14/15 agosto 2011 – Sui sentieri del Tor des Geants: ricognizione.

Se ci penso, lo strozzerei, il buon Matteo. Avrebbe il fisico e tutte le doti necessarie per il Tor des Geants; chiunque lo conosca un po’, nonostante la sua riservatezza esasperata, sa che potrebbe concluderlo più che degnamente. Tanto per la cronaca, un paio di settimane fa si è sciroppato seicento km di bici nel giro di un giorno e mezzo, in solitaria e senza soste, giù da Genova verso il Centro Italia, ed è solo una delle tante sue imprese. Ma non c’è niente da fare. L’anno scorso ci ho provato, a convincerlo ad iscriversi, ma non c’è stato nulla da fare; quest’anno ho rinunciato da subito anche al solo tentativo. Se non è sicuro, convinto, pronto, ben allenato, eccetera eccetera, lui, da bravo ingegnere, alla cieca non si butta mai. Già. Peccato che non sia possibile, mai, essere sicuri, convinti, pronti e ben allenati per cimentarsi in una prova da oltre 330 km e 24.000 m di dislivello su e giù per i sentieri. Ci vuole una potentissima iniezione di incoscienza: quella che a me, per fortuna, non manca mai e che l’anno scorso mi ha regalato la più bella esperienza sportiva della vita. Mi piacerebbe che potesse viverla anche lui, ma neanche quest’anno, a settembre, il marrano sarà al via.

Se non altro, però, il tarlo un pochino sta lavorando. Gli è venuta voglia di provare una parte del percorso: non mi sembra vero, eppure è proprio così, mi scrive di voler provare un itinerario su due giorni, toccando un tratto delle Alte Vie. Non chiedo nemmeno i dettagli: va tutto bene, basta che si parta! Così, all’alba di domenica 14 agosto, eccoci in autostrada, direzione Courmayeur, ad ammirare una splendida luna luminosa in un bellissimo cielo limpido che sta appena schiarendo. Non vorrei dire una fesseria, ma credo sia il Gran Paradiso la cima su cui la luna sta tramontando, sempre più grossa, per un attimo perfettamente in posizione sulla sella del ghiacciaio. Troppa titubanza: quando finalmente decido di fermarmi per scattare una foto, la piazzola è già troppo a ridosso della montagna; non si vede più nulla.

Parcheggiamo la Opel a La Salle, all’inizio del paese. Il cielo, per ora, è limpido e luminoso, ma so già che non potrà durare; il meteo annuncia piogge sparse sia per oggi che per domani. E, quel che è peggio, per stanotte. Abbiamo in programma di dormire qualche ora, se possibile, in un prato o comunque in qualche luogo ameno; però, ahimè, condizione indispensabile è che non piova. Altrimenti andiamo a mollo! In realtà, il programma di viaggio prevede diverse alternative, adattabili appunto a seconda delle condizioni del tempo. L’itinerario intero prevede di salire a Planaval e al Col Serena, scendere a fondovalle, intercettare l’Alta Via che sale al Col Malatrà, scendere a Courmayeur, salire al Col d’Arp, da lì giù a La Thuile, ascesa al Rifugio Deffeyes ed al Passo Alto ed infine, abbandonata l’Alta Via nei pressi dell’Alpeggio Promoud, rientro all’auto a La Salle. In tutto, un centinaio di km per 6.000 m di dislivello circa. Il tratto tra l’inizio della salita al Malatrà e l’Alpeggio Promoud è comune all’itinerario del Tor.

L’inizio del nostro viaggio farebbe orrore ai puristi dell’escursione: da La Salle a Planaval andiamo su via strada asfaltata. Forse c’è un modo di arrivare a Planaval via sentiero, ma né Matteo né io lo conosciamo; ci sarebbe, sì, la salita alla Punta Fetita, che permetterebbe di immettersi sul sentiero del Col Serena poco prima di raggiungere l’alpeggio Tramail des Ors, ma a nessuno dei due viene in mente. Poco male: io fatico sempre molto a carburare, all’inizio di ogni uscita; ergo, non chiedo di meglio che una decina di lunghi km su strada, a passo svelto, per avviare il motore. Così posso anche godermi il paesaggio e, ahimé, osservare l’arrivo delle prime minacciose nuvole. Non sono cumuli da temporale, no, queste sono le prime propaggini di una perturbazione; significa che, probabilmente, quando inizierà a piovere, ci toccherà bagnarci per un bel po’. Saliamo di buona lena, passiamo i vari piccoli abitati, fino alla fine della comodità, Planaval, un pugno di case una più bella dell’altra, con i muri in pietra e le lose sui tetti a farla da padroni. Da qui imbocchiamo la ripida strada sterrata che, con un buon numero di tornanti, ci porta su all’alpeggio di Tramail de l’Ors, quota 2.400 m circa, con una bellissima vista sulla vallata. Zona ben nota, ormai, per gli habituè del Gran Trail Valdigne. Il percorso della gara risale la valle e va a salire più avanti, per poi tornare verso l’alpeggio, ma noi oggi tagliamo corto. Le nuvole scure si addensano intorno alle cime. Il respiro va bene, insomma, abbastanza; il ginocchio, per ora, tace. Pensare che solo l’altro ieri, al giro del Monviso, mi ha fatto veder le stelle. Ma sarà che non avevo i bastoncini… Oggi li ho e li sfrutto. E mi guardo bene dal tagliare i tornanti, come fa Matteo. Pover’uomo, capisco la sua impazienza; se fosse solo, viaggerebbe al triplo della mia velocità. Ma io devo risparmiare le forze, e poi sono cotta ormai da parecchi giorni. Viaggio in riserva…

Nei paraggi dell’alpeggio, imbocchiamo il sentiero verso il Col Serena. Una salita blanda, dolce, in cui incontriamo un paio di escursionisti, più un corridore, vestito come tale di tutto punto, che raggiunge la cima di gran carriera e poi torna giù, brontolando qualcosa a proposito della pioggia. Già, la pioggia. Non manca molto… Attacchiamo la discesa, con ampia vista sul fondovalle, lungo un sentiero tutto sommato agevole. Non passa molto tempo, che un gocciolìo insistente si trasforma ben presto in uno scroscio che non lascia dubbi. Il colore del cielo ci induce a coprirci come per affrontare un lungo tratto sotto l’acqua; come volevasi dimostrare, ci imbacucchiamo entrambi come eschimesi… E, di lì a qualche minuto, smette di piovere. Intanto, sulla sinistra spuntano le vette aguzze e minacciose che circondano la salita al Colle Malatrà. L’anno scorso, al Tor des Geants, ho passato quel punto di notte; non ne posso ricordare l’immagine, ma ne ricordo alla perfezione la difficoltà e la sensazione di paura, gli scalini di metallo e le mani che si aggrappavano alla roccia, il sentierino stretto ed il rumore della ghiaia che scivolava giù; soprattutto, la gioia di aver raggiunto l’ultima di una serie infinita di salite, ed insieme la tristezza perché tutto stava per finire. Sono curiosa, oggi, di vedere il Malatrà a colori, di rendermi conto se davvero sia così terribile, o se quella sensazione fosse solo dettata dalla stanchezza e dal buio che ingigantisce gli ostacoli.

Il sentiero si immette su una strada sterrata. Qui Matteo è dubbioso: in teoria, si dovrebbe scendere ancora, proprio giù in fondo alla valle, e poi risalire sull’altro versante, che è quello su cui corre l’Alta Via. Secondo lui, però, si dovrebbe invece seguire la strada in salita, per poi incappare, da qualche parte, in qualche sentiero che dovrebbe andare ad intercettare l’Alta Via più in quota. Non ringrazierò mai abbastanza il provvidenziale escursionista che, capitato lì proprio in quel momento, ci sconsiglia caldamente l’alternativa avventurosa. Raccomanda invece di andar giù. Mi aggrappo con tutte le forze alla sua saggezza, già pronta a ribellarmi a qualsiasi tentativo di Matteo di tirarmi dalla sua parte: ormai so bene come va a finire con i suoi “percorsi alternativi”. Di solito, ci si trova appesi a qualche parete strapiombante, immersi nella giungla più fitta in mezzo alle bestie feroci, obbligati a guadare un fiume infestato dai coccodrilli. Ormai ho sviluppato un fiuto, una sorta di autodifesa, per queste cose.

Scendiamo tranquilli giù per la strada sterrata. Matteo non si rassegna, continua a scrutare la parte alta della valle; là dove io vedo solo bellissimi prati ed alpeggi, lui scorge passaggi e tracce di sentieri. Infatti, quando ormai siamo al fondo della vallata, anziché andare alla ricerca dell’inizio “ufficiale” della salita, il marrano devia sulla sinistra, in mezzo ai campi. Ed io, mea culpa, mi lascio traviare: in effetti, quella traccia di sentiero pare così evidente, la vedo anch’io… Mi pento e mi dolgo, con tutto il cuore, già quando ci troviamo ad attraversare un pianoro erboso, carico d’acqua e solcato da minuscoli corsi d’acqua. Tra una pozza di fango e l’altra, giungiamo faticosamente ad un ponticello di legno: in effetti, bello ed elaborato com’è, questo ponte sembrerebbe proprio condurre da qualche parte. Ma la traccia che, subito dopo, si inerpica su per il pendio è minuscola, tende a sparire nell’erba, probabilmente è dimenticata da tempo. Raggiungiamo un alpeggio abbandonato e saliamo ancora, fino a superare una fragorosa cascata a cui mi avvicino con terrore. Guardo in su, quel poco che riesco senza inciamparmi; lo sapevo, ecco, lo sapevo che ci si va a cacciare nei guai… Matteo sale ostinato, in silenzio, davanti a me; credo percepisca i miei sguardi che, se fossero lame di coltelli, l’avrebbero già fatto a pezzi. Mi vengono in mente i furbacchioni che, quando c’è coda in autostrada, sorpassano tutti viaggiando in corsia d’emergenza. Possibile che noi non si possa mai fare come tutti gli altri, e cioè seguire il sentiero, quello vero? Lo sa, Matteo, di avere la coscienza sporca. “Ci dev’essere per forza la strada, lassù. Ho visto passare un’auto!”. Un’auto? Qui? Grufolo un suono inarticolato in risposta. Occhio, uomo, tu stai rischiando grosso. Non scherzare con il fuoco… A me piace la fatica, la cerco io stessa con ostinazione, ma la minima difficoltà tecnica mi manda in crisi. Di regola, evito persino le scorciatoie su per i sentieri. Questi guizzi d’avventura mi riescono proprio indigesti…

Quando ormai ho già perso la speranza, rassegnata ad arrancare su per il pratone ripido, Matteo esulta: “Ecco l’Alta Via!”. Ebbene sì, incredibile ma vero, siamo giunti ad incontrare un sentiero degno di questo nome. Siamo, da adesso, sul percorso del Tor des Geants. Vediamo, più in alto, l’alpeggio Tza Merdeux, per raggiungerlo, però, ci tocca salire ancora molto, lungo le mille diramazioni in cui la traccia si scompone, disegnate dall’acqua e dal passaggio delle mandrie. A proposito di acqua: ricomincia a piovere… La strada, aveva ragione Matteo, c’è davvero, e dev’essere anche ben comoda, se quassù è riuscito ad arrivare un monovolume con tanto di carretto per i bagagli.

Superiamo l’alpeggio: da qui, ancora seicento metri di salita, circa, in un paesaggio sempre più lunare, arido, pietroso. Il sentiero si fa sempre più ripido, supera ancora una volta il torrente, si inerpica in una serie di tornanti. La fatica qui si fa sentire: proseguo ostinata, ma con un passo che a me sembra lentissimo; forse non è così, ma di certo è un passo che mi costa uno sforzo immane. Fatico a respirare ed ogni respiro è una fitta nel petto e nella schiena; ho mal di testa, le gambe pesanti. Cerco di distrarmi ascoltando il racconto di Matteo di vicissitudini speleologiche; pian piano, intanto, corrodo il vantaggio di due escursionisti che ci precedono. Nel breve tratto in piano, dove si può ammirare un piccolo bellissimo lago ed una corona di montagne aspre ed aguzze come fossero lame, li raggiungo, loro fermi per levare i poncho, ora che per l’ennesima volta ha smesso di piovere ed è spuntato persino un raggio di sole. L’alpeggio è già lontanissimo, piccolo piccolo. La parte finale della salita attraversa la pietraia, poi supera l’ultimo salto con una rapida sequenza di tornantini, alcuni scalini in ferro ed un paio di tratti attrezzati con le corde. Matteo si frappone tra me e il baratro, per farmi sicurezza, ma così facendo aumenta il mio terrore: l’idea di cadergli addosso e scaraventarlo giù è molto peggiore di quella di finir di sotto io sola. Per fortuna, l’esperienza aerea è rimandata per entrambi; alla fessura del Malatrà arriviamo sani e salvi. Per quel poco che le nuvole basse consentono di vedere, il colle ci regala uno spettacolo imponente su uno dei ghiacciai del massiccio del Bianco.

Mangiamo un boccone velocissimo, poi giù lungo il sentiero, dapprima ripido ma mai troppo tecnico e poi quasi piatto, attraverso un ampio pianoro, con vista sulle vaste pietraie sulla sinistra. Anche qui, Matteo frigge, vorrebbe correre, lo si vede lontano un miglio… Ma non ce la posso fare. Un po’ perché devo centellinare le forze, un po’ perché, oggi, non sono costretta a rispettare alcun tempo massimo: ergo, me la voglio prendere comoda. Alla fine del pianoro, si passa accanto a ciò che resta di un alpeggio, in parte diroccato. Poi, l’arrivo di una nutrita schiera di turisti dall’aspetto non esattamente atletico ci fa intuire che il Rifugio Bonatti sia ormai vicino: in effetti, ancora un breve tratto in falsopiano ci porta in vista del tetto e delle bandierine dell’edificio. Rapida sosta per riempire la borraccia: il tratto successivo, tutto a saliscendi, tra il Rifugio Bonatti ed il Rifugio Bertone, è un noiosissimo strazio già noto, ormai. Anche qui, un passo un po’ più svelto farebbe risparmiare tempo e pena, ma… La fame si fa sentire, soprattutto perché sappiamo che, giù a Courmayeur, ci attende il supermercato. Ed anche il negozio di pizza al taglio. Quando saremo lì, avremo macinato più o meno metà della distanza e del dislivello: una pausa ci sta.

Ogni breve tratto di risalita mi manda in affanno. Mi duole, ma devo ammettere che le faticacce accumulate, una dopo l’altra in rapida sequenza, in questa stagione agonistica, qualche conseguenza l’hanno lasciata, eccome. Mi sento come se fossi un’auto revisionata a puntino, tutta a posto, ma senza benzina. Ma dov’è finito il Bertone? Stà a vedere che me l’hanno spostato… Anche Matteo è stranamente taciturno e stufo. Quando spunta la palina segnaletica del bivio, tiriamo entrambi un sospiro di sollievo, anche se Courmayeur è ancora circa 800 m di dislivello più in basso. Qui, sui ripidi tornanti che scendono a valle, troviamo parecchi camminatori, da quelli della domenica ai viaggiatori con zaino mastodontico. Uhm, per quanto io apprezzi la montagna e la fatica, un viaggio così non lo farei. Già oggi sopporto a stento lo zaino pesante… C’è persino chi cammina con l’ombrello. Per ora, sembra che il tempo voglia migliorare un po’, ma non m’illudo. Scendo alla bell’e meglio; qui il sentiero è sassoso, rognoso, un attentato per la salute delle caviglie. Matteo mi precede, vola giù come un camoscio; lo trovo in fondo al sentiero, sdraiato sulla panca in legno. La strada sterrata ci porta a Villair, una bellissima frazione di Courmayeur, dove mi rifaccio gli occhi a furia di ammirare le case, una più bella dell’altra. Non invidio chi ha la casa per le vacanze, perché già mi stuferei ad andar due volte nello stesso posto, senza contare il dissanguamento per le tasse e spese varie, però adoro questo tipo di architettura.

Courmayeur brulica di gente; il mal di testa è istantaneo, garantito. Non possono sparire tutti per una mezz’oretta? Ci dirigiamo a colpo sicuro verso il supermercato, dove facciamo incetta di banane, yogurt, formaggio, brioches, un trancio di ciambellone dolce con le uvette ed un litro e mezzo di Coca Cola. Il pintone di Coca, croce e delizia di ogni desiderio dettato dalla fatica… Ci accampiamo sul bordo dell’aiuola, proprio davanti all’ingresso, a mò di barboni, scandalizzando la coppia di attempati baùscia con più trucco e paccottiglia addosso di una maschera di Carnevale, sia lei che lui. Io attacco lo yogurt; Matteo legge disgustato gli ingredienti del ciambellone: ci fosse qualcosa che non è pura chimica… Non importa: basta che sia molto calorico e riempa lo stomaco.

Ci alziamo con due chili in più di peso a testa, tra quel che abbiamo buttato in pancia e quel che abbiamo stipato negli zaini. Ancora un trancio di pizza al volo, poi si riparte, destinazione Col d’Arp. Milletrecento metri di salita filata, fino ai 2.500 del colle. Spero solo di farcela. Ci avviamo lungo la strada asfaltata, verso Dolonne, finché non raggiungiamo il ponticello di legno e l’attacco del sentiero. Mi avvio con cautela, misurando i passi ed il fiato, su per i tornanti chiusi in mezzo alla fitta boscaglia; qui sotto abbondano i lamponi e le fragoline di bosco. Un lungo tratto di salita è così, già quasi al buio per via del bosco; un passo dopo l’altro, lo zaino pesantissimo. Poi, quasi d’improvviso, incrociamo la strada sterrata, in ambiente più aperto. La prima parte si taglia, grazie ad una traccia che va su, ripidissima., in mezzo al prato ed accanto ad un alpeggio diroccato. Poi si percorre per un lungo tratto la strada sterrata. La luce è ormai quella fioca della sera; il cielo si è rannuvolato ancora, è bigio, pesante, minaccioso. Camminando di buon passo, ci troviamo d’improvviso davanti quattro cavalli che scendono; ci fermiamo per soddisfare, con un po’ di timore, la loro curiosità. Si avvicinano, ci annusano; evidentemente disgustati dall’afrore che emaniamo dopo oltre dodici ore di cammino, ci abbandonano e se ne vanno. Non sono i soli; nel prato qui intorno pascolano decine di cavalli, di tutte le razze e stazze e colori. Qualcuno ci osserva, sporgendo addirittura il testone; altri continuano la cena senza degnarci di uno sguardo. Superiamo il recinto di corda, che interseca la strada e proseguiamo, nella parte alta della valle, fino ad incontrare il sentiero vero e proprio. Tempo di muovere su di esso i primi passi… E ricomincia a piovere.

Non proferisco verbo, ma ho una gran paura. Ha ragione Matteo, non c’è nulla da temere; dopotutto non è nemmeno un temporale, niente fulmini. Ma sta facendo buio, il cielo è sempre più nero di nuvole e di notte; ho paura che si abbassi la nebbia… Ed il colle è ancora lassù, molto in alto. Indosso per l’ennesima volta la giacca impermeabile e mi sforzo, per quanto possibile, di allungare il passo. Ormai la conosco a memoria, questa salita; un lungo tratto più o meno dritto, che accompagna il corso del torrente, poi una serie di tornantini sempre più stretti e si arriva in cima. Soffia un vento violento, gelido, che ci sbatte in faccia i goccioloni. La mia preoccupazione cresce man mano che andiamo in alto. Finalmente sul colle, indossiamo alla svelta tutto ciò che abbiamo, combattendo con le raffiche che si portano via le giacche, poi giù, rapidissimamente. L’ho percorsa già un bel po’ di volte, questa discesa, sia come discesa, appunto, che come salita. Quindi, dovrei conoscerla a menadito… Fatto sta che, quand’è ormai completamente buio, perdo la traccia del sentiero, che svanisce nei pressi di una pozza. E mò? Per carità, è pur vero che questa valle scende dolcemente, che non ha asperità né tratti rocciosi o scoscesi, ed è anche vero che, stando più o meno nel mezzo, si andrà per forza ad incappare nella strada sterrata; però, vagare al buio senza saper bene dove passare non è mai piacevole, almeno per me, che subito mi lascio prendere dal panico. Controllato, nel senso che mi limito a lagnarmi un po’ seguendo Matteo, ma pur sempre panico. In realtà, a preoccuparmi non è tanto la direzione di marcia, quanto l’abbaiare furioso dei cani a guardia del bestiame: si sente lo scampanellìo, ma non si vede dove siano la mandria o il gregge; non riesco a rendermi conto se siano vicini o lontani e se ci stiamo andando a finire in mezzo. Però ricordo bene qualche precedente esperienza di incontro notturno con i maremmani… Non temo un’aggressione, ma il serio rischio di dover restare quassù immobili, fino a giorno. Solo quando finalmente, proprio come logica voleva, ci ritroviamo sulla strada sterrata, l’incudine che avevo sul cuore si sposta.

Decidiamo di proseguire nella discesa verso La Thuile, ma di fermarci non appena dovessimo trovare un qualsiasi posto riparato che possa servire come giaciglio: una tettoia, lo spiovente di un tetto. Ricordo, all’imbocco del pianoro, un paio di costruzioni: farebbero in effetti al caso nostro, se solo non fossero ampiamente occupate, a giudicare dalle auto parcheggiate lì davanti. Beninteso, non abbiamo alcuna intenzione di fare gli occupanti abusivi, ci basterebbe sistemarci sotto un balcone, ad esempio. Ma capisco che sia un concetto difficile da spiegare a chiunque!

Proseguiamo lungo la strada sterrata, che diventa a tratti asfaltata, passando accanto al piccolo abitato a metà della discesa. Ovviamente, intorno a Ferragosto, è naturale che tutte le abitazioni, essendo seconde case, ospitino i legittimi proprietari; il minimo che ci possa capitare, se dovessimo azzardarci ad avvicinarci, è di essere cacciati, se non impallinati. Nemmeno il tentativo in una baita deserta ha successo: la porta d’ingresso è ben chiusa. Si potrebbe pensare di non fermarsi affatto: il guaio è che entrambi siamo cotti ed assonnati, in piedi dalle 3 della notte scorsa. Matteo sarebbe propenso a rischiare la sorte fermandosi in un prato: ma come si fa, se ogni 5 minuti vien giù uno scroscio di pioggia?

A La Thuile, vaghiamo per un po’ alla ricerca di qualsiasi cosa che possa somigliare ad un tetto; andrebbe bene, davvero, qualsiasi cosa. Alla fine, rassegnati, ci accontentiamo di un piccolo porticato e di un angolino sotto le vetrine di una cioccolateria. Matteo si cambia gli abiti alla pelle, si sistema, tutto ordinato. Io sono già in preda ai brividi, ho il terrore alla sola idea di levare anche un solo strato; così, mi limito a buttarmi addosso il sacco a pelo, senza contare che passar delle ore con una maglia umida addosso è l’idea più becera che si possa elaborare, per difendersi dal freddo. Per fortuna, è la maglia tecnica che asciuga in fretta, per quanto possa asciugare sotto due strati di giacca e giacchino impermeabili.

Matteo riesce a sdraiarsi per terra e ronfare come un ghiro; io rimango più timorosa, anche perché qui sotto siamo perfettamente illuminati dalle luci del porticato, che restano accese tutta la notte. E’ vero, non è un reato dormire, ma qui siamo ai limiti del vagabondaggio… Rimango seduta, la schiena appoggiata al muro, il sacco a pelo arrotolato intorno alle spalle. Dormo ad intermittenza, mi sveglio spesso per i brividi; i piedi, pur dentro le scarpe, sono gelati…

Il fragore del camion della raccolta immondizie ci sveglia pochi minuti prima del trillo del telefonino. Le quattro e mezza: cinque ore di sonno, o comunque qualcosa di simile al sonno, meglio che niente. Chissà cos’ha pensato il netturbino, vedendoci. Ci alziamo, raccattiamo alla svelta i nostri stracci. Ho un freddo insopportabile, non vedo l’ora di ripartire… Mangio il mio ultimo paninetto al formaggio ed una brioche. Matteo è terrorizzato dalla penuria delle riserve alimentari: abbiamo “solo” più due etti di Brie, due banane, due brioches, frutta secca, un paio di triangoli di Toblerone e due boccette di miele… Più non so cos’altro nel suo zaino, che di solito è peggio delle tasche di Eta Beta. In effetti, tra fatica e freddo, la fame si fa sentire, ma direi che non è il caso di disperare. Più che altro, io avrei voglia di qualcosa di caldo, una cioccolata, un po’ di latte, ma è troppo presto per qualsiasi bar. Mi sa che dovrò attendere di arrivare al Rifugio Deffeyes.

Ci incamminiamo per La Thuile, ancora sotto la pioggia intermittente; dalla strada asfaltata ad una sterrata in mezzo a pini e capannoni, fino ad incontrare il sentiero per La Joux. Ci attendono 1.100 m di dislivello, circa. Ancora un breve tratto su strada ed imbocchiamo il sentiero che sale verso le cascate. La salita al Rifugio Deffeyes sarebbe splendida, se solo fossimo un po’ meno stanchi e rintronati. Ho il serio dubbio di riuscire ad arrivare fin su, tanta è la stanchezza che mi porto dietro. Non riesco a capacitarmene, ma non ho la forza per sollevare i piedi! Ad ogni passo, faccio leva più che posso sui bastoncini, mi sforzo di fare passi brevi e misurati… E’ un tracciato abbastanza rognoso, tutto pietre e salti e rocce; bellissimi, però, gli scorci sulla fragorosa cascata sulla destra. Il torrente, grigio ed impetuoso, ci accompagna per gran parte della salita attraverso il bosco, che percorriamo in silenzio, ciascuno perso nelle proprie allucinazioni. A me sembra persino di vedere un cucciolo di orso… So benissimo che è solo il lato più in ombra di una pietra, ma a me sembra proprio la sagoma di un orsacchiotto di pelouche. Ho persino la sensazione che si muova!

Dalle cascate ci allontaniamo per raggiungere un breve tratto in piano, un’ampia conca con un lago ed una splendida vista sul ghiacciaio. Poi ancora una serie di tornanti che a me pare infinita: proprio vero, la stanchezza dilata tempo e distanza a dismisura. E piove… Ma dov’è finito questo dannatissimo rifugio? Quanto ci tocca ancora salire? Sempre più sfinita e rabbiosa, lancio improperi contro il povero Signor Deffeyes, che non so nemmeno chi fosse, ma in questo momento mi vien da pensare sia stato un gran poco di buono! Quasi non ci credo, quando la nebbia lascia intravedere i tetti del rifugio. Finalmente… Non appena arrivo sulla soglia della costruzione, mi torna in mente all’improvviso l’immagine che ho visto quando sono arrivata quassù durante il Tor des Geants. L’avevo completamente rimossa. E ricordo anche che poi si proseguiva sulla sinistra, verso il passo in testa alla valletta.

Lasciati zaini e bastoncini nella capannetta di legno, ci intrufoliamo nel rifugio per una bella cioccolata calda, molto densa nonostante l’ammonimento del gestore. “Non ve lo consiglio…”. Abbiamo fame! E freddo! Una comitiva di viandanti toscani sta facendo colazione. Ci costa non poco costringerci a ripartire, abbandonando quel posticino caldo ed accogliente, ma ci attendono ancora trecento metri di dislivello, freddi ed umidi quanto basta. Quattro parole con uno dei gestori, perplesso per la nostra intenzione di andar lassù con questo tempo; del resto, ormai non abbiamo scelta. Il sentiero ci porta per un lungo tratto in piano accanto al lago, saltellando tra le rocce viscide; davanti a noi, imponenti salti di roccia scura. La nebbia ci inganna, portandoci fuori dalla legittima traccia; così, ci ritroviamo ad arrampicarci malamente sulla ripida pietraia a destra, con Matteo che sale senza problemi, a mò di ragno, ed io che avrei bisogno di altre quattro braccia per riuscire ad issarmi… O magari di un argano! Figuriamoci la gioia quando, arrivati su al culmine della pietraia, ci accorgiamo che non è la via giusta e che bisogna tornare giù… Sudo, nonostante il freddo, per il terrore. Stavolta non posso nemmeno prendermela con il mio compare: ero anch’io convintissima di dover salire di qua. Invece il sentiero è dall’altra parte, bello ed evidente. A nulla vale il fatto che io qui sia già passata, quasi un anno fa. Non mi ricordavo nulla. Pazienza, l’importante è che ora siamo sulla retta via e che, tra fatica, fiacca e mal di testa ormai cronico, io riesca a trascinarmi fino al passo. Passo Alto di nome e di fatto, circa 2.800 m di quota; anche qui spira un vento assassino, tanto che in cima mi fermo il tempo di una foto e via, giù per la discesa. Senza pensare che ci attendono duemila metri di dislivello in giù…

Il primo tratto di sentiero, interminabile, si sviluppa tra le tacche di vernice di una rognosissima pietraia, che impiego una vita e mezza ad attraversare. Per colonna sonora, le scariche di pietre sull’altro versante della valle, per fortuna abbastanza lontano. Matteo ha il tempo di vestirsi, svestirsi, mangiare, far la calza, mentre io procedo per lo più a quattro zampe tra un pietrone e l’altro. Non si può dire che la traccia non sia segnalata, anzi; le frecce gialle si sprecano, per fortuna. Ma tiro più di un sospiro di sollievo quando raggiungiamo finalmente un sentiero degno di questo nome, che scende giù nel bosco. Anche perché il bosco significa che siamo più o meno a quota duemila, quindi a buon punto… Ovviamente, ora che non serve più, spunta un bel sole caldo.

Quando raggiungiamo una casetta con cane abbaiante sulla soglia, ecco un altro flash; questo è l’alpeggio dove l’anno scorso, al Tor, i margari ci hanno offerto polenta calda e formaggio. Alpeggio Promoud, se non ricordo male. Qui c’è il bivio: a destra per il Col de la Crosatie, a sinistra per La Salle, la nostra meta. Confesso che, se fossi in condizioni migliori, aggiungerei volentieri la salita alla Crosatie: è lunga ed impegnativa, ma anche bellissima. E poi siamo solo all’ora di pranzo, ne avremmo tutto il tempo. Ma, in questo stato, direi che è già tanto se riuscirò a raggiungere l’auto.

La discesa prosegue infinita, prima su sentiero, poi su strada sterrata ed ancora su sentiero, tra ombra e luce limpidissima. La fame morde senza pietà; diamo fondo al Brie ed alla frutta secca. Non ci facciamo mancare nemmeno il “momento varietà”, su cui ridere per non piangere… Una comitiva di ragazzini, accompagnati da tre o quattro adulti, è ferma in un prato, accanto ad una chiesetta. E’ vero, è un prato recintato con la classica corda per delimitare il pascolo del bestiame, ma non c’è traccia di bestie qui intorno. Mentre imbocchiamo il bivio che ci porterà giù a La Salle, alle nostre orecchie arrivano urla sconclusionate: alziamo la testa e vediamo un tizio, furioso, che si avventa sulla comitiva brandendo un rastrello e sputa improperi incomprensibili. I ragazzini si alzano immediatamente e si allontanano terrorizzati; due madame, impassibili, restano invece a guardare il folle che inveisce contro di loro. Niente da fare, le donne hanno sempre una marcia in più; sanno bene che nulla irrita di più un pazzo inferocito che l’indifferenza… L’esagitato vomita un po’ di veleno, poi s’allontana; prudentemente ci allontaniamo anche noi… E meno male che non abbiamo messo in pratica l’intenzione di sdraiarci per qualche minuto sul prato al sole! OK, tecnicamente il tizio, ammesso che fosse il proprietario del prato, poteva anche essere nel giusto, però, mannaggia, c’è modo e modo di far valere i propri diritti!

Non si sentono sirene d’ambulanza né elicotteri: evidentemente, la lite non è sfociata nel sangue. Proseguiamo giù nel bosco, entrambi sempre più stufi della discesa. A me, però, spiace che il viaggio sia quasi finito, anche se non avrei più forze per proseguire. L’ultimo chilometro su strada asfaltata in leggera salita è un supplizio senza fine. E’ proprio tracollo: ne ho la dimostrazione definitiva quando, pochi chilometri dopo essere ripartiti con la Opel, devo rassegnarmi a cedere la guida e crollo a dormire sul sedile passeggero. Proprio io che nutro innata, invincibile, assoluta, cieca sfiducia verso le capacità di pilota di chiunque altro. Ma sono dura a morire: un doppio caffé potente al primo autogrill mi riporta all’onor del mondo…

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!