiede, però, alcun impegno particolare: solo l’ordinario massacro dei muscoli.

ROAD BOOK, Settore 2, Tavola 3 – Dal colle il percorso ridiscende verso sinistra fino al Lac Noir ed appena sotto al Lac Djouan (2516 m). Si continua fino all’alpeggio di Djouan (2232 m) e poi al casotto di caccia di Re Vittorio Emanuele II di Orvieilles (2165 m). Si prosegue quindi per il sentiero 8C che sulla destra conduce a Eaux Rousses (1666 m). Punto di ristoro.

Come sempre, in discesa, un buon numero di concorrenti mi raggiunge di gran carriera e mi passa sulle orecchie, per poi sparire all’orizzonte. Poco male, vadano pure, se son tanto vigorosi. Ne riparleremo tra qualche decina di km. Giorgio ed io raggiungiamo alcuni suggestivi laghetti un primo alpeggio: è sorprendente vedere come, qui, tutti gli edifici ristrutturati, anche i più sperduti, rispettano fedelmente l’immagine tradizionale delle strutture murarie in pietra e dei tetti in lose. Di obbrobri edilizi ne ho visti, per fortuna, solo nei centri più popolosi a fondovalle.
Attraversiamo ampi pascoli erbosi, a passo tranquillo; l’idea di correre non ci sfiora nemmeno. Diamo alle gambe un po’ di respiro: di lì a poco, raggiungiamo un collega che la pensa come noi. Ha appena scambiato quattro chiacchiere con due Guardaparco: inevitabile un moto d’invidia per il mestiere di quei due fortunelli… Tutt’altro che facile e riposante, certo, ma a stretto contatto, ogni giorno, con questi luoghi meravigliosi. E’ il collega a farmi notare il Gran Paradiso. Nella mia somma ignoranza, sono poche le vette che saprei individuare senza dubbio: il Monviso, la Bisalta, l’Argentera, il Rocciamelone, lo Chaberton, il Cervino, le Cime di Lavaredo, il Pic du Midi e naturalmente il Mont Ventoux!

Man mano che, dopo lunghi tratti di camminata in leggera discesa, ci avviciniamo verso il fondovalle, finiamo per addentrarci nel bosco; qui perdiamo quota più in fretta, giù per stretti tornanti scoscesi e tormentati da insidiose radici. Il nuovo compagno di viaggio, che abita in zona, fa notare, sull’altro versante della vallata, una traccia che risale a zig zag molto regolare nel bosco: è l’itinerario che andremo a coprire dopo il passaggio ad Eaux Rousses, al ristoro. “Facile, con pendenza costante; poi si arriva alla casermetta dei Guardaparco e si percorre un lungo tratto quasi in piano”. Omette, il marrano, di illustrarci quel che viene dopo…
I tornanti nel sottobosco si susseguono uno dopo l’altro, sembrano infiniti; i tetti del paese, sempre alla stessa distanza. E le gambe che chiedono vendetta. L’ultimo prato prima del gazebo del ristoro è un sospiro di sollievo: qui s’impone qualche minuto di pausa. E bisogna fare il pieno, perché la prossima salita sarà lunga ed impegnativa. Con cautela però, almeno per me, perché il pancino ha già dato segni di impazienza. Pane, formaggio, Coca, qualche istante con il deretano poggiato sulla panca. Complimenti ed incoraggiamenti da parte dei volontari non mancano mai; quanto ai concorrenti, più d’uno indugia all’ombra, tormentato da dolori muscolari, sonno o semplice stanchezza. Ombre negli sguardi che s’incrociano per caso.

ROAD BOOK, Settore 2, Tavola 4 – Si attraversa il piccolo villaggio fino alla strada principale dove, attraversato il ponte, si prende il largo sentiero 10B, costeggiato da muretti a secco, che porta a Levionaz Desot (2285 m) dove ci sono una cappella votiva ed il casotto del Guardaparco del Parco Nazionale del Gran Paradiso. Il semplice sentiero prosegue nel vallone di Levionaz fino alle vasche dell’acquedotto. Attraversato il torrentello si proseguire verso sinistra per il sentiero10-10B che sale fino al col Loson (3296m), il punto più alto della corsa.

Riparto con qualche istante di ritardo rispetto a Giorgio, in compagnia del collega valdostano con cui s’intavola da subito una bella chiacchierata. Il sentiero sale severo nel prato e poi diventa strada che sale, a tornanti con pendenza molto dolce, su attraverso il bosco. Ora abbiamo l’immagine speculare di quel che vedevamo nella precedente discesa; si scorge, in lontananza, il malefico Col Entrelor. Il collega mi fa notare, sopra l’abitato di Eaux Rousses, una bella cascata che colora l’intero paretone roccioso di una tinta ruggine: si tratta di un’imponente cascata di acqua ferrosa, che dà nome al paese.

Il sole picchia furioso sulle nostre teste. Raggiungo Giorgio, ma quasi subito mi stacco per esplorare un interessante luogo idoneo al pit stop. Lo raggiungo un’altra volta, solo perché, bontà sua, si è fermato in attesa. Questo primo, lungo tratto di salita su strada sterrata non è poi così impegnativo, proprio come ci era stato detto. Ma dobbiamo pur sempre elevarci fino a quota 3.300 m: non c’è da illudersi, non sarà una passeggiata. Sfiliamo accanto al casotto dei Guardaparco, Levionaz inferiore, proprio nel punto in cui la valle piega verso destra. Si apre davanti a noi un ampio vallone erboso, solcato da un torrente; risaliamo restando sulla nostra destra, prima un lungo saliscendi e poi un breve tratto di decisa risalita fino ad una struttura dell’acquedotto. Ci sono parecchi colleghi di fatica nei paraggi, tutti però, a quanto pare, più vivaci di noi. Confesso che sono un po’ preoccupata; di solito, la salita è l’unico terreno su cui riesco a strappare qualcosa ai miei avversari, ma qui non c’è verso. E non è, ovviamente, la posizione in classifica, che m’interessa: spero solo che questo non sia un sintomo, per me, di stanchezza o inadeguatezza. Giorgio segue senza difficoltà. Il sentiero attraversa il torrente e si porta verso la sinistra del vallone, sinistra per noi che saliamo. Uno spettacolo mozzafiato, sia nei tratti di sentiero da salire verso valle, sia in quelli che, superato il tornante, ci mostrano l’aspra corona di cime di fronte a noi. Scruto la muraglia scura, frastagliata, che ho davanti agli occhi, ma non riesco ad individuare nulla che possa essere una breccia.

Il sentiero procede, mai troppo ripido; l’aria si fa più frizzante. Alterniamo tratti appena più severi a lunghi traversi in mezzo ai prati ed ai torrentelli; d’improvviso, ci viene concessa persino la sorpresa di un gruppo di stambecchi, cinque o sei esemplari, che scendono lungo la pietraia e si fermano nel bel mezzo del prato. Marmotte, se ne sentono fischiare, ma se ne vedono ben poche.
Man mano che saliamo, Giorgio accusa il malessere dovuto alla quota. Anch’io sento i battiti del cuore più rapidi, i piedi più pesanti; non importa, andiamo piano finché basta, guardiamoci intorno. La luce quassù è abbacinante; il cielo di un blu profondo, senza una nuvola. E’ vero, sto masticando fatica, ma qui mi sento in paradiso, il mio personalissimo paradiso. Cosa può esserci al mondo di più bello?

Altri concorrenti sono puntini colorati, qualche centinaio di metri più in su; ma anche quei puntini si spostano con lentezza quasi innaturale. Purtroppo, quando il sentiero davvero inizia lo strappo finale verso il colle, ora visibile sopra le nostre teste, la sofferenza di Giorgio si aggrava. Respira a fatica, parla con un filo di voce, come se dovesse chiamare a raccolta tutte le forze per sputare fuori una parola. Avanza con molta lentezza. Comincio a preoccuparmi: questo, è chiaro, non è più un banale segno di fatica. E’ qualcosa di peggio. Anch’io sono tutt’altro che fresca, ma in un attimo i miei malesseri si dissolvono, passano in secondo piano. Lascio che Giorgio mi passi avanti; conto venti, trenta passi, poi gli chiedo di fermarsi; altri venti, trenta passi e lo fermo dinuovo. E’ così docile solo perché non è in sé: altrimenti, alla sola idea di ricevere ordini, mi avrebbe già lapidata con i sassi di questa bella pietraia. Venti, trenta passi, stop; venti, trenta passi, stop. Ma il respiro, se possibile, è sempre più affannoso, la voce più flebile. Il colle è lassù, forse trecento metri sopra di noi, ma trecento metri di quelli buoni. Mi scervello per trovare una soluzione. Il mio compagno di viaggio dispera di arrivare a Cogne; si preoccupa per me, mi esorta ad andare su. Già, come no: me ne vado per i cavoli miei e ti mollo qui nei pasticci, sull’orlo di un malore. Coraggio, lassù al colle dobbiamo arrivare per forza. Guarda gli altri corridori, guarda quei due davanti a noi: pure loro, vedi, barcollano e si fermano di continuo… Alla fine, non ce la faccio più a vederlo in questo stato. Gli impongo una pausa, gli passo davanti, gli sgancio lo zaino e glielo levo dalle spalle: protesta, ha le lacrime agli occhi, ma è troppo debole per reagire. Dai Giorgio, non è un’offesa al maschio orgoglio quella che sto perpetrando. E’ solo che voglio vederti lassù, e voglio vedertici vivo… Riprendiamo la marcia; carica di uno zaino in più, per giunta un macigno, anch’io tentenno. Cosa diavolo può aver ficcato in questo sacco, da renderlo un simile macigno? Un passo dopo l’altro, il fiato corto, vedo il cielo oltre la fessura. Il colle si avvicina; il respiro di Giorgio, pian piano, si fa più regolare, come il suo passo. Vuole indietro lo zaino, ma non gli do retta; nonostante il pianto delle mie ginocchia, della schiena sovraccaricata per giunta in modo asimmetrico, me lo tengo ben stretto fino all’ultimo, breve traverso. Qui, lo ammetto, cedo volentieri la zavorra al legittimo proprietario, che nel frattempo s’è un po’ ripreso. Le rampe cattive sono alle spalle; davanti a noi, solo il colle. Col Loson, la Cima Coppi dell’intera gara; a questa quota non arriveremo più. Devo dire che ne sono sollevata; finora siamo stati moplto fortunati per il meteo, ma non è detto che sia così nei prossimi giorni. In caso di pioggia, anche solo tre o quattrocento metri in meno fanno già differenza.

ROAD BOOK, Settore 2, Tavola 5 – Scendere dal Col Loson facendo attenzione nella parte iniziale un po’ esposta. Si prosegue poi sul sentiero più agevole (18) fino al Rifugio Vittorio Sella (2579 m). Occhio agli stambecchi! Punto di ristoro. Dal rifugio si segue il sentiero molto praticato, che conduce a Valnontey (1674 m). Prima del ponticello si imbocca la strada sterrata (sentiero 23-25A) che, alla sinistra del torrente, porta a Cogne (1532 m). Seconda base vita.

Indosso in cima il giacchino antivento: un concorrente francese mi fa un cenno di complimento, ha assistito alla scena. Per istinto, la cosa non mi fa piacere, anzi, mi lascia un po’ di amarezza, che scaccio dedicandomi alla discesa. Giorgio, ora in condizioni visibilmente migliori, fa da apripista nel primo tratto delicato: alcuni passaggi stretti ed all’apparenza scivolosi, da percorrere con cautela, aggrappandosi alla roccia ed alle catene, lì dove sono piazzate. Non dovrei guardare giù, ma l’occhio cade… Solo l’occhio, per fortuna. Pendii ripidi dove non è salute scivolare: non vorrei davvero trovarmi qui nella notte. Poi, la discesa acquista contorni più umani, raggiungendo il pianoro erboso che si vedeva già da lassù. Alle nostre spalle, resta un’imponente bastionata di roccia ed il colle, lassù, appena visibile. La discesa, più dolce, in un vallone inondato di sole, ci porta in vista del Rifugio Vittorio Sella, dove ci attende l’ennesimo punto di ristoro: lo raggiungiamo in preda ad una strana euforia, colpa forse della quota o forse della sensazione di scampato pericolo. Qualche minuto di pausa al caldo dell’accogliente rifugio e poi via, riprendiamo la marcia. Il nostro viaggio è ancora lungo, infinito: ma la nostra fatica, per oggi, avrà termine a Cogne. Meno di una decina di km: concordiamo, questa volta, sulla necessità di fermarci, farci una doccia, mangiare con calma e riposare qualche ora. La barriera oraria a Cogne è fissata per le 6 di domani mattina; abbiamo tutto il tempo che ci serve per prendercela calma. Avremo, giù in paese, più di 100 km nelle gambe e poco meno di 8.000 m di dislivello in salita. Se dovessimo tirare troppo la corda, rischieremmo di dire addio alla corsa. Probabilmente mi toccherà dirlo, addio, prima o poi: ma non voglio che accada per aver ceduto in modo stupido all’ansia o alla fretta.

Il sentiero che dal rifugio scende verso valle ha l’aria di essere molto frequentato, anche se a quest’ora, con la luce del tardo pomeriggio, non si vede più anima viva. Né umana, né animale. Chissà che fine hanno fatto gli altri concorrenti: del resto, è appena normale che, su un percorso tanto lungo, i trecento e rotti corridori al via finiscano per sparpagliarsi un po’ ovunque. Per fortuna, gli argomenti di chiacchiera tra me e Giorgio non mancano mai; se c’è un punto del corpo che i crampi non colpiranno mai, quel punto per noi è la lingua.
Scendiamo a lungo nei paraggi di un torrente, che di tanto in tanto attraversiamo; dal bosco spuntiamo poi in vista di alcune case. Sfiliamo accanto ad un giardino botanico, che nemmeno noterei, se non fosse per l’occhio attento del mio compagno di viaggio. Uno striscione artigianale, una scritta nera su un lenzuolo: “I Giganti siete voi”. E’ stupendo… Qui, persino i sassi sono al corrente di questa gara; c’è gente ad attenderci lungo il percorso, gente che non ci conosce eppure ci accompagna per qualche tratto e ci rincuora, gente che saluta dalle auto in corsa, nel breve tratto asfaltato da Valnontey in avanti. Ombre lunghe, sole sempre più basso, è ormai sera quando raggiungiamo le prime propaggini di Cogne. Un ampio prato alla nostra sinistra. Riagganciamo per qualche istante i nostri contatti con il mondo, in particolare con le rispettive famiglie. Accendo il telefono per pochi istanti, il tempo di aggiornare mamma e Matteo sulla situazione; in realtà, sono già entrambi al corrente delle mie peripezie, perché il braccialetto che ho al polso, ad ogni posto di controllo elettronico, permette a chi è a casa di vedere il mio passaggio e la mia posizione. Non c’è che dire, la sorveglianza fin qui è stata eccezionale: oltre alle basi vita, sono innumerevoli i punti di rilevamento elettronici e manuali. E, da ogni punto, un operatore comunica via radio i numeri di pettorale al punto successivo. Così, sappiamo che, se dovessimo perderci o farci male, qualcuno verrà a cercarci in una fetta di percorso molto ristretta, senza troppe incertezze e perdite di tempo prezioso.

Riposti i cellulari, camminiamo di buon passo lungo il marciapiede, con tanta stanchezza nelle gambe, ma l’umore buono. Osiamo persino un po’ di fiducia. Siamo disfatti, è vero, ma questo in fondo è normale; non ce ne stupiamo. E’ questa la condizione con cui dovremo convivere, se ci riusciremo, per i prossimi giorni.. Attraversiamo le splendide vie del paese di Cogne, inseguendo le frecce marchiate Tor des Geants; è ormai buio quando, finalmente, raggiungiamo il palazzetto dello sport destinato a nostro alloggio. Una struttura ampia, comoda, ben riscaldata; da una parte, la zona destinata ai tavoli del ristoro; dall’altra, dietro un telone, l’area per le brande. Il buon Aldo, il nostro amico ben più veloce di noi, ci ha già riservato due posti: non ci resta che concederci una doccia ristoratrice, freddina per la verità, ed una lauta cena a base di pasta, formaggio, pane, yogurt, frutta, Coca e chi più ne ha, più ne metta. Condividiamo la tavola con Aldo, che viaggia a tutt’altra velocità di crociera, ma si concede poi lunghe pause di sonno e riposo: proprio come se fosse impegnato in un bel viaggio organizzato. Peccato solo che Giorgio sia, nonostante tutto, così nervoso da non riuscire a restare fermo sulla sedia: del resto, ormai conosco il suo carattere, la sua natura di persona mai appagata dell’istante in cui si trova. Sono abituata alle sue mani che si muovono frenetiche, alla sua ansia che lo fa girare tra tavoli e brande con la frenesia di un cane da caccia. Speriamo almeno che riesca a chiudere occhio per qualche ora. Io lo chiudo, eccome; questa branda è un comodissimo giaciglio…

Dislivello positivo cumulato 7.880 m; km cumulati 102.

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!