12/19 settembre 2010 – Tor des Geants. Sesta tappa Valtournenche – Ollomont

ROAD BOOK, Settore 6, Tavola 1 – All’uscita dalla base vita, attraversare la strada regionale e imboccare il sentiero verso il ponte sul torrente Marmore. Seguire la strada fino a Valmartin (1510 m) dove parte il sentiero che porta alla centrale idroelettrica. Si raggiunge l’alpeggio di Falegnon (1914 m) e si prosegue a mezza costa nel vallone fino a giungere allo sbarramento artificiale di Cignana. Si sale fino alla
diga e al rifugio di Barmasse (2175 m). Punto acqua. Si prosegue sulla strada sterrata e si imbocca il sentiero che porta all’alpeggio di Cortinaz Damon (2097 m). Si continua in leggera discesa fino al sentiero sulla destra che sale all’alpeggio di Ersaz Dessous (2135 m) e al colle della Fenetre d’Ersaz (2293 m).

La pappatoria è ancor più gustosa quando, oltre all’appetito, c’è anche il buon umore. Lo stesso non si può dire di Giorgio, che ha il viso più che mai tirato. Il dolore ai piedi deve tormentarlo davvero, anche se lui non è certo il tipo che si lamenta, anzi. Se gli stessero segando via un dito con un coltello per il pane, si limiterebbe a prenderne atto, senza battere ciglio… Però, c’è da dire che un po’ se li cerca, i guai. Siamo qui, alla base vita, abbiamo a disposizione il medico ed un tot di infermieri; abbiamo deciso di prenderci un po’ di pausa; perché diamine non ti fai dare un’occhiata? Già, è vero, ci saranno ben cinque minuti di attesa, è questo che manda in crisi il poverello. Scuoto la testa, sconsolata: meglio che vada a farmi una doccia. Salgo al piano superiore; controllo almeno due volte le targhette sulle porte: “Docce donne”, con tanto di disegnino. E’ la mia. Scavo un po’ nel mio borsone, in cui ormai il caos ha raggiunto proporzioni inenarrabili; cavo quel che mi serve per cambiarmi e m’infilo in una delle docce, sotto il getto dell’acqua adorabilmente calda. Sento dei passi nello spogliatoio, sarà una collega. Mi godo ancora il tepore qualche istante, poi esco, così come mamma mi ha fatta ed il Tor mi ha ridotta: mi trovo davanti un gran bel pezzo di marcantonio con spalle da armadio a tre ante e tutta la macelleria in bella esposizione… Abbozza un sorriso: “Sorry”. Ed io, in uno sforzo sovrumano per deviare le pupille dall’obiettivo su cui stavano inesorabilmente per posarsi: “No problem!”. Mi rivesto, apro con cautela la borsa della roba sporca, che a quest’ora immagino essere radioattiva, ci butto dentro quel che devo, ricompongo il bagaglio e torno giù. Giorgio è ancora lì che gira come una trottola. Ci ritiriamo entrambi nel locale delle brande, per un’oretta di nanna: un auditorium trasformato per l’occasione in dormitorium, buio, silenzioso, con tanto di coperte. Io dormo, come al solito, a comando; in un attimo, perdo conoscenza.

Anche stavolta, è Giorgio che provvede a svegliarmi. A furia di insistere, a quanto pare, l’ho convinto a consultare il medico; ha già fatto tutto, mentre io ronfavo. Bene: non ci resta che trangugiare un altro paio di lattine di Red Bull e ripartire. Io qui non resisto più, ho troppa voglia di andare… Due tappe, lunghe, dure finché si vuole, ma due, solo due. Saluto, schizzo fuori, nel piazzale, sotto un sole ora un po’ velato. Speriamo che il meteo resista ancora un po’… Giorgio mi raggiunge; seguiamo le fettucce verso la strada centrale, giù per un sentierino che taglia il pendio e ci scodella su un’altra strada asfaltata, accanto ad un fiume. Oltrepassiamo il ponte e prendiamo a risalire una rampa ripida, sempre asfaltata; i raggi del sole pomeridiano, qui dove non soffia un alito di vento, ci fanno apprezzare il loro intenso calore. Valmartin: da qui si stacca il sentiero che dobbiamo imboccare, ora, per tornare in alto: la tappa che ci attende si snoda quasi per intero oltre i duemila metri di quota. Si preannuncia una notte lunga, opprimente e fredda. Ma non è il momento di preoccuparsene, ora. Ci avviamo lungo una bella salita, in parte nel bosco, che risale l’aspro pendio, fino al rumore cupo, continuo della centrale idroelettrica; la superiamo con un tratto di sentiero molto ripido, che ci porta all’imbocco di una vallata più ampia, luminosa. Alla testa del vallone, una diga. Ci avviciniamo di buona lena, fendendo una vegetazione bassa ma rigogliosa. Il muraglione della diga, anziché essere curvo come le dighe che ricordo di aver visto sinora, è dritto, perpendicolare alla direzione della spinta dell’acqua. Proprio sotto il muraglione, c’è la casetta del custode, evidentemente abitata. Inquietanti crepe percorrono la struttura in cemento dell’invaso: speriamo che tenga almeno fino al nostro passaggio… Sfiliamo lì sotto e ci portiamo sull’altro versante della valle, dove, con un paio di tornanti, raggiungiamo il Rifugio di Barmasse. Ci accoglie, anche qui, un gruppo di volontari al ristoro. Queste sono, è evidente, persone che in montagna ci vivono, dalla precisione con cui ci descrivono il percorso, e poi dai loro stessi visi. L’uomo che ci porge il the ha un volto affascinante, la pelle bruciata dal sole, gli occhi di un profondo azzurro chiaro, belli come quelli della signora non più giovanissima che siede sulla panca. Con quegli occhi di ghiaccio, chissà che bella doveva essere da giovane. Lo è ancora adesso. Chiediamo notizie del meteo; ci dicono che potrebbe piovere forse nella notte, ma si tratterà di piogge sparse. L’importante è che non si spargano su di noi… Il Cervino, ormai, non si vede più, forse perché nascosto dalle altre pareti o dalle nubi. Ma abbiamo intorno a noi una corona di cime una più bella dell’altra.

ROAD BOOK, Settore 6, Tavola 2 – Dalla Fenetre d’Ersaz si scende leggermente sulla destra per il sentiero in mezza costa che porta all’alpeggio di Vareton (2266 m). Si prosegue sul sentiero fino
all’alpeggio di Grand Raye (2352 m). Punto di ristoro. Da qui si sale verso il pianoro dove si trova il Lac du Tsan (2453 m) e si segue il sentiero che porta al colle Fenetre du Tsan (2738 m). Dal colle il sentiero scende ripido e poco prima di alcuni ruderi inizia una lunga diagonale in mezza costa verso destra, fino a raggiungere il pianoro dove sorge il bivacco Reboulaz (2585 m), nei pressi del magnifico lago di Luseney. Punto Acqua.

Ripartiamo in leggera discesa, verso un bell’alpeggio con una stalla enorme ed avveniristica. Margari e cani fanno capolino sulla soglia. Sentiero, strada sterrata, ancora sentiero, si risale una splendida valle ricca d’erba, di fiori e ruscelletti. Alle nostre spalle, il Monte Rosa; ce lo ritroviamo di fronte quando svoltiamo quei pochi tornanti che interrompono la monotonia della direzione di marcia. Con l’animo leggero, chiacchieriamo senza sosta; saliamo con calma, senza mai esagerare, senza lasciare che l’entusiasmo ci prenda la mano, altrimenti è finita. Superiamo un bell’alpeggio abitato: piccola delusione, speravamo che gli schiamazzi fossero per noi, magari accompagnati da un bicchiere d’acqua… Invece no. Proseguiamo lungo una leggera salita, verso la testa della valle; mi guardo intorno e mi vien da perdermi, tanto è bello quassù, nella luce del tardo pomeriggio. Col de la Fenetre d’Ersaz, poco meno di 2.300 m. La vista spazia su un’ampia vallata di pascoli, costellata di alpeggi e segnata da numerose strade sterrate che li collegano. La luce del sole ci accompagnerà ancora per poco, anche se, oltre una breve discesa, riprendiamo ad inseguirla verso l’alto. Le ombre sono sempre più lunghe, le case sono punti scuri che presto di confonderanno con l’erba. Risaliamo una strada sterrata, mentre i primi brividi fanno capolino sulla pelle, fino a raggiungere un bell’alpeggio. Grand Raye, quota 2.500, circa. Qui, volontari e margari insieme si prodigano per offrirci tutto il possibile, davanti ad una ricchissima tavola imbandita. Noto sulla porticina di legno la locandina che pubblicizza l’evento “Alpeggi aperti”, con le visite guidate a queste belle strutture; il margaro, a cui faccio i complimenti per l’alpeggio, mi apre la porta della stalla: incredibile, di fuori solo pietra e lose, dentro invece c’è una struttura avveniristica, enorme, posto per ben centoventi mucche. Che adesso, però, sono già tornate più giù, a valle. Per il calendario, non è ancora autunno, ma per madre natura lo è già.

Mentre sgranocchiamo, sentiamo avvicinarsi il motore di un elicottero. Non facciamo in tempo a voltarci, che già lo vediamo risalire rapidissimo la valle: sta arrivando proprio qui… E’ l’elicottero del soccorso, assegnato alla corsa; passa sopra l’alpeggio, descrive un semicerchio, si ferma in sospensione sul prato lì accanto, poi scende. Lo ammiro a bocca aperta, incurante del freddo della sera che, qui ferma così, comincia ad insinuarsi sulla pelle. Il tempo di caricare un atleta e via, torna a sollevarsi, un’ampia curva e riparte, velocissimo. Questi piloti sono veri fenomeni… Ed all’occorrenza eroi. Il ragazzo soccorso, ci spiegano, ha probabilmente un tendine rotto; aveva una caviglia gonfia in modo abnorme e non avrebbe più potuto camminare oltre, in gara. Piangeva: e ci posso credere, lo posso capire… Veder crollare il sogno di chissà quanti chilometri di allenamento e fatica, e di chissà quanti attimi di oblio, alla sera, appena prima di addormentarsi, ora che mancano settanta chilometri all’arrivo, dev’essere tremendo.

Salutiamo e riprendiamo il cammino, nella luce della sera. Possiamo intuire il colle, lassù in alto, leggermente a sinistra: perlomeno, quella è la direzione, a giudicare dalle formichine colorate che ancora s’intravedono. Un breve tratto di sentiero pianeggiante, poi si risale il pendio con ripidi tornanti. Conquistiamo dislivello in poco spazio e finiamo su un pianoro: qui le bandierine sono scomparse… Seguiamo titubanti una traccia di sentiero, disseminata, come il prato tutt’intorno, dai residui delle mucche. E’ Giorgio a scoprire l’arcano: nota, qua e là, asticelle bianche masticate e straziate, frammenti di bandierine strappate. I bovini si sono mangiati la segnaletica! Mannaggia, speriamo che tocchi loro almeno un robusto mal di pancia… Per fortuna, i segnali dell’Alta Via n. 1 sono chiari e ben definiti; in più, a quanto pare, il palato della mucca non gradisce il materiale della parte rifrangente della bandierina, che rimane a terra, più o meno nei paraggi del posto dov’era stata fissata.
Ormai al buio, procediamo alla luce delle frontali ed incrociamo gli occhi tondi, rifrangenti, delle mandrie al pascolo: curioso che siano ancora qui, a duemilacinquecento metri ed oltre, nella notte, a settembre! Per fortuna, questa notte non si annuncia particolarmente fredda, anzi.

Con i nostri lumini, facciamo strada anche a chi ci segue. Raggiungiamo il colle sotto un cielo meravigliosamente stellato e ci affacciamo su un mare che sembra d’olio, impenetrabile e nerissimo. Fenetre du Tsan, quasi 2.800 m di quota. Il primo tratto della discesa è impressionante ed anche pericoloso; ripidissimo, su sabbia e pietraia, offre ben poca sicurezza all’appoggio del piede. Poi, la pendenza si attenua; procediamo lungo un sentierino stretto, ma più agevole. Il buio è denso, pesante. Per fortuna, ben presto scorgiamo davanti a noi una luce che, una volta tanto, pare vicinissima e lo è davvero. E’ il bivacco Reboulaz: c’infiliamo nel minuscolo ambiente caldo, già popolato di concorrenti e di volontari, per un bicchiere di the caldo ed un istante di quiete. Un edificio minuscolo eppure fornito di tutto, dalla stufa al fornello al locale per la notte. Ma l’intenzione è proseguire ancora fino al prossimo rifugio; è notte, vero, ma in realtà non è tardi come sembra. Il guaio è che, a settembre, le ore senza luce sono davvero tante.

ROAD BOOK, Settore 6, Tavola 3 – Dal bivacco Reboulaz il sentiero attraversa il torrente ed inizia a salire e dopo un ripido pendio di pietraia e sfasciumi, raggiunge il Col Terray (2775 m), dal qual si scende a tornanti un pendio piuttosto ripido. Si prosegue per un lungo tratto in mezza costa, con alcuni saliscendi, fino a salire su una costiera rocciosa erbosa. Dopo aver percorso in discesa un breve ripido pendio, il tracciato piega sulla destra passando sotto le bastionate rocciose e superando alcuni canali, sino a giungere su un pianoro erboso. Si attraversa verso sinistra il torrente, si supera un piccolo promontorio fino a giungere al Rifugio Cuney (2652 m), nei pressi del Santurario Notre Dame des Neiges. Punto di ristoro.

Abbandoniamo il bivacco, tra i calorosi saluti dei volontari. Ci buttiamo incontro ad un mare nero che è sotto di noi, sopra, tutt’intorno: per un attimo, mi assale la paura. No, dove stiamo andando, perché? C’è caldo, c’è luce qui, perché dobbiamo andare incontro alle tenebre? Non voglio… Dai Gian, coraggio. Non sei da sola, c’è Giorgio, e forse ci sono altri come noi, sparsi chissà dove. Camminiamo, camminiamo, e più camminiamo, più ci sembra di precipitare giù al fondo di un incubo. Un interminabile tratto a saliscendi, a tagliare il fianco di una montagna che non vediamo; ma, alla nostra sinistra, il prato scivola giù, ripidissimo, ed il fragore di un torrente ci assilla senza sosta. La traccia di sentiero scende ripida, stretta, a volte poco più di un gradino tra la parete ed il vuoto, sembra farci precipitare giù nel fondo di un nerissimo canalone, con il fragore dell’acqua sempre più assordante, come se dovesse da un attimo all’altro trascinarci via. Poi torniamo a salire, strappi ripidi, secchi; poi ancora procediamo a mezza costa. Poche luci sospese nel mare nero, immobili, chissà a quale distanza da qui; altre lucine, piccole, che disegnano una traiettoria alle nostre spalle e davanti a noi. Siamo sfiniti nel corpo e nel morale. Possibile che il Rifugio, dall’ultimo bivacco, disti davvero solo quattro km e mezzo? Eppure ci sembra di aver marciato per ore ed ore. E non c’è traccia della nostra meta. Scrutiamo quello che ci sembra l’orizzonte, pesti di sonno, alla ricerca della nostra meta, ma niente. Un alone chiaro illumina le cime alla nostra destra, su, in alto: forse è lì che dobbiamo salire, azzarda Giorgio. No, secondo me non è possibile; lì è troppo alto, e quel chiarore è troppo intenso per essere una luce artificiale. Infatti, tanti e tanti passi oltre, scorgiamo la luna, sfumata tra le nubi. Una luce fredda, bianca, che tuttavia ci rincuora un po’. Oltrepassiamo un costone, un altro ancora. Un incubo. Le bandierine segnavia, qui, sono state disposte con il contagocce: è vero, il sentiero è unico, non si può proprio sbagliare, a patto di non volersi lanciare in esplorazione sulle pendenze estreme; però, avere conferma dei propri passi è fondamentale, quando già tutto è così difficile. Dubbi, paura, freddo, inquietudine che serpeggia. Arriveremo mai da qualche parte? Nemmeno le lucine degli altri concorrenti servono di conforto: si sa che l'”effetto pecora” potrebbe aver indotto in errore tutti quanti insieme… Non parlo più, ho la bocca impastata, le mani contratte allo spasimo sui bastoncini. Anche Giorgio è nervoso, ogni tanto sbotta, poi tace a lungo. Rassegnazione…

La luce, questa volta in posizione credibile, dona nuova linfa alle nostre vene. Il rifugio… Finalmente. E pazienza se c’è ancora un po’ da camminare, prima di arrivarci. La forza nelle gambe è già tornata; lo zaino sembra molto più leggero, adesso. Risaliamo il sentiero, il prato; ci avviciniamo al bell’edificio in pietra, accanto ad una chiesa che sembra quasi irreale, finta, quassù. La porta cigola e ci cede il passaggio in un locale stretto, già sovraffollato. Ci sono i volontari, alle prese con il computer per il rilevamento elettronico dei passaggi: pare che il collegamento ad Internet dia qualche grattacapo… A me pare già incredibile che, quassù, ad oltre 2.600 m di quota, un collegamento sia possibile, quando tanti paesi in pianura sono ancora all’età della pietra, tecnologicamente parlando. Cinque o sei compagni di sventura sono appollaiati sulle sedie, qualcuno accasciato con la testa sul tavolo. Mangiamo il solito boccone di tutto, dal formaggio al cioccolato. Siamo già d’accordo di fermarci un po’ a riposare. Una porta c’introduce in un primo locale dormitorio, già pieno; lo attraversiamo e c’infiliamo nel secondo locale, dove troviamo quattro letti a castello avvicinati in modo da formare due enormi piazze, una inferiore ed una superiore. Sulle piazze, buttati alla rinfusa, corpi addormentati. Un odore acre, stantio ci ammorba le narici: certo noi non siamo profumati, ma qui davvero si soffoca… Il puzzo infesta tutto, dall’aria alle coperte, quelle stesse sotto cui c’infiliamo per dormire. Altro che sacco lenzuolo, ci buttiamo anche noi su quegli stessi giacigli, non esattamente olezzanti di mughetto né di pino silvestre; non è il momento di fare gli schizzinosi. Del resto, chi ha riposato qui, come noi, ha già percorso almeno 256 km. Quindi, dev’essere sano per forza… Altrimenti non sarebbe sopravvissuto.

Il sonno è turbato dai continui andirivieni, dai tonfi di chi cammina al buio e picchia gli stinchi contro spigoli e porte, ormai insensibile a qualsiasi dolore. Ma soprattutto dal freddo, un brivido gelido che ci ghermisce le ossa, nonostante l’effetto stalla. Sono sdraiata schiena contro schiena con uno sconosciuto, che russa come se stesse abbattendo un bosco di sequoie, beato lui. Anche Giorgio è sveglio. Tentiamo di riposare ancora un po’, avvicinandoci e raccogliendoci bene sotto la coperta per conservare il calore, ma serve a poco, se gli indumenti a contatto con la pelle sono umidi. Alla fine, ci alziamo per disperazione. Ancora un veloce passaggio al tavolo imbandito, una tappa al bagno del rifugio, quasi pulito; una bella lavata ai denti e via, ancora fuori, nella notte, nel freddo pungente. Addio Rifugio Cuney. Ci attende un’altra lunghissima marcia, sempre a mezza costa, su e giù, sempre oltre quota 2.500, con il mal di testa ed il sonno a tenerci assidua compagnia. Ci viene spontaneo riflettere, con un sorriso, sullo stato in cui ci siamo ridotti: bestiale, direi, è il termine giusto. Sudati, sporchi, dediti alle più varie forme, diciamo così, di espressione corporale, senza più traccia di alcun pudore. Istintivi, ecco: e con un linguaggio da fare arrossire di vergogna il più rude degli scaricatori di porto… A me vien da ridere: pazienza per me stessa, io sono già abbastanza “patelavàche”, per usare un’efficacissima espressione piemontese, anche nella vita di ogni giorno; ma il mio compare, degno discendente di famiglia nobile, ha una considerazione quasi religiosa del galateo. Ma non qui, non più. Se solo avessi un registratore, l’accenderei quando il poveretto, con le unghie degli alluci già martoriate, incappa nella sventura di un calcione ad un sasso…

ROAD BOOK, Settore 6, Tavola 4 – Dal rifugio Cuney si sale fino al Col Chaleby (2653 m). Il sentiero poi scende il pendio fino ad una conca e riprende poi a salire decisamente e con un percorso a mezza costa, raggiunge il bivacco Rosaire-Clermont (2700 m). Punto acqua. Si continua a salire fino al Col de Vessonaz (2793 m). La discesa ha un primo tratto ripido, dopo il quale si raggiunge l’alpeggio Arp Damon
(2206 m). Si prosegue fino ad una valletta rocciosa e si raggiunge l’alpeggio Arp Vieille (1944 m). Il sentiero entra nel bosco e scende fino ad una radura. Si raggiunge il ponte della Betenda sul torrente Buthier e si raggiunge Closé (1456 m). Punto di ristoro.

La nostra lunga marcia sotto le stelle, dopo la leggera risalita al Col Chaleby, ci concede un’altra pausa, questa volta più breve, al Bivacco Rosaire – Clermont. Una minuscola casetta in pietra, con dentro una minuscola anticamera ed un minuscolo locale occupato quasi per intero dal tavolo. Due volontari, ancora attivi ed entusiasti, ci coccolano con caffé caldo e biscotti, senza lesinarci i complimenti. Ma io ho fretta di ripartire, ora che so che l’interminabile tratto in saliscendi, almeno sulla carta, è alle spalle, e che finalmente si riprende a salire. Con il sentiero, riprende quota anche il mio entusiasmo. Il sentiero taglia ripido il prato; la luce del rifugio, alle nostre spalle, ci accompagna per un po’, fino a sfumare nella notte. Il Col de Vessonaz è appena sotto i 2.800 m di quota; ci attende ora una lunga discesa, che ci regalerà però finalmente i primi raggi di sole. Il primo tratto di discesa è ripido e gelido; le stelle spariscono una ad una. Il cielo prende un po’ di chiarore; il sonno si fa sentire, pesante, a tradimento, proprio in questi momenti. Scendiamo a tratti su impegnative pietraie; tocchiamo due alpeggi, a quota 2.000 circa e poco più in basso; c’infiliamo nel bosco, con i muscoli che strillano per il freddo e la pendenza a cui non erano più abituati. Il rumore del fiume, a fondovalle, c’illude a lungo, prima di concederci il sollievo di raggiungere il ponte che attraversa l’impetuosa corrente. Solo qui, a 1.400 m di quota circa, troviamo il coraggio di levarci gli abiti per la notte, approfittando di una panca di legno su cui appoggiarci. Un altro giorno: e poi ci sarà un’altra notte… L’ultima. Forse. Veloce consulto del road book, poi si riparte: una leggera salita, oltre il ponte, ci conduce all’abitato di Closé. Un punto di ristoro allestito in un garage: il menu è sempre lo stesso, più una torta tipo pandispagna, graditissima. Il solito rifornimento: ormai, il corpaccione vorrebbe benzina ininterrottamente; qualsiasi cosa che buttiamo giù viene bruciato, distrutto all’istante. La fame è una compagna fedele, almeno per me. E anche per Giorgio: lui fa il duro, l’asceta, ma sotto sotto le mascelle le mette in moto proprio come me…

ROAD BOOK, Settore 6, Tavola 5 – Attraversato l’abitato, si sale fino all’alpeggio di Eclevey (1573 m). Si attraversa il torrente e, entrati nel bosco, si inizia a salire fino all’alpeggio di Suchéaz e Brison l’Arp (2195 m). Punto acqua. Con una diagonale in mezza costa, si risale il ripido pendio che conduce al Col Brison (248 m). Da qui un primo tratto di discesa molto ripido a tornanti, fino ad un’area pianeggiante, dove inizia una lunga diagonale in mezza costa che, dopo l’attraversamento di alcuni canali, porta all’alpeggio di Berrio Damon (1932 m). Punto acqua. Con una strada sterrata si scende fino l’abitato di Ollomont (1385 m). Si prosegue verso la frazione di Rey fino alla palestra. Sesta base vita.

Chissà perché, sono convinta che, da qui alla cima, ci siano millecinquecento metri di dislivello. In realtà sono “solo” mille… Che gioia scoprirlo! Trottiamo di buon umore, perché solo più quei mille metri ci separano dalla base vita di Ollomont. Risaliamo un sentiero nel bosco, più ripido di quel che si prospettava; tornanti che si fanno strada tra i tronchi, raggi di sole che s’insinuano a fatica tra i tronchi di pini. Camminiamo di buona lena: come sempre o quasi, son davanti io, a misurare il passo in salita, più lento di quel che vorrei.
Un collega ci precede a poca distanza, un marcantonio d’uomo biondissimo, probabilmente tedesco o qualcosa del genere. Avanza a fatica, però: si vede, che il passo è pesante. Ad onor del vero, non è il passo il primo particolare che mi salta agli occhi: è il pantalone scuro attillatissimo, o meglio, l’armonia del contenuto… Esprimo le mie illuminate considerazioni filosofiche al buon Giorgio, che dal canto suo si domanda quali siano i caratteri che un deretano maschile deve presentare per apparire interessante agli occhi di una fanciulla. Boh, non saprei, è una questione di proporzioni; voi maschietti vi fissate sui particolari; noi del gentil sesso, almeno, parlo per me, apprezziamo piuttosto l’insieme. Questo qui davanti, c’è da dire, è un gran bell’insieme…
L’armadio all’improvviso cede il passo, s’accascia a sedere su un tronco tagliato. Un po’ perché è un gran bell’uomo, un po’ per solidarietà di atleta, gli passo accanto e lo esorto, nel mio solito inglese un po’ maccheronico: “Is it OK? Do you need anything?”. “No thanks, I’m tired…”. “Then come with us, we’re going very slowly”. Detto, fatto: in un attimo, il biondo si rialza, novello Lazzaro in scarpe da trail, e si piazza in mezzo, tra me e Giorgio. Non so perché, ma un pensiero in quell’istante mi folgora la mente: ho come la sensazione che andrà a finir male… Lungi dall’essere davvero senza fiato, il simpatico tedesco, che poi in realtà è un austriaco, ha una gran voglia di chiacchierare. Attacchiamo un fitto dialogo in cui ci raccontiamo i nostri trascorsi sportivi; in particolare, il biondo è rimasto evidentemente folgorato dall’esperienza della Petite Trotte e me ne narra vita, morte e miracoli, benché talvolta io faccia fatica a captare e tradurre i particolari. Il mio inglese non è certo eccellente, ma il suo spesso è proprio becero… Ogni tanto, cerco di coinvolgere il buon Giorgio, ma non posso certo far miracoli, con il mio neurone già spremuto fino all’ultima goccia delle sue possibilità. Passare da un idioma all’altro, badare alla strada e connettere i pensieri…

Di lì a poco, accade quel che temevo. Il mio compare si spazientisce, passa avanti e, con andatura degna del Varenne dei tempi migliori, se ne va. Eccolo qua, il marmocchio capriccioso: ha subito l’affronto di essere scalzato, per un momento, dal centro dell’attenzione… E adesso fa i capricci. Vai, vai, fringuello. Lo seguo con gli occhi, senza cambiare la mia andatura; cala un silenzio pesante tra me e l’armadio teutonico che, immagino, si sarà reso a sua volta conto dell’assurdità del gesto. Ma guarda tu che figure mi tocca fare. Se gli metto le mani addosso, lo sinistro, questo è poco ma sicuro…

Usciamo dal bosco e ci avviamo verso un alpeggio, con punto acqua presidiato da due fanciulli simpaticissimi. Giorgio è lì, ma riparte subito; io mi attardo a bere un po’ di Coca e riparto a ruota, con una bella scorta di risate. Lì per lì, l’intenzione è quella di correre a riacchiappare il fuggiasco: ci provo, ma il maledetto ha davvero messo le ali. Calma Gian, meglio non fare fesserie. Se il furbacchione ha deciso di giocarsi la gara e spaccarsi le gambe per un capriccio, sono problemi suoi, ma tu non devi andargli dietro; l’unica cosa che conta, adesso, è Courmayeur. Devi arrivare fin laggiù, punto e basta. Calma, passo lento e misurato. Ma è una promessa: se Giorgio si azzarda anche solo a susurrare di essere stanco, o di aver male da qualche parte, o volersi fermare, da qui alla fine, giuro che lo lascio lì, lo abbandono come non farei mai con un cane in autostrada, e non lo sopprimo solo perché dicono sia vietato. Avrei già dovuto farlo quando si lamentava per la quota, la stanchezza, il sonno: se davvero fosse provato, non filerebbe su come un 4×4…

Le pale dell’elicottero spazzano via i miei pensieri cupi. L’agile velivolo raggiunge prima il punto di ristoro, giù sotto, poi risale e si affianca al sentiero, proprio dove stiamo camminando; a turno, un operatore scatta fotografie, tenendo le gambe penzoloni fuori dalla cabina. Tremo per lui… Il rumore dei motori è assordante. Dietro di me, a poca distanza, sale il biondo, che evidentemente s’è ripreso. Il sentiero è ripido e culmina con una serie di tornantini secchi, uno sull’altro, brevissimi e nervosi, fino alla vetta del colle. Col Brison. Giorgio è lì: l’ho già visto da un po’, si sporgeva dalla vetta; proprio perché sapevo che l’avrei irritato ancor di più, non ho aumentato nemmeno di un infinitesimo la mia andatura. Scollino fingendo noncuranza; la voce piomba con la severità del tono del Cristo di Brescello, nei celeberrimi film di Don Camillo: “Giancarla…”. Alè, ci siamo. Mo’ ti aggiusto io… “Sì, mi dica”, replico in tono canzonatorio, mentre inizio la discesa. “Quando avevo un’assistente in studio, con i clienti non parlavo in piemontese ma in italiano, perché anche lei potesse capire”. Ah, ci sono, sarebbe questo il motivo della fuga; ho commesso l’imperdonabile peccato di complottare con il nemico in lingua ostrogota… Per di più, un nemico che, secondo la fantasiosa tesi del mio compare, ci aveva già superati più volte, quindi non meritava alcun aiuto. Certo, come no: secondo te, avrei dovuto finirlo lì, sul posto, magari conficcandogli un bastoncino nella schiena. Quando è troppo, è troppo, le staffe le perdo anch’io: “Questa è l’ultima volta che tollero una scena del genere – strillo – altrimenti ognuno per sé e Dio per tutti”. E ci manca ancora che io, dopo duecentoottanta e rotti km, mi metta anche a fare il traduttore simultaneo, magari italo – anglo – piemontese per gradire… Non sono mica Mandrake! “Possibile che tu sia sempre convinto che, qualunque cosa si faccia, sia uno sgarbo pianificato e diretto proprio verso di te? Guarda che non ci sei mica solo tu al mondo!”, continuo. “E poi, questa è una gara, non una guerra; a me fa piacere quando qualcun altro mi dà una mano e mi aiuta a superare una crisi… Se posso essere d’aiuto io ad un collega, mi pare ovvio che ci provo!”. E infine, per chiudere in bellezza: “Questi comportamenti non li accetterei da un ragazzino… Figurati da uno della tua età!”. Insomma, forse ho esagerato, in termini e tono, e sì che so bene quale peso abbiano, per Giorgio, le parole: ma ottengo, se non altro, l’effetto di tacitare il mio burrascoso compare. E di tacitare anche me stessa. La discesa, dopo un primo tratto delicato, che, complice la sfuriata, mi costa qualche storta di troppo, si addolcisce, attraversando a mezza costa un prato, mentre la valle s’allarga. Mi chiudo in un triste ed ostinato silenzio, un misto di incredulità e delusione, ed anche un po’ di rimorso; Giorgio ci prova, più giù, a riallacciare un discorso, ma a me non escono altro che monosillabi. E’ vero, per carattere non sono in grado di tenere il muso, ma mi irrita il pensiero che un episodio così assurdo e cattivo debba già essere liquidato facendo finta di nulla. Ne avrei ancora, io, di cose da dire…

Un alpeggio, uno splendido tenerissimo cucciolo di cane, qualcosa di simile ad un pastore tedesco, che gioca sulla schiena di un cagnone bianco, inerte, placido: basta questo a spazzare via tutte le nubi dal mio orizzonte. Mi precipito sul batuffolo di pelo, timidissimo ma con tanta voglia di giocare; è così bello che me lo metterei nello zaino e me lo porterei via… Un bicchiere di Coca, quattro parole con i margari. Uno di loro, forse albanese a giudicare dalla pronuncia del suo italiano stentato, mi invita a tornare, che troverò ancora il cane. Salutiamo, riprendiamo la discesa, su una strada sterrata. E’ bellissimo vedere, in montagna, tra i pastori, due cani così ben tenuti, pasciuti, puliti e nemmeno legati. Una scena purtroppo rara, quasi unica.

Trottiamo verso il fondovalle: di lì a poco, troviamo ad accoglierci ben due amici; Michele, che già ci aveva raccattati prima di Donnas, e Gabriele. Così, l’ultimo chilometro prima dell’abitato di Ollomont scorre via in compagnia. Michele, poi, è un pozzo di storie da raccontare, con le sue esperienze alpinistiche persino sugli Ottomila. D’improvviso, comincia a piovere: non m’ero nemmeno accorta che il cielo fosse velato… Le prime case dell’abitato, poi via lungo la strada centrale. La struttura a noi destinata è in frazione Rey: troviamo ad attenderci una folla di corridori, familiari, semplici tifosi, insieme ai volontari. Pappa e, se possibile, doccia.

Dislivello positivo cumulato 19.927 m; km cumulati 283.

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!