12/19 settembre 2010 – Tor des Geants. Settima ed ultima tappa Ollomont – Courmayeur

ROAD BOOK, Settore 7, Tavola 1 – Sopra l’abitato di Rey si imbocca il sentiero che sale nel bosco e nei pressi dell’alpeggio di Prumayes (1621 m) sbuca nei pascoli. Si segue la strada sterrata, fino all’alpeggio di Champillon (2057 m), poi l’alpeggio di Pessinoille (2151 m). Il sentiero, saliti i ripidi pascoli, porta al Rifugio Letey-Champillon (2375 m). Punto acqua. Dal rifugio, il sentiero porta con vari tornanti fino al Col Champillon (2709 m). Il primo tratto della discesa dal colle è in forte pendenza fino all’alpeggio di Crou de Bleintse, da cui parte il sentiero in diagonale verso destra che porta all’alpeggio di Ponteilles Damon (2046 m). Disceso l’ultimo tratto tra i prati si raggiunge Ponteilles Desot (1807 m). Punto acqua.

I volontari del ristoro sono gentili e solerti al punto tale da mettermi quasi in imbarazzo. Mi chiedono cosa vorrei mangiare, mi portano i piatti: ma no, non è il caso, non siamo al ristorante; posso servirmi da sola… Un abbondante piatto di pasta, pane, formaggio, yogurt. La pasta arriva anche per Giorgio: ma il destinatario non c’è… Mi tocca andare a cercarlo fuori, intento a trafficare nella borsa, su una panca, davanti alle docce, con un’espressione tale che rinuncio a domandargli “Come va?”. La tensione gli si legge in faccia. Trangugia anche lui il suo piatto di pasta, accenna a voler dormire, ma in realtà, secondo me, non sa nemmeno lui cosa vuol fare. Mi domando quale sia il demone che dà a quest’uomo il tormento, nella gara e nella vita. Mi fa rabbia vederlo così, perché diamine, stiamo vivendo un sogno; io mi sento la persona più fortunata sulla faccia della terra e non c’è proprio nessuno, ma nessuno al mondo per cui, in questo istante, potrei provare invidia. E lui no, non è contento, sempre incavolato con il mondo. Se almeno ci fosse un motivo, una causa scatenante, ma no, nulla, nessuna regolarità nei suoi baratri di tristezza. D’altro canto mi dispiace; gli sono affezionatissima, vorrei poterlo aiutare in qualche modo, e invece mi rendo conto che la mia presenza spesso peggiora la situazione. Del resto, non posso certo dire d’essere un fenomeno di delicatezza e sensibilità; le mie reazioni, di solito, passano dal “vaffan…” ben prima che dal chiedere se c’è qualcosa che non va. E poi, in fondo, questa volta il buon Giorgio non ha tutti i torti a ringhiare. Deve avere un dolore tremendo ai piedi, insopportabile alla grande maggioranza degli esseri umani normali. “Dai, fatti vedere dal medico, magari hanno anche solo un cerotto, un Compeed, qualcosa”. Intanto, m’ingegno con la doccia: il guaio è che le cabine non hanno spazio per cambiarsi all’interno. E non c’è spogliatoio. Pazienza: che sarà mai un po’ di sana promiscuità. La doccia ritempra le energie… E’ adorabilmente calda.

Ripuliti e cambiati, entrambi ci sediamo ancora per qualche istante al tavolo del ristoro, in compagnia di Michele e Gabriele. C’è un gran viavai di atleti e familiari, chi arriva, chi parte, chi si lamenta e si guarda sconsolato i piedi, sfilando con estrema delicatezza ed orribili smorfie le calze ormai fuse con la carne. Ecco, questa per me è un’altra gran fortuna: non ho mai avuto problemi di vesciche né di unghie, proprio mai. Indosso ancora le La Sportiva che avevo alla partenza, ormai sulla via della distruzione: confido che reggeranno, me l’ha assicurato Matteo.
Si riparte, senza appello. Pare abbia smesso di piovere: ci avviamo, in compagnia dei due amici, che ci abbandonano di lì a poche centinaia di metri, quando la strada comincia a salire. Due colli, solo più due colli ed è fatta. Non ci voglio credere, non ancora; c’è un’altra notte in mezzo, è davvero lunga… Ma è difficile, ormai, reprimere oltre l’entusiasmo. Se non ci capitano incidenti, possiamo dire che ormai è fatta.

Seguiamo la strada sterrata, prima nel bosco, poi attraversando i pascoli. Ogni alpeggio reca l’indicazione della quota; controlliamo l’altimetro di Giorgio, che di solito ci azzecca, in un margine di dieci metri. Ci raggiunge un compagno di gara, accompagnato da un amico; vero, il regolamento a rigore lo vieterebbe, ma in fondo non vedo che male ci sia ad avere accanto una persona che, in questo caso, cammina vicino a te e ti tiene un po’ di compagnia. Null’altro vedo fare a questo accompagnatore. Insomma, va bene sanzionare un aiuto illecito concreto, che so, un passaggio in auto, ammesso che qui sia possibile, ma il soccorso psicologico direi di lasciarlo perdere… Altrimenti, a noi avrebbero già dovuto sequestrare il cellulare!

La strada prosegue su per il pendio, nel prato. Ci godiamo un sole già indebolito dal tardo pomeriggio, e un po’ anche dalle nuvole a strati, alte, sottili. Passiamo oltre l’Alpeggio Champillon; il rifugio è un po’ più in alto, sembra piazzato su un promontorio d’erba. E’ quello, senza dubbio, con le bandiere che sventolano. Lo raggiungiamo, piccola pausa per bere un bicchiere di the, poi ancora in marcia, su per i ripidi tornanti che tagliano il pendio in verticale. Ovviamente, il colle non è mai dove sembra… Superiamo una prima sella, ma si sale ancora, più dolcemente; si piega appena a destra, il vento già freddo e le ombre lunghe del tardo pomeriggio. Dopo l’alpeggio Champillon ed il Rifugio Champillon, non poteva mancare il Col de Champillon, poco più di 2.700 m di quota. Passare quassù è un brivido, e non per la temperatura. Manca solo più una salita… Ancora lontana. Per ora, ci attende un migliaio di metri di discesa, anche ostica all’inizio: attenzione, Gian, non puoi e non devi farti male adesso. Cautela. Il panorama, come sempre, è incantevole; siamo noi che non abbiamo più la lucidità per apprezzarlo. Conta solo più la meta, anche se nessuno nei due ne parla, silenzio e pudore. Povero Giorgio, quanto deve penare con quelle unghie. Ci giriamo e rigiriamo tra le mani il road book, come se avessimo timore di vederlo cambiare immagine da un attimo all’altro. Scendiamo giù, a Ponteille Desot; c’è un ristoro, poi dieci km quasi pianeggianti, fino a St Rhemy. Saranno piatti davvero? Viste le passate disavventure, ho seri dubbi. Meglio prepararsi psicologicamente ad affrontare almeno un paio di vie ferrate.

ROAD BOOK, Settore 7, Tavola 2 – Dalle case di Pointier Desot, prendere verso destra la strada sterrata ed attraversare il ponte sul torrente. Dal terzo tornante parte il sentiero che in breve porta all’alpeggio di Plan Bois (1893 m). Alla sinistra delle case, parte un lungo sentiero pianeggiane nel bosco che,
seguendo un canale coperto dell’acquedotto, porta a Essanaz (1820 m). Da qui parte una strada sterrata che porta fino al paese di Saint Rhemy (1621 m). Punto di ristoro.

La discesa ci conduce, con un lungo tratto dolce in mezzo ai prati, in vista del fondovalle, dove l’ombra galoppa e guadagna terreno ogni battito d’occhi. E’ sera, ormai. Dall’altra parte della valle, oltre il fiume, osserviamo una strada sterrata: non può essere che la nostra. Ce lo confermano i simpaticissimi volontari del ristoro. Alla faccia del punto acqua: troviamo un pane scuro, speziato, buonissimo, e tome di vario genere, persino una birra artigianale che Giorgio non rinuncia ad assaggiare. E poi c’incamminiamo, senza più ombre ormai, tra i recinti delle mucche, con il primo brivido che lambisce la pelle. Ed un’euforia addosso che sappiamo essere prematura, ma che non riusciamo più a controllare. Dieci km in piano, riposo e quiete per i garretti. Lungi da noi l’idea di correre, ne approfittiamo per chiamare casa, per rifiatare un po’, per riallacciare quelle gran chiacchierate che già da un po’ erano rimaste schiacciate dalla stanchezza e dall’ansia. Cala il buio sul fitto bosco e su quel poco che si vede a fondovalle; le prime lucine lungo la strada. Non solo si marcia in piano; si scende, addirittura. Ci culliamo nell’illusione di raggiungere St Rhemy e poter riposare: in fondo, più o meno ad ogni punto di ristoro ce n’è sempre stata la possibilità, finora. Chissà perché, però, alla vista delle tante luci del paese e della strada che sale al Colle del Gran San Bernardo, illuminata su in alto sulla montagna, mi sorge un sospetto. Sarà davvero possibile fermarsi a dormire un po’, qui? Per carità, non credo che avrei grossi problemi a proseguire; non sarà peggio di quel che è stato finora; però, sia Giorgio che io ci siamo cullati fin qui nell’illusione di poter chiudere un po’ gli occhi…

Molti passi più tardi, raggiungiamo le luci del paese ed incappiamo nel punto di ristoro. Un gazebo: marca male… Assistenti calorosi e tavola ricchissima, come al solito, ma di dormire non se ne parla, a meno di andare in albergo. Per me, il dubbio nemmeno si pone… Scruto il viso del mio compagno di viaggio: mi sa l’effetto inebriante della birra non è ancora finito; Giorgio incassa il colpo senza battere ciglio. Trangugia biscotti, ride, scherza e concorda con me sull’opportunità di ripartire, fino al prossimo punto di ristoro, l’alpeggio del Lac Merdeux, un nome, una garanzia. “Sei proprio sicuro?”. Glielo domando almeno tre volte: non voglio poi sentirmi rinfacciare di averlo costretto a ripartire con la forza… Pare di sì. Bene, allora si va: salutiamo, mentre un altro concorrente, più distrutto di noi, si rifugia a sonnecchiare nell’auto del soccorso.

ROAD BOOK, Settore 7, Tavola 3 – Dal paese si attraversa il ponte e, dopo circa 100 metri di strada sterrata, si imbocca il sentiero che porta all’abitato di Laval (1624 m). Si segue la strada asfaltata passando per gli abitati di Couchepache e Mottes e, dopo un tratto in discesa, si prende la strada sterrata che continua in piano fino all’alpeggio di Devies (1726 m). Si imbocca il sentiero che sale fino all’alpeggio di
Merdeux Desot (1950 m) e quindi Tsa de Merdeux (2273 m). Attraversati alcuni torrenti, si giunge al pianoro de Lac Merdeux (2540 m). Punto acqua.Dal pianoro il percorso sale e, con una lunga diagonale verso sinistra, si giunge al Col Malatrà (2925 m).

Attraversiamo le vie del paese, nella luce fioca e gialla dei lampioni; camminiamo a lungo tra le case di St Rhemy e poi delle frazioni, risalendo verso la montagna. Ci accompagnano gli sguardi curiosi dei gatti, i rumori metallici delle stoviglie in un ristorante, i profumi di cena. Un paio d’ore e siete al rifugio, ci hanno detto. Mah, ci credo poco, facciamo anche tre. Seguiamo le frecce che ci accompagnano tra tetti e viottoli. Incredibile come ogni tettoia, ogni androne sia un buon posto per dormire: ci sono colleghi assopiti nei posti più strani… Ancora avanti, per ora sempre sull’asfalto; davanti a noi, uno dei tornanti della salita via strada al Gran San Bernardo. Ci passeremo sotto? Giorgio è un po’ stralunato; patisce, ora sì, il sonno. Brutta bestia, quella, ti piomba addosso all’improvviso e non puoi proprio farci nulla. Provo ad abbozzare un discorso, ma non c’è verso di risvegliare la sua attenzione. Quel che è peggio, pian piano ci lasciamo alle spalle il paese e le sue luci.

Passiamo sotto il ponte della strada del valico ed imbocchiamo un sentiero sulla destra, che sale su ripido con una serie di secchi tornanti. Giorgio passa avanti, lascio che sia lui a fare l’andatura. Le luci dell’abitato si fanno sempre più piccole, fino a scomparire dietro ad un costone, quando la valle piega, almeno nella nostra impressione, decisa verso destra. Ci attendono circa seicento metri di salita, fino al Rifugio. Un bellissimo cielo stellato saluta la nostra ultima marcia notturna; la temperatura, per ora, è gradevole, senza vento. Seguo l’incedere delle lucine davanti a noi, che disegnano la traccia del sentiero a mezza costa. Giorgio è sempre più stanco ed insofferente; meglio non cercare il dialogo. Mi spiace, vorrei potergli dare una mano, ora che io sto proprio bene, una volta tanto. Se potessi decidere, al Rifugio non mi fermerei. Tirerei diritto, fino a Courmayeur, o almeno ci proverei, a costo di dovermi poi imbozzolare lungo il sentiero, nel sacco a pelo. Ma ho la sensazione che non sarà possibile.

C’impantaniamo in un vero e proprio acquitrino, in cui faccio fatica a seguire la direzione. Le bandierine sono lontanissime l’una dall’altra; ovunque si poggi i piedi, si affonda. Guardare avanti non mi aiuta; non c’è più una traccia, ci sono tante ramificazioni di colate di fango. Il mio compare, con la decisione di chi non ne può più, ingrana la quarta e va su, sicuro, secondo un itinerario che esiste solo nella sua mente, ma che, a quanto pare, è quello giusto. La luce del rifugio è già sopra le nostre teste; scompare quando ci avviciniamo, si fa inseguire con un lungo traverso in mezzo ad un ripido pendio erboso e, finalmente, si rivela. Alpeggio Merdeux, di nome e di fatto, a giudicare dallo stato delle scarpe. Sull’ampio piazzale in terra battuta c’è il banchetto del ristoro. Giorgio chiede, brusco, di poter dormire; un omone ci accompagna all’ingresso dell’edificio, ma ammonisce: posto non ce n’è più. Ce ne accorgiamo non appena mettiamo piede nel locale: un corridoio, stretto e gelido, immette in una stanza con uno sbalzo termico enorme; tre metri per quattro, un carnaio: ci saranno venti persone qui dentro a dormire, chi per terra, chi sui tavoli, sulle panche, sulle sedie. Le nostre frontali illuminano una scena da inferno dantesco. Richiudiamo la porta, indugiamo un attimo nel corridoio. Giorgio è già partito per la tangente, furioso: “Qui non si può dormire, come faccio, basta, me ne vado!”. Come, non si può? E tutta quella gente lì dentro, cosa starebbe facendo, secondo te? Una partita a Monopoli? Dai su, poche storie, ora siamo qui, ci troviamo un angolino, così risolvo mentre rientro nella stanza. Il compare insiste con la sua sfuriata, non ne vuole sapere. Lo detesto quando si lascia dominare dai nervi in questo modo. E che credevi di trovare, l’Hotel Hilton? “Io me ne torno giù”. Ecco, perfetto, questa mi sembra un’idea geniale, da candidatura al Nobel direi. Te ne torni giù, fai a ritroso settecento metri di dislivello e sette, otto km, per andare in un posto dove comunque non ti daranno da dormire. “Vuoi darti una calmata?”, ringhio. “Stai zitta”, è la risposta. Benissimo, concludo. Fai un po’ quello che ti pare. Anzi, l’espressione che mi esce dalle labbra in quell’istante è un tantino più colorita, inizia per vaffa- e finisce per -ulo. Fa’ quel che ti pare, io sono stufa, non ti sopporto più. Addocchio una porzione di piastrelle, tra un cadavere ed il fornello spento, ma ancora caldo. Butto lo zaino a terra, a mo’ di cuscino; mi sdraio, rabbrividisco al contrasto tra il pavimento gelido ed il “putagé” quasi rovente. Mi addormento.

Nell’incoscienza, percepisco i movimenti di chi va e chi viene; chi respira, chi russa, chi mugugna nel sonno. Mi sveglio, guardo l’ora, è passata da poco l’una; ho riposato un’ora. Bene: tappa in bagno e poi via, me ne vado. Chissà che fine ha fatto, quello là, chissà se è tornato giù davvero. Mi dispiace che ad un’avventura così bella tocchi un epilogo tanto amaro, ma non credo sia colpa mia; chi è causa del suo mal, in fondo, pianga se stesso. Il mio unico pensiero, adesso, è a Courmayeur, e non permetterò a nulla ed a nessuno di incrinare il mio sogno. Scavalco cautamente le varie membra inerti, sparse per il pavimento; passo nell’altra stanza, dove mi sembra ci sia il bagno. Quando rientro nel girone infernale, qualcuno inavvertitamente accende la luce: toh… Eccolo, “quello là”. E’ seduto sul divano, con l’aria sconcertata ed arruffata. Mi avvicino: “Che fai?”, mi domanda. Come, che faccio… Riparto, mi pare ovvio. Ti avevo dato per disperso. Nella penombra, sussurrando, cerchiamo di intenderci: fermarsi ancora un po’? Boh, per me va bene, ma non troppo; basta che mi svegli. Trovo libera la sedia a dondolo e ne approfitto all’istante; mi ammucchio lì e mi riaddormento, incurante del fatto che chiunque entri nella stanza colpisca lo schienale con la porta d’ingresso.

Mi riscuote Giorgio, già bell’e pronto. E, si spera, di umore un po’ meno cupo: altrimenti, giù a St Rhemy ce lo rispedisco io, a calci però! Ci concediamo un bicchiere di the caldo prima di ripartire: il freddo è penetrante. Sono sicura che andrà meglio, non appena saremo in marcia; infatti, di lì a pochi minuti, mi levo uno strato. Il sentiero corre a mezza costa nel prato, poi piega a sinistra ed oltrepassa un ponte. Da qui, s’inizia a guadagnare quota sul serio, con una sequenza di ripidi tornanti. Alcuni tratti di respiro ingannano sulla vera natura di questa salita. Il cielo e la montagna si distinguono solo per le luci, innumerevoli nel primo, sparute ed in lentissimo movimento nel secondo. Salita irregolare, lunga, ingannevole, e noi che siamo già oltre, col pensiero a Courmayeur, e tutto sommato saliamo leggeri, allegri, anche se è buio, anche se il nero sembra avere inghiottito tutto alle nostre spalle, senza più darci possibilità di tornare indietro. Il passo un po’ più lento all’aumentare della quota; il fondo che, da terra ed erba, diventa sabbia e pietraia. La pendenza, già severa, d’un tratto diventa quasi insostenibile. Impressionante: saliamo a passettini minuscoli, con il piede che scivola indietro e nulla a cui aggrapparsi con le mani. A Giorgio sfugge una pietra, che rotola e rotola senza sosta; se ne sente il rumore lontanissimo. Brividi: non vediamo nulla, solo il pendio di sfasciumi che sparisce molti, troppi metri sotto di noi. Se dovessimo cadere… Procediamo a nervi tesi, con la massima attenzione; qui non c’è posto per sonno e distrazione. Raggiungiamo un passaggio attrezzato con scalini di metallo e corde; ancora corde, il passaggio che diventa poco più di una cengia. Meno male che è notte, meno male che sotto di me non vedo nulla. Il cuore impazzisce; beh, se non altro ho la conferma che è vivo… Da un’eternità non lo sentivo battere a questo ritmo forsennato.

ROAD BOOK, Settore 7, Tavola 4 – Dal col Malatrà la discesa prosegue in mezza costa fino al vasto fondovalle percorso dal torrente. Costeggiando sulla destra il corso d’acqua si raggiunge dapprima l’alpeggio di Giouè Damon (2228 m) e, attraversato verso sinistra il ponticello in legno, le baite di Malatrà Damon (2208 m). Da qui in breve si giunge al Rifugio Bonatti (2025 m). Punto di ristoro. Dal rifugio si prosegue verso sinistra per la lunga balconata che si affaccia sulla Val Ferret conducendo prima all’alpeggio di Secheron (1924 m), poi a quello dell’Arminaz (2009 m).

Il colle Malatrà, poco più di una fessura, mi compare davanti all’improvviso. Giorgio è già al di là. Una vallata buia come quella che ci siamo appena lasciati alle spalle, un vento gelido che sferza la faccia. Quota 2.900, più o meno, per non farsi mancare nulla, neanche all’ultimo. Nemmeno il tempo di renderci conto che siamo in cima per l’ultima volta. Attacchiamo la discesa che, per fortuna, pare ben più malleabile della salita; inizia con una traccia sottile nella pietraia, ma con pendenza ragionevole, a tratti addirittura in piano. E’ chiaro fin da subito che, per il povero Giorgio, l’ultima frazione della corsa sarà un calvario. Le unghie martoriate gli infliggono strazio ad ogni passo: lui non fiata, mai, ma non può nascondere il passo lento, troppo cauto, innaturale. Lo seguo, spesso in silenzio. Il freddo non si fa attendere. Manca poco all’alba, l’ora più gelida della giornata, e siamo camminando lenti; non c’è modo di riscaldarsi, così. Indosso tutto quel che ho, incasso la testa tra le spalle. L’impazienza mi tormenta: vorrei correre via, qui dove il terreno è persino facile, volare giù al Rifugio Bonatti, poi al Bertone, infine a Courmayeur, questo vorrebbe il demone. Ma poi c’è l’angioletto che ci mette del suo: Gian, che ti cambia, arrivare un’ora prima, un’ora dopo? Stefania, Skipper ed amici vari non saranno certo al traguardo prima delle 9, anzi, probabilmente dopo; non dimostreresti nulla, salvo l’ingratitudine verso chi ha condiviso con te l’intero viaggio. E’ una sensazione strana, di inquietudine, come se, restando più a lungo qua in alto, mi esponessi al rischio più concreto che qualcosa rovini tutto, che non mi lasci arrivare.

Il sentiero scende in un pianoro molto esteso; camminiamo in piano per quelli che ci sembrano chilometri e chilometri, anche se ormai non possiamo più dare alcun credito alle nostre percezioni di tempo e di spazio. Il cielo si colora delle prime sfumature azzurre; la temperatura sembra scendere ancora. Complice la pendenza appena accennata, Giorgio sembra stare un po’ meglio; ritrova la voglia di chiacchierare. Prato, ancora prato, l’altimetro che non ne vuol sapere di scendere; i primi, sparuti alberi, il fiume sulla sinistra, un alpeggio, le mucche. Sembra di essere su un altopiano. Ed è curioso: non c’è traccia di quell’euforia esplosiva che ho cullato per tanto tempo nella mia immaginazione. Camminiamo come se fossimo in gita, fianco a fianco, e forse nessuno dei due osa esprimere il vero sentimento di entrambi. Il fatto è che ci dispiace. E’ vero, siamo stanchi, sporchi ed assonnati. Ma ci dispiace raggiungere la Val Ferret, ci dispiace scendere su Courmayeur e passare sotto l’arco d’arrivo. Perché in quel momento sarà tutto finito. Bisognerà tornare giù, sulla terra. Ed io, se potessi scegliere, non ci tornerei; continuerei così, ancora, adesso che le gambe si sono abituate, che il cuore mi porta su e giù senza lagnarsi, che la pelle è bruciacchiata dalla luce limpida di settembre. Già, ho le labbra ustionate, un vero orrore.

Giro e rigiro nella mia mente l’immagine della Val Ferret, per cercare di capire dove andrà ad innestarsi questo sentiero. Tra non molto, la mia curiosità sarà soddisfatta; la traccia piega decisa verso il basso, supera alcuni tornanti ed uno scalino, fino a raggiungere un gruppo di edifici ed un bivio. Non manca più molto: nella confusione del buio che ancora tarda a cedere il passo, raggiungiamo il bivio che precede di un centinaio di metri il Rifugio Bonatti. Approfittiamo di un attimo di tregua per fare colazione a caffé e biscotti; ci piacerebbe ordinare una cioccolata calda, ma il piglio dei gestori non è esattamente incoraggiante: mannaggia che simpatia… Beh, li si può anche capire; dopotutto, saranno svegli ed attivi da un numero spropositato di ore, loro come noi. Non si può certo pretendere che sfoggino un sorriso da vittoria al Superenalotto. Altri concorrenti sono ben avviati sulla via di una robusta colazione, con tanto di tovagliette sul tavolo e posate in mano. Noi preferiamo ripartire, pian piano.

Il cielo è già più chiaro, quando usciamo incontro al freddo. Per fortuna, di qua al Bivacco Bertone, la via è un po’ a saliscendi ed offre la possibilità di scaldarsi un po’. Ci si aggrega un micio, anzi una micia, che ci segue, miagola, finge agguati e scappa nell’erba: bianca e nera, è molto bella. Le cime s’infilano il cappuccio rosso fuoco dell’alba; il Monte Bianco è qui davanti a noi: l’abbiamo salutato una settimana fa e, sono sicura, né io né Giorgio credevamo davvero di poter tornare a piedi a ringraziarlo. Un’alba meravigliosa sulla Val Ferret, anche se, verso valle, già si vedono le prime nubi, scure e minacciose, questa volta. Ma non ha più alcuna importanza, ormai, non per noi. La micia ci richiama disperata; mi spiace, ma proprio non possiamo fermarci, non oggi. Giorgio ha riconquistato allegria, trotta di buona lena. Chiacchieriamo, calpestiamo il fango intorno agli alpeggi, agognamo entrambi il tetto del bivacco che faccia capolino. Pini, arbusti, curva dopo curva, le luci del fondovalle che si spengono.

ROAD BOOK, Settore 7, Tavola 5 – Dall’alpeggio Arminaz (2009 m) si attraversa il grande ponte sul torrente, si continua fino alle baite della Lèche (1929 m) e quindi fino al bivio posto appena sopra l’alpeggio di Leuchey. Da qui, entrando nel bosco di conifere, il sentiero sale leggermente per portarsi fino al Rifugio Bertone (1989 m). Punto acqua. Dal rifugio Bertone si scende verso la Val Sapin, il Villair superiore (1389 m) e finalmente si arriva nella piazza della chiesa di Courmayeur! (1224 m)

Ansia di arrivare, ma nessuna voglia di arrivare, non per me. Lo spettacolo del Monte Bianco che si veste di luce, prima rossa di fuoco, poi sempre più chiara, il ghiaccio e la neve che rispondono ai raggi del sole, è impareggiabile. Potrei restare qui per ore, se non avessi, sfortunatamente, un impegno giù a valle.
I comignoli, il fumo delle stufe; scendiamo giù tra le bellissime case in pietra della borgata. Al bivacco, troviamo ancora un bicchiere di the caldo, un po’ di cioccolato, non perché ce ne sia bisogno, ormai, ma per abitudine, per golosità. Nella speranza che i raggi del sole ci raggiungano presto, ci leviamo di dosso un paio di strati. E poi giù: l’ultima picchiata. Un sentiero sassoso, sconnesso, dev’essere un supplizio per i piedi di Giorgio, che pure sembra ansioso di lasciarsi alle spalle anche quest’ultima difficoltà. I tetti di Courmayeur s’intravedono tra i pini, sempre più vicini. Cammino, corricchio persino, con un sorriso che s’allarga da un orecchio all’altro; in testa la celeberrima “The Final Countdown”: confesso che impazzirei a sentirne le note all’arrivo… D’ora in poi, quando mi capiterà di ascoltare quella canzone, non avrò più bisogno di sognare; penserò che un’occasione degna di quella musica l’ho vissuta davvero. Ora ogni sasso, ogni centimetro quadrato di terra diventa brace, tanta è la voglia di schizzare via, di correre all’arrivo. Eppure…

A Villair, torniamo al passo, ora sul comodo asfalto. Mi guardo intorno come se volessi rubare ogni particolare e portarmelo via, inciderlo per sempre nella memoria. Abbiamo oltre 330 km alle spalle: 330 km, innumerevoli salite, immagini, gioia, furia omicida, voglia di finire e voglia di mollare, paesaggi, visi, un bagaglio di emozioni che nemmeno il più sofisticato dei computer potrebbe immagazzinare. Per Giorgio è l’anno speciale; dopo la Marathon des Sables, conquistata nel 2000 come regalo del cinquantesimo compleanno, oggi il Tor des Geants, traguardo strappato con i denti e con le unghie, soprattutto le unghie degli alluci, per festeggiare la sessantesima primavera. Non oso pensare come deciderà di celebrare il settantesimo…
Passato Villair, l’incrocio, le prime case di Courmayeur. Ancora tifo, la sorpresa di trovare Isacco sulla piazza della partenza, armato di macchina fotografica. E poi, ma sì, l’ultimo sforzo, la sfilata nella via centrale, l’applauso dei tantissimi ancora presenti. L’arco d’arrivo, l’abbraccio travolgente del mio amatissimo cagnone, le feste, le pacche, le strette di mano, la firma sul tabellone, le foto con Stefania, Flavio e Gustìn, forse la più bella sorpresa di questo momento. Più confusi e disorientati che mai, sarà il sonno, chissà. Qualcosa di buono, nella vita, finalmente l’ho combinato anch’io, ma è proprio come pensavo, non c’è felicità adesso. Nella stretta di mano al concorrente francese, nello sguardo d’intesa con il mio compagno di viaggio, così detestato eppure così prezioso ed indispensabile, non trovo gioia. Tutto è appena finito, ed è già nostalgia…

Dislivello positivo cumulato 22.912 m; km cumulati 332.

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!