15/16 agosto 2009 – Prova del percorso del Trail Montagn’Hard – I giorno

E’ noto che il colpevole, prima o poi, torna sempre sul luogo del delitto. Soprattutto se è un colpevole testone ed ostinato come me. La macchia lasciata dalla disfatta dello scorso luglio s’ha da lavare, magari col sangue no, possibilmente, ma di certo con un bel po’ di sudore!

Ai primi di luglio, una mattina di sabato alle quattro, ero al via di una corsa in montagna alla sua prima edizione, La Montagn’Hard, nomen omen, a Saint Nicolas de Veroce, poco oltre il Traforo del Monte Bianco: sulla carta, una corsa durissima, si oltre 110 km e 10.000 m di dislivello. Mio malgrado, ho ceduto al km 57, proprio sotto la vetta del Mont Joly: dopo un’intera giornata di pioggia e temporali, l’insieme di troppe circostanze poco simpatiche, tra cui una lunga cresta da affrontare, le nuvolacce nere incalzanti e l’avvicinarsi del buio della sera, mi hanno convinta, da pusillanime quale sono, a lasciar perdere. Ma non me la sono perdonata: tornando con le pive nel sacco a Saint Nicolas, ho promesso a me stessa che presto sarei tornata, perché a questo Mont Joly avrei dovuto fare un discorsetto. Quella metà di gara che ho potuto vivere mi ha lasciata di stucco, tanto è stata dura ed avvincente; non avevo mai visto tanti sentieri così esageratamente ripidi tutti insieme! Puro dislivello, e che sfida per i garretti!

E chi è il poveretto che, ahilui, sempre si presta, allo stesso tempo complice e vittima dei miei capricci sportivi? Neanche a dirlo… Io ci ho messo l’idea, e poi al buon Matteo ho scaricato l’incombenza di programmare tutto, di trovare le cartine, di segnare i percorsi, di tradurre la mia bella pensata in qualcosa di praticabile. Certo, sarebbe stato bello poter ripercorrere l’intero itinerario della gara, e con gli stessi tempi, quindi partenza prima dell’alba e nottata intera su sentiero. Peccato che la mente disturbata che ha creato cotanta meraviglia abbia fatto ricorso, in moltissimi punti, a passaggi fuori sentiero, facili da seguire con le bandierine a segnalarli, ma pressoché impossibili da riprodurre viaggiando in autonomia, a meno di conoscere la zona come le proprie tasche, o di rischiare seriamente di perdersi. E peccato che, tra sei giorni, io abbia in programma una corsa in bici che mi terrà in sella una o due notti… Non è il caso di aggiungere, a così breve distanza, una terza notte insonne. Mi preoccupo, sto quasi quasi diventando saggia!

Intorno alle otto e mezza di sabato mattina, dopo tre ore di viaggio nella più completa tranquillità, a dispetto degli annunci minatori sulle code ferragostane in autostrada, siamo a Les Contamines. Cielo blu profondo, terso, una meraviglia;la vetta aguzza e spoglia del Mont Joly a far da custode, sopra le nostre teste, a 2.500 m di quota; ma quella sarà la nostra meta per domani. Oggi saliamo lungo il versante opposto della valle: prima un tratto su asfalto, due o tre km, fino all’abitato di Bionnay, in direzione del fondovalle, e poi su. Dovrei ricordarmi questo passaggio, ma per ora nulla mi torna in mente. Una rampa in cemento in mezzo alle caratteristiche case in pietra e legno, da cui sgorgano cascate di gerani colorati, e poi ecco l’immagine: la strada che diventa sterrata e s’inerpica nel bosco, con la pendenza che ormai ho imparato essere caratteristica di tutte le salite del Montagn’Hard. Spietata.
La nostra prima destinazione, dopo una breve pausa per la raccolta di lamponi e fragoline selvatiche, è il Col de La Forclaz. Già… Ma chissà dove? Lasciamo la strada per un sentiero sulla sinistra, erto come la strada ed anche peggio, ma spesso ci troviamo di fronte a bivi mal segnalati, a tracce che si perdono in mezzo a pascoli e case, in dubbio e senza alcun riferimento. Siamo ancora molto bassi sulla valle, tant’è che intorno a noi ci sono parecchie abitazioni e giardini, raggiungibili da strade sterrate o con il trenino a cremagliera di cui più volte attraversiamo la massicciata. Ma siamo ancora freschi e chiacchieriamo; le deviazioni non ci creano affanno, anche se sono già sufficienti a darci un’idea di quanto sia difficile provare il percorso di una gara simile in autonomia.

Ci troviamo un po’ dappertutto, tra sentieri e piste da sci, case ed alpeggi, finché usciamo per la prima volta in una radura nei pressi di un colle: lo spettacolo di qui è una vera sorpresa, da levare il fiato; mai e poi mai, navigando nelle nuvole basse e pesanti il giorno della corsa, avrei immaginato che da qui si potesse godere una vista del genere. Il Monte Bianco proprio qui davanti ai nostri nasi, scintillante alla fortissima luce di questa bella giornata, così vicino che sembra quasi di poterci salire. E pensare che qualcuno di mia conoscenza ha osato parlare di un brutto percorso…

A noi però tocca scendere ancora verso la stessa valle, lungo un sentiero ostico almeno quanto lo è stato quello in salita; la forte pendenza costringe le gambe ad uno sforzo esagerato per frenare la marcia… Già, giù di qua bisognerebbe saper correre, e così non ci sarebbe alcuna necessità di frenare; purtroppo non è storia per me, che rischierei l’osso del collo e varie altre appendici. Si vede nitido il fondovalle, oltre alla cerchia di montagne intorno, una più bella dell’altra: anche la zona dei Fiz, dove sono stata a correre ad inizio agosto, altro luogo meraviglioso, altra corsa un po’ maltrattata da pioggia e temporali, ma se non altro conclusa, in rigorosa ultimissima posizione.
Rinuncio a capire il senso di questo itinerario, che del resto non ha altro senso se non accumulare più dislivello possibile, e forse è bello proprio per questo; fatto sta che, a ridosso del paese, puntiamo diritti verso destra, come ricordo, e riprendiamo a salire. Altro splendido sentiero ripidissimo in mezzo a vere e proprie distese di mirtilli: è forte la tentazione di fermarsi a raccoglierli, ma non si può, la salita chiama, non permette soste, al massimo consente di strappare qualche pallino blu qua e là. Matteo mi lascia fare il passo, protettivo e generoso come sempre; devo fare attenzione, perché in alcuni punti basta poco per fare il gran salto… Ora che siamo fuori dal bosco, e che intorno a noi restano solo i mirtilli, s’intravede la nostra cima, ancora un po’ sopra le nostre teste, ancora qualche tornantino; di fronte a noi, per l’intera ascesa, ancora e sempre i ghiacciai del Bianco, enormi, infiniti. Comincio ormai a riconoscere, pur nella mia somma ignoranza, alcune delle cime che mi sono già state indicate fino alla nausea, su tutte l’Aiguille du Midi.

Dalla vetta si scende verso un ampio pianoro ove sorgono un rifugio e gli impianti da sci; incontriamo nella breve discesa fin lì un sacco di gente: sono i merenderos più arditi, mentre quelli più incalliti, giù nel prato, portano le auto a calpestar l’erba fino al punto prescelto per cuocere le braciole. Orrore & raccapriccio… Passiamo oltre, noi che in questo momento siamo alle prese con un altro problema: le borracce vuote. Ancora discesa, lungo un pendio aperto alla vista panoramica sul roccioso compagno d’avventure, tutto bianco e maestoso. Quasi mi sembra impossibile che la giornata voglia restare così limpida e calda. Dovremmo dirigerci verso un posto chiamato Bionnassay… E più o meno ci riusciamo, solo che imbocchiamo, fidandoci di un cartello dall’aria un po’ dubbia, un sentiero che precipita giù nel buio del bosco, sempre più fitto, finché ci ritroviamo su una strada asfaltata. Carte alla mano, Matteo sentenzia che sì, siamo più o meno giusti, ma al paese arriveremo, anziché per sentiero, per strada. Nessun problema: io non sono un’integralista e mi godo volentieri anche la superficie regolare e rilassante di questi tre o quattro tornanti, ove troviamo persino una fontanella, proprio di fronte al recinto con tre cavalli sonnacchiosi e tormentati dalle mosche.

Nel paese di Bionnassay ricordo bene d’essere passata; c’era anche uno dei tanti punti di ristoro. Ma la salita che affronteremo adesso non sarà la stessa che ci è toccata in gara, perché, secondo Matteo, parte di quel tracciato, nel tratto in alto, è al di fuori dei sentieri segnati. Va benissimo, anche perché la salita alternativa è una meraviglia. Appena prima dell’attacco, ci godiamo ancora una volta la vista di un imponente ghiacciaio… E di una linea ferroviaria che arriva proprio fino al suo limite! E’ una cremagliera, credo la stessa linea che abbiamo più volte incontrato all’inizio del giro, e, a quanto pare, è anche molto frequentata; si vedono trenini che salgono e scendono nel giro di pochi minuti. Impressionante, mi ricorda il trenino del passo Furka in Svizzera. O i miei trenini Lima con cui giocavo da piccola; che meraviglia sarebbe stato, farli correre su e giù per il fianco di una montagna anziché da un capo all’altro di un banale pavimento di marmo!

Destinazione Col de Tricot, ci arrampichiamo in mezzo alla pineta seguendo qualcosa che dovrebbe essere un sentiero, abbastanza indefinito; c’è però una marea di gente che passa da queste parti, in senso opposto al nostro, quindi perder la strada è difficile. Fatico e sbuffo, mentre Matteo s’avvantaggia verso una bella cascata e poi verso una scaletta di metallo. Solo quando usciamo dal fitto degli alberi mi raccapezzo: ci troviamo in un bellissimo pianoro e, proprio di fronte a noi, abbiamo uno dei ghiacciai del massiccio del Bianco, ma questa volta vicino davvero, tanto che basterebbe attraversare la valle e lo si potrebbe toccare. Visto così, purtroppo, il povero ghiacciaio dà segni di sofferenza, tutto grigio e sporco e maciullato com’è. I danni del caldo… Resto senza parole, quasi vorrei chiedere una deviazione per andare a metter le zampe sul ghiaccio, ma temo sia già tardi, e poi si sa, in montagna quel che sembra vicino non è detto che lo sia, affatto. Seguo Matteo lungo il sentiero che ora si fa più dolce, verso la curva morbida del colle; sorpasso rocambolesco di una comitiva di escursionisti sovraccarichi e via, in mezzo ai fiori e con la brezza del colle sulla pelle, siamo in un attimo alla nostra meta. Intermedia, s’intende, perché da qui si scende giù verso le poche case di Miage, piccolo abitato che si vede da quassù, al fondo della pietraia. La discesa è una traccia ripida e disagevole; sembra brevissima, ma, come detto poc’anzi, non lo è affatto, costa fatica e storte alle caviglie. Anche qui Matteo s’avvantaggia; io rallento… Mi succede d’improvviso la stessa cosa che già m’era successa in gara, proprio in questo stesso punto; sento un formicolio lungo le gambe, le braccia, le labbra, la vista un po’ confusa, la testa che gira. Mi fermo un paio di volte appoggiata ai bastoncini, per evitare di stramazzare per terra; poi pian piano mi riprendo, raggiungo Matteo fermo in attesa con aria interrogativa. Appena saputo della piccola disavventura, mi rifila una brioche: il cibo per lui è la panacea di tutti i mali, in questo caso direi a ragione…

Con le ombre già lunghe davanti a noi, ed a dispetto di qualche svarione nella scelta dei bivi, c’incamminiamo decisi verso Les Contamines. Io faccio il pieno alla borraccia nell’acqua del torrente, che scende direttamente dal ghiacciaio proprio di fronte a noi ed ha un colore leggermente grigio; lui no, non si fida ed anzi, mi rimprovera di non pensare abbastanza alla gara della prossima settimana… Anche stavolta, però, le orecchie a punta non mi verranno.
Ci avviamo verso Les Contamines via strada sterrata, nella vana speranza di essere un po’ più rapidi, visto che entrambi cominciamo a sentire improrogabile il desiderio di pappa. Una strada ripidissima su cui, per qualche strano miracolo della fisica, van su e giù i fuoristrada.

Questo è uno dei momenti più belli di ogni giornata di gran fatica… Manca solo la discesa, o quasi, e, se le gambe sono ancora impegnate e cominciano anche a protestare un po’, la mente è rilassata, tranquilla, soddisfatta. Se poi si è anche in compagnia, c’è il senso di complicità per aver condiviso una bella impresa, anche se in tutto questo, come sempre, io ho poco merito e, da sola, mi sarei persa a dieci metri dal parcheggio!
Una rampa secca, un bivio inatteso, ci riportano su per un centinaio di metri di dislivello o poco più; anche qui, rampe incredibili con tracce di pneumatici… Del resto, la discesa dal Mont Joly, dopo aver abbandonato la gara, l’ho percorsa a bordo di un Suzuki Vitara! E lì ho pensato che forse sarebbe stato più proficuo, ai fini della mia sopravvivenza, buttarmi lungo la cresta rocciosa in mezzo ai fulmini…
Ancora una deviazione e, questa volta, un vero sentiero, minuscolo ed impervio, ci riportano nel mondo della civiltà, a Les Contamines. Peccato solo che il tratto finale di asfalto per tornare all’auto sia qualcosa di più del “paio di km” preannunciato da Matteo: ma ormai conosco il mio pollo; si sa già che bisogna sempre aggiungere un paio d’ore ed una decina di km alle sue previsioni di tempi e distanze da percorrere…
Faccio resistenza passiva, cammino e scrivo messaggi sul cellulare, lascio che Matteo vada avanti, arriverà appena prima di me all’auto. Ci saluta lo stesso cielo terso di questa mattina, solo con qualche sfumatura più scura, ora che è sera ed il Mont Joly s’è vestito di un severo abito scuro. Lo guardo e sorrido: domani mattina ti salterò in testa…

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!