15 marzo 2009 – Colle Braida, Colle del Lys, Aquila, Verne

Tutto ciò che ricordo dei miei trascorsi ciclistici al Colle Braida è, appunto, il nome, Colle Braida: niente di più. Son già passati parecchi anni, direi un numero a due cifre; erano i primissimi tempi in cui andavo in bici da corsa e concentravo i miei sforzi nel tentativo di non precipitare rovinosamente a terra ad ogni piè, anzi pedale, sospinto. Badavo poco al paesaggio, devo ammetterlo. Oggi mi ci ritrovo, ma è una novità. Sono stata in zona a camminare in un paio di occasioni, ma non è la stessa cosa; la salita da Avigliana, su asfalto, è proprio una perfetta sconosciuta. Ma ho un’ottima guida che qui è di casa; con Max non mi perderò! E’ lui il regista del giro di oggi: siamo giunti ad Avigliana partendo da Piossasco, per non so quali strade e stradine in cui il mio già precario senso dell’orientamento ha immediatamente gettato la spugna. Sarò a trenta, quaranta chilometri da casa al massimo, eppure per me qui è nebbia fitta. Ho una vera e propria fobia, ciclistica e non solo, per tutto ciò che sta nei paraggi di Torino; per me Torino si associa istintivamente a caos, traffico, folla, insomma a quanto di più sgradevole possa invadere la mia indole di ciclista meditativa da ampi spazi deserti. Max è riuscito ad attrarmi come si fa con le trappole per topi, solo che al posto del formaggio ci sono 3000 m di dislivello.

Il sole non manca, questa mattina; la temperatura è piacevolissima. Nonostante la sveglia comoda alle sei e mezza, però, mi sento tutto fuorché pimpante: mi piacerebbe poter dire che ciò il fisico bestiale, ma i 290 km di ieri si sentono, eccome. Non è indolenzimento alle gambe: è proprio fiacca generale. Speriamo che la situazione migliori con un po’ di riscaldamento.
I primi chilometri della salita verso il Braida sono affollatissimi: da quando ci lasciamo alle spalle uno dei laghi, non saprei se il piccolo o il grande, è tutto un susseguirsi di ciclisti, solitari o in gruppo, molti dei quali saltano sui pedali come forsennati: qualcuno addirittura chiede a gran voce, già da lontano, di farci da parte per lasciarlo passare. Manco fosse Fausto Coppi in persona! Ma va là babau… Max me l’ha spiegato, che questa è una sorta di salita test nella zona; quel che non avevo capito è che questo manipolo di indemoniati non va mica su fino al Colle, eh no: si ferma a pochi chilometri da Avigliana, dove la salita spiana leggermente e si raggiunge un bivio con una stradina che riporta verso il fondovalle. Ma no… Che fregatura! Certo che così son capace anch’io… Magari non oggi. Superiamo sdegnosi il capannello di pavidi fermi all’incrocio e tirem’innanz: siamo ciclisti seri noi! Da qui in poi, il deserto… La pendenza si fa un po’ più severa, le gambe soffrono, me ne accorgo subito. La strada va su ben esposta sul fianco della montagna; butto l’occhio alla mia destra e mi sposto verso il centro strada con un brivido… Il salto c’è e si vede tutto! Gli edifici piccoli piccoli là in fondo, no, tutto ciò non mi riposa per nulla.

La Sacra di San Michele spunta all’improvviso dietro una curva, o forse sono io che, abituata a viaggiare ad occhi bassi, non l’avevo ancora vista. Meravigliosa ed imponente, così vicina che sembra quasi di poterla toccare. Qualche turista in auto si ferma a far le foto: meno male che è stato istituito il senso unico, qui, altrimenti guai! La giornata è abbastanza limpida da consentire un bel colpo d’occhio su tutta la vallata, anche se l’unica cima a cui posso dare un nome, nella mia solidissima ignoranza, è il Rocciamelone, la quota più alta a cui abbia mai portato le mie zampe, quasi quattordici anni fa! Me la ricordo come fosse ieri, quella partenza con i “grandi” del CAI, alle quattro del mattino da casa… Ed arrivare in cima con il gruppo dei primi, una fatica bestiale ma che soddisfazione immensa!

Superiamo la frazione San Pietro, poi lo spiazzo da cui parte la stradina che conduce alla Sacra. Ancora un paio di tornanti e riconosco la frazione Basinatto, dove qualche giorno fa ho fatto una scorribanda notturna con l’altro camminatore folle, il buon Mik. Strano, era buio, eppure mi ci ritrovo abbastanza! Poco oltre, il colle: capperi, a piedi non m’ero mica accorta che qui fosse ancora salita… Un attimo di pausa accanto al cartello, poi via in discesa. Ed anche qui, anzi soprattutto qui, mi accorgo che oggi proprio non è giornata; la discesa è il mio punto debole ed è lì che si scaricano gli effetti più pesanti degli stati d’animo, oltre che di quelli meteo. La stanchezza acuisce il panico, la paura di scivolare nella più stupida delle curve, il terrore della pendenza che qui è tutt’altro che proibitiva. I “pensieri negativi”, come li ha definiti con termine azzeccatissimo il buon Luca, uno dei miei consiglieri ciclisti, quelli che in teoria non ascolto mai ma che seminano tra le mie poche cellule grigie i tarli del dubbio. I pensieri negativi son tutti lì che si affollano nelle mie dita, ben salde a ghermire i freni. Il povero Max ci mette tanta tanta pazienza ad aspettare in fondo alla discesa. Si torna ad Avigliana, purtroppo in compagnia del traffico. Come se già non bastasse la fiacca, ci si mette anche il resto del mondo a darmi ai nervi! Meno male che son troppo impegnata a seguire la mia guida turistica, per pensare ad arrabbiarmi. Attraversiamo, non so come, la città: non ci ho capito niente… Meno male che siamo fuori, direzione Almese: la prossima salita è vicina. Al Col del Lys non sono mai stata; ne ho sentito parlare come di una splendida strada, anche duretta, e sono ansiosa di farci visita. Imbocchiamo a centro paese un bivio che ricordo bene per esserci passata, sempre a piedi, una tarda sera dell’inverno appena trascorso, con la neve ed un freddo becco. Una rampa ed eccoci sulla strada principale, che sale molto ripida in mezzo alle case per due o tre chilometri: l’ideale per i garretti, che qui sembrano reagire molto meglio. Sarà che si sono scaldati, sarà che questa pendenza, paradossalmente, mi è più congeniale anche quando sono stanca. Un breve tratto in piano si trova prima dell’abitato di Rubiana, ma è un attimo; già nel paese, piccolo ma molto vitale a quest’ora, si torna sul ripido, saltando l’abitato nel giro di due o tre tornanti. Poi è ancora bosco, con i colori che sembrano fermi all’autunno scorso; qualche rara abitazione isolata, una frazione… Guardando i tetti, qui, si può ancora avere un’idea ben chiara della quantità di neve cascata quest’inverno: i blocchi rimasti sui coppi, per chissà quale strano gioco di equilibrio, sono enormi funghi, alti e minacciosi. La strada è gradevole, poco frequentata; poche auto, qualche motociclista.
Salgo tranquilla, ma l’effetto inceneritore ormai è nel pieno del suo vigore; trangugio miele e barrette e continuo ad aver fame. Ma lo sapevo già: ieri ho mangiato, tutto sommato, poco, pedalando moltissimo; in questi casi, il pancino si vendica reclamando tutto il dovuto, con gli interessi, il secondo giorno. Almeno il sole scalda; salgo in maniche corte, con i manicotti ed il gilet, anche se s’arriva a 1300 metri: infatti, poco prima della cima, noto gente già spaparanzata in mutande al sole! Beh, così mi pare un po’ troppo…

Sosta per riempire la borraccia in vetta, in mezzo ad un gruppo di ciclisti dall’aspetto molto professionale, vestiti Parkpre: poi ridiscendo, sempre con la stessa tenuta primaverile, ma col berretto di pile ben calzato in testa. Prendo un po’ di vantaggio, in modo da non costringere Max all’eterna attesa ad Almese! Discesa fredda solo nella prima parte, poi si ragiona; peccato che, proprio ad Almese, la ruota anteriore si afflosci… Mando una raffica di miserie ai copertoncini groviera, e un’altra a me stessa che non ho ancora vinto la pigrizia per sostituirli; via il copertoncino, via la camera, su l’altra camera. Il tentativo di gonfiare la gomma con la bomboletta è del tutto fallimentare: la ruota si gonfia, sì, ma tre nanosecondi più tardi è dinuovo a terra. Meno male che c’è la vecchia pompetta.

Archiviato l’intoppo, ripartiamo e ripercorriamo la strada all’inverso: prima Avigliana, che per fortuna nell’ora di pranzo è più sonnacchiosa, poi l’interminabile odiosissimo falsopiano in salita verso Giaveno, che stramaledico di tutto cuore. Perdo la ruota di Max in continuazione, alla fine ci rinuncio… Mi distraggo sbafando l’ennesima barretta. Ci attende ora la chicca della giornata: la salita di Aquila. Prendiamo la direzione di Coazze, che per fortuna abbandoniamo presto, svoltando a sinistra; breve discesa e poi, al ponte, si punta un’altra volta il naso verso l’alto. Dovrebbero essere otto o nove chilometri di quelli tosti: l’ho già percorsa, anche qui una sera di quest’inverno, in auto fino a Maddalene e da lì a piedi. Ricordo bene le rampe!
I primi chilometri, fino alla frazione, sono ancora abbordabili, per quanto severi. Mando un messaggio sul telefonino a Mik, che stamattina ha corso la mezza maratona di Torino con un risultato da favola: chissà che nel pomeriggio non pedali da queste parti! E le gambe ancora reagiscono. Dopo la piazzetta con la chiesa… Il buio. Un primo tornante, poi la lunga rampa in mezzo alla frazione, con grande strepito di cani e cagnetti d’ogni taglia; altri tornanti, la pendenza sempre più cattiva e continua, Max che si allontana, mentre io cedo. L’ordine tassativo è arrivare su, tantopiù che la strada non è lunga, ma che sofferenza… Non sono solo le gambe, è che proprio sono cotta, completamente cotta. Fame, pancino che urla, garretti che non spingono, bici che oscilla pericolosamente; in più ci sono anche le buche! Ce la faccio, non ce la faccio, un lunghissimo traverso dritto… Vedo avanti a me la valle che si apre, ormai non dovrebbe mancare molto allo spiazzo con il ristorante; invece c’è ancora una curva, un altro tornante, uno scalino di troppo. Allo spiazzo, pieno di gente e di auto, arrivo con il sorriso sulle labbra ma il cuore in mezzo alle orecchie, atri e ventricoli equamente distribuiti tra le due! Meglio scendere và… Poniamo fine a questa prestazione ingloriosa, ho perso una battaglia ma non la guerra, tornerò! Sì, se sopravvivo a questa discesa che non è certo meno ardua della salita.

Incontro qualche altro temerario su due ruote, qualcuno in bici da corsa, qualcuno in mountain bike; chi sale deciso, chi viaggia secondo un’immaginaria serpentina. Meno male che per me è finita!
Al fondo della discesa… Un viso noto: ma guarda chi si vede! E’ Mik! A quanto pare la mezza maratona non gli è proprio bastata… Come viene a sapere che ci manca un pezzetto di salita per far cifra tonda ed arrivare a 3000 m di dislivello nella giornata, tira fuori dal cappello una proposta delle sue. Ed io, ormai in riserva fissa di forze, di cibo, di voglia, sento un brivido gelido correre giù per la schiena. Ma non sia mai che mi tiro indietro: come al solito, quando il gioco si fa duro, e anche un po’ pirla, io non manco mai!

Torniamo tutti verso Giaveno, mentre Mik racconta un po’ della sua avventura mattutina; 16° assoluto, roba da matti! E dire che si dichiarava, fino a poco tempo fa, uomo da sprint… Scommetto un ettaro di focaccia al gorgonzola che in capo a un anno lo vedremo alla maratona, quella intera però.

Il novello Baldini, anzi mezzo Baldini, ci guida verso la Colletta di Cumiana, salita blanda, quasi rilassante, anche se ormai pure qui faccio quel che posso e mi trascino, guardando i miei compari sparire oltre la curva. Ma non può essere tutta qui la faccenda, se conosco il mio pollo: infatti, dalla Colletta svoltiamo a destra e saliamo su. Una stradina splendida, sconnessa, in mezzo al bosco, deserta, dimenticata dal mondo e pure dai ciclisti; tra una buca, un sasso ed un ramo caduto, raggiungo i due fuggiaschi sulla piazzetta di una frazione, Verne. L’idea più saggia, a quanto pare, sarebbe ridiscendere alla Colletta dallo stesso versante: ma io, imbecille che non sono altro, chiedo lumi sulla strada che scende invece dall’altra parte. E’ un po’ sconnessa, dice Mik… Li mortacci sua! Se un infinitesimo degli accidenti che gli mando durante l’interminabile discesa dovesse colpire nel segno, il poveretto sarebbe destinato ad una fine raccapricciante. Non è una strada, è una mulattiera da asini questa! E poi tutta in ompra, anche perché ormai siamo nel tardo pomeriggio ed il sole se ne sta andando. Max resta nei paraggi, forse temendo di dover tornare su a raccogliere qualche frammento di me; tra fango e voragini e sabbie mobili, in un tempo indefinibile ed interminabile torniamo nella civiltà, a Cumiana. Mik è giù ma si tiene a rispettosa distanza… Pronto ad evitare la mia ira funesta! Ma forse son troppo cotta anche per essere violenta. Mi metto in coda per gli ultimi chilometri in direzione di Piossasco: sulla sinistra, il San Giorgio, altro itineario podistico notturno di questo bellissimo inverno di vagabondaggi serali in montagna. Giusto il tempo di violare qualche semaforo rosso, salutare Mik che è nei paraggi di casa ed arrivare all’auto di Max: dopo 137 km e 3.200 m di dislivello, siamo al parcheggio, al cimitero… Per lo stato in cui sono adesso, direi che mi ci sentirò quasi a casa!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!