15-16 novembre 2008 – Un fine settimana di sole nel Levante ligure – parte III, Trail del Monte di Portofino

Aveva ragione la titolare dell’albergo: da Rapallo a Santa Margherita Ligure ci son tre minuti di auto. Peccato che non sia stata del tutto precisa: tre minuti per arrivarci… E mezz’ora di giri in tondo ed improperi per scovare un parcheggio. Avrei dovuto saperlo da sola, ormai, che da queste parti è così, ma mi ci imbestialisco lo stesso. Se avessi immaginato, avrei lasciato l’auto direttamente a Rapallo e sarei venuta fin qua a piedi. C’è il parcheggio riservato per la corsa, certo, ma è lontanissimo, ed io alle otto ho l’appuntamento con la mia squadra, e sono già le otto!!! Trovo, dopo mille peregrinazioni, un buco credo del tutto illegale in una viuzza lungo un torrente e mollo l’auto lì: certo che non potrei mai viverci, qui, ne andrebbe del mio fegato. In fretta e furia mi preparo, infilo le scarpe, prendo la giacca e la cintura portaborraccia: nient’altro, per oggi; lo zaino non serve, la distanza è molto breve, quattro ore dovrebbero essere sufficienti, a meno di imprevisti. Poi mi metto a correre in direzione del mare, o meglio, in quella che spero sia la direzione del mare: passo davanti al parcheggio dei pullman; per ricordare, al ritorno, dove ho lasciato l’auto, sarà bene che mi metta in testa questo posto, che almeno è indicato dalle frecce agli incroci.

Corri e corri, arrivo alla passeggiata lungo il mare oltre le otto e venti: mi sa che a quest’ora l’appuntamento è sfumato… Panico, e adesso come faccio a recuperare il mio numero di gara? Ce l’ha il boss! Mi aggiro tra i gazebo, ma non c’è traccia del raduno della squadra; uffa, ma perché deve sempre saltar fuori qualche contrattempo? Meno male che esiste il cellulare! Dopo troppe peregrinazioni, ci troviamo; recupero il pettorale ed anche la maglietta della squadra, che indosso sopra la mia maglietta da bici. E’ vero che fa caldo, ma uno strato di più, a novembre, non farà certo dispiacere.

Ora che sono a posto, tranquilla ed organizzata, posso finalmente guardarmi intorno. Splende un bel sole, ma qui il mare mi piace già molto meno, siamo in città; si sente già troppo la presenza umana. E, come tanti altri, anche questo luogo mi sembra un baraccone per turisti più che una cittadina marittima, e credo sia proprio così. Però la giornata pare voler accompagnare.

Telefono a mia sorella: anche lei sarà qui oggi, con il mio adoratissimo Skipper ed un suo amico (di mia sorella, non di Skipper, anzi beh sì anche di Skipper; diciamo, un bipede). L’intera armata Brancaleone parteciperà alla 23 km non competitiva; siamo già d’accordo che, quando arriverò alla fine – moooolto prima dei miei polli, se conosco i miei polli – tornerò indietro lungo l’itinerario della corsa per andar loro incontro.
C’è davvero tanta gente oggi; più o meno tutti, come me, hanno lasciato a casa lo zaino. Io però, per non smentirmi, ho comunque esagerato con il carico: una borraccia grande, che pure nella cintura portaborraccia romperà le scatole, e la giacca impermeabile che al massimo potrebbe servire in caso di vento forte, ma non sarà necessaria per la pioggia. Non c’è una nuvola!

Incontro alcuni utenti del forum di Quotazero, ormai la mia terza casa, dopo quella vera e propria ed il forum Bicidacorsa; il primo è Trailmaker, poi c’è Vans, da cui scopro, con gran gioia, che la prima salita è a pochissima distanza dal via. Come al solito, non so un beneamato nulla del tracciato; questa è una buona notizia.

Ormai manca pochissimo al via; seguo la direzione della massa, “Sotto il castello cinquecentesco” come indica la voce dall’altoparlante: invece no, tutti dietrofront, si parte in un altro punto, proprio sull’Aurelia. Chissà come sono contenti i turisti inscatolati in auto, in coda! Non posso trattenere un ghigno di soddisfazione…
Ancora saluti, persone note, di cui magari non ricordo il nome, ma certo il volto e soprattutto l’occasione in cui abbiamo già incrociato le nostre strade: questo o quel trail, è ovvio!
D’improvviso l’arco gonfiabile si accascia sui primi schierati sulla linea di partenza: urca, cominciamo bene, speriamo che non sia un cattivo segno! Ma in quel momento mi assale a tradimento un volto, anzi un muso noto: è arrivato Skipper, eccolo qui! E’ tutto un turbinio di coda, tutto un fremito, una festa, il mio tesorone; dispensa baci appassionati a me e, già che c’è, anche ai vicini, che per fortuna sembrano gradire. Che bello! Me lo coccolo ancora un po’ prima che arrivi il momento di fuggire; poi lo cedo alle cure di Stefania e dell’amico, che, dopo un paio di foto, si accodano al gruppone. Non li vedo più, ma non ho tempo a voltarmi che son già di corsa.

Proprio come da programma, ci sarà un km di asfalto, forse meno, poi si va su. E che salita! Una lunga scaliata di cui non si intuisce, da qua sotto, la fine. Scalini alternati a tratti di sentiero, poi ancora scalini, tornanti e scalini. Siamo tutti intruppati in coda; immancabile, si palesa subito il piantagrane, sotto forma di una signora alta un metro ed un tappo che sale dietro a me: “Eh ma non è possibile, ma andate avanti, ma almeno correte, di questo passo arriviamo stasera”, ed altre innumerevoli variazioni sul tema, condite da sbuffi e scuotimenti sconsolati di testa che non vedo ma immagino. Mi assale la fortissima tentazione di voltarmi e chiederle dove cavolo voglia andare con tanta fretta, che ormai il podio non lo vede più… Poi scelgo di tacere, allungo un po’ il passo man mano che la fila si sgrana e recupero qualche posizione, non tanto perché voglia correre, più che altro per levarmela d’intorno e non sentirla più.

Scalini ed ancora scalini. L’unica cosa che, sì, dà un po’ fastidio anche a me, è la presenza, in mezzo al gruppo, di persone che hanno il pettorale della non competitiva, che avrebbero dovuto partire, come da raccomandazioni ricevute al via, più indietro rispetto ai corridori della competitiva. Perché siete partiti prima degli altri, se poi non vi interessa il cronometro? Poi però mi fermo un attimo, mentalmente s’intende, e ci rifletto: ma a te, Gian, il cronometro interessa? Ok, ti piace vedere il nome in classifica, a fondo classifica, ma vedrai che se anche perdi trenta secondi, il tuo destino non cambierà!

Gli scalini lasciano poi il posto ad un ampio sentiero in mezzo al bosco. Qui sono pochi i temerari che azzardano qualche passo di corsa. Ce n’è una, sì, una ragazza che è un fenomeno, con la maglietta degli Orsi: è evidente che lei non è rimasta a questo punto, lo stesso in cui sono io adesso, perché non può far di meglio, ma solo perché sta aspettando qualcuno. Mi colpisce, non so bene perché: è bionda, viso bellissimo e splendido fisico asciutto e scattante; non fa altro che correre su e giù, incoraggiare gli amici, chiacchierare, scherzare, che fenomeno! Se penso che a me a momenti manca il fiato per trascinarmi su…

E’ ricca di curiosi incontri umani, questa salita. Di lì a poco, mi sorpassa una figura ormai familiare, un personaggio non più giovanissimo, non troppo alto, con le braccia appesantite da una quantità abnorme di braccialetti di varia foggia e colore, un berretto nero in testa, e soprattutto con un passo da invidia! Esclamo “Ma questo è il Colonnello!”, e lui, pronto, senza nemmeno voltarsi, risponde “In persona!”. Mitico, il Colonnello…

La salita prosegue, si addolcisce un po’. Dietro di me, ora, ho un uomo ed una ragazza, di cui non posso fare a meno, proprio per vicinanza, di captare i discorsi. O meglio, li sento per caso e poi mi metto deliberatamente all’ascolto… Lei, a quanto ho capito, lavora in una palestra, frequentata per lo più da fanciulle di un certo “spessore”, diciamo così; lui, con evidente accento savonese, commenta sarcastico la stazza delle atlete. La ragazza annuncia di voler accompagnare le fanciulle, in primavera, in vetta ad un monte nelle vicinanze; lui esclama sdegnato: “Belìn… Ma così l’Antola s’abbassa di dieci metri!!!”. E poi rincara la dose: “Meno male che in quella stagione ci sono già i pascoli alti… Si sentiranno a casa!”. Immaginatevi tutto ciò, con quella tipica cantilena ligure… Giuro che faccio una fatica sovrumana a trattenere le risate! Meno male che poi il sentiero spiana, scende un po’, ed io posso ricominciare a correre. Non c’è storia, oggi corro tutto quel che posso! Tanto, 23 km sono pochi, finiscono in fretta. Curioso: poco prima della partenza, sentivo i commenti di gente che diceva di aver scelto il percorso da 12 km perché quello da 23 è troppo lungo… Per me ormai 23 km sembrano una passeggiata di piacere! Non certo per la qualità della prestazione, perché vado sempre e comunque piano, ma è proprio una condizione mentale; venti, trenta km non fanno paura; alla fine, a meno di incidenti, è chiaro, ci arrivo tranquilla.

Davanti a me, un signore già avanti con gli anni corre a torso nudo: capperi che fisicaccio! Va bene che fa caldo, ma…

Meno male che i sentieri qui, almeno in discesa, sono ampiamente corribili. C’è da prestare un po’ d’attenzione alle foglie umide e viscide, ma nulla di tremendo, tant’è che senza difficoltà riesco a correre anch’io. Purtroppo oggi non ho con me la fotocamera; senza lo zaino, non avrei saputo dove metterla; tenerla in mano sarebbe stato rischioso, in caso di caduta, per la sua stessa incolumità. Spero che al reportage fotografico provveda mia sorella! A dire il vero, io sto un po’ esagerando, perché non riesco nemmeno a guardarmi più di tanto intorno: vedo quasi solo le mie scarpe!

Al primo ristoro butto l’occhio alle bevande, ma decido di non fermare, tiro dritto. Si sale nel folto del bosco, con alcune rampe anche severe. Il gruppo ormai si è sfoltito, posso prendere la mia andatura. Intorno ho più o meno sempre le stesse persone con cui dividerò, tira e molla, l’intero percorso. Mi sforzo, sempre, di correre dove possibile, sempre con gli occhi incollati a terra: infatti non posso fare a meno di notare un sacco di particolari, dalle grosse bacche rosse che trovo un po’ dappertutto e non so bene cosa siano, ai fiori che ancora a novembre rallegrano l’ambiente, ai segni tracciati con vernice rossa sulle pietre. C’è da dire che l’assistenza è capillare; ci sono addetti della gara davvero in ogni dove, auto di servizio, personale del soccorso.

Alla fine della prima discesa, ecco un ristoro dove, golosa come non mai, mi riempo le mani di cubettoni di cioccolato e zollette di zucchero, oltre a buttar giù un bel bicchiere di sali. Dicono gli esperti, o sedicenti tali, che lo zucchero puro faccia più danno che beneficio: ma allora, in questa gara, dovrei lasciarci le piume, visto che, prima della fine, ne avrò ingollate almeno quindici zollette! La mia sosta è brevissima; riprendo subito la corsa lungo un tratto di strada lastricata, proprio sul mare, bellissima. E ritrovo, per un tratto, una ragazza già incontrata alle Porte di Pietra. Oltrepassiamo alcune abitazioni, un micio ci guarda sconcertato e pigro. Poi ancora su, in mezzo al bosco, su sentiero: anche qui, la salita non scherza! I dislivelli sono, com’è ovvio, contenuti, dell’ordine dei tre-quattrocento metri per volta, ma forse proprio perché sto tirando più del solito, avverto già la stanchezza e la difficoltà a riprendere la corsa nei tratti in cui la via spiana. Supero un’altra volta il corridore a petto nudo, chiedendo come sempre permesso; “Scusi eh, io passo, ma non è che voglia andare chissà dove… Il podio questa volta me l’han già fregato!”. E lui, divertito, replica: “Te l’han fregato? Ma che sfiga!”.

Ancora su, decisi, mentre il caldo sembra farsi più deciso; poi un paio di km su e giù, un po’ di corsa un po’ di passo, e infine giù in picchiata verso il mare, discesa lunga e veloce. Quasi non riesco a credere di poter sorpassare qualcuno in discesa, e persino di non perdere troppo facilmente il distacco da chi mi precede. Anche qui, riesco ad attaccar bottone, stavolta con un corridore di Deiva Marina, o meglio, di Sestri residente a Deiva. Tra un salto ed una storta, spuntiamo all’improvviso, per me in modo del tutto inatteso, sulla spiaggetta di San Fruttuoso, per poi attraversare una piazzetta, insinuarci in uno stretto pertugio in mezzo alle case, e via ancora in salita. Anzi no: prima c’è ancora un ristoro, un po’ di sali e qualche zolletta di zucchero e cioccolato. Poi su, ad aggredire quella che il Deivese mi ha annunciato come una salita durissima. Infatti sale, eccome se sale! Il mare scivola subito giù, in fondo, mentre mi inerpico in mezzo al bosco. Bella, la spiaggetta, per carità, però… Sarò forse l’unica voce fuori dal coro, ma proprio perché non amo il mare troppo da vicino, io trovo più suggestivo il sentiero nel fitto degli alberi, il fango e le pietre sotto i piedi. Qui che ormai sono entrata in temperatura, come le caldaie, mi prendo qualche piccola soddisfazione, lasciando indietro un po’ di gente che poi tanto mi riacchiapperà in discesa. Anche qui c’è chi si ferma, si abbatte su una roccia, sfinito. Ma dai che ormai è l’ultima!

La salita va poi attenuandosi, diventa un saliscendi a mezza costa, tra gli alberi ma con scorci meravigliosi verso il mare, finché ci immettiamo su un tratto di strada lastricata, che apre la vista sugli uliveti e sul quadretto arlecchino delle reti per la raccolta delle olive. Si vedono le prime abitazioni; c’è ancora una lunga rampa dritta, poi si lascia la strada e si riguadagna il sentiero che va giù. Quattro km e più niente salita, ci dice uno dei volontari lì appostati. Benissimo! Poco dopo, lungo la discesa, investo un paio di minuti per riempire la borraccia alla fontanella; poi giù a rotta di collo, lungo un sentiero fangoso nel fitto del bosco, che poi torna strada ampia ed aperta tra gli ulivi. Qui ci sono abitazioni e turisti a passeggio; per la verità, di escursionisti oggi ne ho visti davvero tanti!

Corro e corro, tanto ormai sono alla fine e non mi devo più preoccupare di scoppiare. Però dovrei almeno preoccuparmi di mantenere l’equilibrio… Invece no, poco prima di Santa Margherita, uno spuntone di pietra mi gioca un brutto scherzo: neanche me ne accorgo e sono già spalmata per terra. Meno male che, d’istinto, ho buttato le mani avanti ed ho letteralmente salvato la faccia. Mi rialzo subito, grazie anche all’aiuto del corridore che mi segue; non c’è tempo per controllare i danni, comunque credo nulla di serio. Accanto ad uno splendido palazzo con torrette ornate da merli, ecco l’incrocio con l’Aurelia ed il ritorno alla civiltà. Un po’ di corsa su asfalto, tra gli sguardi perplessi di chi passeggia sul lungomare e le rimostranze degli automobilisti costretti all’attesa, ed eccomi sotto l’arco, all’arrivo.

Ma non è mica finita qui. Restituisco il chip, passo a fare il pieno al ristoro: c’è di tutto, dolci ma soprattutto focaccia adorabilmente unta e persino le uova sode! Un uovo e cinque o sei pezzi di focaccia, il tutto annaffiato con qualche bicchiere di birra: non c’è che dire, il pasto ideale post gara, per il recupero! Poi telefono a Stefania, per chiedere dove siano lei e la banda, e faccio dietrofront. Con la medaglia di “finisher” al collo, ripercorro a ritroso l’itinerario, sbocconcellando focaccia e cioccolato, in rigoroso ordine sparso, almeno per i primi due km. E poi la banana.

Torno lungo l’aurelia, imbocco il bivio ed il sentiero: c’è ancora qualcuno dei competitivi in dirittura d’arrivo; mi squadrano come se avessero visto un marziano. Io trotterello con molta calma: la corsa l’ho già fatta; adesso voglio solo godermi la passeggiata e magari osservare meglio qualche scorcio che prima mi è sfuggito. Da questa parte, la salita è lunga e blanda; incrocio gli ultimi corridori e tanti partecipanti alla non competitiva, e tantissimi turisti, gitanti della domenica, famiglie, cani. Ora che non corro, non ho più quel gran caldo, anzi; speriamo di non prendere un accidente, visto che la mia giacca l’ho scaricata nello zaino di Stefi poco prima del via. Le gambe per ora sono attive, stanno bene. Risalgo la stradina in mezzo alle case, imbocco il sentiero che va su nel bosco, oltrepasso la fontanella, scendo lungo la rampa e mi incammino lungo la discesa verso la spiaggetta di San Fruttuoso, chiedendo qua e là se qualcuno avesse superato da poco due persone con un meraviglioso cane bianco: core de mamma…

A circa cinque km dall’arrivo, dietro una roccia spunta l’inconfondibile coda a pennacchio del mio tesorone peloso: anche lui s’accorge e mi si lancia addosso con un impeto inaudito, come se non mi vedesse da anni. Ricambio le coccole entusiaste, poi ci avviamo. Skipper è senza guinzaglio: non oso far sempre la rompiscatole ed imporne l’uso, ma confesso che ho il cuore in gola a vederlo scorrazzare libero. Anche se lui, tesoro, è un perfetto guardiano del gregge: va un po’ avanti, poi si ferma, si volta, non riparte finché non gli siamo vicini. E, se io prendo un po’ di vantaggio sugli altri due, lui sì, mi segue, ma poco più avanti si ferma ed aspetta che il gruppo si riunisca. Più guardo quegli occhioni gialli tenerissimi e più mi sciolgo. Che fortuna averlo con me…

Nei pressi delle case, lo leghiamo, onde evitare problemi con la gente che va a spasso e con eventuali altri animali. Dev’essere proprio stanco il mio Skipperone, se non si accorge di due gatti che vedo persino io. In altri tempi, sarebbe partito come un razzo!

Sosta alla fontanella per tutti: Skipper adora bere dal getto d’acqua che scende giù. L’amico di mia sorella qui lo libera dinuovo: c’è un tratto in mezzo al bosco; per fortuna, però, tra le case vediamo in lontananza un altro cane di grossa taglia e rimettiamo al mio bestione il guinzaglio. L’incontro ravvicinato, infatti, è poco amichevole, anche se lo scontro è solo vocale, visto che l’altro padrone ed io teniamo ben stretti i guinzagli. Qui tra l’altro incontro Antonella, la ragazza con cui ho scambiato qualche mail in occasione del trail di Arenzano: prometto anche per questa corsa un racconto sul blog!

Ancora avanti, ci siamo quasi: un’ultima pausa affinché Skipper possa fare amicizia con una bella cagnolona di taglia sua pari; qualche effusione, ma la cagnona poi non sembra più di tanto interessata e se ne va. Povero Skipper, proprio non ci sai fare!

A Santa Margherita ci riuniamo con un gruppetto di altri non competitivi; c’infiliamo nella folla della passeggiata, dribblando due levrieri, un boxer ed un bovaro bernese, finché arriviamo, o meglio arrivano, alla fine. Per me è un ritorno. Peccato solo che ci sia un po’ l’aria della smobilitazione: del resto, è passato davvero tanto tempo dal via… Eppure sento qualcuno dell’altro gruppetto che protesta vibratamente: insomma, va bene che è una manifestazione non competitiva, quella a cui hai partecipato, ma non puoi aspettarti di impiegare sei ore e mezza per 23 km e poi trovare ancora qualcuno all’arrivo! Per fortuna, la mia truppa è contenta e basta. Li accompagno alla loro auto: Skipper andrà con loro, perché io in auto ho già la bici e dovrei fare i salti mortali per incastrare tutto e garantire a lui lo spazio necessario. Però devo accompagnarlo fino all’auto dell’amico di Stefania, aspettare che salti nel bagagliaio e farmi dare il bacio: altrimenti sono strepiti e pianti, povero piccolo!

Tranquillo Skipper, ci vediamo stasera a casa. Mi congedo, macino gli ultimi due km verso l’auto, salto su così come sono e riparto. Devo arrivare a casa prima che il sonno mi assalga… E speriamo d’aver smaltito la birra!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!