14 marzo 2010 – Di corsa da Ceva alle Manie, via Melogno

La giornata nasce, al buio pesto delle quattro e mezza del mattino, con una bella illusione. Le mani non congelano all’istante sulla maniglia di metallo, né sul ferro del cancello; la neve, quel poco che ne è rimasto, non crepita più sotto i piedi. La superficie dell’acqua di cui è colmo uno dei tanti secchi sparsi per il giardino è appena una velina di ghiaccio, che si dissolve a sfiorarla. Potremmo essere intorno agli zero gradi, forse addirittura uno, ad essere proprio ottimisti. Il mormorio di un motore: chi è che può aggirarsi nei paraggi a quest’ora? Luce di fari dall’altra parte del giardino della casa accanto; è la cugina che rientra dopo una nottata “in girùla”. Mi vien da ridere: ieri sera, cioè qualche ora fa, l’ho vista di sfuggita mentre abbassavo le tapparelle e me ne andavo a nanna; erano neanche le nove e mezza. Ah, questi giovani d’oggi… Che fisico, che resistenza! Ce l’avessi io, quella capacità di ignorare il sonno… Nelle notturne in bici ed a piedi potrei soffrire molto meno, potrei tirare mattina senza dover crollare a dormire sul ciglio della strada.

La bella illusione della partenza si sgretola in un istante, come un malfermo castello di carte, non appena estraggo la zampa dal finestrino, al casello di Ceva, per pagare il pedaggio. Stavolta la mano congela, eccome, e una folata d’aria gelida invade il caotico abitacolo. Non è possibile, rimugino sconsolata. Non c’è niente da fare, questo posto è l’apertura terminale del tubo digerente del mondo, climaticamente parlando. Rapida e spietata la sentenza: -7°C. Fantastico, non avrei potuto desiderare di meglio. Significa che congelerò almeno per i primi venti km, quando già mi ero ingenuamente fidata delle promesse del calendario, metà marzo. Pazienza: la consolazione è che farà chiaro presto.
Abbandono la Opel nel piazzale accanto all’ospedale, a quest’ora in buona parte occupato dai camion con le tendine tirate in cabina. Ronfano della grossa, i loro autisti. Sono pronta in un attimo: zaino ben stretto sulle spalle e in vita, perché non balli; rifrangenti ovunque, modello albero di Natale tardivo, faretto in mano, alle sei meno un quarto si parte. Per dove, non lo so con precisione. So che Matteo oggi è di corvée come accompagnatore in grotta, dalle parti delle Manie, e che dovrebbe essere libero più o meno a metà pomeriggio; ci sentiremo via cellulare per capire dove incontrarci. Al momento, non mi preoccupo: è bellissimo partire senza un’idea precisa di quanto e fino a quando avrò da scarpinare. In ogni caso, la prima tappa ideale è Bagnasco. Mi avvio al trotto lungo la strada principale; non appena mi lascio alle spalle le luci del casello dell’autostrada, mi accorgo, solo ora, di un cielo nero stellato che più non si può. L’ultima volta in cui sono passata di qui a piedi, la vallata era illuminata a giorno dalla luna; oggi no, non ce n’è traccia, solo puntini scintillanti ed aria limpida e gelida. Tanto fredda che, in un attimo, mi ritrovo con il mento e le labbra gelidi al punto da far male; non parliamo delle mani, pure protette dai guantini in simil-seta sotto i guanti in pile. Anche i polpacci, lasciati scoperti dai pantaloni ¾, hanno perso sensibilità… La neve rimasta a bordo strada è durissima e scivolosa, devo fare attenzione a dove poggio i piedi.

Il cielo mostra ben presto una sfumatura appena più chiara del nero pesto della notte. In questi giorni, alle sei e mezza si può dire che sia già giorno; con la prima, debolissima scia di luce, riesco a distinguere alla mia destra il fondovalle, le chiazze appena percettibili della neve, i tronchi degli alberi. Mi accompagnano i versi sgraziati delle cornacchie; i rumori ed i segni della vita animale, i cinguettii, stridono con la temperatura ancora così disperatamente rigida. Un fruscio convulso a sinistra: alzo il naso e riesco appena a scorgere un bell’animale slanciato, credo un capriolo, che mi osserva per un istante e poi si inerpica su per il pendio, oltre la rete paravalanghe.
La luce del sole è il miglior conforto. Il freddo resta pungente, ma ora si sopporta meglio, anche se le gambe sembrano tempestate da centinaia di minuscoli spilli. Poco traffico, oggi; qualche auto con gli sci sul tettuccio, qualche furgone del mercato. A Nucetto, i primi cenni di vita umana: una finestra illuminata, profumo di legna che arde nella stufa, ma il bar è ancora chiuso. Ovvio, non è che ci sia gran massa di avventori in questo mucchietto di case all’alba. E’ solo che la sala illuminata, la saracinesca alzata, sarebbero un po’ di compagnia in quei pochi secondi del mio passaggio. E’ già operativa, in compenso, l’area di servizio all’uscita del paese.

Accanto alla strada, quindi insieme a me, corrono i binari su cui non ricordo d’aver mai visto passare un treno. Lungo questo interminabile rettilineo, scandito dai cartelli chilometrici, soffia un venticello leggero ma gelido; tiro su il collare di pile a riparare la bocca ed il naso, con lo spiacevole effetto collaterale degli occhiali che si appannano. Mai luogo fu più inospitale della Valle Tanaro, a parte la vicina Valle Bormida: un interminabile inverno fatto di ombra, umidità che impregna il midollo, gelo siberiano da staccar le dita delle mani. Il panorama però è dolcissimo: le cime qui intorno son tutte rosa. L’ultima “S” in fondo al rettilineo, poi ancora un rettilineo, più breve, verso Bagnasco. Il mio passaggio, di corsa lenta, scatena le ire dei tre o quattro cagnoni, di buona stazza a giudicare dalle voci, nel cortile di una cascina a mezza altezza sul pendio alla mia destra; li vedo, ombre scure che schizzano impazzite da un capo all’altro della recinzione che non distinguo ma immagino ci sia. Altrimenti, a quest’ora, avrei già i loro denti nei miei polpacci! Anche i tre splendidi pastori tedeschi che abitano il giardino dell’ultima casa isolata prima di Bagnasco hanno qualcosa da ridire, e lo dicono con gran strepito, e continuano ancora quando io son già lontana, all’ingresso del paese.

Al semaforo, svolto a sinistra, direzione Finale, come indica il cartello, con troppo ottimismo. Finale, da qui, è ancora lontana anni luce. Sono tormentata dal freddo, alle mani, alle braccia, alla schiena; è strano, ho già affrontato di peggio, ma oggi non gira. Supero il ponticello stretto; i campi sono bianchi di gelo, la neve sciolta e ricongelata in mezzo alla strada rende insidioso anche il passaggio a piedi. Il pancino reclamerebbe una sosta, ma proprio non me la sento; mezza congelata come sono, fermarsi sarebbe un vero supplizio. Meglio rimandare; più avanti troverò qualche altro luogo idoneo alla sosta. Se solo potessi immaginare cosa mi costerà quest’errore… Neve ovunque, sui prati, sulle cataste di legna pericolosamente pendenti, a cappuccio sui paracarri, sui tetti delle case di Massimino. Vecchi attrezzi agricoli consunti dal tempo e dall’umidità stridono con una villetta moderna, dal prato ben curato e pettinato. Incontro un uomo dall’aspetto burbero, intabarrato con giacca, berretto e stivaloni, che trasporta un secchio e risponde, un po’ sconcertato, al mio saluto. Sono appena entrata in Liguria, ma non si direbbe; il freddo, nonostante la salita, non dà tregua. Bisognerebbe potersi cambiare almeno la maglia alla pelle, ogni venti km, ma come potrei trasportare il bagaglio? Già così, lo zaino è gonfio e pesante, e ci ho messo solo un ricambio per quando avrò finito la mia fatica. Stringo i denti. Dal primo tornante secco in poi, alterno passo e corsa; il peso del mio ingombrante lato B non concede prestazioni atletiche particolarmente brillanti. Calare di dieci chili, o crescere in altezza di dieci centimetri: per come sono fatta io, vedo la seconda alternativa decisamente più realizzabile. A proposito, avrei anche fame, ma dovrei levare i guanti per frugare nello zaino, e togliere lo zaino che funge da calda protezione per la schiena; non ci penso nemmeno. Osservo con desiderio le montagne tutt’intorno, illuminate dal sole; ne vorrei un po’ anche per me, ma non c’è speranza; questa salita, al mattino presto, è tutta ostinatamente in ombra. Non mi resta che scrutare la linea della strada, davanti a me, quando il bosco si apre appena un po’, e valutare, ad occhio, quanto manca al colle. In realtà, basta leggere i cartelli chilometrici, ma la percezione della distanza spesso ha ben poco a che fare con la fredda matematica. Tempo e chilometri possono dilatarsi o restringersi a dismisura, a seconda delle circostanze, della condizione fisica e di quella dei pensieri.
Nulla muove tra gli alberi; passano un paio di auto, rallentano, tirano oltre. Per quanto non abbia un’andatura brillante, non credo di dare l’impressione di chi si trova qui per sbaglio; l’abbigliamento, almeno quello, è quasi professionale. Non c’è traccia di vita animale né vegetale, non una gemma, non un fiore, nulla, solo ghiaccio che lentamente si scioglie e si allunga seguendo la pendenza della strada. Significa che la temperatura è positiva, anche se di poco, ma non riesco ad accorgermene; il freddo non vuol saperne di mollarmi. L’ultimo chilometro prima del colle è più aperto e luminoso; la neve alta accumulata a bordo strada forma veri e propri muretti. Sulla facciata dell’albergo in cima al colle, solo una finestra ha la tapparella alzata.

Ma è qui che ha inizio il mio dramma. La panza, messa a tacere all’inizio della salita, reclama imperiosamente il suo sfogo, e non pare disposta a concedere dilazioni. Ma possibile? Mi vengono in mente gli ultimi versi della canzone di De Andrè, Carlo Martello: per il povero Re Carlo, “le avventure in codesto reame” sembrano “risolversi tutte con grandi…”, passeggiatrici, ecco. Ma per me non è che si risolvano in modo molto più glorioso, ecco. Anzi: magari si risolvessero; potrei trovare pace solo se sul colle, per magia, si materializzasse uno di quei parallelepipedi colorati, alti e stretti, con la porticina e, all’interno, la voragine che tutto ingoia e fa sparire… In un’altra stagione, il problema non si porrebbe neppure; qui intorno ci sono ettari di bosco pronti ad accogliere il sollievo delle viscere dei podisti. Ma oggi, ogni centimetro quadrato di terra è sepolto sotto mezzo metro di neve, ad andar bene. Ed è neve che non regge il peso della persona: provo un paio di volte a salire sul manto, sprofondo fino al ginocchio. Rimane, davvero, solo la strada. Ma il mal di pancia, per quanto tormentoso, non riesce a vincere il pudore, quell’unico che credo mi sia rimasto ben radicato, che chiede riservatezza assoluta durante le sedute sul trono. Chilometri e chilometri di discesa, tornanti, alberi, parapetti di pietra e neve. Il sole, sì, qui e là lambisce la strada, ma i miei sensi son tutti concentrati negli occhi, a caccia di un angolino un po’ appartato con la stessa implacabile attenzione con cui un periscopio setaccerebbe la superficie del mare a caccia della nave nemica. Nulla, di nulla, di nulla. Il pendio è sempre scoperto ed esposto, e comunque inaccessibile per via della neve. Più volte mi fermo in preda agli spasmi, convinta che “basta, adesso mi fermo qui e se qualcuno mi vede pazienza”. Poi riparto. Che situazione imbarazzante… Ecco, in questi istanti comprendo a fondo quale sia il significato di “relatività del tempo”. Nemmeno mi accorgerei di sentirlo scorrere, se stessi bene; ma ora lo sento eccome, scorre con lentezza esasperante…

Caragna, le poche case della frazione; una botteguccia già aperta, da cui esce una donna anziana, curva, robusta, coperta da un golf di lana ma con i polpacci nudi sotto la lunga gonna scura di panno. Ci osserviamo, l’una marziana per l’altra, ma è solo un istante. Continuo la mia corsa, stringo i denti, riprendo l’osservazione del territorio: se inventassero un nuovo sport, il “WC-watching”, potrei ambire al podio. Poco più avanti, appena passato il ponte sul fiume, l’irripetibile occasione, tra una cascina ed un agriturismo che sembra chiuso. Qualche cespuglio che mi offre un po’ di riparo dalla vista dei pochi automobilisti…

Riparto di corsa, poco dopo; va un po’ meglio, ma mi sento tutt’altro che rinfrancata. Mi accorgo, ora sì, del freddo che, nei pochi minuti di pausa, mi ha gelato sulla pelle gli abiti bagnati, e del sole che, qui in fondo alla valle, nella gola, non arriva ancora. Il pancino non cessa il suo dolore acuto, come di una contrattura; ogni falcata mi costa un lungo sospiro, per cercare di respirare senza interessare troppi muscoli nella zona. Intorno a me, l’inverno è ancora pieno: nessuna traccia nemmeno dei pochi fiorellini che ho incontrato lungo la salita; i colori sono sempre il grigio ed il marrone, i profumi non si sentono, cristallizzati a terra. Ho una fame che mi rode, ma mi disgusta la sola idea di buttar giù qualcosa.

Al trotto, cercando di non pensare, raggiungo Calizzano. Potrei anche fermarmi in un bar… Ma no: in fondo non ne ho bisogno, adesso. Ho male, e basta, inutile tergiversare. Direzione Finale: sotto un sole finalmente presente, pallido ma c’è, mi avvio lungo la salita: a destra il cimitero e la pineta, a sinistra il capannone dei mezzi spartineve invernali. Corro ancora, fino alla prima frazione: poi il dolore si fa troppo intenso, c’è qualcosa che non va, mi sento le braccia molli, la testa che gira. Sotto l’occhio interrogativo di una comitiva di sciatori – c’è gente che improvvisa percorsi di sci di fondo qui intorno – sfilo via, al passo, lungo la strada principale, più svelta che posso, cercando però di tenere a bada il malessere. Gli occhi per un po’ vedono spirali blu, poi pian piano tornano alla luce abbagliante del sole finalmente limpido. Avrei necessità di un’altra sosta, ma qui è la stessa storia: come nella discesa dei Giovetti, non c’è traccia di un posto idoneo, nemmeno l’ombra. Vorrei almeno riprendere a correre, ma la debolezza che sento addosso mi consiglia caldamente prudenza. Via, di passo veloce. Mi distraggo osservando le stalattiti: vere e proprie cascate di guglie rovesciate, alcune sottili, altre imponenti, tutte sgocciolanti, perché la temperatura sembra voler salire un po’. Giochi di luce e scintillii; le reti metalliche che riparano la strada dalla caduta di sassi sono merletti che brillano al sole, inglobate dal ghiaccio. Faggi spogli a perdita d’occhio, fitti, poche auto, silenzio. Devo raggiungere il bar in cima al colle, è la mia unica speranza di potermi riprendere un po’. Devo arrivare su, confortare lo stomaco con qualcosa di ben caldo, approfittare di un bagno civile. Speriamo solo che sia aperto, quel bar.

Mentre cammino con tutta l’energia che riesco a dedicare al passo, mi cade l’occhio su una stranissima formazione naturale. Strabuzzo gli occhi, la guardo e la riguardo, mi avvicino e mi allontano: i tronchi di due faggi, due alberi distinti ed indipendenti, sono collegati tra loro, a poco più di due metri da terra, da un grosso ramo, quasi un tronchetto, fuso ad uno dei tronchi per ciascuna estremità. Quasi un ponte, un passaggio sospeso tra le due piante. Scatto qualche foto: conosco una persona che certo potrà illuminarmi sulla natura di questo curioso fenomeno. A questo punto, manca meno di due km al colle. Ben presto, mi trovo a sinistra i muri in pietra del Forte, i cartelli perentori che indicano la zona militare, nonché il cartello “MELOGNO”, semisepolto da un cumulo di neve più alto di me. Attraverso il piazzale, verso l’edificio che ospita la trattoria: un filo di fumo sale dal comignolo; speriamo bene… Sì, sollievo, la porta si apre. Entro al calduccio, mi godo una meravigliosa cioccolata calda, densa al punto tale che il cucchiaino ci sta in piedi da solo, ed un attimo di pausa; metto nello zaino una lattina di Coca Cola. E’ un’eresia, lo so, proprio io che sono più tirchia di zio Paperone: comprare una lattina al bar equivale a dissanguarsi. Ma è un caso disperato; so già che la Coca rimetterà un po’ in sesto il pancino martoriato. E mi avvio verso il mare.

Il passaggio sotto la volta del Forte, come sempre, è l’ingresso in un altro mondo. Ormai lo so e non me ne stupisco più. Dal metro e mezzo di neve alla terra, nuda quasi ovunque, inondata di sole tiepido. E il mare sullo sfondo, e il caldo sulla pelle. Basta il primo chilometro di discesa, di corsa, in questo stato e, al bivio, mi sembra già di sentirmi meglio. Il piano prevede la discesa al mare da Pian dei Corsi. Infatti, al bivio svolto a sinistra. Ma un’auto oltremodo rumorosa e variopinta fa nascere in me un orrendo sospetto, rafforzato dal cartello, che di qui non riesco a leggere, con un grande cerchio rosso in campo bianco. Mi avvicino: la mia funesta impressione è confermata. La strada di Pian dei Corsi, oggi, 14 marzo, è chiusa al traffico, qualsiasi traffico, sia di veicoli che di pedoni: c’è il rally.

Bene: non mi resta che seguire la strada principale, giù verso Finale; vorrà dire che imboccherò poi il bivio per Eze e Calice, itinerario di certo più tranquillo e panoramico. Via, di corsa, mi godo il caldo ed il lento ritorno delle forze. Non tardo a dare fondo alla lattina di Coca, graditissima. E sarebbe davvero una situazione idilliaca… Se solo le auto da rally non avessero prescelto questa strada, tra l’altro aperta al traffico ordinario, per dare spettacolo al di fuori dalla competizione. Le sento arrivare alle spalle, rombano fragorosamente: so che quei motori sono conciati in modo tale da produrre un fracasso d’inferno anche se viaggiano ai venti all’ora, ma questi filano davvero come indemoniati, impostano le curve a filo del guard rail, oppure le tagliano clamorosamente in centro strada. Il terrore si dipinge sui volti degli ignari automobilisti della domenica, ed anche sul mio. Per ben due volte, in una strettoia, li sento arrivare sparati alle mie spalle: mi sbraccio all’indirizzo delle auto che stanno salendo, persino un pulmino; mi capiscono, inchiodano: i rallysti passano ad un pelo da me e dal muso delle loro vetture; guai se non si fossero fermati… Ho fiducia nelle capacità automobilistiche di un pilota di rally, ci mancherebbe; penso che, se non fossero più che abili ed accorti, si sarebbero già uccisi tutti. Però, in effetti, non è così ovvio prevedere che, lungo la discesa del Melogno, si possa incontrare una persona a piedi. E speriamo che a nessun ciclista venga la fantasia di passar di qui…

La lunghissima discesa trova un piccolo diversivo al bivio per Eze. La neve è un lontano ricordo, ciononostante, qualche mucchietto ne resta anche qui. Il bosco è fitto, sgombro, emana profumo di umido e di verde, finalmente. Ancora una sosta, improvvisa ed impellente, ma qui la faccenda è molto meno drammatica. Di angoli appartati ce n’è a iosa!
Raggiungo Eze, le case dai muri chiari illuminate dal sole, alberelli carichi di limoni e, finalmente, i primi, timidi fiori. Le mimose, che, una settimana dopo la festa della donna, cominciano appena a fiorire: i doveri contrattuali quest’anno sono stati trascurati, anzi, bellamente ignorati. Un tornante via l’altro, profumi di pranzo; a Calice ritrovo la fontanella ove già mi ero fermata tempo fa. E’ il momento di restare in maglietta, gilet e manicotti; via la felpa, via i guanti, via il berretto.

La strada da Calice al mare è piatta e noiosa ed antipatica, perché molto trafficata. E poi, me ne rendo conto con orrore, solo ora: in una giornata come questa, così tiepida ed invitante, la Riviera sarà preda dei turisti. No… Mi sfugge un gemito, mentre alzo gli occhi al cielo, sconsolata, ed incrocio l’altissimo viadotto dell’autostrada. Ai primi capannoni della zona industriale, il timore diventa realtà: gente, gente dappertutto, troppa, chiassosa, un’invasione. C’è qualche centro commerciale, qualche spaccio di mobili e di calzature; il passaggio pedonale è ostaggio della massa informe, che avanza ondeggiante, che fa impressione. E, quando ormai speravo che tutto si fosse risolto… L’ennesima fitta alla pancia. Non so più se ridere o piangere: come me la cavo, adesso? Qui siamo in mezzo al mondo… Come faccio? Cerco un bar? E quante altre soste mi toccheranno ancora? Mentre rimugino in preda all’angoscia, raggiungo, tra un turista e l’altro, l’ingresso di Finalborgo. E non mi pare vero: quasi non credo ai miei occhi, lui è lì, bellissimo, invitante, tutto per me… Il parallelepipedo rosso Sebach! Allora i miracoli esistono davvero…

Ne esco finalmente rinfrancata e piena di speranza. Dunque: passare in Finalborgo, nemmeno per idea, escluso; mi affaccio sotto l’arco, c’è tanta gente che la sola vista mi dà la nausea. Supero, a mio rischio e pericolo, il ponticello e la rotonda: una bella boccata di puro smog e sono già a Finale. Dovendo scegliere, preferisco il caos delle auto a quello degli esseri umani. Anche nelle auto ci sono esseri umani, ma sono isolati tra loro e rinchiusi da un adeguato strato di lamiera.

Attraverso Finale che, oggi, forse per la prima volta assume i tratti di una cittadina turistica di mare. Ma il profumo incontenibile di pizza calda, che evade dalla vetrina di un negozio di pizza al taglio, per la prima volta nella mia vita non mi attrae; anzi, mi disgusta. Devo star proprio male, anche se la salita lungo la strada in centro paese mi riesce senza difficoltà. Slalom tra auto e motorini e ciclisti, finché raggiungo, finalmente, la passeggiata sul mare. Respiro a pieni polmoni, qui: l’acqua è placida come un’olio, la spiaggia brulica di vita. Ogni genere di vita: chi passeggia ancora con giacca e stivali, chi mette in mostra le proprie pallide nudità, chi gioca a palla, chi accompagna il cane. La stessa passeggiata è affollata. Corro finalmente di buona lena, ristabilita e senza gran fatica; solo, di quando in quando, inveisco silenziosamente contro i branchi di tre o quattro persone, di solito troppo pingui, che camminano affiancati, occupando tutto lo spazio della passerella, senza curarsi minimamente del fatto che io stia viaggiando verso di loro. Peggio per voi, sappiate che io non mi fermo! Solo all’ultimo, con malagrazia, si spostano. Le orecchie captano parlata piemontese e parlata milanese: eccoli qui, gli abitanti della nebbia che migrano a sud. Proprio come me.

Nel lungo tratto verso Varigotti, osservo una coppia di mezz’età che accompagna due splendidi cani, due segugi, sugli scogli bagnati, e la piccola boa di un sub che riemerge per un attimo e poi torna giù a caccia di chissà che. Qualche nuvola impercettibile, in lontananza.
A Varigotti trovo finalmente una fontanella per placare l’arsura; le due precedenti erano chiuse… Odori di pizza e di pesce, ma tutto ciò che mi sento di mangiare, ora come ora, è la frutta secca che mi sono portata appresso. Ananas secco, per la precisione, ghiotto, buonissimo. Sento un bisogno anomalo di dolce e di acqua. Fendo la folla, riparto verso il mio tratto preferito: le bellissime pareti e gli scogli che, tra Varigotti e Spotorno, scendono a picco sul mare. Con la luce di questo sole c’oggi, lo spettacolo è abbagliante, davvero maestoso. Peccato che qui si possa correre solo sull’Aurelia: non c’è spazio per farci stare la passeggiata. Lungo la breve risalita, osservo le peripezie di due giovani che si arrampicano su per una roccia a picco sul mare; sono già quasi in cima. Guardo giù, con timore reverenziale; l’acqua è verde, limpidissima, placida. Scatto una foto alla roccia che sembra una testa d’uomo, di profilo: è nota, quell’immagine. Corro e mi sento, finalmente, bene, anche se credo di aver accumulato un discreto ritardo sulla tabella di marcia. Sono già le tre passate e non ho ancora settanta km nelle gambe…

Quando sono quasi a Noli, il cellulare annuncia il messaggio di Matteo: mi avvisa che sarà libero per le quattro, quattro e mezza, e mi chiede quale sia il mio programma. Io posso andare più o meno ovunque: concordiamo per incontrarci lungo la salita che da Spotorno sale alle Manie. Noli, altro bagno di folla, altra fontanella; allungo il passo, ora che vedo la fine. Ancora un po’ di lungomare, poi il cartello “Spotorno” che arriva quasi troppo in fretta. C’è gran fermento: l’Aurelia, per quel che posso capire, è chiusa a tratti. Sento il rombo dei motori da rally: non è possibile, anche qui… Coda di auto, interminabile. Mi avvicino ad uno dei personaggi in casacca rifrangente che dirigono il traffico: “Mi scusi, la strada per Le Manie?”. “Guardi, deve prendere quella via lì, in salita, sempre dritto. Ma – aggiunge dopo avermi squadrata un istante – a piedi?”. “Sì certo, a piedi!”. Vista la confusione che regna qui intorno, mi sa tanto che questo è comunque il mezzo di trasporto più efficace, in quest’istante. Attraverso la strada, salto un basso muretto; con mia gran meraviglia, il gesto atletico non è nemmeno troppo legnoso. Poi, affronto la salita di petto, di corsa: le prime rampe sono ripide davvero. Respiro a pieni polmini, però, il profumo del mare. Curva dopo curva, mi ritrovo in pochi minuti, e in poca distanza, ad ammirare il mare dall’alto. Una bici mi passa accanto; per un attimo, resto interdetta: c’è in sella una persona che tutto potrebbe essere, fuorché uno scalatore; pedala con leggerezza e senza alcun fiatone… L’arcano è presto svelato: è una bici “a pedalata assistita”! Ecco, perché…

I raggi del sole sono già più gialli ed obliqui. Mi ostino a correre sulle rampe, o meglio, a portare un piede avanti l’altro nel gesto della corsa, ma il risultato è patetico. Troppo ripida, la strada. E troppo vuoto il pancino. Mi rassegno a camminare, sempre di buon passo, con i primi brividi della brezza sulla pelle, ed a ingurgitare, a mò di oca, qualche pezzetto d’ananas, che mi impiastriccia le mani e la faccia. Un occhio sempre oltre la prossima curva, in attesa di veder comparire il furgone bianco di Matteo. Vorrei che mi vedesse ancora correre, ma è inutile fingere; qui, al massimo, posso alternare tratti al passo a tratti di corsa. C’è un certo viavai di auto, ma nessuna traccia del vecchio Volkswagen.

A Voza sono un po’ incerta sulla direzione; sono già passata di qui, in bici, ma altri facevano da navigatore per me. Opto per girare a destra: ancora salita dura, passo e corsa. Sempre dritto, perché il bivio che incontro mi porterebbe ancora giù, a Spotorno. Salgo ancora, di buona lena, incontro auto e moto, respiro. Mi sorpassa un ciclista in mountain bike, che accompagna un bel cagnone al guinzaglio; mi sa che è un aiuto indebito. E, subito dopo, da una viuzza laterale, spunta il furgone bianco. Eccolo, è Matteo.

Per oggi, è la fine della mia fatica. Settantadue km, più o meno, molto molto sofferti. Ora tocca a lui, è già tutto programmato, anche se io lo apprendo ora. Andremo entrambi a Ceva, passando per il Melogno: lungo la salita, io guiderò il furgone, mentre lui salirà in bici. Dobbiamo affrettarci, prima che faccia buio. Sono un po’ perplessa: io non l’ho mai guidato, un catafalco del genere; non so se ne sarò in grado. E poi, la salita del Melogno non è esattamente il luogo più agevole dove far pratica… Ma vince la curiosità. Fermi in coda tra Finale ed il casello dell’autostrada, Matteo scarica la bici e parte. Io supero l’ingorgo, pian piano, con santa pazienza, e do inizio all’opera di tortura e distruzione delle marce e della frizione. Povero VW: io mi diverto, ma lui mica tanto, mi sa… Curva, controcurva; raggiungo Matteo, lo supero con tutti i crismi, una mano sul volante, l’altra a smanettare sull’autoradio. Lo attendo più avanti, al bivio per Eze, unico slargo disponibile; mi passa a fianco come un missile. Però, che bello: ora che sono discretamente demolita, con la coscienza a posto e la consapevolezza di “aver già dato”, trovo piacevole e divertente un’attività che, altrimenti, mi renderebbe incontenibilmente furiosa: stare a guardare mentre qualcun altro fatica!

Rimetto in moto, riparto, raggiungo Matteo che mena sui pedali come un forsennato. Qualche auto da rally è ancora in giro; una che cerca di portarmi via una fetta di cofano… Questi sono tutti pazzi! Non trovo altro luogo idoneo al parcheggio del DC9, fino al bivio per Pian dei Corsi, che poi significa quasi in cima. Quassù le nuvole avvolgono il colle e la strada: chi l’avrebbe mai detto… La nebbia scende, fitta, fredda e rapida, a chiudere la visuale sulla curva da cui dovrei veder spuntare Matteo: cavoli, speriamo che gli automobilisti lo vedano… La preoccupazione cresce fin quando non lo vedo, o meglio lo intuisco appena, spuntare. Riavvio, lo seguo in cima al colle: quel mattoide c’è arrivato a tempo di record… Lo recupero e, su sua insistenza, conservo il posto di comando per la discesa, e poi per salita e discesa dei Giovetti, fino a Ceva. Ormai lo domino alla perfezione, il bestio. Ci trasferiamo sulla Opel, rimasta pazientemente lì in attesa; direzione Carmagnola, entrambi affamati. Per fortuna, il ristoro non dovrebbe mancare: ieri ho svaligiato il supermercato…

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!