14 marzo 2009: da Cherasco a Finale Ligure e ritorno

Due nanosecondi sono sufficienti per capire che oggi non sarà affato come sabato scorso. Non sarà quella giornata frizzante, piena d’energia e d’entusiasmo, no, niente affatto. Son le quattro del mattino; ho in magazzino tre ore e mezza di sonno, perché ieri sera mi son data alla vita mondana con mamma… E’ un dramma. E non va meglio quando, un’ora dopo, salgo in auto alla volta di Cherasco: il sonno mi appiccica le palpebre; sonno, stanchezza, quasi nausea. All’etilometro risulterei senz’altro negativa, ma credo di essere pericolosa più o meno quanto un incallito alcolista anonimo! Tant’è che al parcheggio del cimitero, la mia destinazione, punto la sveglia del cellulare e piombo ancora per dieci minuti nel sonno più profondo… Non ce la posso fare, oggi, proprio no. Eppure devo: ho appuntamento con Matteo al mare. E voglio macinare chilometri, voglio, punto. Poi, Gian, lo sai: quando sei in sella stai meglio… Mi occorre un supremo sforzo di volontà per spingere via la portiera dell’auto, cacciarmi fuori, sistemare la bici, a cui ho appena cambiato i pattini dei freni, con gran pianto & stridor di denti. Costruire un reattore nucleare probabilmente sarebbe stato più semplice. Freddo pungente, cielo ancora scuro, segno evidente del fatto che le nuvole non mancano. Eppure Meteoitalia ha promesso il sole… Ma forse Giove Pluvio non lo sa!

Mi avvio intorno alle sei e un quarto: direzione Bra, con l’intento di salire a Cherasco e ridiscendere qui. Almeno mi rendo conto fin da subito se i freni sono ben sistemati o se è meglio darci una regolata. Sono intirizzita, svogliata; i pedali son macigni pesantissimi, la nausea è più forte che mai, e dire che a colazione, proprio per colpa sua, ho mangiato ben poco. Un chilometro ed imbocco la breve cattivissima rampa: le gambe gelide lanciano lamenti strazianti. Attraverso la bella piazza completamente deserta a quest’ora, poi giù al punto di partenza: un brivido lungo la schiena, di paura questa volta, ma i freni sembrano tenere, e persino, sommo gaudio, sembrano centrati sulle piste dei cerchi. Beh, almeno qualcosa di buono c’è oggi!

Avevo in programma un itinerario diretto a Dogliani e poi, da lì, verso Farigliano, Clavesana, Murazzano, poi l’anello di Marsaglia ed infine Ceva, Colle dei Giovetti, Colle del Melogno. Ma fa freddo, troppo per i miei gusti, e il sole non ha intenzione di far capolino, non molto presto, perlomeno. Così opto per la salita che va a La Morra; lunga e dolce, riscalderà un poco le ossa. La luce ora c’è, pallida e malaticcia; il cielo si scopre di un tristissimo grigio uniforme, proprio come il mio umore. Al malessere si aggiunge la preoccupazione: non credo proprio d’essere in grado di tener fede ai miei propositi oggi; rabbia doppia per me stessa e per l’appuntamento con Matteo, che rischia di andare in fumo. Silenzio, aria di pioggia, nemmeno i soliti cagnoni che abbaiano; nulla di nulla. Salgo piano, con cautela, respiro a pieni polmoni; mi sembra di stare un po’ meglio man mano che procedo, ma vietato illudersi. Raggiungo La Morra ancora addormentata, solo qualche anziano a spasso con il giornale sottobraccio; da lì decido per Novello e la discesa verso Monchiero. Purtroppo quel poco di calore conquistato in salita si paga subito, brividi e gambe irrigidite; la bici che in discesa torna a farmi paura, lo stradone per Dogliani che vorrei sparisse subito. Risalgo intorno al cupolone, lentamente fino al primo incrocio: qui abbandono la strada principale e mi dirigo verso Farigliano, sperando di ricordare l’itinerario percorso insieme a Luca qualche tempo fa. Sì, più o meno mi ritrovo; oggi non diluvia come quel giorno, ma è tutto fuorché una bella giornata. Qualche sobrio banco di mercato a Farigliano, qualche chilometro di stradone di fondovalle su cui soffro, e tanto. L’aria sa di pioggia: non mi spiego che non abbia ancora cominciato a buttar giù secchiate…

Mi consola un po’ la salita, bellissima, verso Clavesana, qualche tornante cattivo con la vista su contrafforti di sabbia bianca, paretoni che sembrano sbriciolarsi da un attimo all’altro. La neve a mucchietti accompagna ancora il cammino, bagna insidiosa i cubetti di porfido del breve tratto in pavè. Da lì, la salita verso Murazzano sembra interminabile; la vista sulla Langa oggi è desolante, tutto grigio che si perde nella nebbia, sempre più fitta man mano che si sale. Nebbia spessa che a volte nasconde anche la curva che sta per arrivare, nebbia che bagna gli abiti ed i capelli. Le case compaiono come figure spettrali man mano che mi avvicino; mi sembra d’essere sospesa in un luogo sconosciuto, tesa, preoccupata non so nemmeno io bene per quale motivo. Stringo al collo la cerniera della giacca invernale, perché, come se non bastasse, quassù soffia il vento, cattivo e gelido. Arrivo alla strada che congiunge Dogliani a Murazzano quasi senza rendermene conto, proprio perché non vedo nulla; mi ci immetto con un po’ di timore, sperando che la mia lucina basti a segnalare la mia presenza. Ma a chi? Stamattina qui non c’è un’anima, non un’auto, non una moto; solo, a Belvedere Langhe, qualche studente infreddolito in attesa del bus. Per fortuna sto un po’ meglio, la nausea sembra passata, anche se le gambe sono gelide, rigide, refrattarie. Il giro di Marsaglia è già nel dimenticatoio: ricordo bene quanto fosse gelida quella discesa; oggi non è proprio la giornata ideale per affrontarla. Ma, a ben pensarci, nemmeno l’idea di scendere a Ceva mi solletica: sarebbe una picchiata lunga e tutt’altro che piacevole. No, lascia perdere Gian. Mentre scorro pigramente i chilometri tra Murazzano e Sale Langhe, scruto il cielo come se dovessi studiarlo a memoria: mi par di scorgere, verso sinistra, un po’ di chiarore, appena un timido accenno di luce. Basta quella flebile speranza per farmi decidere: proseguo per Murazzano, da lì scenderò a Millesimo. Continuo a solcare la nebbia, a masticare freddo e folate di vento, senza vedere nulla; so di essere sulla strada giusta, ma non mi è di conforto… Solo a Montezemolo il grigiume si dirada. Anzi, in pochi chilometri si passa dalla Siberia della strada alta a qualche goduriosissimo raggio di sole: Millesimo, paese gelido per eccellenza, oggi smentisce la propria fama. Sul mercato del paese splende il sole. Per me, un’iniezione di fiducia e voglia di pedalare: ora ho una direzione obbligata; lago di Osiglia e Colle del Melogno. E’ presto; spero di riuscire a scendere al mare prima dell’arrivo di Matteo, così potrò poi godermi la salita intera, magari da Borgio. La strada s’infila sotto gli immensi piloni autostradali, passa accanto ad una cava; poi, al bivio, a sinistra, sfilando accanto ad un meraviglioso edificio in pietra, un vero capolavoro. La salita è blanda, deserta che più deserta non si può; il sole è pallido ma resiste, nonostante qualche strato di nuvole alto e velato. Il lago è tutto uno scintillio di innumerevoli minuscole onde; non posso che pensare immediatamente alla strada che sale al Bernina e corre piatta accanto al lago, per poi riprendere baldanza appena oltre. Qualche pescatore insonnolito, poi la borgata di Osiglia, tutta raccolta intorno ad una graziosa piazzetta. Qualche tornante; l’asfalto si fa più sconnesso, sporco, il sole cede il passo alle nuvole e la temperatura scende giù, in picchiata. Ho tolto la giacca, ma quasi quasi me ne pento… Lunghi chilometri dolci, mentre cerco con lo sguardo il varco tra le montagne che mi porterà al caldo, almeno spero; primo bivio con la strada che sale da Carcare, poi ancora blanda salita, altro bivio con la via per Pian dei Corsi: ancora nessuno, nessun cenno di vita. Solo all’incrocio con la strada che sale da Finale incontro un paio di esseri umani e, ben più interessante, un banchetto con una golosissima esposizione di formaggi.

Speravo in un bel sole deciso… Ma è evidente, oggi non è giornata. Anche quassù la nebbia fa da padrone, anche se meno fitta e fredda rispetto a qualche ora fa. Mi tocca un’altra pausa, l’ennesima, per vestirmi prima dei quindici chilometri che mi condurranno a Finale. Troppo lunghi per tentare l’avventura con guanti estivi e gilet. Il mare laggiù, grigio come tutto il resto, prende colore solo dopo un bel po’ di chilometri; sono rigida di freddo anche in discesa, impiego un’eternità. L’Aurelia, finalmente: solo due o tre chilometri, ma sufficienti a scaldarmi un po’ le ossa. Ed il passaggio a livello… I tornanti di Borgio Verezzi: ne sono innamorata. Salgo di buona lena, il morale alle stelle, sarà l’effetto della luce, del mare, delle mimose. Il paese su in alto, di muri chiari, quasi bianchi, che si avvicina in fretta, il muretto su cui volentieri mi siederei per riscaldarmi un po’. Mando un messaggio a Matteo: è quasi a Gorra, il luogo dell’appuntamento, il primo paesello salendo da Finale verso il Melogno. Scarica la bici e mi verrà incontro: beh, fine delle mie preoccupazioni… Salgo con buona lena, faccio il pieno di profumi; la barretta la ingoio più per senso del dovere che per vera fame… Non ho ancora toccato cibo, né la borraccia. Salgo con rinnovata allegria: a Gorra, come promesso, ecco Matteo. Come sempre è una gara a raccontarsi le novità di tanti giorni passati, ma vince sempre lui che in salita ha ben più fiato; io patisco i chili di troppo ed i cento km già sulle gambe, passati da un po’. Viaggia con due zaini, Matteo: uno per sé, col bagaglio, ed uno da portare a Luca quando, tra qualche ora, passeremo per Novello. Il corredo dell’aspirante randonneur!

Salgo in modo quasi decente, sempre sull’orlo della mancanza di zuccheri, e benedetti i ciucciotti di miele Ambrosoli, a cui attingo di tanto in tanto, recitando un requiem per i miei denti. Il freddo non se n’è andato, è rimasto lì ad aspettarmi man mano che salgo; freddo, vento e nebbia riprendono il posto dei colori. Ma con Matteo qualsiasi avversità mi spaventa molto meno. I mille metri di dislivello passano in fretta se c’è qualcuno che ti distrae, che ascolti volentieri. Poi, la sensazione di sicurezza che mi dà la presenza di qualcuno già di norma molto più forte di me, ed oggi pure più fresco perché appena partito… E’ impagabile! Sento che potrei far di tutto.

A ritroso, discesa verso Osiglia ed il lago, lungo e quieto, che sparisce nel nulla del baratro oltre la diga; qualche tornante ed un ovetto di cioccolato, qualche brivido ed il rombo dei camion lassù sui viadotti dell’autostrada; Millesimo. Al pomeriggio il mercato non c’è più; possiamo avventurarci sulla piazza centrale. Il pavè è odioso, di norma… Ma oggi ha la preziosa funzione di riattivare la circolazione. E la salita a Montezemolo, anch’essa abbastanza odiosa soprattutto nel tratto finale, ha l’indiscutibile pregio di essere calda. Inveisco solo contro gli ultimi chilometri di “falsopiano”, almeno così lo vedo io, anche se è un piano falso davvero, con pendenze a tratti dell’8%. E’ dannatamente largo e dritto… Ma lo affronto oggi per la seconda volta in due settimane; mi riesce già meno indigesto della prima.

Al rotondone di Montezemolo, ci confondiamo nella folla di motociclisti che ripartono dal ristorante: tanti, di tutti i generi, di tutte le possibili concezioni della moto. Passano in fila, innumerevoli, e vanno. Procediamo anche noi, con la calma dettata da me e dalla mia stanchezza, con il conforto di un pallido sole. Matteo fa i conti di quanto manchi all’auto; a me pare ben poco ormai… Cinquanta km, forse, ma ormai le difficoltà sono alle spalle. Salutiamo l’enorme elica per la produzione di elettricità, immobile anche oggi. Poi…

…in un tratto in cui la strada supera un avvallamento ed è visibile per un bel tratto, in lontananza scorgo un veicolo fermo con le quattro frecce, sembra in mezzo alla strada. Lì per lì non ci faccio caso, ma, quando son più vicina, vedo in mezzo alla strada una massa grossa e scura, una moto rovesciata. Gente che si affolla intorno, spero tanto che il motociclista sia uno di loro, magari spaventato ed arrabbiato ma intero: invece no, è riverso a terra, su un fianco, nell’interno della curva, immobile, col casco ancora infilato ma senza visiera. Qualcuno chiama il 118, Matteo si avvicina al poveretto che, proprio in quel momento, riprende a respirare. E’ probabile che sia incosciente, non parla, ma cerca di muovere gambe e braccia: mi fa una pena infinita… Anche se non saprei proprio cosa fare, anzi, credo che non si debba fare proprio nulla, se non attendere l’arrivo dell’elicottero annunciato dall’operatore. Pochi istanti ed arriva un’altra moto; è il cognato del motocicilsta a terra, che viaggiava davanti e non s’è accorto di nulla. Mi vien rabbia, che jella. Non è possibile che stessero andando così forte; ci han superati pochi minuti prima, e poi la moto è solo a pochi metri dal centauro… Chissà cosa diamine è successo. Di lì a poco, Matteo ed io riprendiamo la marcia, inutile restare in mezzo alla folla; sentirò poi il rumore dell’elicottero. E qui mi viene in mente che questa è una bella rivincita per il tanto denigrato sistema sanitario italiano: basta una telefonata e zac, ecco che arriva addirittura un elicottero per salvarti la pelle. Non saprò più nulla del poveretto, ma spero di tutto cuore che se la sia cavata bene e possa tornare in sella al più presto!

Ancora avanti, chilometri dolci, la torre di Murazzano all’orizzonte, le ultime coltellate dei saliscendi nelle gambe; la casa sul tornante con le finestre ad ogiva, Belvedere, ancora Dogliani. Da qui a Cherasco, un male necessario; meno male che facciamo tappa all’incrocio con la strada che sale a Novello: qualche minuto per rifiatare mentre Matteo, perfetto venditore, consegna a Luca lo zainetto da lunghe distanze. Così la giornata, cupa ed uggiosa quasi sempre, ci regala uno splendido tramonto di fuoco. Salutiamo Luca che domani si farà onore ad una delle granfondo liguri e maciniamo, si fa per dire, l’ultima manciata di chilometri prima di Cherasco. Per me alla fine son 215 km e circa 3.800 m di dislivello, a spanne. In premio i panzerotti con la ricotta: e non invidio Matteo che, domattina alle quattro, ripartirà in bici alla volta di Finale. Lo ammiro immensamente, ma non lo invidio. Anch’io pedalerò, ma con orario decisamente più umano!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!