14 gennnaio 2009: passeggiata notturna al Monastero di Pra ‘d Mill

“E’ troppo grande e brillante per essere una stella!”
“Ma è anche troppo immobile per essere un aereo…”
Mi sento di escludere l’ipotesi che si tratti di un ufo, dal momento che non tocco alcool da un bel po’; quanto a Mik, mi sembra sobrio pure lui, visto che è alla guida e per ora non ha raddrizzato alcuna curva. E allora mi sa che non restano molte alternative: quel punto luminoso, lassù a mezzo cielo, non sarà altro che una luce artificiale sul costone della montagna, forse lungo la strada che sale a Montoso. Cielo e terra non si distinguono più, ora che sono quasi le nove. E, se quella non è una stella, pazienza; sopra le nostre teste ne abbiamo a migliaia, basta sceglierne una che sia una stella per davvero. Tanto, brillano tutte, perché l’aria è limpida, gelida; sette, otto gradi sotto zero, non oso pensare quando mi toccherà scender dall’auto, tra pochi minuti. E poi la luce blu, un bel blu intenso: quella è una croce, son sicura, anche se da qui, con il mio occhio di lince miope, non vedo altro che un enorme asterisco azzurro. Non ricordo esattamente in che punto si trovi: e dire che qui, di giorno, sarò già passata un’infinità e mezza di volte! Poco più in alto, le antenne, quelle che svettano a poca distanza da quegli obbrobri di cemento e grigiume e sfacelo che sono gli alberghi di Rucas. Un po’ di nostalgia ce l’ho: è vero che stasera son qui per camminare, è vero che la fatica non mi mancherà, ma in cuor mio vorrei aver la bici per pedalare fin lassù, perché lassù è squallido, è vero, ma i tornanti della salita a Rucas sciolgono il cuore del più duro degli scalatori; il mio, poi, guai, lo riducono in pappa! Coraggio Gian, sarà questione di un paio di mesi; poi, potrai andare lassù e persino tornare giù senza che il ghiaccio recapiti te e la bici per posta prioritaria e per via direttissima in centro a Bagnolo.

Abbandoniamo l’auto proprio ai piedi della salita che va a Montoso, onde evitare anche un solo metro di inutile pianura. Appena usciti dall’abitacolo, il freddo è pungente e fa venir voglia di tornare dentro, anzi, proprio a casa. Ma sappiamo entrambi che sarà sufficiente avviarci di buon passo per scaldarci un po’. Io indosso una canottiera traforata, una maglietta di pile a collo alto, una felpa ed una giacca Windstopper, tutto rubato all’armadio del corredo ciclistico, un paio di pantaloni lunghi leggeri, calzettoni pesanti e scarpe da trail, oltre ai guanti ed al berretto; nello zaino, ancora un pile spesso e la giacca antivento, più qualcosa da mangiare per l’emergenza fame; Mik pare avere un bagaglio più leggero, a giudicare dal minuscolo zainetto: che abbia liofilizzato il vestiario? Ci son circa otto gradi sotto zero.

Percorriamo un paio di km lungo la salita di Montoso, la rampa iniziale che porta all’abitato di Villar. Saranno circa le nove, c’è ben poca gente in giro; solo i cani, dai giardini, si curano di noi, una scia di latrati al nostro passaggio, di tutte le intonazioni, di tutte le intensità. Tranquilli, non siamo qui per farvi del male; ne faremo solo, come sempre, a noi stessi!
Si chiacchiera, benché a me l’avvio crei come ogni volta qualche problema di fiato, che mi accompagnerà almeno per la prima mezz’ora. Man mano che Bagnolo si allontana alle nostre spalle, vediamo più netto lo scintillio delle stelle, una miriade di stelle, e quello delle luci della montagna; riusciamo appena, di qua, a distinguere il profilo nero dei monti dal cielo, appena meno nero. L’asfalto luccica, come tempestato di brillantini. Ghiaccio, neve.

Lasciamo la strada principale all’altezza della chiesa di Villar, in favore di una via sulla sinistra, dove un cartello indica: “Pra ‘d Mill 8,5”. Alla luce gialla dei lampioni, la borgata appare ancora più immobile, congelata come l’asfalto che brilla sotto i piedi. Eppure qualche luce alle finestre tradisce ancora un po’ di vita; non è così tardi, del resto. Saran passate da poco le nove. Ma è buio, ed è proprio il buio che ci frega. Bel belli, giungiamo ad un incrocio, a sinistra una stradina che va in direzione di Bagnolo, a destra un’altra stradina che sale su. Proprio come quella che sale a Pra ‘d Mill. Ma le strade si perdono nell’oscurità e noi, che pure di qua siamo già passati in bici, ci facciamo gabbare come polli. Soprattutto io che qui sono di casa! Sicuro, si deve girare a destra, e allora su per una stradina sconnessa, in mezzo a qualche casolare, qualche albero, il ghiaccio. Già, sarà perché ci tocca viaggiare con gli occhi fissi a terra, che non ci rendiamo subito conto dell’errore. La pendenza sale subito, ma è senz’altro giusto: Pra ‘d Mill è una salita arcigna. Latrati di cani che si perdono nel buio, un ponticello sul torrente impetuoso, l’acqua nera come petrolio, la neve a bordo strada. Ancora una vecchia casa, un cancello, un box improvvisato in lamiera ed assi di legno, ma noi si chiacchiera e non ci si pone alcun dubbio. Poi una breve discesa, l’asfalto sparisce; la strada prosegue ma è solo più terra, fango ghiacciato. Sconcerto: e che diamine è successo? Vero, non è mai stata una pista da bowling questa salita, ma così è un po’ troppo! Eppure siamo certi di non aver superato alcun bivio; non è possibile che si sia sbagliata la direzione. Proviamo a procedere ancora un po’, spaesati e con una certa difficoltà a restare in equilibrio: giungiamo ad un ciabòt, una casetta che pare abbandonata o usata solo come magazzino, oltre la quale la strada muore in mezzo ai rami tetri del bosco. Ohibò. Ma dove diavolo siamo finiti? Cos’è capitato alla strada del monastero? Eppure deve essere questa! L’ipotesi meno assurda è quella di Mik: può darsi che l’asfalto sia stato spazzato via dall’alluvione della scorsa estate; in effetti, da allora nessuno dei due è più passato di qui.

Un po’ frastornati e con le pive nel sacco, torniamo sui nostri passi, pur buttando l’occhio e la luce della frontale in ogni possibile direzione che lasci intuire la traccia di un passaggio. Ma no, qui non c’è proprio nulla. Tantovale tornare giù, sarà poco più di un chilometro, e rassegnarsi a percorrere un tratto della salita verso Montoso. Però non siamo convinti… Quasi quasi si potrebbe bussare ad una delle finestrelle illuminate di qualche casa: ma il dubbio è che, nella migliore delle ipotesi, ci venga rovesciata in testa una valanga di improperi. Nella peggiore, che i nostri deretani siano destinatari di una rosa di pallini per uno! Tiriamo mestamente avanti, ripassiamo il ponticello su cui il ghiaccio è spesso ed insidioso. Rieccoci all’incrocio. Però… A dire il vero, la strada che arriva da Villar prosegue ancora, dritto! E se andassimo a veder dove finisce?

Ecco svelato l’arcano. Più avanti c’è un altro incrocio, molto simile al precedente, solo che stavolta è quello giusto, con tanto di indicazione per il monastero. Che imbecille sono stata a non capirlo prima. Ricominciamo da capo: via, svolta a destra, si sale. Altri casolari, altri cani che non gradiscono il nostro passaggio; un altro ponte sullo stesso torrente, altri quadratini di luce. Chissà, da lì dentro, quanti si chiedono ragione dell’agitazione dei quadrupedi in giardino. Penseranno a qualche cinghiale, a qualche volpe nei paraggi. Invece no, siamo noi, in carne, ossa e scintilla di follia. Sempre di buon passo, su un tracciato tutto sommato facile, a parte un po’ di ghiaccio: la strada è stata evidentemente pulita. Del resto, ricordo abitazioni disseminate un po’ ovunque, a parte poi il monastero al termine della salita: è ovvio che chi abita qui debba avere la possibilità di muoversi, nonostante la neve.

Respiro affannoso, qualche alito di vento, un tappeto di luci dalla pianura che ad ogni tornante compare e poi se ne va, inghiottito dai rami e dal fitto della vegetazione addormentata. Qualche lampione che stride con il buio, la quiete di questo luogo un po’ fuori dal mondo; qualche casa con giardino illuminato, chiassoso, quasi offensivo della semplicità del luogo. Poi ci rituffiamo in mezzo alla vegetazione, dove questo nastro d’asfalto sembra essere sorto per sbaglio, e ancora camminiamo, spediti. Ciascuno immerso nei propri pensieri, che viaggiano dal sasso sotto la suola della scarpa ad immagini e sensazioni lontane mille chilometri, che pure arrivano fin qui, chissà come. Le cellule grigie lavorano, lavorano, quasi se ne può sentire il rumore. Finché alzo la testa, davanti una curva, in mezzo al legno nero degli arbusti una grossa macchia color del fuoco, una palla, anzi no, una palla un po’ schiacciata. Un attimo di stupore, sì, quasi di paura: cosa diavolo è? Ma sì… La luna! La luna, la luce, una fiamma che accende il ghiaccio fin sotto ai nostri piedi, quasi un’alba improvvisa, ma di un intenso color arancio. Le arriviamo in fronte, le voltiamo la schiena al tornante, scoprendo quasi come se fosse appena spuntato l’asfalto, che fino a poco prima potevamo sentire ma non vedere, che ci tendeva il tranello di una buca o di una crepa senza che noi potessimo difenderci dalla storta. Ora è chiaro come di giorno, senza bisogno di ricorrere al trucco delle luci frontali, che comunque finora son rimaste spente. Nelle notti di neve non serve la luce; basta lasciare che gli occhi si abituino, e presto si impara a distinguere il nero della strada dal grigio della neve; si possono scambiare i rami nudi degli alberi come tentacoli che sembrano proprio muoversi, abbassarsi verso di noi, puntare minacciosi come per ricacciarci indietro. Lo ammetto: se fossi da sola, qui, un po’ avrei paura. Non c’è nulla di nulla da temere, anzi, molto meno di quanto ci sia a quest’ora in città… Ma fruscii, scricchiolii, schiocchi, non capisci da dove arrivino, non ti accorgi di dove si allontanino. E l’auto parcheggiata lì dietro la curva non c’entra proprio un tubo, rompe la poesia: però, a pensarci bene, mi sa che la poesia l’abbiamo rotta noi agli occupanti… E pure le scatole! Via, meglio filare… La luna sale con noi, diventa sempre meno gonfia, meno rossa, fino a diventare poi una luna come tutte le lune di sempre, bianca, accesa, quasi banale. Ma la sua luce continua a farci comodo. Case e ancora case, non ne ricordavo tante quassù. Addirittura una cappelletta, orrenda, un obbrobrio, appena prima di una rampa cattiva. Gli ultimi chilometri sono i più severi, anche a piedi. Ne mancano meno di quattro quando, con nostra sorpresa, ci imbattiamo in un cartello di stop. Stop? Che significa? Semplice, significa che la stradina che stiamo percorrendo noi si immette su un’altra strada, evidentemente principale. Significa che c’è un’altra strada che sale da Bagnolo. Possibile che questo incrocio ci sia sempre sfuggito? O forse una volta non c’era lo stop?

Ci ripromettiamo di scendere, al ritorno, a sinistra. Intanto io cerco di mettere insieme i miei riferimenti geografici, pochi ma confusi, e di capire dove può andare a finire quell’altra strada: mi dichiaro in breve sicurissima di una conclusione… Che sarà poi completamente sballata.
Si sale ancora, tra casolari abbandonati o forse solo disabitati ‘inverno, fornetti per il barbecue e tavolini nei giardini, di cui s’intuisce solo la sagoma sotto la coltre di neve ghiacciata, numeri civici che pendono da improvvisati paletti, tracce di ruote sulla strada che ora sembra pulita e persino asciutta, ora è ingombra di neve. E’ difficile, nella notte, prioettare qui il ricordo di ciò che vedo quando salgo in bici. Le distanze sono a volte dilatate, a volte ristrette, le curve diventano dritte e nei rettilinei si finisce a girare. Non ricordo più nulla dell’arrivo, solo un tratto di strada sterrata, brevissimo, ed un paio di cagnoni grossi e pigri che mi si lanciano incontro dagli edifici del monastero. Nemmeno quelli, a dir la verità, mi ricordo. E’ Mik che mi preannuncia una svolta a destra, una splendida vallata: è così, è proprio così; il bosco scompare in un istante, la vista spazia lungo un’ampia vallata, bianca di neve, illuminata dalla luce violenta di una bellissima luna, scintillante nell’aria perfettamente limpida ed immobile di questa sera. Si vede ogni particolare dei declivi, si vede qualche luce, qualche alpeggio sperduto, qualche luogo da eremita che non posso non invidiare. E’ uno spettacolo che mi lascia senza fiato, più delle rampe. E le stelle, quante infinite stelle: non ho mai imparato i nomi delle costellazioni, ma ormai cerco ad istinto quelle che hanno quella certa disposizione, quelle che formano una certa figura, son sempre lì, quasi una sicurezza. Lì una fila dritta di tre, laggiù una spezzata di altre tre, un quadrilatero, i famosi Carri. L’asfalto sotto i piedi non c’è più, solo terra battuta ed insidiosissimo ghiaccio; un cartello di legno, modesto, ad indicare il monastero; una vecchia Panda parcheggiata a testimoniare la presenza di qualche anima. Ecco gli edifici bassi e coperti di neve, quasi sprofondati nella coltre bianca; fanno contrasto con la natura del luogo le lucine rosse e verdi del quadro elettrico, il rumore sordo e continuo di un generatore. Nulla muove, nessuno esce, nessuna finestra si illumina, nulla di nulla. Forse nessuno s’accorge di noi. Meglio così, forse ne avrebbero paura: anche se, a ben pensarci, chi avesse cattive intenzioni non credo farebbe tutta questa strada per cercare un bersaglio… E, quando l’avesse fatta, non avrebbe più forze residue per commettere alcuna efferatezza!

Mik è stato più saggio di me, s’è portato gli abiti di ricambio per la discesa. Io no… Ma tanto, conoscendomi, non avrei avuto il coraggio di esporre la mia ciccia al freddo ed al gelo dell’aria notturna! No no, per carità… Mi limito ad indossare uno strato in più, la giacca antivento, e ad attendere qualche momento con il naso all’insù, verso il pendio innevato, grigio così come si vede adesso, e le stelle. Le luci della pianura da qui non si vedono più, ma tra poco le ritroveremo. La breve discesa finale ora è una salita che ci permette di riscaldarci appena un po’ dopo la sosta al monastero; mi vien quasi voglia di avvicinarmi alla Panda e tirare su i tergicristallo… Ma si sa che i monaci non hanno gran senso dell’umorismo; rischio che mi lancino qualche anatema, non sia mai!
E’ solo adesso, in discesa, che mi accorgo della temperatura non proprio sahariana. La giacca ripara bene, ma il naso fende l’aria gelida e non ne è troppo contento. Se non altro, però, le gambe lavorano e un po’ di calore lo mandano in circolo. Chi è ciclista nell’animo è abituato a considerare la discesa come un apostrofo rosa tra la fine della salita e la fine del giro, o l’inizio della salita successiva, comunque un tratto di riposo che scorre via in fretta. A piedi ormai ho imparato che non è affatto così, anzi; la discesa costa fatica, dolore ai muscoli se si è su sentiero, un po’ di noia e di freddo se si è su strada e si scende, per forza, lentamente.

Ripercorriamo i quattro km circa prima del bivio che abbiamo notato all’andata: le rampe sono quasi più evidenti adesso, che non prima, quando le abbiamo superate in salita. La luna è ormai alta, le poche case ancora più immobili e silenziose, i pochi quadretti di luce spenti, spariti. Solo più i lampioni e l’asfalto a dirci che siamo vicini alla civiltà. Al bivio, giù a destra, questa volta: chissà se poi si rivelerà davvero una scelta saggia? Magari questa strada non arriva affatto dove vogliamo andare noi; magari al fondo c’è un muro altissimo o un fossato con i coccodrilli e ci tocca tornare indietro… Ma un vero esploratore non teme l’ignoto, soprattutto se l’ignoto si presenta sotto forma di una bella strada comoda che passa tra le case ed offre la vista sulla pianura… Man mano che scendiamo, nell’oscurità si delineano i tetti, poi i muri, poi i cortili delle case, una qui una là; cani che latrano senza sosta, forse più per sorpresa che per minaccia; altre strade che si staccano e vanno verso la montagna, che ci ripromettiamo di provare prima o poi… Magari poi. E lo scampanio delle bestie al pascolo: non avrei mai immaginato che qui, a quest’ora di notte, in pieno inverno, le mucche e le pecore fossero lasciate all’aperto. Eppure le sentiamo e le vediamo con i nostri occhi personali!

La discesa è lunga, noiosa, eppure son questi i momenti che vorrei non finissero mai. In silenzio, lontana da tutto, posso illudermi per un po’ che la vita sia tutta qui, camminare, salire, vedere, sentire, faticare, respirare, in questo momento d’inverno in cui si coltivano i sogni o quando i sogni, ormai cresciuti, sono pronti per essere vissuti. Sono serena così, quando sono fuori, al freddo con le dita che piangono nei guanti inutili, una maglia fradicia che mette i brividi, nulla a cui pensare se non il prossimo chilometro, la prossima meta, il prossimo punto di partenza. Lo so che è un atteggiamento infantile, irresponsabile, inaccettabile alla mia età, ma l’ufficio, il telefono, le scartoffie non mi appartengono. L’unico pezzo di carta che mi appartiene è quello bianco, senza quadretti e senza righe, da riempire in libertà tra un’avventura e l’altra. Peccato che la poesia non si mangi!

Mi riporta alla dura realtà un verso indefinibile, quasi la tipica, diciamo così, emissione sonora di chi ha appena concluso una pantagruelica mangiata e, soprattutto, bevuta: vien dal bosco, appena sopra la mia testa… Che cosa possa aver prodotto quell’inquietante suono, lo ignoro; fatto sta che le mie gambe attaccano a fare giacomo giacomo… Affretto il passo e continuo a voltarmi indietro per un po’, nel timore che quell’essere imprecisato decida di seguirci con intento minaccioso; Mik, per nulla preoccupato, se la ride sotto i baffi… Lui che è abituato a viaggiare per il mondo, non ha certo paura della sua ombra, come invece ho io! Quante belle avventure ho già mandato a monte per colpa della paura… Però mi vendico quando a prendersela con noi sono i cani, che io adoro… Ma Mik no!

Dopo un tempo interminabile, la strada spunta in un luogo che mi è immediatamente familiare: è nientemeno che lo stesso bivio da cui si stacca la via che abbiamo percorso in salita. Ah, ecco… Si può fare l’anello, dunque! Tutte le mie congetture circa il punto in cui saremmo andati a scendere diventano carta straccia… Ricalchiamo le nostre stesse orme fino a Villar, dove per un attimo mi distrae una locandina che parla di montagne dell’Himalaya: da quando ho preso a divorare i libri di alpinismo, nulla mi sfugge sul tema… E poi l’interminabile drittone, sarà poco più di un chilometro ma non finisce mai. La sagoma nera di un castello, in alto sulla destra; le villette alla periferia di Bagnolo, molte dall’aspetto probabilmente lussuoso nelle intenzioni, ma che a me sembrano solo un po’ pacchiane, poi il peso, finalmente la rotonda. A dire il vero, l’unica parte di me che desidera il calduccio dell’auto son le mani: tolti i guanti, mi ritrovo con dieci salsicciotti gonfi e gelidi, come sempre. E non c’è verso di risolvere questo problema; le ho già provate tutte… Pazienza, sotto le coperte si scalderanno. E, mentre Mik litiga con un CD che non vuol saperne di fare il suo dovere, io penso che ancora una sera di quest’inverno, una bella sera di luna e stelle, a Pra ‘d Mill ci dovrò tornare.

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!