12/19 settembre 2010 – Tor des Geants. Terza tappa Cogne – Donnas

ROAD BOOK, Settore 3, Tavola 1 – All’uscita dalla base vita, costeggiando il torrente in direzione Saint Antoine, si segue la strada sterrata che, immersa nel bosco, sale dolcemente fino a Champlong (1596 m). Da qui si prosegue lungo la strada asfaltata, per circa 1km, fino a Lillaz (1623 m). Da Lillaz svoltando a sinistra si imbocca il sentiero 13 che costeggia per qualche metro una condotta forzata, entra nel bosco e conduce a Goilles Desot (1831 m). Punto acqua. Si prosegue sempre per il sentiero 13 per attraversare il ponticello sulla destra. All’uscita dal bosco si raggiunge il casotto del Guardaparco (2156 m) e seguendo il sentiero ben segnato, si giunge al Rifugio Sogno di Berdzé (2532 m). Punto di ristoro.

Buio, luce, ancora buio, quello che troviamo quando ci rassegnamo a lasciare il confortevole locale del punto vita. Allegri ed illusi di sentirci freschi e riposati: in effetti, le gambe sono un po’ rigide, ma meno di quel che ci si potrebbe aspettare. Attraversiamo il centro di Cogne, deserto e silenziosissimo, illuminato dal sinistro alone giallo dei lampioni. La carta di viaggio promette tre o quattro km di pianura, o leggerissima salita; infatti, imbocchiamo una strada sterrata in mezzo ad un bosco. Abbiamo fiato per chiacchierare, camminando di buon passo ma non troppo. Un alone di luce ci raggiunge e si fa pian piano più intenso, finché il faro arriva proprio alle nostre spalle, ad interrompere il nostro disquisire di tessuti tecnici e modi più appropriati per lavarli senza farli scolorire. Giorgio, in questo, è senza dubbio un casalingo migliore di me; io di solito nascondo i miei problemi di lavaggio dentro il cestello della lavatrice, stipando tutto lì dentro senza distinzione di tessuto o di colore. Per mia fortuna, i capi sportivi di solito sono robusti e pensati per i trattamenti più estremi, altrimenti avrei un corredo da corsa in tinta arlecchino…

A Lillaz, fine delle comodità. Imbocchiamo un sentiero questa volta in salita decisa. Non avrei dovuto restare a dormire così a lungo: mi sento intontita, sto combattendo una strenua battaglia perché gli occhi non tornino a chiudersi. Fisso i miei piedi, quelli di Giorgio davanti a me, fisso il cono di luce… E mi sembra di crollare da un attimo all’altro. E’ tutto uguale, sempre uguale; la mente è in trappola, non ha scampo per distrarsi. A furia di concentrarmi sul tentativo di non addormentarmi, finirò proprio per addormentarmi. Le rocce, le foglie, forme così strane, potrebbero essere qualsiasi cosa; c’è un silenzio che dà alla testa. E fa freddo, molto freddo, stanotte.
Ci imbattiamo in un alpeggio che fa anche da punto acqua: quattro parole, un po’ di luce, un momento di risveglio nelle tenebre. Mi sento come se fossi sola e disorientata… Ci lasciamo alle spalle il pianoro, superando un ponte, e via nel bosco, salita secca, ma ancor più buio, se possibile. I rami dei pini, immobili, sembrano ossa di scheletri. Non è paura, questo no. Mi sento, qui in mezzo, a mio agio, al sicuro; se solo potessi avere il controllo della situazione… Più in alto, si diradano gli alberi; la temperatura si fa ancora più rigida. Ho freddo alle gambe nei pantaloni lunghi impermeabili; chiudo la cerniera della giacca, tiro su il cappuccio. La valle è più ampia: nel buio, davanti a noi, possiamo ora scorgere la scia di lucine dei concorrenti che ci precedono. Sembra il gioco di “unire i puntini” de La Settimana Enigmistica: tento di capire quale sarà il nostro itinerario… Il guaio è che, di notte, valutare correttamente una distanza è impresa impossibile. Quella frontale laggiù potrebbe avere cinque minuti di vantaggio o mezz’ora, chissà. Superiamo una gran quantità di ruscelletti; mai come ora benedico le scarpe in Gore-Tex. Ci mancherebbero solo i piedi bagnati…

Una luce immobile, più forte delle altre: se non fosse Giorgio a farmelo notare, non mi accorgerei che siamo nei paraggi del rifugio. Sogno, si chiama: nomen omen. Tutto quel che riesco a capire, marciando lungo il sentiero, è che tocca salire ancora un bel po’.

Non so se la colpa sia più del sonno o più del gelo, ma sono davvero rintronata quando metto piede nel rifugio. Il mio primo pensiero, quando il caldo meraviglioso della stufa mi investe e mi avvolge, è trovare un angolo dove poter chiudere gli occhi qualche minuto. Un angolo qualsiasi. Sgranocchio qualcosa dalla ricca tavola imbandita; poi, senza nemmeno guardarmi intorno per vedere se, tra i colleghi presenti, ci sia qualche volto noto, mi siedo per terra, appoggiata allo stipite di una porta. L’immagine di Giorgio, seduto ad un tavolino, sfuma in un istante. Credo sia passato ben poco tempo quando riprendo coscienza: mi alzo, incerta, ma la testa è un macigno. Torno ad abbattermi sulla sedia, con la testa appoggiata al tavolo ed il mio compagno di viaggio che, impietosito, mi concede ancora qualche minuto. Ma il senso del dovere prevale sul sonno: bisogna andare… Anche se l’idea di abbandonare questo tepore per ributtarmi fuori al gelo non mi sorride affatto. Anzi, mi terrorizza. Dai Gian… Più aspetti, peggio è. Ce ne andiamo dopo aver lasciato i nostri autografi su un registro, a richiesta della rifugista, una ragazza giovane con l’orecchino al sopracciglio: “Scrivete quel che vi pare”.

ROAD BOOK, Settore 3, Tavola 2 – Dal rifugio il sentiero 13 prosegue fino al colle Fenetre di Champorcher (2826 m) per scendere sull’altro versante con un facile sentiero che porta al lago ed al rifugio di Miserin (2588 m). Proseguendo per il Chemin du Roi (7B) si arriva al rifugio Dondena (2192 m). Punto acqua.

L’aria gelida mi taglia la faccia. Si riprende in salita, salita decisa; il nero del cielo comincia appena a lasciar trapelare un alone d’azzurro, mentre le stelle, ad una ad una, si ritirano in buon ordine, a fine turno. Mancano circa trecento metri di dislivello; ci arrampichiamo lungo un sentiero stretto e sassoso, che sale con rampe dritte e decise alternate a secchi tornanti. Freddo pungente e sonno, però, sono una miscela esplosiva: ci provo, ce la metto tutta, perché so che non devo cedere, so che ibernerei se mi fermassi. Ma, appena oltre un tornante, non ce la faccio più. Mi abbatto sull’erba, umida e gelida, lì dove non c’è nemmeno un posto per sedermi; ho bisogno di abbandonare il mio stesso peso e chiudere gli occhi, per un attimo. Giorgio segue a ruota. Davvero pochi istanti, perché la temperatura dev’essere davvero poco sopra gli zero gradi, ma va già meglio. E poi, ci aggreghiamo in coda ad un simpatico gruppo di compagni di sventura. Da uno dei loro zaini spunta una bandierina di quelle usate per la segnalazione del sentiero: peccatuccio veniale… Il malcapitato diventa il nostro uomo-balise, il punto di riferimento da seguire per non perdersi mai. Quattro chiacchiere esorcizzano un po’ il sonno, e poi ormai il colle è davvero vicino. La Fenetre de Champorcher: quando ci arriviamo, restiamo inchiodati lì, per il gelo e per la meraviglia di un’alba limpidissima. Ecco: se qualcuno mi domandasse “perché lo faccio”, quest’immagine sarebbe una risposta inappellabile. Via le frontali, ci avviamo in discesa, senza indugio. Un elettrodotto supera il colle ed attraversa la valle: il riflesso della luce sui cavi crea un gioco di scintillii che integra alla perfezione i tralicci nell’ambiente. Entriamo nel Parco Regionale del Mont Avic: luogo particolarmente caro a Giorgio, che me ne ha parlato spesso. La discesa è dolcissima, spesso interrotta da tratti in piano tra i laghetti. La luce del sole, come sempre, ha compiuto il suo quotidiano miracolo; il sonno lascia il posto ad un’euforia quasi inspiegabile, che ci travolge entrambi e ci fa ridere, scherzare, persino cantare, passando in rassegna i più svariati generi musicali, da De Andrè a Ramazzotti. Non posso sconfinare all’estero, solo perché Giorgio non ha troppa dimestichezza con l’inglese. Ma è l’unica persona al mondo che abbia mai avuto il coraggio di sostenere, nonché ribadire più volte, che io canti bene: se l’ha fatto solo per compiacermi, peggio per lui, la mia personalissima interpretazione di “Come mai” degli 883 non gliela toglie nessuno! Quanti cantanti e cantautori si staranno rivoltando nella tomba, anche se non ci sono ancora finiti…

Trottiamo di buona lena, senza fatica, tra sentiero e strada sterrata e pendii dolcissimi. Qualcuno ci supera di corsa: ma no… Ma perché? Mai come in questo istante ci siamo sentiti in vacanza… Sulla carta, questa è una tappa facile, lunga ma prevalentemente in discesa, che ci porterà ai soli 300 m di quota di Donnas. Ci sembra sensato approfittarne per riposare le gambe e ricaricarci… Perché la tappa successiva, da Donnas a Gressoney, si annuncia invece spietata. Lo spauracchio dell’intera corsa.

Due loschi figuri sono appostati sul bordo della strada sterrata, armati rispettivamente di microfono e telecamera; li salutiamo, passiamo oltre. Di lì a poco, ci sentiamo chiamare a gran voce: sono i loschi figuri, in realtà giornalisti, che ci chiedono nientemeno che un’intervista! Urca, come dire di no? C’è chi farebbe carte false per tre minuti di popolarità… I ragazzi sono discreti e non lo fanno pesare, ma credo che, a giudicare dalle domande, il loro interesse per noi nasca dal fatto che rappresentiamo, per così dire, due eccezioni: io sono una delle poche donne in corsa e Giorgio è, per così dire, un rappresentante della categoria dei non più giovanissimi. Anche se sfido chiunque ad azzeccare, incontrandolo così per caso, la sua vera età. Anche il giornalista, infatti, resta perplesso.

Pochi minuti e siamo dinuovo in marcia. Ancora strada sterrata, un fondo su cui si potrebbe e si dovrebbe correre: ma nemmeno per idea… L’itinerario ci porta, sotto una splendida limpidissima luce finalmente un po’ più calda, nei paraggi del Rifugio Dondena, dove i gentilissimi gestori non lesinano caffé, the caldo, Coca Cola e beni di conforto di vario genere. Devo dire che, se c’è uno dei miei propositi pre gara che sto davvero rispettando alla lettera, è questo: santificare le soste ai ristori.

ROAD BOOK, Settore 3, Tavola 3 e 4 – Dal rifugio si prosegue per la strada sterrata fino a Champlong (1955 m) e poi per il sentiero sulla destra che rapidamente porta fino a Chardonney (1450 m). Punto di ristoro.
Per la strada asfaltata si attraversa il torrente e si imbocca il sentiero dell’alta via n. 2 che conduce nella Valle della Legna. Si costeggia il torrente fino all’imbocco del “sentiero degli orridi”. Si prende la destra fino ai ruderi di Porte (1346 m). Si scende verso sinistra lungo la mulattiera fino a Outre l’Eve (1230 m). Si attraversa il paesino e si continua verso Bormes. Si prosegue camminando sopra l’acquedotto intercalato a tratti da passerelle in metallo molto esposte. All’incrocio si prende il sentiero n. 2 che porta velocemente verso Frassiney. Attraversato il ponte si segue il sentiero fino a Trambeser, si riattraversa un ponte, per continuare il sentiero fino a Pontboset. Punto acqua

Riprendiamo il cammino, prima sulla strada sterrata, attraverso gli splendidi edifici in pietra di Dondena, e poi zampettando nel prato. Raggiungiamo l’uomo balise, in evidente difficoltà: ha un gran male ad un ginocchio, poveretto. La discesa certo in questi casi non aiuta.
Il sentiero si tuffa poi giù attraverso il bosco e diventa d’improvviso molto ripido, accidentato; salti da capre sulle rocce e persino sugli scalini in pietra. L’itinerario taglia un ripido pendio su cui crescono tronchi dritti come fusi; sulla destra, scorre un ruscello impetuoso. Il profumo del bosco è inebriante, e pazienza se le intemperanze del pancino mi costringono all’ennesima sosta.

Superiamo il ponte che ci porta dall’altro lato rispetto al torrente, non senza fermarci un attimo ad ammirarne l’acqua limpidissima, che raffredda l’aria fin quassù. Da Champorcher a Pontboset, il road book non ci riserva ancora grandi sorprese, se non qualche splendido ponte in pietra; procediamo di buon passo, ma sempre con misura, perché anche la camminata in piano, ahimé, lascia il suo segno. Qualche tratto di asfalto, al sole, non mi spiace affatto, anzi; devo ammettere che la toccata e fuga che faremo a quota quasi marittima sarà un vero sollievo per le mie povere ossa intirizzite.
A Pontboset, ennesimo punto acqua e rilevamento dei passaggi, sotto un gazebo. I volontari sono più simpatici e gioviali che mai. Mi domando se gli organizzatori abbiano provveduto a drogare tutti gli abitanti della Valle d’Aosta: sembra impossibile trovare tanta simpatia e tanto calore ovunque, ma proprio ovunque. Dalle mie parti, se si rimediano solo insulti e non anche legnate è già gran cosa…

ROAD BOOK, Settore 3, Tavola 5 – Si scende verso il fiume e si attraversa il ponticello in pietra da cui parte la strada che conduce a Frontiere. Si scendono i due tornanti asfaltati, si attraversa il paesino e si continua per il sentiero n. 2 che si addentra nel fitto bosco. Si prosegue fino a sbucare sul tornante della strada che scende a Hone. Dopo qualche centinaio di metri si attraversa la passerella sul fiume, si raggiunge la piazza del Municipio e si prosegue fino al tipico ponte in pietra sulla Dora Baltea. Si attraversa la SS 26 e ci si addentra nel borgo di Bard ai piedi del forte. Si prosegue lungo l’antica strada romana che conduce nel borgo di Donnas. Base vita.

Si riparte ancora sull’asfalto; un curvone, un ponte, la strada che riprende a scendere e supera un paio di tornanti. C’infiliamo poi tra le mura del minuscolo abitato di Frontiere. Ancora ignari di quel che ci attende… Ma già qualche dubbio l’abbiamo: il road book asserisce che, tra Pontboset e Donnas, ci siano 60 m di dislivello negativo, e zero tondi in salita. Peccato che Pontboset sia appollaiato intorno a quota 900 m e Donnas sia 600 m più in basso… I conti non tornano, già sulla carta.
Il corridore che poco fa ci ha sorpassati, un francese, ricompare e ci viene incontro a gran velocità: che succede? Abbiamo sbagliato strada? No… “Les batons”, sospira sconsolato. Ha scordato i bastoncini al banchetto del ristoro. Altri 100 m di dislivello, auguri!

Oltre il ponte sul torrente, i nostri timori trovano conferma. Si comincia a salire, nel fitto del bosco. Magari è solo una salitella… Niente affatto: tornantini su tornantini, rampe ripide sulla terra bianca e secca; piantare i bastoncini per tirarsi su, guardare in alto e vedere che chi ci precede è parecchi metri sopra la nostra testa. Ancora, e ancora, e il torrente sempre più sfocato e sottile, laggiù in fondo. Forse la stanchezza contribuisce ad esacerbare gli animi; forse è che, se non te l’aspetti, la salita diventa molto più ardua ed antipatica… Piovono le più fantasiose invettive all’indirizzo dell’autore, o degli autori, del road book. Come ci si può fidare di una carta di viaggio che riporta errori tanto madornali? Magari, oltre al dislivello, sono sballati anche i km… In realtà, a ben pensarci, io sono proprio l’ultima persona che dovrebbe alterarsi, visto che, di norma, non degno i road book delle gare di un minimo sguardo. Questo, però, è un caso eccezionale, diverso; qui, valutare le distanze ed i tempi mi serve per dare un minimo di programmazione sensata alle soste. Bah… In fondo, nemmeno questo è vero. Se viaggiassi da sola, non programmerei alcuna sosta. Andrei probabilmente avanti come le macchinine a molla, finché non si esaurisce la carica. E non sono sicura che questa sia la tattica migliore.

Cristonando senza ritegno, all’unisono con tanti colleghi un po’ più avanti o un po’ più indietro rispetto a noi, risaliamo in mezzo alle fronde, disperando ormai di poter raggiungere la base vita. E noi che già ci crogiolavamo nell’idea di un piatto di pasta, una bella lavata alla persona ed in particolare ai denti, un attimo di tregua… E’ curioso, quale intenso piacere possa derivare dai gesti che, nel quotidiano, sono persino antipatici. Lavarmi i denti, per me, è proprio una di quelle abitudini sgradevoli, pure da ripetere almeno tre volte al giorno, come anche tagliarmi le unghie; chissà poi perché. Adesso, non vedo l’ora di riabbracciare il mio spazzolino. In effetti, se penso a tutto ciò che ho ingurgitato da domenica, mi vengono i brividi: tutta manna per il dentista!

Raggiungiamo una radura ed un piccolo edificio; di lì, il sentiero piega a sinistra, un tratto quasi in piano lungo un prato, e poi riprende a scendere ripido, su pietroni e fondo sconnesso. Mi tocca, ahimè, l’ennesima sosta: anche se Donnas non è più lontano, non posso proprio farne a meno… A questo punto, credo di aver maturato il diritto alla carica di Amministratore Delegato ad honorem presso la Scottex, divisione carta igienica.

Di lì a poco, trottando verso il basso, con la calura del fondovalle che si fa sentire, ci imbattiamo in un volto noto: è Michele, giunto apposta da Vigone per venirci un po’ incontro ed alleviare le nostre fatiche, almeno quelle psicologiche. E’ vero, lo so, il regolamento vieta l’assistenza in gara. Ma questa non è assistenza, anche se quattro parole scambiate con un emissario del mondo di fuori sono per me un bel conforto. E se lo è, chissenefrega… Le gambe stanche son le mie, lo zaino è sulle mie spalle, chi cammina e sgobba sono pur sempre io.

A fondovalle, il sole picchia senza misericordia sulle nostre teste. Sarà che, da due giorni e mezzo a questa parte, non ci capitava più di scendere sotto i mille metri di quota. Ci tocca un breve tratto lungo la strada statale; poi c’inoltriamo nella via centrale di Bard, con vista sul suggestivo Forte, abbarbicato sulla montagna alla nostra destra, e sull’orrendo ascensore che qualche architetto scriteriato ha avuto la pessima idea di progettare: ma dico io… Uno scempio inguardabile, e tutto a beneficio dei turisti col culo troppo grosso e pesante per salire fin su con le loro gambe di ricotta? Mah…

Il selciato; uno splendido glicine dal tronco possente che s’arrampica su per la parete e scalza le pietre dal terreno; i colori dei fiori nei giardini. La marcia sull’asfalto è più lunga di quel che ci saremmo aspettati; oltre Bard, ancora un tratto forse di un paio di km, per raggiungere finalmente Donnas. Ci arriviamo più o meno insieme ad una concorrente tedesca, una specie di Virago dal passo inesorabile che non parla mai con nessuno, nonché a Nicole e Leonardo, due colleghi di fatica che viaggiano più o meno con i nostri stessi tempi e che ritroveremo, più avanti, più volte. Qualcuno osserva che, GPS alla mano, i km già messi in saccoccia sono ben più dei 142 fin qui dichiarati dal road book; beh, non mi stupirei affatto…

Primo pomeriggio. La tabella di marcia qui prevede una sosta per la pappa e per una lavata, ma non per la nanna; guai, non potrei sopportare l’idea di sprecare preziose ore di luce per dormire. Non so se Giorgio sia altrettanto convinto; in ogni caso, sostiene pure lui la stessa posizione.
Il palazzetto dello sport, anche qui, è spazioso e ben organizzato. Per prima cosa, la pappa: pasta, yogurt, pane, formaggio, marmellata, tarocco Red Bull, insomma il solito. A tavola in compagnia di Michele e del buon Aldo che, grazie al suo ritmo di gara non proprio da lumaca, può permettersi ore ed ore di sosta, riposo e chiacchiera ad ogni base vita. Così, se mi siedo prima di tutto a tavola, il pancino ha il tempo di elaborare il lutto mentre io sbrigo le altre incombenze: una semi-doccia, una lustrata alle zanne, un caffé, vero caffé di macchinetta del bar. E un po’ di cura per i piedini: pasta di Fissan, sempre in dosi industriali. Le calze sono umide, ma non importa.
Dietro un tendone, c’è gente che ronfa. Altri stramazzano per terra o con la testa sui tavoli. La fatica ormai pesa, e siamo davanti allo spauracchio peggiore, la famigerata tappa Donnas – Gressoney.

Un’ora, forse nemmeno, e siamo già pronti per ripartire, due soldatini incontro al destino. Alla prossima base vita, avremo più km alle spalle che non di fronte a noi. E’ un pensiero che pesa.

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!