14 giugno 2020 – Bici in Valle Uzzone

Fissare la partenza di un giro in bici alle otto del mattino, a giugno, quando la luce arriva oltre tre ore prima, è per me piuttosto insolito. O meglio, lo era, fino a qualche anno fa, quando non avevo ancora l’incombenza di prendermi cura, prima di uscir di casa, di un paio di decine di cani. Adesso, tra le pulizie quotidiane degli spazi canini e le ciotole da riempire, devo tener conto di un’ora di lavoro al mattino, oltre ad un’altra ora di lavoro la sera. Tra il suono della sveglia ed il momento in cui metto finalmente piede o ruota fuori di casa passano almeno un paio d’ore. Ed io, diciamola tutta, sto diventando vetusta e pigra.

L’appuntamento con Matteo è inlocalità Campetto, in Valle Belbo, al solito parcheggio più o menoa metà strada tra Benevello e Castino. Ci arriviamo, io da Montaldo Roero e lui da Genova, nellostesso istante: la precedenza, però, tocca a me, che per entrare svolto a destra.

Si annuncia una bella giornata di sole, per quanto l’aria frizzante non faccia pensare di essere ormai a metà giugno. La mia bici, una mountain bike camuffata da bici da strada, ha qualche intoppo meccanico: da qualche giorno, la catena rifiuta ostinatamente di scendere sulla corona anteriore piccola, cosa che per me, ciclista pesante ed ormai anche poco allenata con l’antica passione per le salite, risulta parecchio invalidante. Non mi posso lamentare, povera creatura, la bici, intendo: per l’incuria ed i maltrattamenti che la costringo a subire, è già tanto che non mi si disintegri sotto al posteriore quando ci salgo.

Matteo, già al corrente del guasto, ci mette mano. Il cavetto del cambio si sta sfilacciando, ma per oggi, opportunamente regolato, resisterà e funzionerà persino. Mi fido: alla peggio, tornerò all’auto a piedi.

Per fortuna, vista l’aria frizzantina,si parte in salita, in direzione di Castino, 200 m di quota più in alto. Decidiamo di salire dalla via principale: ci sarebbe una bella stradina traversa, ma il programma della giornata è già abbastanza denso. Meglio non caricare troppo le gambe già in partenza:precauzione valida per me, ovviamente, perché Matteo non avrebbe alcun problema. Inauguro per l’occasione le scarpe che Matteo mi ha appena procurato: modello La Sportiva Jackal, adatte alla corsa su sterrato ma anche all’asfalto, apparentemente molto comode anche perla bici, quantomeno per la mia che ha i pedali del tipo “da passeggio”, senza meccanismi di aggancio alla scarpa. Così, per la prima salita, mi distraggo dalla fatica ascoltando il dettagliato resoconto del progetto tecnico che ha portato alla realizzazione di questo modello di scarpa. Il traffico di auto è, per il momento,quasi inesistente.

A Castino, come sempre, butto l’occhio al cortile dell’officina del meccanico: ci sono stipati non so quanti veicoli in modo tale che, se mai il povero titolare dovesse spostare uno di quelli che stanno in fondo, dovrebbe muoverne almeno altri dieci, per fare spazio.

Prima discesa e prima tribolazione della giornata, i pochi km in discesa verso Cortemilia; discesa facile, facilissima, affrontabile quasi ad occhi chiusi per chiunque ma non per me. Il povero Matteo si rassegna a maltrattare le pastiglie dei suoi freni a disco per adattarsi alla mia lentezza ed alle mie curve quadre. Solo a metà discesa mi ricordo che ho dimenticato di avviare il GPS: cominciamo bene.

L’aria è limpidissima, dopo le piogge dei giorni scorsi. Gli edifici di Cortemilia si vedono in dettaglio già dall’alto. Tuttavia, non entriamo in paese: all’ultimo curvone della discesa, svoltiamo a sinistra, in direzione di Vesime e, circa un chilometro più avanti, a destra sul ponte di Perletto. Imbocchiamo così la stradina secondaria che, con un paio di rampe assassine, ci porta sulla strada che da Vesime sale a Roccaverano. Una di queste rampe è sorvegliata da un cucciolone bianco che ha tutta l’aria di essere un maremmano o perlomeno un suo parente prossimo: abbaia furioso al nostro passaggio, ma non si allontana dal confine del suo cortile.

Roccaverano

Mi capita di rado di percorrere la strada per Roccaverano in salita, da questo versante: fino al bivio per San Giorgio Scarampi, è discretamente impegnativa. Le mucche al pascolo ci osservano pigre, senza capire il perché di tanta fatica.Poi la pendenza si attenua ed il panorama si allarga: oggi la vista è su tutto l’arco alpino, dalle Marittime al Monte Rosa, anche se i primi sbuffi di nuvole sulle cime lasciano già intravedere il peggioramento che seguirà in montagna. Si vedono anche, da quassù,le torri di Perletto e di Olmo Gentile. Torri, in effetti, oggi nonne mancano: si passa sotto la torre di Roccaverano e si procede oltre, in discesa, verso la torre di Vengore. Patria del formaggio di capra, questa zona: in effetti, un po’ di appetito io già l’avrei…

Tra queste torri si snoda il percorso podistico “Le Cinque Torri”, un bel giro che parte ed arriva a Monastero Bormida, segnato in permanenza con cartelli sui sentieri.

Mombaldone

Altra tribolata discesa verso Mombaldone. Facile, ampia, con buon asfalto, ma per me non c’è speranza. L’idea è di tornare su percorrendo una stradina che ancora non conosco, anche se so dove sbuca. Matteo mi pone la domanda fatidica: in centro o dalla circonvallazione? Detto così, la circonvallazione sembra chissà che, ma parliamo di un paesino di poche anime. Opto per il centro, mannaggia a me, così mi tocca affrontare una serie di rampe che, senza la corona piccola anteriore,avrei dovuto probabilmente risalire a piedi. Il paese è un gioiellino di epoca medievale, minuscolo, circa 200 abitanti. La via centrale è in pietra. Dal balcone dell’ultima casa del paese si affaccia un simpatico anziano, che mi vede, qui sì, arrivare a piedi: sono poco stabile su questo tipo di terreno. Per fortuna, poco più avanti ricomincia l’asfalto. Si sale ancora, in vista dei calanchi, curiosi costoloni di scaglie scure su cui la vegetazione non cresce. La salita non è mai troppo ripida e ci riconduce sulla strada alta che da Roccaverano va verso Serole.

In questa zona, è ormai d’obbligo la sosta alla fontanella della chiesetta di San Rocco. Presto un occhio particolare alle chiese e cappelle dedicate a San Rocco, non per fede ma per curiosità, visto che vivo a Montaldo Roero in Frazione San Rocco. Ed anche perché questo Rocco mi sta simpatico: è sempre raffigurato in compagnia di un cane. Pare sia considerato il protettore dei cani.

La chiesetta ed il piccolo prato intorno sono molto curati, come l’aera pic nic di fronte. Oggi ci incontriamo, caso più unico che raro, tre viandanti a passeggio.

Ripartiamo lungo una blanda salita: ci raggiunge un ciclista in vena di chiacchiere. E’ di Cortemilia, mezza età, fisico asciuttissimo. Finché si tratta di salire,faticosamente gli sto al passo, ma nel tratto di discesa successivo,verso Serole, perdo terreno. Riacchiappo Matteo ed il fuggitivo nel tratto di strada a saliscendi che dal bivio di Serole porta verso la località Todocco passando tra le cascine. Ci immettiamo per circa un km sulla strada che da Cortemilia va verso Savona, giusto in tempo per essere superati da un lungo corteo di motociclisti: questo è un punto panoramico, di crinale, con una splendida vista sulle colline punteggiate di piccoli paesi e, quand’è limpido, anche sulle Alpi.

Svoltiamo per la località Todocco, sede di un santuario a mio parere davvero orrendo. La strada prende a salire per due o tre km: pendenza blanda, ma fonte di sofferenza se si tratta di inseguire chi sale anche poco più veloce di te. Di norma, me ne infischierei e rimarrei indietro, proseguendo al mio passo. Ma questo ciclista sta raccontando della figlia che gioca a calcio a buon livello: raduni, allenamenti… Mi interessa ascoltare.

Al Todocco arrivo affaticata ma non proprio distrutta. Il nostro accompagnatore si congeda e torna indietro. C’è qualche gruppo di turisti o pellegrini, qua e là: le prime timide uscite dopo il periodo della pandemia. Facciamo il pieno alla fontana e scendiamo giù verso la Valle Uzzone, lungo la via principale. Il sole comincia a scaldare parecchio. Tutto intorno boschi, quel verde intenso che adoro, e qualche cascina. Persino un recinto con dei lama! Unica disavventura, un’ape che mi si infila nella maglietta. Mi fermo in un attimo di panico: l’insetto si agita ma non morde, cosa da cui deduco che, appunto, probabilmente si tratta di un’ape e non di una vespa. E, mentre strillo a Matteo “Mi è entrata un’ape nel reggitette!”, dalla cascina di fianco esce per l’appunto un’Ape, quella a motore…

A fondovalle, risaliamo per qualche km la strada principale che da Cortemilia va a Cairo. Leggera pendenza in salita, dove soffro meno del solito, con mia meraviglia. Pochissimo traffico. Matteo si lancia in scia ad un’altra Ape, questa con il cassone chiuso.

Verso Santa Giulia la strada alterna brevi discese a tratti morbidi in risalita, con ampia vista da un lato sulla Valle Uzzone e dall’altro sulla Liguria. Torniamo infine sulla strada che collega Cortemilia e Cairo, proprio in cima al colle. Breve pausa per mangiare. Ho quasi finito l’acqua nella borraccia. Dobbiamo scendere verso il primo paese e da lì risalire verso Gottasecca, non prima, però, di aver cercato una fontana. C’è, la fontana, ma è chiusa. Matteo mi rassicura, per bere ne ha ancora, ma a me servirebbe acqua per bagnare le scarpe. I piedi, come sempre, gonfiano per il caldo e fanno male.

Pazientemente risaliamo fino a poco prima di Scaletta Uzzone, frazione di Castelletto Uzzone: sulla sinistra, con un angolo secco, parte una salita con l’indicazione San Michele. In qualche rampa si raggiunge l’omonima frazione, un altro gioiellino, curatissimo, con case e strada principale in pietra. Matteo è partito per andar su alla sua andatura, ma lo ritrovo all’uscita del borgo: mi avvisa di un bivio poco più avanti. La strada rimpicciolisce, sale nel fitto delle gaggie che tendono ad invaderla; dal culmine, un tratto di discesa breve ma insidioso, con l’asfalto che è solo più un antico ricordo, ci conduce alla strada che da Todocco va a Santa Giulia. Scendo di sella più volte, in quel tratto. L’equilibrio ed io proprio non andiamo d’accordo.

Mio malgrado, mi rassegno a cercare acqua più avanti. Si imbocca la salita, regolare e non troppo dura,verso Gottasecca. Alle soglie del paese, ci fermiamo, attratti da un albero di ciliegie: per constatare, tuttavia, che lo stesso destino ha unito quest’anno i tre alberi del mio giardino e questo angolo di Langa. Le ciliegie ci sono, ma sono tutte marce. Mestamente ripartiamo. Sembra che la salita sia finita, ma così non è:aggiriamo il paese, imbocchiamo la direzione di Prunetto, lungo una stradina secondaria che inizia timidamente in piano e poi piazza un paio di rampe dritte, scoraggianti. Si arriva intorno agli ottocento metri di quota. Accuso il colpo: ho caldo e sono abbastanza cotta. Ho fame e male ai piedi. Matteo va avanti, mi stacca. Incontriamo in tutto un paio di viandanti ed un fuoristrada prima del culmine della salita. Un paio di km a scendere ed eccoci a Prunetto, dominata dal bel castello. Si va a destra, con una bella rampa per cui non ho decisamente scelto il rapporto giusto. Si sale ancora, fino al bivio per il castello, poi la blanda comoda discesa verso Levice.

Il programma originario di Matteo prevede di arrivare a Levice, scendere a fondovalle e risalire a Cravanzana, ultima ascesa prima di tornare alle auto. Ma qui ci metto una variante di testa mia: l’idea è di scendere a Gorzegno per un tratto secondario e da lì risalire a Feisoglio. Più strada e più dislivello del previsto, ma ne varrà la pena.

Troviamo, scendendo verso Levice, finalmente una fontana, accanto ad un bel pergolato e ad alcuni tavolini da picnic. Finalmente, con gran sollievo anche se momentaneo, inzuppo le scarpe, riempo la borraccia, mangio parmigiano e cioccolato. Si sa che il ciclista affamato non va troppo per il sottile, con gli accostamenti di gusti.

Poco più avanti, svoltiamo a sinistra verso Gorzegno. Matteo è perplesso: la stradina non gli ispira fiducia, ma io vado sul sicuro, l’ho già percorsa più volte. Il fondo non è in perfette condizioni, ma si va. La strada arriva al ponte sulla Bormida e poi al cimitero di Gorzegno. Attraversiamo il paese, risaliamo alla strada principale che è appena più in alto e prendiamo la direzione di Cortemilia. Poco più di un km ed ecco il nostro bivio, a sinistra. Ultima lunga salita, impegnativa ma bellissima, nel fitto del bosco, deserta, sale a tornanti fino a nascondere, oltre una curva, la Valle Bormida per addentrarsi ancor più nel fitto del bosco. Passiamo accanto ai terreni di una cascina ove si allevano animali di vario genere, anche cinghiali. Fatico, ma tutto sommato me la cavo ancora benino.

L’ultimo tratto di strada, da Feisoglio a Campetto, è appena più trafficato dei precedenti, ma tanto comodo, un’ampia discesa morbida, salvo un unico breve tratto di contropendenza a Cravanzana. Incontriamo in questo frangente l’unico idiota motorizzato della giornata, una coppia di motociclisti su una sola moto, che ci sorpassa suonando quel ridicolo clacson delle moto. Ovviamente per me il “vaffa” gestuale è automatico, nonché un elegantissimo dito medio. Che diavolo vuoi, imbecille? Siamo già a destra, dobbiamo buttarci nel fosso perché tu hai fretta di andare a prendere l’aperitivo? Purtroppo questi eroi col ditino facile non si fermano mai, non mi danno mai questa soddisfazione. Mollerei loro proprio volentieri un bel calcio negli stinchi, sfruttando l’effetto sorpresa di un inatteso atto di violenza da parte di una donna e la femminea leggerezza dei miei 70 kg abbondanti…

Torniamo alle auto soddisfatti del meraviglioso itinerario, circa 110 km per 3.000 m di dislivello esatti, ma le sorprese non sono ancora finite. Matteo lascia qui il suo furgone: andremo da me con la mia auto; tornerà qui domani mattina in bici per riprendere il furgone e la strada per Genova. Carichiamo le bici, risaliamo a Benevello e poi giù verso Alba.Matteo butta l’occhio alla lancetta del gasolio: “Tu non lasci mai il serbatoio semivuoto, come mai stavolta c’è poco gasolio?”.Strabuzzo gli occhi: ho fatto il pieno ieri… Non è possibile che ce ne sia così poco! Che la lancetta sia guasta? Ahimè, no. Il problema della perdita di gasolio si era già presentato, ma l’avevo dato per risolto dopo l’intervento del meccanico. Invece no: la lancetta continua a scendere a velocità preoccupante. Zittisco Matteo che vuole mettersi al volante e scendere a motore spento, ma sudo freddo. Quasi investo il tapino davanti a me che ha l’ardire di fermarsi alla rotonda per dare la precedenza: già mi immagino ferma, senza più una goccia di carburante, nel bel mezzo del viale, causa di un enorme ingorgo e bersaglio dei più fantasiosi insulti. Invece, la Zafirona ci permette giusto giusto di arrivare ad Alba, ad un parcheggio, ormai in riserva.

Furiosa io, costernato Matteo, possiamo solo scaricare le bici e percorrere così i quindici km che mancano per casa. Lui parte alla sua andatura, per arrivare a casa mia,prendere gli attrezzi, tornare qui a sistemare momentaneamente il guasto e portare a casa l’auto. E sì, oltre che  di aggiustare le bici, è capace anche di riparare i motori. Io, che non ne voglio sapere e sarei prontissima ad abbandonare qui il catorcio, sbollisco la furia aggiungendo ancora le salitelle brevi ma crudeli di Castelrotto e di Valmaggiore, oltre a quella di casa. Come se non ne avessi ancora avuto abbastanza. Ma il rimedio più o meno funziona: arrivo a casa senza più l’irresistibile desiderio di uccidere crudelmente chiunque si avvicini.

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!