15-16 novembre 2008 – Un fine settimana di sole nel Levante ligure – parte I

Questa volta sono riuscita ad essere un po’ più rigorosa nel preparare la trasferta: ieri sera, all’alba delle undici, ho già caricato l’auto con tutto il necessario, la bici, le scarpe, la borsa con gli indumenti, quella con la pappatoria per la cena, più varie borsine e borsette. Che sollievo, dover solo più preparare me stessa e partire. Infatti, alle quattro e un quarto sono pronta è scattante: beh insomma, scattante più o meno, viste le quattro ore di sonno e l’ammutinamento della caffettiera che stamattina ha rifiutato di far passare il caffé. Amen, farò tappa in un autogrill.
Dicevo, pronta e scattante, mi metto al posto di combattimento, infilo la chiave, giro… Gniiik gniiik gniiik… Niente. Ancora, riprovo, gniiik gniiik gniiik… Niente di niente. Le lucine del cruscotto si accendono debolmente, poi muoiono. Voilà, batteria andata. Mea culpa, ci ha già provato un po’ di volte, la povera Opel, ad avvertirmi, negli ultimi due-tre mesi, stentando ad avviarsi o rifiutando del tutto. Alla fine, ahimé, è spirata.

Calma e sangue freddo, Gian. Che fare? Accanto c’è l’altra auto di famiglia, che questo fine settimana non servirà a nessuno. Scarto subito l’idea di collegare i cavi: per ricaricare la batteria, ammesso che si ricarichi, ci vorrebbe troppo tempo. Tantovale trasferire tutta la mercanzia dall’altra parte: bici, scarpe, borse. Mi ci vuole qualche momento di pazienza per togliere dall’auto di riserva la griglia canina ed abbattere i sedili, ma tutto sommato riesco a risolvere l’intera faccenda in un quarto d’ora. Replay: mi metto al posto di combattimento, giro la chiave, odo un rassicurante rombo di motore, si parte. Gian, non hai alcun diritto di innervosirti, primo perché è colpa tua che come al solito hai ignorato i sintomi del problema; secondo perché… Quanti, in un caso del genere, avrebbero pronta l’auto sostitutiva, lì, a disposizione?

Il viaggio è interminabile, non tanto per la distanza – fino a Sestri Levante saranno 200 km o poco più – quanto per il sonno che mi assedia, al punto che, poco oltre Genova, sono costretta a fermarmi in autogrill per il caffè, altrimenti qui combino qualche macello. E’ sempre stupendo sentire l’aria tiepida del mare, quando si è saliti in auto a Carmagnola, con la temperatura prossima allo zero, e meno male che non c’è nebbia stanotte. Il viaggio si conclude poco dopo, a Sestri. Sono agitatissima: oggi devo tentare di seguire un itinerario che mi ha suggerito Matteo; sono munita di cartine su cui ho accuratamente segnato il percorso, ma mi conosco: la mia capacità di perdermi è superiore a qualsiasi immaginazione. Il fatto è che oggi, con me, avrebbero dovuto esserci sia Mik che Matteo; almeno, fino ad una settimana fa, questi erano i piani. Invece Matteo ha dovuto restare in negozio e Mik ha ben pensato di ammalarsi; ergo, in qualità di unica superstite, mi tocca avventurarmi da sola. Ai primi raggi di un limpidissimo sole, scarico la bici e controllo che più o meno ci sia tutto: quando sono in preda alla preoccupazione, rischio di dimenticare qualcosa di fondamentale, più del solito. Infatti, qualcosa sì, lo dimentico, ma, com’è ovvio, me ne accorgerò troppo tardi: le luci! Le avevo portate per essere un po’ più tranquilla, anche in caso di ritardo nel giro…

Si parte. La cartina che ho stampato da Googlemap, su cui ho accuratamente tracciato il percorso con l’evidenziatore giallo, fa capolino dal borsello. E’ assurdo, ma sono davvero preoccupata. Mi conosco; lo so, che non ho proprio l’attitudine alla vita avventurosa dell’esploratore. La prima salita è il Passo del Bracco: beh, fin qui dovrei farcela; basta seguire lo stradone in direzione La Spezia. Ad un certo punto, troverò, sulla destra, la deviazione verso Deiva. In sé, il Bracco è tutt’altro che una salita terribile; mi lascio Sestri alle spalle e, sulla destra, pendii che certo qualche tempo fa erano ricoperti di bosco, ma adesso sembrano macabri puntaspilli, con quei tronchi nudi e neri d’incendio. Mette tristezza questo posto.
Scorrono i km, le case lasciano il posto al solo bosco. Si vede accanto, sulla sinistra, la vallata. Saranno passate in tutto due o tre auto finora. Viaggio all’ombra, è ancora presto per sperare in un raggio di sole sulla schiena; un curvone, un altro curvone. Il guaio è che, man mano che salgo, mi tocca fare i conti con il vento sempre più violento: quando soffia di fronte, non lascia andare avanti e toglie il fiato; quando mi investe di fianco, quasi mi butta per terra, considerato che, già di mio, non sono un mostro di equilibrio. Non so se sia più la sensazione di cadere o l’inquietudine di sentire l’urlo delle raffiche sulle cime degli alberi, ma sto già rimpiangendo amaramente le mie Langhe: ecco, se oggi fossi rimasta a casa, se mi fossi limitata a venire giù in Liguria domani per il trail, adesso non mi troverei in questa situazione assurda! Che faccio? Avanti non riesco ad andare; indietro non ne parliamo, in discesa con questo vento. Ho paura! Irrigidisco tutti i muscoli dal primo all’ultimo, un attimo prima di sbucare da una curva; cerco di rattrappirmi, ma la superficie che offro al vento è comunque troppa, ahimè…
Primo dubbio al bivio per Moneglia: possibile che debba già andare giù adesso? Ci andrei volentieri, perché da quassù vedo una splendida strada a tornanti e, là in fondo, il mare più azzurro che mai; ma no, la mia via non è questa, e non è nemmeno il prossimo bivio; devo attendere il terzo. Di qua scenderei a Moneglia, sono fuori strada.
Ancora un po’ di salita, blanda, ma sofferta per il vento; poi, sulla destra, la deviazione attesa. Un’altra pausa per controllare la carta. Ecco, questa è una cosa che odio. Non dovrei mai cimentarmi a provare un itinerario ignoto da sola, per il semplice fatto che detesto, con tutto il cuore, dovermi fermare mentre pedalo: ed oggi l’ho già fatto un po’ di volte! Ok, qualche volta per colpa del vento, ma altre volte anche solo per essere sicura della direzione. Qualcuno suggerisce il GPS; io preferirei in ogni caso una guida in carne ed ossa, qualcuno a cui chiedere il perché ed il percome. Come faccio a chiedere informazioni alla frecciolina sullo schermo? Come potrei farci quattro chiacchiere?

Inizio la discesa con somma cautela: questa strada sembra appena un po’ meno esposta al vento, ma le raffiche ogni tanto arrivano anche qui, a tradimento. Ho a disposizione una mezza autostrada e scendo a freni più che mai tirati; è poi tutto da dimostrare che la stabilità sia maggiore, in caso di vento laterale, se la bici va piano… Ma che posso farci se ho paura?

Ai bordi della strada, decine di auto di cacciatori. Lo si intuisce dalle gabbie dei cani a bordo e dagli spari che si susseguono, lontano ma neanche troppo. Oggi marca male, me ne rendo conto da subito: le discese saranno, tutte, un calvario. Ormai ho imparato a riconoscere le giornate storte, più storte delle altre: se parto con la paura, per le più varie ragioni, non mi riprendo più, resto con la tensione tutto il giorno. E già sono una discesista da strapazzo anche nelle giornate buone…

Pazienza. In un modo o nell’altro, arrivo all’abitato di Piazza. Mi fermo un attimo, guardo la cartina; benissimo, Piazza è lungo il mio itinerario. Ripongo la mappa e, con pedalata sicura, imbocco subito la strada sbagliata: in discesa, tre o quattro km, mi ritrovo poi su un falsopiano ed arrivo diritta al mare, a Deiva. Uhm… Mi sa che qualcosa non quadra; diciamo che il dubbio m’è già balenato in mente mentre venivo giù, ma ora è una certezza. Qui non si va più da nessuna parte; ergo, non so dove fosse la strada giusta, ma altrve, non certo nella direzione che ho scelto io. Con le pive nel sacco, non mi resta che tornare su: e meno male che sono partita a pedalare molto presto: ho già perso un fracasso di tempo!

Con tanta pazienza, mi sciroppo al contrario il falsopiano e torno su a Piazza, che, per fortuna, mi spunta davanti prima di quanto pensassi. Ecco, la strada giusta è quella che fa il tornante secco a destra. Si sale, per fortuna; finalmente vedo qualcuno dei nomi segnati sulla mia cartina: Castagnola, Framura. E, di tanto in tanto, cerco anche di godermi il mare. A Framura, un omino vestito di arancione mi intima l’alt: sulla strada c’è una scavatrice e, su nel folto del bosco, si sente il rumore di una motosega. Pochi attimi, qualcuno grida “taglia, taglia!” ed un albero si abbatte rovinosamente sulla strada. Povero albero… Spero che avessero un buon motivo per tagliarlo, ma mette enorme tristezza veder morire così una pianta. Gli operai infieriscono sul tronco, lo tagliano in tante sezioni, ne strappano via i rami; la scavatrice poi fa piazza pulita di quel che rimane, cosicché, nel giro di dieci minuti, la strada torna libera. Passo per forza sui resti dell’albero, con un po’ di vergogna, quasi come se gli mancassi di rispetto; ci vuole ancora una volta la vista del mare per rimettermi allegria. E riprendo a salire, puntando una sella poco più avanti, che mi dà l’idea che poi si vada giù.

Di tanto in tanto, do un’occhiata alla ricerca di fontanelle, perché è già un po’ che pedalo, ma la borraccia è rimasta com’era in partenza: vuota. E il vento ed il caldo mettono già sete. Al momento, però, nulla. Certo che, come si dice dalle mie parti, son proprio balenga: sarebbe bastato portarmi l’acqua da casa!
Poco male. Per ora, mi godo il tepore; vorrei solo riuscire ad essere un po’ più tranquilla, non con i nervi a fior di pelle come adesso; possibile che mi lasci spaventare così da un banale giro in bici? Dai Gian, pensa che qui si sta da favola, pensa che a Carmagnola a quest’ora c’è la nebbia e dieci gradi di meno. Lunga discesa verso Levanto, che appare dietro una curva, all’improvviso, una perla incastonata tra terra e mare, bellissima da quassù, anche se poi, quando ci passo in mezzo, mi accorgo che anche qua non mancano gli orrori. Fotografo una bellissima villa a picco sul mare: tanto, pausa più, pausa meno…

Attraversata Levanto, seguo la direzione di Monterosso, cercando di togliermi il prima possibile dal caos. Ho voglia di salita e sono presto accontentata; la strada riprende quota in mezzo agli ulivi, che in questa stagione formano un varipointo quadretto con le reti di tutti i colori, appese per raccogliere le olive. Bellissima, questa salita, molto regolare; un altro paese, bello come il precedente, mi appare proprio sopra la testa, in mezzo al bosco. Raggiungo un tornante da cui si stacca una stradina: e chissà mai perché dovrebbe interessarmi, quella stradina! Studiando la carta con il senno di poi, mi chiedo come diavolo ho fatto a pensare di dover andare lì… Eppure, sul momento, mi vien di girare, abbandonando la strada principale. Per fortuna, l’errore è subito chiaro: poche centinaia di metri dopo, finisco in mezzo ad un grumo di casette del borgo di Chiesa Nuova: più in là non si va. Impressionante, però, è vedere l’effetto di un cedimento del terreno: alcuni operai sono affaccendati a studiare una enorme crepa che ha spezzato in due la sede stradale, facendo scivolare una corsia ben più in basso dell’altra per diversi metri di carreggiata. Sembra un evento recentissimo. Non vorrei essere nei panni di chi abita in queste case! Non dormirei affatto sonni tranquilli.

Altro dietrofront, torno sulla strada principale. Riprendo a salire, fino al bivio per Monterosso. Io devo andare a sinistra e salire ancora un po’: infatti, ben presto mi trovo ad un bivio, dritto per Carrodano, a destra per Riomaggiore e Vernazza. Basta, non ne posso più di fermarmi tutti i momenti a guardare la cartina: giro a destra e chi s’è visto s’è visto. Mi pare che Vernazza ci fosse, in mezzo alle mie peregrinazioni; va bene così.

Pochi metri dopo l’incrocio e rimango senza fiato: da quassù si gode un panorama spettacolare! Davvero, resto a bocca aperta, m’è sempre piaciuto vedere il mare dall’alto, pedalando, ma così è davvero troppo! Blu a perdita d’occhio, il mare calmo come olio con i riflessi dorati del sole, il cielo ancor più azzurro, non una nuvola, e la costa visibile fino a lontanissimo, una meraviglia! Dovrei fermarmi qui e riempire la memoria della fotocamera… Ma il dovere chiama, devo proseguire. Un lungo tratto di saliscendi, più che altro discesa; poi, un gruppo di case ed un cartello perentorio che arresta la mia marcia entusiasta: di qui non si passa, nada de nada, strada chiusa. Il cartello consiglia di scendere a Vernazza e poi risalire lungo una strada che, presumibilmente, va a reimmettersi su questa, più avanti. Boh… Se non ho capito male, è proprio il giro che devo fare io! Tentiamo l’avventura. Vernazza 6 km, dice il cartello: mi “lancio”, si fa per dire, giù per una stradina che attraversa gli immancabili, bellissimi uliveti. Sembra di vedere un’insenatura, il mare che viene avanti in mezzo alle pareti verdi di bosco, il paese laggiù in fondo ad un imbuto. E’ quasi tetro questo posto! Arrivo giù abbastanza in fretta e seguo i cartelli gialli che indicano la deviazione: poche centinaia di metri e mi è subito chiaro con chi, anzi con cosa, ho a che fare! Benedetto San 34×29, questa non è una salita, è roba da free climbing! Mannaggia che rampe pazzesche! Sarà forse che sono un po’ cotta, sarà che non me l’aspettavo, ma mi pianto subito, al limite della caduta laterale, prima di riprendere un minimo di controllo e dignità. La strada è nera, ancor più scura perché in mezzo agli alberi fitti; tra una rampa e l’altra, conduce all’abitato di San Bernardino, nome che mi conforta; anche quello, l’ho letto sul mio itinerario.

Con il nastro manubrio martoriato dalle unghie e dai denti, riemergo sulla strada principale, in alto, in costa. E mò, destra o sinistra? Semplice: a sinistra non si può, ci sono i lavori, ergo si va a destra. Non mi passa nemmeno per l’anticamera del cervello che il mio itinerario preveda comunque di andare a sinistra, perché chi l’ha ideato non poteva essere a conoscenza della deviazione. E poi a destra è così bello; si sale ancora un po’, poi una lunga picchiata, oltre il paese di Volastra, verso il mare. Avanti ed ancora avanti, sono troppo presa dalla bellezza di questo posto per chiedermi dove diamine sto andando. Così, quando arrivo al cartello “Riomaggiore”, prima ancora di mettere il naso in questo gioiellino di paese, mi fermo un attimo ed estraggo la carta. Oh cappero. Sono imprcettibilmente fuori strada… Di un bel po’ di km mi sa, almeno quindici. Che faccio adesso? Due conti, rapidi. E’ mezzogiorno, più o meno. Ovviamente non ho idea di quanta strada ho fatto fin qua e, quindi, di quanta dovrò farne per tornare indietro. L’itinerario prevedeva, in alcuni tratti, il passaggio lungo una certa strada all’andata ed un’altra strada al ritorno: però, mi sa che non mi conviene più, adesso, andare a caccia delle varianti. Il tempo stringe, io sono un po’ cotta; meglio che torni sui miei passi: almeno, la stessa strada che ho fatto per venire fin qui la dovrei ritrovare.

Pedali in spalla, torno su verso Volastra. Non capisco se questa sia una salita ripida sul serio, o se la fatica cominci a farsi sentire; fatto sta che tribolo un po’, me ne accorgo dalla pedalata che si fa via via più pesante. Dalle case intorno, profumi di pranzo arrivano a tormentare le mie narici; sembro un cane da caccia con il naso puntato alla preda… Finora ho mangiato solo un paninetto con pezzetti di cioccolato: c’è però da dire che stanotte, alle tre e mezza, ho trangugiato con sommo gusto due etti e fischia di ravioli ricotta e spinaci… Carburante di scorta ne ho!

A Volastra mi infilo un momento nel paese, a caccia di una fontanella: ormai son cinque ore che pedalo senz’acqua… Ma pare proprio che da queste parti non ci sia nulla. Certo, ci sono i bar, ma, da queste parti, forse un salasso è meno doloroso dell’acquisto di una bottiglietta d’acqua minerale. Lasciamo perdere, non ci provo nemmeno.

Scatto ancora qualche foto mentre ripercorro la strada da Volastra al bivio per Vernazza, noiosa, in falsopiano. Curioso come il vento sia del tutto scomparso. Al bivio, copione identico a poco fa: scendo giù a Vernazza, soffrendo quella strada in discesa ben più che in salita, e poi torno su dall’altra parte. Le due rampe cattive iniziali sono solo una minaccia; di qui, l’ascesa è più dolce. Incontro persino un’auto e due motociclisti: inaudito, qui sembra tutto semideserto! Di tanto in tanto, alzo il naso per guardare quanto manca, in verticale, tra me e le case abbarbicate sulla montagna; sono un po’ in pensiero per il timore di far tardi, proprio perché non so bene né che ora sia, né quale distanza mi separi dall’auto. A dire la verità, per l’ora, basterebbe che prendessi in mano il cellulare: ma no, preferisco di no, preferisco pedalare tranquilla e quasi “sospesa” in questo stato di incoscienza.

Al bivio, su in cima, incontro, udite udite, ben due ciclisti. E’ inaudito che, con queste strade, questa giornata, questo tepore, ci siano in tutto quattro gatti che escono in bici. Se vivessi da queste parti, sarei in sella notte e giorno in questa stagione!

Ancora un po’ di falsopiano in salita, mi godo l’ultima parte di questa meravigliosa strada con balconata sul mare delle Cinque Terre, poi mi reimmetto sulla strada che sale da Levanto. Discesa, lunga ed agevole: passo subito accanto ad un santuario, Madonna di Soviore; è uno dei punti che avrei dovuto tenere come riferimento all’andata… Eppure, non so come diamine ho fatto, ma l’ho perso, non l’ho proprio visto. E dire che è grosso!

Discesa rapida su Levanto: anche qui, butto l’occhio alla ricerca di fontanelle, ma non ne vedo nemmeno una che è una! Va bè, pazienza Gian, sopravviverai. Adesso sbrigati a salire, che viene tardi. Però… Sogno o son desta? In un’area di servizio a lato strada, appena iniziata la salita, vedo un distributore automatico di bibite; chissà se funziona? Crepi l’avarizia, ho una sete boia ed un caldo della miseria; posso fare quest’investimento di qualche decina di centesimi di euro, ne va dei miei reni!
La Coca non c’è, mi accontento della Pepsi, che tracanno come se non avessi più bevuto da una settimana a questa parte, tanto che quasi mi ci strozzo. Non che 33 cl siano sufficienti, ma, se non altro, ora va un po’ meglio. Proseguo su per la lunga salita, di quelle che mi fanno penare, che non salgono mai ma non lasciano andare avanti. Le ombre si stanno allungando, la luce del sole tende già al giallo; incredibile, quanto la sera inizi presto in questa stagione. Saranno le due, poco più; questa strada scorre piano, troppo piano, sotto le mie ruote. Un po’ stanchezza, un po’ morale a terra ed inquietudine; chissà se alla macchina arrivo, prima di buio?

Quando la strada inverte la pendenza, ritrovo, dopo un po’ di discesa, il tratto in cui questa mattina è stato abbattuto l’albero: bene, significa che sono a buon punto. Ancora un po’ di saliscendi, finché, alla buon’ora, vedo una fontanella a destra. Prosciugo le risorse idriche dell’abitato di Castagnola dei prossimi vent’anni e poi riparto, un po’ ringalluzzita; almeno un problema è superato!
La strada va poi ad immettersi sulla salita del Passo del Bracco: questa volta, anziché scendere a Piazza e risalire da quella parte lì, che mi porterebbe oltre il passo, verso Sestri, decido di svoltare a destra, tanto per cambiare un po’. E’ vero che è tardi, ma non posso essere molto lontana. Per sicurezza, chiedo conferma della direzione ad un gruppo di persone che lavora in un uliveto: ormai ho imparato a non fidarmi di quel che sembra suggerire il mio senso del (dis)orientamento. Ma va bene, stavolta è giusto; devo andare su, svoltare a sinistra e poi ancora a sinistra, “fino alla quota di quei monti lassù!”. Mi fa ridere l’espressione dubbiosa e preoccupata del mio interlocutore. Capirai, da qui a lassù saranno duecento metri di dislivello! Dopo il primo dei bivi che mi hanno indicato, la strada diventa un noioso falsopiano. Ormai sono in ombra e sento già qualche brivido; pochi minuti dopo, però, l’inconfondibile sagoma del Passo del Bracco mi scalda il cuore. Smetto di smanettare sul cellulare – approfitto spesso delle salite per scrivere messaggini; è l’unico momento in cui riesco a staccare una mano dal manubrio – e brandisco la fotocamera, per immortalare la strada che passa in mezzo a due blocchi di roccia, che sembra quasi spaccata così ad arte. Anzi, probabilmente lo è. E’ in corso, qui, un raduno di motociclisti: molti fermi al passo, molti altri intenti in acrobazie nelle curve, al limite del possibile. Che fenomeni che sono! Vorrei fotografare qualche piega, ma non c’è nulla da fare; sono troppo veloci.

Un po’ di falsopiano, poi il paese e la discesa. A pensarci bene, però, una mezz’oretta di luce, intendo, di luce tale da non farmi metter sotto da qualche auto, mi resta. Potrei provare a fare quello che ho pensato stamattina, passando di qua: scendere giù a Moneglia. Infatti, così faccio; imbocco il primo bivio a sinistra, fin giù alle porte del paesello; l’ultima picchiata verso il mare. Poi rapidissimo dietrofront, perché non c’è tempo di dedicarmi al turismo, e via dinuovo verso l’alto, con il conforto degli ultimi fiochi raggi del sole. Ha senso? Non lo so, ma è bellissimo, anche se sto salendo come una forsennata e sto rischiando il soffocamento per fare presto. Anche qui, la pendenza non scherza. Mi sembra che il bivio sia scappato via da dove l’ho imboccato prima! Ma no, è sempre lì, solo che ci mette un po’ più tempo ad arrivare in vista. Mi resta solo la discesa su Sestri Levante, breve, ma abbastanza lunga per provare brividi di freddo lungo la schiena. Ormai qui, in mezzo alle piante, è buio; la luce dei fari delle auto comincia ad essere netta. Ma non manca più molto. Una chicca: incrocio un’Ape che sale verso il Bracco; nel cassone, una splendida Bianchi in carbonio ancorata chissà come, con la forcella, ad un supporto montato apposta lì dietro. Non so quanto godesse di quelle vibrazioni evidenti anche a me, povera bici…

Rieccomi a Sestri. Troppa grazia, riesco persino a ritrovare l’auto, ed è quasi un sollievo, questa volta, il ritorno, anche se il giro è stato stupendo. Dovrei aver percorso, mi dirà poi Matteo, circa 160 km e poco più di 3.500 m di dislivello. Carico tutto, parto in direzione di Rapallo, dov’è l’albergo che avevo prenotato qualche giorno fa. Mi attendono una doccia e un pisolino, ma la giornata non è affatto finita. Eh sì, perché qualcuno di mia conoscenza si è sottratto al giro in bici di oggi, per giunta con un’ottima giustificazione… Ma almeno una camminata serale la pretendo!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!