15/16 agosto 2009 – Prova del percorso del Trail Montagn’Hard – II giorno

L’ho sempre pensato, di non essere la persona più adatta alla dura vita del campeggio. Viaggio in tenda per ovvi motivi economici, perché altrimenti, visto che sono perennemente in giro per il mondo, mi toccherebbe vendere un rene ed una porzione di fegato per pagare i conti degli alberghi. Ed anche perché la tenda, almeno nel caso delle mie mete abituali, permette di spostarsi ed accamparsi senza il fastidio della prenotazione, voilà, basta decidere, andare, piazzarsi. Ma confesso, nonostante la disapprovazione di Matteo, che non è questa la mia condizione ideale. Se io fossi un vero uomo rude, ora, al trillo della sveglia, salterei fuori dal sacco a pelo e dalla tenda, farei dieci flessioni ed un paio di salti della staccionata e in quattro e quattr’otto sarei pronta per partire a camminare. Invece sprofondo un po’ di più nel sacco a pelo, sfidando il rischio di soffocamento, mi chiudo a bozzolo, quasi il calore stesse già fuggendo via, anche se io non mi sono ancora mossa. Incurante dei richiami all’ordine: è troppo buio, fa troppo freddo alla quota di Les Contamines. Quando è troppo, è troppo: uscire al freddo, camminare fino ai bagni, lavarsi con l’acqua che, calda quando esce dal rubinetto, è già gelida quando raggiunge la faccia, costringere i muscoli a crampi e contratture in improbabili equilibrismi onde evitare il funereo contatto con il wc, ed altre amene incombenze quotidiane… Poi tornare alla tenda, aspettare che il tristissimo focherello della bombola CampinGaz riscaldi l’acqua per il the, rimpiangendo amaramente la caffettiera di casa, mangiare colazione al freddo con il collo incassato tra le spalle per trattenere un po’ di calore… Ed osservare il tuo compagno di tenda che ti porge sorridente la tazza e si siede accanto a te in maglietta con le maniche corte, bello arzillo come se nulla fosse, come se questa fosse per lui l’unica normale condizione di vita possibile. E tu combatti per resistere alla tentazione di reinfilarti nel bozzolo.

Solo il pensiero della boulangerie mi conforta. Adesso si esce di qua, si molla il furgone nella piazza del paese e si va a caccia di qualcosa di buono, calorico, maialo quanto basta, appena sfornato. A quel punto, e solo a quel punto, si potrà partire per la gita del giorno. Mont Joly, a noi.
Questa è la salita che, tra tutte al Montagn’Hard, mi è rimasta più impressa. Forse perché l’ho affrontata con l’incubo delle spesse nuvole nere che avvolgevano la cima, nascondendola alla mia vista, forse perché sapevo già che non avrei avuto il coraggio di passare lassù, forse per quel che avevo letto di minaccioso a proposito della cresta. Non vedo l’ora di tornarci. Sono già le otto passate quando ci mettiamo in marcia: giù dalla scaletta della piazza centrale, lungo un bel sentiero che costeggia il fiume impetuoso e grigio. Ora da pigroni: incontriamo padroni a spasso con i cani e madame con il giornale sotto braccio. Altro che partenza prima dell’alba, come si conviene ad un vero montanaro. Mea culpa. Un po’ di lievissimi su e giù, quindi un breve tratto di asfalto a sinistra, direzione La Chapelle, ed ancora sentiero. Fin da subito le rampe danno l’idea di quel che ci attende. La prima parte di salita si addentra nella vegetazione, guadagnando dislivello a suon di ripidi scalini, e ci costringe persino ad un improvvisato guado di un torrentello, là dove il sentiero sembra essere franato di recente; un occhio a dove mettiamo i piedi, un altro agli sprazzi di cielo, azzurro sì ma non incoraggiante come ieri. Qualche baffo di nuvola di troppo ci fa pensare che oggi la lavata non la scamperemo…
A Le Planey, grumo di case con una bella fontana, ci accoglie solo un micio incuriosito. Pieghiamo decisi verso sinistra, lungo un tratto che prima è strada sterrata e poi diventa sentiero, sempre con la stessa, identica pendenza impressionante: il nostro cammino è per forza molto lento e graduale, onde evitare di distruggerci i muscoli anzitempo. Io mi aggrappo ai bastoncini conficcati nel terreno, usandoli a mò di piccozze da ghiaccio, ora che il cuoricino ha superato la mattana iniziale e si è rassegnato a battere piano, piano, come sempre. Si chiacchiera e si sale nel terreno umido del sottobosco. Sono 1.500 m di dislivello in salita, tutti in una volta: ma queste rampe ce li faranno superare abbastanza in fretta.

Gli alberi intorno a noi scompaiono all’improvviso; la sagoma del monte appare così, in tutta la sua imponenza, nera per effetto del contrasto di luce e nuda, solo erba e terra, quasi a ricordare un’analoga cima simbolo, ciclistica però, la Bonette. La strada, sempre ripidissima, prosegue in mezzo ad alcuni alpeggi, località Porcherey, concedendo, bontà sua, due o tre tornanti, che ci lasciano il fiato per ammirare ancora una volta i ghiacciai del Bianco, dall’altra parte della valle, vicinissimi. E le case di Les Contamines, mille metri più giù, ma visibili nei minimi dettagli, grazie all’aria così cristallina. Poi, oltre l’ultimo edificio, un’impennata di sentiero, appena una vaga traccia in mezzo al prato, un posto da capre: infatti, il giorno della gara, proprio in questo punto sono stata schivata per un pelo da un gruppo di capre lanciate all’impazzata giù per il pendio. Forse le stesse che, ora, riposano appollaiate sul tettuccio della stalla, proprio lì alla base della rampa, e ci osservano senza interesse.

Mi arrampico con fatica e trepidazione, in una lotta impari con la forza di gravità che ghermisce e trascina verso valle il mio culone, mentre Matteo, per sommo spregio, schizza su di corsa fino al colletto a quota 2.100, dove arrivano i seggiolini degli impianti di risalita. Qui, tutte piste da sci… Finalmente, sono a tu per tu con il mio mostro. Inizia qua la salita alla prima cima, erta e pietrosa quanto basta, il Mont Géroux; salto da superare un po’ in piedi ed un po’ viaggiando a quattro zampe, attaccata a qualsiasi cosa in perfetto stile Uomo Ragno, solo con equilibrio un po’ più precario, e meno male che Matteo vede e provvede, prendendosi ogni tanto carico dei miei bastoncini, che qui e solo qui sono talvolta più d’impaccio che di aiuto.

Non siamo soli; altri escursionisti stanno tentando la prima vetta, alcuni con molta calma, altri con spirito bellicoso. Ci arrivo, con calma, anch’io, ma non mi ci fermo; punto diritta all’altra cima che mi si erge davanti al naso. Breve tratto in cresta, pianeggiante, e poi ancora una vetta ripida e pietrosa, sconnessa, ostica. Qui c’è ancor più gente: la cosa solletica un po’ la mia verve agonistica, che però crolla miseramente quando vedo scendere, proprio sotto la vetta, un gruppo di ragazzotte dalla corporatura florida ed in abbigliamento quasi da spiaggia di Rimini, ciabatte comprese. Complimenti Gian, che impresa esclusiva stai compiendo…

Pazienza, tiro avanti: sono sulla vetta del Mont Joly. Finalmente. Ma nemmeno qui mi fermo, non si può mica perdere tempo; una cima superata è già una cima archiviata… Nel breve tratto di discesa che segue, mi sforzo di lasciar perdere il panorama e guardare invece dove metto i piedi. Sulla sinistra la vallata di Les Contamines, sulla destra un’altra valle molto ampia, verde che sembra curata a prato inglese, con quel che d’estate resta delle strutture sciistiche. Matteo mi raggiunge in un attimo; insieme percorriamo il sentiero che corre giusto giusto in cresta, a metà tra un vuoto e l’altro, anche se questo è nulla a paragone di ciò che ci attenderà tra poco.

Da qui in poi ci attende un po’ di saliscendi. Già dal Mont Joly si vedeva, in lontananza ma non troppo, una cima dalla sagoma stranissima, come una montagna tonda tagliata a metà, da una parte dolce pendio, dall’altra strapiombo frastagliato di rocce sporgenti, come frange di pietra plasmate dal vento. Andiamo lassù? Ne sarei felice… Infatti ci andiamo, calpestando però prima altre due cime, la Tete de la Combaz e la Tete du Veleray. Il sentiero si fa sempre più esposto, in particolare nei passaggi in cresta tra una vetta e l’altra; stretto e pendente verso il baratro sulla destra. Cammino in affanno perché l’irregolarità della pendenza, il continuo alternarsi di salita e discesa, come sempre mi fanno soffrire; ma qualche battito di troppo lo devo anche al vuoto che si apre alla mia destra, che sembra volermi attrarre giù e mi dà un senso di inquietudine. Il sentiero sporge letteralmente su uno strapiombo; allungando un po’ il collo, se ne vedono le pareti di roccia frastagliata: sento i brividi correre lungo la schiena quando Matteo stende le braccia per fotografare il salto di roccia… Faccio fatica a controllare il disagio, non riesco a guardare giù, è bellissimo ma impressionante, mi mancano le gambe. Ma di lì a poco… Cammino con un occhio al sentiero e l’altro alla vetta mozza sempre più vicina; d’improvviso mi inchiodo con il respiro che soffoca in gola: un passo avanti a me, nel sentiero si apre un buco, una grossa apertura circolare che dà direttamente sul vuoto. Pazzesco… Dev’essere un fenomeno davvero insolito, se anche Matteo ne resta stupefatto, tanto da tempestarlo di foto. Un vero e proprio passaggio per l’aldilà! Qui dentro una persona magra potrebbe tranquillamente passare e volare di sotto, senza contare che, pur non arrivando a tanto, non dev’essere simpatico, camminando sopra pensiero, infilarci una gamba. Eppure non sembra una formazione naturale recente… Possibile che, lungo un sentiero così frequentato, non ci sia nulla di nulla a segnalare il pericolo? Inorridisco al pensiero che, il giorno della gara, qualcuno sia passato di qui con il buio della notte o con le nuvole basse ad avvolgere il sentiero… Già il sentiero di per sé, in quelle condizioni, è insidioso, perché qui basta davvero un passo fuori della traiettoria, per guadagnarsi il biglietto di sola andata verso il villaggio vacanze di Belzebù; il buco, poi, potrebbe essere l’itinerario più veloce…

Riprendiamo esterrefatti il cammino verso l’Aiguille Croche, imponente, arcigna nella sua forma di vela; il sentiero ci si arrampica proprio sul bordo, su su fino alla cima, aspro e polveroso. Incontriamo una ragazza che scende in perfetta tenuta da corsa in montagna, e fila non poco… Beata lei!

La discesa dalla vetta è rognosa, sofferente, troppo ripida; offre una vista molto ampia che potrebbe essere splendida se solo non trasmettesse quel fastidioso senso di vuoto, che combatto scendendo con gli occhi incollati alle punte dei piedi. Eterno, interminabile, polveroso il sentierino a tornanti: giù sotto di me c’è una strada sterrata, ma non arriva mai… In lontananza si vede un lago artificiale.

La strada porta al Col Joly ed è il regno di famigliole con marmocchi e merenderos di vari ordini e gradi. Persino una coppia che spinge un passeggino interamente coperto da un lenzuolo, per riparare la preziosa creatura dal sole… Ma che è? Il marmocchio sbiadisce forse? Ma per favore… Sorpassiamo sogghignando sotto i baffi, con un moto di pietà per quel povero virgulto finito in pessime mani di genitori iperprotettivi, e tiriamo dritto. Solo che il Col Joly non è la nostra meta, stando a quel che dice Matteo. Cartine alla mano, ordina il dietrofront: io osservo perplessa quei segni rossi, quelle curve, quelle quote, ma proprio non riesco a raccapezzarmici. Tento di seguire una linea con il dito: forse dovremmo andare lì? No, scuote la testa Matteo, troppo lontano; su questa cartina, una distanza del genere corrisponde ad un centinaio di metri nella realtà! Mah, sarà che io sono abituata a consultare al massimo le carte autostradali… Seguo senza obiezioni il passo sicuro di Matteo, che torna a farsi largo tra la folla adiposa domenicale. Seguo ma fatico; pago la fatica spesa sui saliscendi che hanno preceduto l’Aiguille Croche, ed anche il fatto di aver mangiato, finora, troppo poco.
Seguiamo la traccia del sentiero segnato come TMB, Tour de Mont Blanc, per un interminabile tratto in leggera discesa, di cui non si intuisce né la fine né la destinazione, attraverso prati dolci e verdissimi che contrastano con le orribili pozze di acqua stagnante e rossastra. Io tra l’altro sono senz’acqua da un bel po’, ho bevuto l’ultimo sorso al Col Joly… Ma direi che qui non è il caso, visto che i bastoncini affondano di continuo nella melma disgustosa. Curve ed ancora curve, piccole costruzioni deserte, la testa che gira e va un po’ per conto suo; poi la pendenza si inverte, si riprende dolcemente a salire, ma sempre nello stesso indefinito ambiente che non lascia intravedere mete, né alpeggi, né colli, niente che possa farci dire “si va lì”. Alla nostra destra, aspri contrafforti rocciosi; sopra di noi il cielo che si sta velando, chissà che non arrivi la pioggia. Il Bianco da qui non si vede più, solo vette lontane ed anonime.
Ad un bivio, approfitto di un istante di incertezza nella scelta della direzione, per sedermi un istante su una pietra e poggiare la testa sulle braccia. Urge un po’ di zucchero, una gelatina di frutta o un po’di frutta secca: le mangio, infatti, e mi sento meglio in fretta. Vedere un gruppo di escursionisti in marcia verso di noi, poi, mi dà conforto; in lontananza si delinea un avvallamento che potrebbe somigliare ad un colle. Matteo ha ben chiaro il profilo del nostro viaggio; me lo spiega più volte, ma non c’è nulla da fare, posso capire solo se quell’itinerario lo faccio scorrere sotto le suole. Attraversiamo i recinti di due mandrie, mucche belle, floride e pigre, che ci degnano appena di un movimento della coda, e poi avanti: con mia immensa sorpresa, sbuchiamo su un colletto su cui sorge una croce di pietra e da cui si vede alla perfezione, molto vicino, il Mont Joly. Ora capisco: abbiamo disegnato un semicerchio. Insomma, un sacco di chilometri per trovarci sempre più o meno nello stesso posto: caratteristica del Montagn’Hard aspramente criticata da qualcuno… A me invece l’idea di un percorso mostruosamente impegnativo, che però si snoda in un’area ristretta, dà grande conforto; significa che, pur faticando come un mulo, torni spesso in vista di un luogo in cui sei già stato, insomma che conosci già,.

Dobbiamo scendere leggermente e poi risalire dall’altra parte della conca, nella direzione di un edificio che sembra un rifugio. Attraversiamo il pascolo mentre, proprio lungo la nostra via, i pastori radunano una mandria di mucche intorno alla mungitrice automatica: sorprendente come le bestie si avvicinino spontaneamente al macchinario, quasi fossero già abituate, e probabilmente lo sono. Una bella donna bionda, dai lineamenti fini nonostante il lavoro rude, ci conferma che siamo sulla strada giusta; ci tocca però un lungo giro nell’erma e nel fango, oltre ad un precario guado del torrente, per aggirare la mandria, raccolta proprio sul sentiero. Le bestie osservano con occhio bovino, e come potrebbe essere altrimenti, i miei goffi movimenti all’inseguimento di Matteo che, agile come se camminasse sempre su un bel terreno liscio e regolare, è già avanti. Breve tratto attraverso la boscaglia fitta, rami che s’impigliano nei capelli e graffiano la faccia, quindi ci congiungiamo ad una strada, sempre sterrata, e riprendiamo a salire. Ma per poco. Approfitto di un bel torrente impetuoso per riempire la borraccia, sotto lo sguardo di disapprovazione del compare: ci sono le mucche qui intorno… Guardo in su, vedo solo un canalone verticale; può darsi, ma non importa, io sto morendo di sete e l’acqua la prendo qui. Tu fai quel che ti pare!

Altro colletto, altra discesa verso il fondovalle, in direzione dell’abitato di Plaine Joux. Finalmente capisco qualcosa: Matteo mi indica ancora il Mont Joly davanti a noi; dovremo andare a passare lassù, non sulla cima ma oltre il colletto a quota 2.100. E si apre il toto – a che ora finiremo; ho la sensazione che non sarà presto. Infatti ormai conosco il mio pollo; so bene che, se Matteo azzarda la previsione su quanto manca, sia in termini di tempo che di distanza, è d’uopo aggiungere un paio d’ore ed un bel po’ di chilometri. Il tapino si basa, per le previsioni, su se stesso, senza mai tener conto della palla al piede!
Lungo la discesa, un gruppo di escursionisti dall’aria poco incline alla fatica e molto alla tavola ci offre lamponi e mirtilli raccolti in un cappellino: mi ci vuole un attimo per capire che ce l’hanno proprio con noi, a rischio della mia solita figuraccia. Un po’ di corsa giù per il pendio, seguendo lo spazio libero da alberi dell’impianto di risalita: ci riesco, ma solo dopo aver ceduto il mio zaino per qualche decina di metri a Matteo, che in compenso salta come un camoscio pur reggendo il suo ed il mio fardello.

Alle porte del paese, ci tocca un po’ di asfalto. Siamo un’altra volta senz’acqua. Per me non è un gran problema, ma il mio compagno di viaggio è preoccupato; si guarda intorno con ansia a caccia di una fontanella, manca solo che estragga il bastoncino da rabdomante… Io temo più per la mia fiacca che per l’acqua. Matteo ha sentenziato “600 m di dislivello”; guardo in su e ne vedo almeno 800. Speriamo che passi questa cotta. Breve salita e, con mio gran disappunto, breve discesa nell’abitato; poi finalmente si comincia a fare sul serio. Mentre Matteo si allontana in mezzo alle case a caccia di una fontana, io m’incammino pian piano lungo le ripide rampe della sterrata che sale verso il Mont Joly; pian piano la salita regolare sortisce il suo buon effetto: mi sento già meglio. Lì dove io fatico a posare un piede avanti l’altro, il collega mi raggiunge di corsa, al limite del soffocamento, con le borracce quasi piene; ironia della sorte, appena più avanti, quasi nascosta da un gruppo di case in pietra, ci imbattiamo in una fontana. Ottima occasione per rinfrescarsi la faccia.

Ancora salita ripida lungo un sentiero ampio e fangoso in mezzo al bosco, poi spuntiamo all’aperto in vista del colle e, poco sotto, di alcuni alpeggi, anch’essi costruiti in legno e pietra, raccolti uno accanto all’altro. Pochi i segni di vita quassù, anche se gli edifici sono in ottimo stato. Proseguiamo lungo la strada sterrata, incontrando un paio di grossi fuoristrada: l’itinerario della gara passa di qua, ma raggiunge il colle seguendo qualche folle traiettoria in mezzo ai prati, su pendenze al limite dell’arrampicata; io non ne voglio proprio sapere, oggi. Già la strada che porta al Pavillon du Mont Joly è sufficiente: da qui, naso contro il sentiero, seguo ancora Matteo fino al colletto appena sotto la cresta dell’anticima del Joly; ovvio che io scivoli senza misericordia e finisca per terra un paio di volte, mentre lui sale su e scompare alla mia vista… Quando finalmente, e faticosamente, scollino anch’io, mi trattengo dall’insultarlo solo perché da quassù la vista è splendida, c’è il Bianco di fronte a noi nelle prime luci della sera.

Abbiamo chiuso un anello; si tratta ora di ripetere in discesa la prima salita della giornata: un centinaio di metri di scivolate sui talloni fino all’alpeggio, una coccola al cane dei pastori, sterrata, sentiero che, in discesa, come sempre sembra più ripido ed ostico rispetto alla salita. In effetti, costringe le gambe ad un faticoso lavoro di frenata, ma nel giro di un attimo ci avvicina ai tetti delle case di fondovalle, sempre più nitidi. Sento il piacevole effetto inebriante dell’euforia, la soddisfazione d’aver compiuto una piccola impresa ormai conclusa: non c’è più da preoccuparsi, solo da esser contenti e soddisfatti. Abbiamo voglia di scendere, abbiamo fame! Per questo, mal tolleriamo l’ultimo quarto d’ora della strada sterrata accanto al torrente. Conquistiamo il furgone di Matteo dopo circa 45 km e 3.500 m di dislivello: ora attendiamo con rassegnazione il nostro destino di dolore; si sa, che il male alle gambe è subdolo; per ora non lo sentiamo, ma domani…

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!