15 settembre 2013 – VALLE MAIRA SKYMARATHON

All’alba delle sei, qui a Canosio, tutto tace. L’unico rumore è il ticchettio della pioggia sui vetri del parabrezza: potrebbe anche essere un contorno romantico, se non fosse che tra un’ora mi toccherà partire di corsa… E il ticchettio della pioggia me lo ritroverò sulla capoccia. Tra l’altro, manca un’ora al via e qui intorno tutto tace: il parcheggio è pieno, non c’è più spazio neanche per un francobollo, ma che fine han fatto tutti? Al bar, davanti al caffè fumante, ci siamo solo GP, la barista ed io. Fuori, buio, freddo pungente ed un silenzio irreale.
Mistero presto risolto: basta trovare il coraggio di uscire dal calduccio del locale riscaldato a stufa ed avviarsi verso l’altro edificio, quello destinato a dormitorio e colazione, che io manco avevo notato. Sarà che è più buio di quanto dovrebbe… In cielo non si vede neanche un’idea di stella.
Fioche luci si muovono per il prato. Il viavai dalle brande alle tavolate della colazione: peccato che io abbia già provveduto alle libagioni a casa… A veder quelle invitanti pagnotte, mi verrebbe voglia di fare il bis.
Tra i tanti visi noti, faccio finalmente la conoscenza reale di due personaggi incontrati finora solo a distanza, grazie all’ormai onnipresente Facebook. Paula e Marco… Entrambi corridori, ma lei oggi in versione di assistente preoccupata, reduce com’è da una caduta in gara qualche giorno fa. Quattro risate per stemperare la tensione: per me, oggi, alla paura della gara si aggiunge il terrore del meteo. Vero, sono “solo” 45 km o giù di lì, con “solo” 2.500 m di dislivello… Ma la pioggia ed il freddo possono renderli eterni.
Son già bell’e pronta, ma attendo i preparativi degli altri corridori rannicchiata in auto. Mi sono ostinata ad indossare il micropantaloncino, la solita vanità, ma qui si schiatta di freddo: gambe scoperte sì, ma almeno quattro strati a proteggere il tronco. E, imbecille come sempre, ho dimenticato la bandana. Avrò in premio orecchie congelate ed un solenne mal di testa. Amen.
Qualche decina di metri più avanti, sotto l’arco della partenza, si affollano già i corridori. La voce dell’altoparlante risuona già da qualche minuto. A malincuore, scollo il mio ingombrante posteriore dal sedile dell’auto e mi butto fuori: s’ha proprio da fare.. Qualche goccia di pioggia, ancor più odiosa di uno scroscio: mi tiene lì, in sospeso, pioverà, non pioverà… Per ora, preferisco indossare la giacca impermeabile. Sempre meglio bagnata di sudore, che almeno è caldo, piuttosto che fradicia di pioggia e con la pelle esposta al vento! Non posso neanche guardare quelli che partono in canottiera…
GP mi lancia il solito gesto di incoraggiamento: quanto invidio la sua imperturbabile flemma… Per me, ogni partenza è un’angoscia. Una volta partiti, poi, via, si va… Ma quegli attimi che precedono lo sparo d’inizio sono un’agonia! Finalmente, anche oggi, si corre, ma senza che il sole abbia voluto darci nemmeno il minimo cenno della sua presenza.
Sembra il via di una gara di 100m in pista… Schizzano tutti come biglie del flipper. Il mio destino, invece, è quello dell’ultima ruota del carro… In ogni caso, faccio del mio meglio per correre tutto il corribile, almeno finché siamo sull’asfalto. La pianura, poca, ed anche la salita. Per fortuna, il tratto di asfalto è lungo, anche se a tratti ripido: per me, è l’ideale. Adoro correre sull’asfalto. In capo a pochi km, le posizioni diventano più o meno stabili: “noi delle retrovie” ci ritroviamo, più o meno lo stesso gruppo di persone per un bel po’. Chi accelera nei tratti di falsopiano e poi cammina in salita, chi è più costante, chi trova il fiato per chiacchierare e chi procede in silenziosa meditazione. So che rischio, ad ostinarmi a correre anche i tratti ripidi – o meglio, a fare il gesto della corsa, che poi sulla velocità di progressione ha influenza minima e in compenso disintegra le gambe: mi ritroverò i polpacci duri come i chiodi… Ma in fondo, ogni tanto, bisogna osare. Se non altro, mi scaldo e posso riporre la giacca impermeabile nello zainetto.
Attraversiamo alcune borgate, una più bella dell’altra, alternando tratti di asfalto a tratti di sentiero talvolta anche ripido, prima di approdare su una bella e lunga strada sterrata, un leggero saliscendi che mi fa venir voglia di percorrerlo in mountain bike. Ce la metto tutta, ma sempre con un occhio alla prudenza: conoscendomi, so che qui per me, su terreno davvero comodo, paradossalmente è facilissimo inciampare. Intorno non c’è più bosco né costruzioni, solo il pendio e la vista sui pascoli. Le gambe procedono bene, agili: me ne stupisco… Speriamo che duri; speriamo, soprattutto, che Giove Pluvio abbia deciso di concedere una tregua duratura.
Quando meno me l’aspetto, una bella discesa, in buona parte su asfalto, mi catapulta giù a fondovalle, a superare un ponticello, per riprendere poi la salita dall’altro lato della valle, lungo una strada ripida che presto diventa sterrata. Molto bella, però, anche qui, percorribile in bici. Ci provo, a correre ancora, ma stavolta è davvero troppo. Sarebbe un inutile massacro. Mi rassegno al passo svelto, ma non è svelto a sufficienza: mi sembra che tutti, ma proprio tutti, vadano su senza peso, mentre io mi sento arrancare e soffro, come se le gambe avessero deciso di irrigidirsi, e per giunta troppo in fretta. Il morale precipita a livello dei talloni. Dai Gian, non mollare così… Fino ad ora sei andata bene, hai fatto un buon tempo. Calma e sangue freddo, qui puoi solo camminare. Se c’è chi corre, beh, buon per lui…
Brevi tratti di sentiero, alternati alla strada, mi portano proprio sul piazzale dell’Agriturismo La Meja. Qui non c’è più un albero a pagarlo, siamo in alto ormai; il cielo è livido e soffia un vento gelido. Le orecchie, come previsto, sono talmente ibernate che potrebbero staccarsi da un attimo all’altro… La testa, investita dalle raffiche fredde, batte come un tamburo. Insomma, tutto procede per il meglio. Un po’ di corsa e un po’ a passo svelto, mi sforzo di far la voce allegra scambiando due parole con una collega di gara. Se non altro, finalmente compare la Rocca La Meja…
I chilometri di strada sterrata sono davvero tanti. Più che un trail, questa è una gara da maratoneti… Non che io me ne lamenti, anzi, la trovo comodissima! Solo, mi rammarico di non avere le gambe per correre… Qui sì, ci sarebbe da correre ogni metro. Se uno non fosse in perenne lotta con la forza di gravità. Troppo lardo da portare su… Riserve per l’inverno!
Il morale, però, stenta a risollevarsi. Va di pari passo con la stanchezza delle gambe, del tutto ingiustificata dopo pochi km. Quanti ne avremo alle spalle? Quindici o giù di lì… Ancora strada, quattro anime che camminano in pochi metri, silenziose e quasi ignare le une delle altre. Il vento rinforza, gelido. La pioggia, per ora, non si fa vedere… Incrocio le dita. Grigio, freddo, sassi. Di corsa attraverso un prato, poi un’idea di sentiero, quasi una traccia che si perde tra le zolle smosse e l’erba. Ce la metto tutta, ma la testa non va… Preoccupazione, paura. Di cosa? Chissà…
Il Rifugio Gardetta compare all’improvviso, dietro una collinetta. Non immaginavo di trovarmelo già di fronte, anche se, poco fa, una volontaria dell’assistenza l’aveva annunciato. Una bella tenda a cupola ospita il primo punto di ristoro: non mi par vero… The caldo, sali a volontà, un po’ di frutta secca. Ho una gran fame, dovrei sforzarmi ma non riesco a mangiare. Ma basta questo a farmi riprendere un po’ di coraggio. Ce ne vuole tanto, per ributtarmi fuori dalla tenda. Di buon passo lungo l’acciottolato che poi diventa sentiero e sale su al Colle della Gardetta: chissà poi dove ci fanno andare… Passo svelto, più che posso, due chiacchiere con tutti e il colle arriva in fretta… Ma non si svalica? No: si prosegue in falsopiano, fino ad una casermetta, per poi scendere lungo un sentiero sconnesso e ripido. Si torna a passare a pochi metri dal Rifugio: un anello, ecco cosa abbiamo descritto. Giù di corsa, a rincorrere le bandierine ben disposte lungo un tracciato altrimenti incomprensibile, in mezzo all’erba. E sembra quasi che le nuvole vogliano provare ad aprire un varco… Ce la metto tutta per correre, qui e soprattutto sulla strada sterrata a cui si approda di lì a poco. Questa, finalmente, è una strada nota: ci sono già stata più volte, sia a piedi che in MTB. Un lunghissimo nastro di terra bianca, ghiaia e a volte anche pietroni, almeno una decina di km, fino a raggiungere il bellissimo punto di osservazione su Rocca la Meja. Da lì si distacca il sentiero per il Colle del Mulo.
Mi ostino a voler correre tutto il possibile, anche quando l’economia del gesto non lo suggerirebbe. Di tanto in tanto, un’occhiata alla Rocca, che “di lato” sembra un enorme punteruolo e di fronte un’imponente pala. Si vedrebbe anche il Monviso, se solo la giornata fosse un po’ meno tetra e nuvolosa. Ma, a furia di contemplare l’infinito e non guardare dove appoggio i piedi, in un nanosecondo mi ritrovo spalmata a terra. Un attimo di oblio e poi un dolore fortissimo: in una sola caduta, sono riuscita a sinistrarmi entrambi i gomiti ed entrambe le ginocchia, per tacere delle mani. Al ginocchio destro, soprattutto, un dolore lancinante… Impiego parecchi minuti a ricacciare indietro le lacrime, vincere il male e rimettermi in piedi; parecchi altri minuti a riprendere un’andatura decente e non zoppicante… Una colata di sangue va giù lungo il polpaccio, ma quello non mi preoccupa, è solo una sbucciatura. Mi preoccupa invece, e molto, il rischio di aver danneggiato il ginocchio. Le mie fide ginocchia che hanno sopportato, fino ad oggi, i più turpi maltrattamenti… Non possono sopportare anche questo!
Il dolore da acuto diventa presenza costante ma più sopportabile. Si fa sentire ad ogni passo, mi ricorda che c’è, ma mi permette di correre. E, di già che conosco bene questa strada, meglio che presti attenzione ai pietroni sporgenti, spesso di taglio, insidiosissimi. Riprendo a correre, ma con molta prudenza. Ora che forse sono un po’ più vicina al sogno di diventare istruttrice di spinning, non posso rischiare le ginocchia! Cautela, attenzione a dove metto i piedi. Ad uno dei volontari, appostati in una curva, che mi chiede se io sia caduta, alla vista del mio ginocchio pesto, rispondo ” Nulla, solo un graffio”… Fa molto donna d’acciaio la striscia di sangue colato sul polpaccio.
L’altopiano è meraviglioso, peccato non potersi guardare intorno. Il cielo offre persino qualche minuscolo sprazzo di azzurro. O forse è colpa della botta… Eppure non mi pareva di aver picchiato la capoccia. Vorrei ammirare la Rocca la Meja, i pascoli, ma se solo oso staccare lo sguardo da terra sono rovinata. Meno male che il colletto è ormai in arrivo… Brevissima discesa su sabbia gialla e ciottoli, breve risalita ed ecco il tendone del ristoro. Mi basta poco, solo qualche bicchiere di sali ed un po’ di frutta secca, poi via: un po’ di salita su sentiero, quasi non ci credo… Sentiero sconnesso, probabilmente scavato dall’acqua in questo terreno molto sabbioso. Raggiungo qualche compagno di corsa: parecchi, da qui alla fine della risalita, al Colle del Mulo. Un panorama mozzafiato.
L’ultimo che acchiappo, appena prima del colle, è il buon Filippo, che mi accompagnerà pazientemente da qui al traguardo. Prima un bel tratto di discesa su sentierino, più che mai ostica anche se ormai ho quasi imparato a domare le discese: poi, già in vista dell’alpeggio sulla strada asfaltata, il tracciato si fa più comodo. Ci lanciamo nella chiacchiera selvaggia… E addio competizione.
Breve sosta al punto di ristoro, proprio di fronte all’alpeggio: coccole ad un cuccioletto di cane, qualche boccone e via. Per alcune decine di metri, procediamo sull’asfalto, direzione fondovalle. Poi deviamo a destra per il prato, lungo il torrente, in mezzo ad una vegetazione sempre più fitta ed umida man mano che scendiamo. Le nuvole sembrano voler tornare proprietarie esclusive del cielo: pazienza, adesso può succedere quel che vuole… Mancano pochi km all’arrivo.
Maledico più volte questo sentierino che corre più o meno lungo la strada asfaltata, ma spesso in mezzo alle ortiche, alle piante umide e scivolosissime, alle pozze. Ormai abbiamo perso quota: siamo immersi nel bosco. E la chiacchiera, nonostante tutto, non si placa. Quanto agli argomenti, meglio che intervenga la censura. Almeno fa un po’ meno freddo… Di corsa e ancora di corsa, ma senza troppa convinzione, spesso incespicando e tirando giù un buon numero di santi. Come sempre, gli ultimi km si allungano a dismisura… Una fanciulla bionda ci sorpassa come una moto; poco oltre, arriviamo ad un ponticello presidiato da un paio di volontari. Ultimissimo tratto di risalita oltre il ponte, condito da approfondita discussione sul tema del fallimento del matrimonio. Chi per fede, chi per esperienza, entrambi ce ne teniamo alla larga e facciamo il possibile per avvicinarci, invece, al traguardo. Il sentiero corre in mezzo al bosco fitto, fino a confluire nell’ennesima strada sterrata. Infine l’asfalto: solo qui riconosco il terreno calpestato di corsa alla partenza. Una goccia, due gocce: ad un chilometro dal traguardo, comincia la pioggia. Non avrei osato sperare tanto. Pazienza se adesso diluvia. Ultimo sprint e siamo al traguardo, missione compiuta. Ma…
…afferro il telefonino per cercare GP, che non vedo nei paraggi. La mia borsa per la doccia è nella sua auto e qui fa troppo troppo freddo… “Solo chiamate di emergenza”. Ma che caspita dici, solo chiamate di emergenza? Stai scherzando, sottospecie di rottame? Ma se stamattina, qui, mi hai permesso di chiamare! E adesso? Dove lo trovo il marrano? Soprattutto, lo troverò prima di ibernare? Sporgo il naso nel locale del pasta party, niente. In zona arrivo, niente. Non mi resta che avvicinarmi all’auto e sperare che sia lì… Mi rifugio sotto la tettoia di fronte al bar, smanettando invano sul telefonino che rifiuta ogni collaborazione. Fortuna vuole che GP sia lì dentro e mi raggiunga. Poverello… Ha un polpaccio grosso due volte l’altro, gonfio a dismisura, per uno strappo o qualcosa di simile, capitato proprio alla partenza… A pochi metri dal via! E zoppica vistosamente… Ciononostante, ha impiegato quasi un’ora meno di me, che pure ho concluso in sette ore e un quarto, per me quasi un miracolo.
Ma la vera sfida della giornata deve ancora arrivare. “Com’è l’acqua?”, chiediamo all’ingresso del locale docce. “Guarda, se fosse fredda sarei già contento…”. Ecco, mi mancava. GP rinuncia fin da subito… E non posso dargli torto. Io però mi faccio proprio ribrezzo, con tutto il fango che ho imbarcato negli ultimi km. Prendo il coraggio a quattro mani. Perfetto: doccia gelata, porta che non si può chiudere e finestra con ampia vista sul parcheggio. Vista reciproca, ovvio.
L’acqua gelata è un trauma tremendo. Eppure non ho scelta: dirigo il getto un po’ di sbieco, mi insapono in fretta e furia, mi risciacquo con gran pianto e stridore di denti. C’è di buono che, quando esco al freddo di questa giornata uggiosa a oltre mille metri di quota, quasi quasi percepisco un senso di tepore. Torno all’auto, dove trovo GP intento a curare il polpaccio con il ghiaccio… E con l’aiuto del papà in divisa da volontario, di assistenza alla gara. Cavoli: ed io che credevo che il figlio fosse la creatura più bella sulla faccia maschile della terra… Devo ricredermi, il papà lo batte!
Pasta party con polenta e formaggio, per me il non plus ultra: poi si riparte verso casa. Ma non prima di aver fatto tappa a vedere una casa meravigliosa sepolta in mezzo ai boschi di castagne della montagna sopra Dronero e, soprattutto, una splendida cucciolata di dieci bellissime palle di pelo, con una mamma simil pastore tedesco giustamente fiera dei suoi piccoli… Ed un’altra cagnotta ancora a fare da zia. Riparto a malincuore, me li porterei via tutti…
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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!