13 settembre 2009 – The North Face Trail del Monte Soglio

Il parcheggio in salita, o in discesa, a seconda dei punti di vista, insomma in pendenza, non mi ha mai ispirato molta fiducia. Chiudo la portiera, osservo il muso della Opel pericolosamente puntato verso l’alto: speriamo solo che il freno a mano tenga. Non ne sono così sicura, a giudicare dalle mille volte in cui mi sarà capitato di partire senza toglierlo, il freno a mano, e partire in tutta serenità, ed accorgermi dell’errore solo notando la fastidiosa spia rossa sul cruscotto. Non ha mai opposto alcuna resistenza, il marrano!
In alternativa, speriamo che presto arrivi qualcun altro a lasciare l’auto dietro di me, e che il suo freno a mano, alla bisogna, riesca a sopportare l’impatto. Mi spiacerebbe dover recuperare l’auto giù a Forno… L’eterno dramma del parcheggio, un dramma dai mille volti.

C’è già un po’ di movimento qui intorno, anche se mancano ancora dieci minuti alle cinque. Partire da casa alle tre e mezza è stata un’esagerazione: il guaio è che non avevo un’idea precisa di quanto avrei impiegato a raggiungere Forno Canavese, né di quanto avrei tribolato, da lì, per scovare la frazione Milani. Rintracciare le frazioni può essere impresa improba, a volte. In effetti, in questo caso, avrebbe potuto essere così: da Forno Canavese, tocca arrampicarsi su per un buon numero di tornanti, prima di arrivare ai Milani, ed azzeccare almeno un paio di rotonde. Ma una buona organizzazione di gara si vede già da questo… All’ingresso di Forno, le indicazioni per il trail, insieme agli striscioni rossi dello sponsor, The North Face, non lasciavano dubbi sulla direzione da seguire; così alla prima, alla seconda rotonda e su per la salita. In quattro e quattr’otto sono arrivata fin qui.

Il tendone bianco è già illuminato; provo ad avvicinarmi e fare capolino: alla peggio, sarò cacciata con ignominia. Invece no: Roberto, il boss dell’intera baracca, è già all’opera al banchetto della distribuzione dei pettorali. Lo riconosco, perché è lui a riconoscere me; del resto, ormai sono come la gramigna, spunto ovunque, quando so che c’è una corsa interessante da qualche parte… Sono famigerata!
Me ne torno alla Opel, a due passi dal tendone, con il pacco gara: dentro c’è il pettorale, il chip, una bella borraccia ed una maglietta tecnica entrambe a marchio The North Face. Ecco cosa significa avere la fortuna, o l’arguzia, o entrambe le doti, per conquistare l’attenzione di uno sponsor importante!
A questo punto, potrei anche provare a recuperare un po’ di sonno, visto che sono qui e manca un’ora e mezza al via. Mi stendo in auto, ma di dormire non c’è verso: i miei occhi seguono tutto ciò che si muove al chiaro dei fari che illuminano la piazza; i concorrenti che si avvicinano al tendone alla spicciolata, le mani dei volontari che s’ingegnano a comporre l’intelaiatura di un gazebo. Chissà la gioia degli abitanti della frazione… Tocca loro la sveglia anticipata, che piaccia o no.

Una settantina di iscritti, se non ricordo male, con qualche nome illustre; ottima partenza per la prima edizione del Trail del Monte Soglio. 55Km e 3.100 m di dislivello: i numeri promettono bene. Veloce controllo del materiale obbligatorio, giacca, riserva d’acqua, e mi ritrovo in griglia, in paziente attesa del via. E’ ancora buio pesto e dubito che la situazione cambierà molto nei prossimi dieci minuti… Beh, pazienza, spero di riuscire a non sbagliare subito strada. Lo zainetto oggi è minuscolo: solo la giacca impermeabile, il miniportafoglio, il cellulare, rigorosamente spento, la busta dei medicinali e l’immancabile rotolo di papier de cul. Ah sì, anche qualche barretta. Del resto, dovrei cavarmela entro la giornata: e, se così non fosse, significherebbe che sono guai!

Quattro parole con i concorrenti accanto a me; non mi sento per nulla tesa né agitata, sono tranquilla come un Buddha ed assonnata come un discotecaro che rincasa all’alba. Il conto alla rovescia per la partenza mi coglie di sorpresa, mentre scruto il cielo alla ricerca di un po’ di chiarore e trovo solo una marea di stelle. Via: venti metri di corsa e subito passo, perché la strada sale già. Poco asfalto, poi sentiero e strada sterrata: nel giro di due minuti, scompaiono tutti, o quasi, ed io rimango sola nel nulla eterno. In mezzo al bosco, fatico a mettere a fuoco il sentiero e, di conseguenza, non riesco a procedere con passo sicuro; addio alla speranza di poter seguire il percorso altrui. Bosco fitto e nero: mi sorpassa ancora una persona, faccio strada; ne resta dietro un’altra, ma non mi supera… E’ Roberto, che farà da scopa per il primo tratto di gara. Oh, benissimo, almeno avrò qualcuno con cui chiacchierare.

L’altro concorrente che resta più o meno insieme a me è Riccardo, il responsabile della sponsorizzazione, in qualità di rappresentante della celebre marca di materiale da montagna: è al suo battesimo nella corsa in montagna; ha il sogno di finire la corsa… Ma guarda, proprio come me! Inutile dire che attacchiamo subito bottone; tanto, la nostra andatura e la pendenza, per ora non proibitiva, ce lo permette. Anzi: il tratto iniziale mi sembra un’unica, interminabile discesa, in mezzo a betulle, cespugli di rovi, prati, sentieri che sembrano tracciati adesso, apposta. In qualche punto, ci informa Roberto, è proprio così; il sentiero è stato riaperto e sistemato apposta per il trail, dopo anni ed anni di inutilizzo. Più avanti, però.
Dove posso, dove la traccia tende alla discesa ma dolce, corro: badando a non esagerare ed a non rischiare una caduta stupida, lavorando di bastoncini. Riccardo mi segue: ha deciso che per oggi sarò il suo riferimento, in virtù della mia “esperienza”… Beh, insomma: un po’ di esperienza sì, a questo punto credo di averla accumulata, ma davvero non mi sento in condizione di insegnare niente a nessuno! La lotta contro il tempo massimo non è esattamente la migliore strategia di gara possibile…

Gli infiniti ghirigori in mezzo al bosco mi fanno perdere del tutto quel poco di orientamento che ho, ma è bellissimo camminare fendendo il tappeto di foglie secche con le punte delle scarpe, ritrovarsi di tanto in tanto sul naso una foglia depositata dolcemente lì dall’autunno che avanza. Riccardo segue, corre se io corro, cammina se cammino: a dire il vero, sono un po’ preoccupata, perché so bene che i tratti di corsa sono destinati a lasciare il segno sui miei muscoli, tutto sommato abbastanza allenati… Che succederà ai suoi? Vero è che Riccardo non è un novellino dello sport, tutt’altro: ma il sentiero non perdona…

Perdiamo Roberto al primo punto di rifornimento con acqua: non so se questo sia anche il primo cancello orario, ma in fondo non ha grande importanza. L’orologio, come sempre, è strumento che non mi appartiene; finché nessuno mi cattura al lazo per riportarmi indietro, significa che sono in orario e posso proseguire. Quindi ancora avanti: ormai la luce del sole comincia a far sentire il proprio calore; si annuncia una giornata da abbondanti sudate, per la mia gioia!
Riccardo ed io ci rituffiamo in mezzo al bosco, l’occhio sempre attento a seguire le tracce di vernice rosa sulle pietre, sui tronchi, dovunque sia utile indicare il percorso. Salite brevi, secche, rampe che spezzano le gambe, ed altrettanto improvvise discese, ancora al riparo del fitto della vegetazione: del percorso che ci attende, per ora, s’intuisce poco o nulla.

Riccardo ed io camminiamo di gran carriera, quando una voce ci richiama: “Ehi, io sono la scopa!”. Un tornante sotto di noi, vediamo arrivare di corsa un signore che evidentemente ha qualche lustro più di me sul groppone… Ma ha gambe molto, molto più efficienti delle mie! “Ho aspettato al ristoro, pareva che dovessero esserci ancora due concorrenti dietro di voi, invece non era vero… Credevo che non vi avrei più raggiunti!”. Cavoli, con quel passo lì, due lumache come noi le si acchiappa senza problemi. Scopriremo poi, chiacchierando, che il nostro custode si chiama Ettore, ha la bellezza di settant’anni – gliene avrei dati dieci di meno – e nella vita ha fatto più o meno di tutto: dalla corsa in montagna all’alpinismo, con una marea di salite illustri, ultima il Monte Bianco, e con la Punta Doufour già in canna per la prossima stagione. Come se non bastasse, ci trotta accanto senza fatica, eppure ha una gamba arricchita di svariati chiodi e placche… E l’altra che ha subito lo stesso trattamento qualche anno prima. Che personaggio! Ascoltare i suoi racconti mi fa perdere la nozione del luogo e del tempo. Poche cose mi attraggono più di un paesaggio ed un percorso affascinante: tra queste, una vita affascinante, come la sua. E narra d’aver cominciato a correre a trentotto anni… Guai se si fosse cimentato prima!

Attraversiamo piccole frazioni e vigneti dall’aspetto un po’ patito; non riesco a trattenermi dal rubacchiare un grappolino d’uva… Ma, per tacitare la coscienza che protesta, scelgo il più piccolo e macilento che trovo. Di lì a poco, attingo per la prima volta della giornata alla mia riserva chimica. Già: la mezza maratona di venerdì sera, mi duole ammetterlo, ha lasciato il segno; i muscoli dei coscioni e dei polpacci sono tesi, danno fastidio; è quell’orrenda sensazione che, di lì a poco, si contraggano e si blocchino del tutto. Non so se questo possa accadere davvero, ma non ho alcuna voglia di far l’esperimento, non adesso: quindi, scavo convulsamente nel microzaino, ovvio senza fermarmi, e, dopo qualche peripezia, ne estraggo la bustina trasparente che contiene il mio corredo farmaceutico da corsa. Gli “aiutini”, come li definisce qualche grillo parlante. Qualcuno che, a sentirmi dire che ricorro alla chimica per portare a termine le mie mattane, sia in gara che no, s’indigna, grida al doping ed esclama: “Eh ma così è facile!”. Eh sì, caro il mio genio, così è proprio facile… Provaci tu, guarda, ti cedo il mio sacchettino magico; provaci tu, a prender pastiglie e poi mettere insieme altrettanti km, altrettanto dislivello, giorno dopo giorno. Poi, quando arrivi alla fine, ne riparliamo. Ma sì Gian, lascia perdere, il mondo è pieno di gente convinta di sapere cosa sia giusto e morale per gli altri; probabilmente non ha un concetto così chiaro per se stesso, ma questa è un’altra storia. Giù una capsula di Muscoril: meno di mezz’ora dopo, la vita mi sorride, soprattutto, le gambe si rilassano, anche se la salita di Belmonte mi costa un po’ di fatica in più, perché il cuoricino si “addormenta” per qualche tempo. Io di medicina non capisco nulla, ma si tratta di un farmaco che rilassa i muscoli e, per quanto ne so io, anche il cuore è un muscolo. Almeno, così mi pare di ricordare dai pochi, disastrosi studi di biologia delle scuole medie e superiori.

“Credo che si debba andare lassù”, dico a Riccardo indicando una chiesetta bianca contro il cielo, sopra le nostre teste, approfittando dello squarcio di panorama che si vede mentre passiamo su strada asfaltata. Poi ci rituffiamo nel bosco e su per una salita ardua, ripida, ove i cartelli di legno indicano la “Via pedonale al Santuario di Belmonte”. Bosco, terra e placche di roccia; pietroni enormi, tondeggianti, che mi ricordano un po’ le prese avvitate al muro nell’unica palestra di arrampicata che abbia mai frequentato, a Pollenzo: qui potrebbe essere posto da boulder! Riccardo è un po’ in affanno, silenzioso, ma segue. Pur essendo tutt’altro che pingue, è di corporatura robusta, alto; su per queste pendenze, invece, farebbe comodo somigliare ad attaccapanni ambulanti, ma non è il nostro caso. Spuntiamo in vetta, da buoni ultimi, tra gli applausi dei volontari del punto di controllo; gentilissimi come sono, mettono entusiasmo ed una parola di incoraggiamento proprio per tutti!

Ripartiamo subito giù per la scalinata; poveretto, al mio collega non lascio nemmeno dieci secondi di tregua. D’altronde, per me è più che mai vero, nei trail, che chi si ferma è perduto: le gambe si inchiodano subito.
Una freccia disegnata su una pietra sembra indicare, al bivio, la direzione a sinistra: così pensiamo tutti, anche Ettore, la scopa. Solo che poi, cammina cammina, di segni colorati non de ne vede più; solo un tappeto di cocci di bottiglia, uno spettacolo barbaro, per decine di metri di sentiero, e ancora bosco, alberi che crescono con le radici conficcate tra due massi enormi, tanto da non capire come facciano a trarre il nutrimento e la stabilità. No, questa non può essere la strada giusta: probabilmente, la freccia è stata fatta su una pietra che poi la massa dei corridori ha mosso e spostato. Si torna indietro: Ettore di corsa, in avanscoperta; Riccardo ed io al passo, per conservare in noi ogni stilla di energia. Abbiamo da poco superato il km 20; ne mancano ancora 35; meglio non fare i furbi. Il nostro custode si cosparge il capo di cenere per l’errore; ma no, che importanza ha? Non saranno cinque minuti di ritardo a cambiare la vita ed il destino della gara…

Al bivio, imbocchiamo questa volta la direzione giusta. Discesa: la attacchiamo di buona lena, giù di corsa e… In un attimo, senza nemmeno rendermene conto, mi ritrovo con il didietro a terra. Un secondo per realizzare cosa sia successo, mi rialzo, sento un gran bruciore alla mano sinistra: con orrore mi accorgo che, sentendomi scivolare, devo avere istintivamente buttato le mani indietro a parare il volo; peccato che la sinistra sia finita proprio di peso, il peso del corpo in caduta, sullo spuntone di una pianta recisa alla radice. Non ci voglio pensare, tiro dritto, riparto… Ma un attimo dopo, la mano è coperta di sangue. Cavolo che bel buco. A questa vista, le gambe vacillano. Non è il dolore, ma quello che in piemontese si chiama “sgiai”… Insomma, a me il sangue fa impressione! Mi abbatto a sedere per terra, mentre i miei due fidi compagni prendono in mano la situazione: Ettore estrae dallo zaino il cerotto e la valigetta del pronto soccorso; Riccardo rivela doti eccellenti di infermiere; in un attimo, mi ritrovo la mano fasciata come un salame. Efficientissimi! Se non altro, ora non sanguina più; al problema di disinfettarmi e valutare la necessità dei punti, penserò alla fine della gara, cioè tra sette o otto ore, non importa.

Riprendo la marcia mangiando un po’ di miele per superare il senso di brivido e vertigine che mi dà la vista del sangue; la mano fa male, brucia, e reggersi sul bastoncino da qui in poi sarà un bel divertimento. Via, di corsa, s’è già perso anche troppo tempo, per colpa della mia imbecillità… Ancora una volta usciamo dal bosco e ci troviamo in quello che sembra un fondovalle, anche se non ho un’idea precisa di dove ci troviamo. Ettore indica una costruzione lassù, in alto, leggermente a sinistra; vedo una macchia bianca, dev’essere quella, la costruzione in località Mares. Mamma mia quanto sembra lontana: probabilmente, lo è sul serio.

Si riprende a salire, alternando tratti molto ripidi su sentiero a percorso su strada sterrata. Finalmente, dopo venticinque km mal contati, le gambe sembrano voler entrare a regime: imbocco la salita di buon passo, anche se poi rischio un paio di volte di sbagliare strada. Per capire che c’è un sentiero, in alcuni punti, bisogna davvero lavorare di fantasia: una traccia impercettibile tra l’erba ed il fango. Nel momento in cui devio su uno dei miei percorsi immaginari, Riccardo passa avanti; correggo la traiettoria, seguo: è in quel momento, quando mi accorgo che trovo difficoltà a procedere ad un passo appena più lento di quello che terrei io, che scatta qualcosa. Il turbo… Anche se, nel mio caso, parlare di “turbo” fa un po’ ridere, un po’ tanto. Azzardo un complicato sorpasso e tento di allungare: non certo perché voglia lasciare Riccardo indietro, e ci mancherebbe, ma solo perché le gambe lo chiedono.

Il sentiero ripido, tagliati alcuni tornanti della strada sterrata, ci si reimmette. E’ qui che il mio collega di sventure, con cui già un bel po’ di km fa si è discusso degli stratagemmi per evitare o limitare i dolori muscolari, attinge pure lui alla mia riserva chimica: ecco, lo sapevo, è un novizio ed io l’ho già traviato… Procedo al mio ritmo; raggiungo il punto di controllo poco oltre: cavoli, ma qui ci sono presidi ovunque! Questo trail ha mobilitato un vero e proprio esercito di persone… Cappella Bioletto: le bottiglie di vino ed i pentoloni non sono per noi, che corriamo, per regolamento, in semi-autosufficienza. Ci butto un occhio con languore, ma capisco subito che non c’è trippa per gatti. In compenso c’è la fontana. Pieno all’unica borraccia che mi è rimasta: l’altra l’ho ceduta al collega rimasto a secco, ma non è un problema; per fortuna non ho mai gran sete. Chiedo un pezzetto di nastro adesivo per fissare la fasciatura sulla mano: fantastico, c’è anche quello! Un bel pezzo di nastro nero e via, abile ed arruolata.

Riparto di gran carriera mentre Ettore e Riccardo giungono alla fontanella: confesso che un po’ mi sento colpevole e carogna a lasciare indietro il novizio che si è fidato di me… Ma devo approfittare del momento positivo, i muscoli scalpitano!
Strada sterrata, sole finalmente caldo, caldissimo, anche perché qui la vegetazione si fa meno fitta. Pietre e sabbia chiara, tornanti, pendenza severa. Procedo a testa bassa, passo regolare, scaricando tutto il peso possibile sui bastoncini; non mi sfuggono, però, le more: le più belle valgono bene due secondi di pausa per raccoglierle ed incamerarle. Con mia grande sorpresa, raggiungo un altro corridore, poi un altro ancora: allora, anche questa volta, non ho sbagliato, quando, in partenza, esortavo Riccardo a non preoccuparsi: “Vedrai che, sulla salita, qualcuno lo acchiappiamo…”. Qualche esitazione in corrispondenza di un bivio: in effetti, forse un paio di tacche di vernice in più non sarebbero state sgradite. Procedo qualche metro: “E’ giusto!”, strillo ai due colleghi che seguono un po’ dubbiosi: poi riparto. Ancora salita: la pendenza si fa un po’ più dolce, il panorama si apre sull’intera vallata; intorno a me ora solo più rocce e prati. In effetti, tocca passare su un paio di cocuzzoli rocciosi; la costruzione in località San Bernardo di Mares, dove dovrei trovare il prossimo punto di ristoro, si vedeva un attimo fa, neppure troppo lontana, ma ora è sparita dietro le due piccole cime. Come sempre, non ho guardato l’altimetria con la dovuta attenzione, prima del via; però, se la salita più lunga nonché la vetta più alta è il Monte Soglio, direi che questa salita che sto percorrendo ora è appunto il Soglio. In effetti, adesso che ci penso, Ettore qualche ora fa ha detto che, dalla località Mares, il Soglio non dista più molto.

Qui non si sale più molto; su e giù, su e giù, cosa che le mie gambe, offese e rancorose per l’affronto della mezza maratona, non gradiscono affatto. Chissà dove s’è nascosta la costruzione che avevo visto poc’anzi? Non ho capito cosa fosse, se un rifugio o una chiesetta; più probabile la seconda ipotesi, a giudicare dal nome. Ancora un lungo traverso in leggera salita, attraverso il pendio: lassù in alto spunta la sagoma di una persona; mi sa che ci sono quasi. Non che abbia bisogno di un punto di ristoro, ma è pur sempre una tappa intermedia.
Quando supero lo scalino di pietre, spunto su un pianoro: c’è un sacco di gente qui! E c’è il banchetto delle vettovaglie, dove, con somma goduria, ottengo non uno ma due bicchieri di Coca Cola dai due gentilissimi fanciulli che presidiano il tavolino. Acchiappo anche una crostatina ed un po’ di frutta secca, che sbocconcello poi lungo il sentiero. Ormai credo d’aver messo a fuoco il Monte Soglio: è quel panettone proprio davanti a me, spoglio e severo, incappucciato da minacciose nubi che salgono a gran velocità. Il sentiero, qui, procede quasi in piano e quasi in cresta; tira un vento dannato, gelido, che appiccica alla pelle la maglia bagnata. Ecco, lo sapevo: scommetto che lassù mi ritroverò immersa nella nebbia. Pazienza, non è che sia poi quel gran dramma, ma un raggio di sole sarebbe stato di conforto…

Approfitto del sentiero pianeggiante per armeggiare un po’ con il mio bagaglio: indosso il gilet per riparare un po’ il torace e soprattutto la gola; mi maledico per aver lasciato a casa la bandana, che mi avrebbe protetto un po’ le orecchie; arraffo per la seconda volta la mia scorta chimica: speriamo che mezza bustina basti a far passare l’indolenzimento ai muscoli. Che piattola sono: quando sento che le gambe si induriscono, mi preoccupo, già mi vedo ferma su qualche sasso in preda ai dolori. Almeno, così, passa tutto e non ci penso più.
Un altro bivio dubbio: mi aiuta l’urlo di un escursionista, che ha già incontrato gli altri corridori e sa qual è la giusta direzione. Sempre dritto! Finché, dietro un costone della montagna, compare il Soglio in tutta la sua imponenza. Si intuiscono due sentieri che ne risalgono la cima; uno piega a destra e sale dolcemente, l’altro è una rampa perfettamente dritta di fronte a me. Inutile dire qual è l’itinerario corretto…

Comincio la lunga arrampicata: occhio e croce, da qui saranno trecento metri di dislivello, anche se la vetta s’è già nascosta; ci sono troppo sotto. Però, un centinaio di metri sopra la mia testa, spuntano alcune sagome, minuscole e nere: di certo sono altri sorveglianti. Salgo a passi brevissimi, misurati, frequenti; pensavo peggio, in realtà: non è così mostruosamente ripido come si annunciava, questo sentiero, che più che un sentiero sembra il percorso da cui l’acqua cola verso valle. Mirtilli ovunque: ai più grossi e succosi lancio una caccia spietata, gara o non gara. Non credo d’averne lasciato indietro nemmeno uno!
La pendenza sostenuta e regolare mi rincuora; in quattro e quattr’otto passo in mezzo al piccolo gruppo di edifici in pietra. “Ancora centosettanta metri di dislivello e c’è il ristoro con bevande calde, su in cima”. Perfetto: non nego che un the caldo mi farebbe davvero piacere. Fa freddo quassù, tra vento e microscopiche goccioline d’acqua strappate alle nuvole basse. Tutto grigio intorno, le nubi, le rocce, persino il prato. Là davanti, ancora un corridore: procede lentamente, poi si ferma, riparte; quando lo raggiungo, lo incoraggio, per capire se è tutto ok. Pare di sì; il problema sono i crampi.

Ancora un po’ di pazienza e di passi; supero il cocuzzolo roccioso, spunto al di là: ecco la vallata, il tavolo del punto di ristoro. Anche qui c’è un vero e proprio spiegamento di forze, tutti pronti ed in piena attività, anche per le ultime ruote del carro come me. The caldo, che sollievo; ho i brividi quassù. E frutta secca, zucchero, cioccolato. “Siamo al km 36”. Perfetto,questa sì che è una bella notizia, anche perché io ero convinta di essere più o meno al trentesimo. Discesa: su sentiero stretto e sconnesso, verso quel che resta di un gruppo di baite, poi tutto a sinistra. Sullo sfondo, una città, non so quale, ma molto lontana da qui. Attraverso i pascoli a zig zag, giù per questa rotaia di terra: vorrei provare a correre, accenno qualche passo più veloce, ma il ricordo del volo di qualche ora fa è ancora vivo, la mano pulsa e fa male; sarebbe opportuno, se possibile, evitare il bis. Lavoro di bastoncini, questa volta non per scaricare peso ma per soccorrere il mio precario equilibrio. Sotto una roccia, seduti in paziente attesa, altri due controllori; altri ancora, tre, più avanti.

Il sentiero è ostico ancora per un lungo tratto: una tribolazione senza fine, per me che spesso devo fermarmi, studiare un momento il salto, appoggiare i bastoncini, muovermi con ogni cautela, neanche avessi scritto sulla schiena “Fragile – Maneggiare con cura”. Mi sento un pachiderma. Di lì a poco, mi raggiunge e mi supera il corridore che ho sorpassato negli ultimi metri di salita al Soglio: va giù spedito, qualche centinaio di metri avanti a me. Procedo sotto gli occhi incuriositi delle mucche, implorando la fine dell’agonia, mentre giù a fondovalle si delineano più precise le sagome dei palazzi e delle strade in città. Quanti condominii… Non posso fare a meno di chiedermi se per caso abbiano bisogno di un amministratore!
Un colpo di tuono, lungo, cupo, mi riporta alla realtà: mi volto, guardo in su. La vetta del Soglio è stata inghiottita da una coltre di nubi dense, scure; non vorrei essere nei panni di chi arriva lassù adesso, né in quelli dei volontari che lassù ci devono proprio restare. Speriamo che il temporale non s’allarghi: beh, in ogni caso, se anche decidesse di farlo, ormai la Cima Coppi è alle spalle.

Salti, asperità, roccette finiscono giù in una radura: si passa su una bella strada sterrata, dove finalmente posso correre anch’io. Infatti corro, anche se la mia corsa si risolve in un incedere appena appena più veloce della camminata, un po’ strascicato. Raggiungo il collega, di cui non conosco il nome: gli chiedo dei crampi, pare stia meglio, ma patisce un po’ la distanza. Dai, che a questo punto si arriva alla fine, con le unghie e con i denti! Intanto, arriviamo ad un tornante, dove la padrona della casa attigua ha allestito un meraviglioso ristoro fai da te: acqua di fonte, un’enorme caffettiera, un sacchetto di prelibati torcetti ed un po’ di zucchero. Come non rendere onore a tanta abbondanza? Il caffé, poi, è la mia vita… L’altro corridore decide di approfittare della sosta un po’ più a lungo; io ringrazio e riparto subito. Ancora un bel tratto di corsa lungo la strada, poi un bivio, anche qui presidiato da due persone. Se avessi contato i volontari incontrati finora, credo che avrei già superato il centinaio! Su quaranta km ad occhio e croce messi nel sacco fin qui, non è male, affatto.

Passo accanto ad una fonte, mi sciacquo il viso; un signore intento a rivoltare l’erba tagliata nel prato mi chiede dove andrà a passare la gara: mi chiede di un mulino… Ma io casco dalle nuvole, non so nulla. Tutto quel che so è che, da qui, potrà mancare una quindicina di km. Ancora discesa, si torna in mezzo alla vegetazione. Incontro l’ennesimo presidio: uno degli assistenti mi chiede cos’abbia fatto al naso… Il naso? Perché, cos’ha il mio naso che non va? Porto le dita alla faccia: sanguina… Oh ma cavoli, possibile? Se continuo così, oggi finirò per aver bisogno di una trasfusione! Ringrazio Giancarlo – proprio così, è lui a notare l’omonimia – e tiro dritto, cercando di fermare il sangue e di ripulirmi alla bell’e meglio con un fazzoletto di carta e l’acqua della borraccia. Che strano: per me una cosa del genere è un caso più unico che raro… Da mettere insieme alla febbre alta della settimana appena passata, ai problemi de panza annessi e connessi? Avrò mica preso qualche brutta malattia? Eppure ultimamente ho imparato a guardare ma non toccare… E poi le analisi Fidas, tra l’altro recentissime, alla voce “malattie veneree” davano esiti negativissimi! Tiro dritto sorridendo… Occhio Gian, basta con le boiate, qui tocca fare attenzione, altrimenti voli. Il sentiero prende una pendenza a dire poco esagerata; in alcuni punti, in piedi non si può proprio restare: complice il fondo di terra morbida e friabilissima, l’unico modo per mantenere un minimo di equilibrio è poggiare la pianta del piede, di taglio, e lasciare che il corpo frani insieme al terriccio. Mentre mi destreggio malamente in simili evoluzioni, sento dal folto del bosco delle voci e qualche abbaio: qui l’assistenza è davvero capillare, c’è gente ovunque. Anche perché il sentiero, benché segnalato, non è sempre così intuibile.

Vari smottamenti ed un paio di culate dopo, approdo ancora una volta ad una strada sterrata. Corricchio, attraverso un torrentello, mi fermo un attimo per dare una parvenza di umanità alla faccia; in corrispondenza di un bivio, incontro due corridori che vanno in senso inverso al mio: ma… Che succede? Uno dei volontari, a presidio del bivio, mi dice che devo proseguire a sinistra e che poi ripasserò qui, in questo stesso punto, arrivando da destra. Eppure io sento nitida la voce dell’altoparlante… Ma dove diavolo mi trovo? Che razza di giro mi tocca fare? Continuo a correre, ma in testa s’affollano mille pensieri angoscianti. Non è possibile: se l’arrivo è così vicino da sentirne le voci, significa che da qualche parte devo aver sbagliato strada; io sono sicura che, dopo il Soglio, il tragitto della gara prevede ancora una salita… Non capisco più nulla: solo più tardi, alla fine delle mie fatiche, mi renderò conto che in questo punto sono esattamente sopra la frazione Milani, ma che me ne sto allontanando per andare a percorrere ancora un anello, quello del Mulino Val. Ecco da dove spuntava il mulino a cui accennava il contadino…

La discesa è infinita. La strada muore in un sentiero che attraversa il più fitto del fitto del bosco, tra ortiche, rovi e rami che pendono ovunque, graffiano la faccia; è buio e si sente solo il fragore del torrente. Poi, d’improvviso, alcune case: una frazione, persone lungo la strada che salutano ed incoraggiano. Ancora sentiero, e strada sterrata, ancora corsa: mi stupisco di quanto a lungo io riesca a reggere quest’andatura. Ormai è un po’ che trotto! E mi sento di averne ancora per macinare un bel po’ di strada, anche se, in un attimo di distrazione, a momenti mi spiaccico per terra, a dispetto della facilità elementare della strada sterrata.

Bivio a destra, anche qui festa grande: un gruppo di anziani mi festeggia, mi incoraggia. “Dai che ci arrivi sicuro ai Milani!”. Ci potete scommettere… Ormai, a questo punto, non mi ferma nemmeno una scarica di pallettoni da cinghiale! Tiro dritto con il sorriso che si allarga da un orecchio all’altro, quello che spunta quando sai che ormai ce l’hai fatta. Mangiucchio un pezzo di barretta: sopra la mia testa, sulla sinistra, sorge la torre di un mulino. E’ proprio un mulino a vento, come quelli che appaiono sulle fotografie dell’Olanda! Che bello!

La salita riprende secca oltre il ponticello sul fiume; poco sentiero, solo per tagliare un paio di curve, e poi si sale su per la sterrata. Le ombre sono nette, lunghe; chissà che ora può essere? Non ne ho idea. Cammino e cammino: solo la fame, per ora, dà un po’ di noia. Sempre il solito errore: ho cominciato a mangiare troppo tardi, mentre avrei già dovuto pensarci prima, pur non avendo fame. Adesso, il meglio che io possa fare è attaccarmi al miele, per far passare la fiacca in fretta.
Con passo lento ma poca fatica, mi ritrovo proprio sotto il mulino: c’è un balconcino, una persona affacciata. Oltre la curva, un altro banchetto del ristoro: anche qui, volontari carichi di entusiasmo ed allegria a dire poco contagiosi. Coca Cola ed una crostatina: e meno male che il regolamento parlava di semi-autosufficienza! Qui ci rimpinzano come oche da foie-gras!

Riparto con calma, per sbocconcellare la crostatina senza disperdere preziose briciole ovunque. Si sale ancora, sempre lungo la sterrata; intorno solo arbusti e cespugli. La terra bianca riverbera ancora la luce. Poi un lungo tratto pianeggiante e, sempre in lontananza, l’eco dell’altoparlante. Io ormai rinuncio a capire. Sembra vicinissimo… Ancora uno strappo in salita; raggiungo altri due concorrenti: un po’ stupiti per la mia foga, mi dicono che mancano sei chilometri. Sei chilometri… Ma è niente! Ancora sentiero, ancora leggero saliscendi: corro dovunque possibile, tanto ormai non ho più bisogno di conservare le forze e le gambe. Devo solo provvedere ad evitare di sfasciarmi un’altra volta. Raggiungo una cappella in mezzo alla vegetazione ora folta e verdissima, sempre più man mano che si scende; di qui il sentiero è strettissimo, tortuoso, un vero attentato al mio precario equilibrio. Nella foga, in qualche punto mi appoggio malamente al bastoncino con la mano sinistra… Una fitta, un paio di santi abbattuti con mira perfetta, sempre avanti. Quel maledetto altoparlante mi dà alla testa, giuro che se lo acchiappo lo sbriciolo! Ora sono nel folto del bosco e non vedo più nulla oltre ai pochi metri di sentiero davanti a me. Curve, discesine e strappi, ancora bivi. Incontro un paio di viandanti che mi chiedono quanta gente ci sia ancora dietro: se non ho sbagliato il conto, direi sei persone.

D’improvviso mi ritrovo allo stesso crocevia che ho superato un po’ di tempo fa, non saprei dire quanto: ritrovo infatti lo stesso volontario. Un chilometro ancora ed è fatta: parto al trotto, anche se la prima blanda risalita smorza bruscamente il mio entusiasmo. Chissà che ora è. Tardo pomeriggio, di certo. Di gran carriera, supero altri due autoctoni, prodighi anche loro di applausi e complimenti: un attimo dopo, mi ritrovo sull’asfalto; poche decine di metri e posso dire che, anche per oggi, mi sono guadagnata la pagnotta. Anzi, non la pagnotta bensì il salamotto. Infatti, la medaglia di partecipazione consiste in un piccolo tagliere di legno a cui è legato un salamino.

Ed anche questa è fatta: 11h 11′, leggo sul tabellone orario del cronometraggio. Una sfilza di numeri 1, sarà forse un presagio? Tiro un sospiro di sollievo: ho ingiustamente dubitato del freno a mano della Opel, che non s’è mossa dal punto in cui l’ho lasciata. Mi cambio alla bell’e meglio, mi asciugo: oggi, poi, cedo alla tentazione della pasta. Saggia decisione, perché il piattone che mi si materializza davanti agli occhi è ghiotto ed abbondante. Sparisce in un attimo, vittima della furia delle ganasce: poco ci manca che non mi spazzoli anche il piatto di plastica…

Soddisfatta la voglia di una bella giornata, con un gioiellino di gara riuscita in modo eccellente benché si trattasse di una prima edizione; soddisfatto anche il bruto appetito, a suon di penne con un ottimo sugo, mi rimetto al volante e riparto, mentre ancora qualcuno arriva di corsa tra gli applausi della piccola ma festosa folla. Il salamino non lo mangerò io: tra un paio d’ore sarà da me, reduce da un giro in bici oltralpe, la ben nota idrovora genovese… Sono pronta a scommettere che gradirà!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!