16 giugno 2008: Granfondo Campagnolo

Ho già programmato un bel piano d’azione: domenica 16 c’è la Campagnolo, quindi il sabato va perso nel viaggio, non si pedala, in qualche modo bisogna porre rimedio a questo dramma. Il venerdì si lavora, che fare? Elementare Watson, un bel giro in Langa nella notte tra venerdì e sabato, con partenza verso le nove e ritorno sabato mattina quando mi va. Perfetto, deciso, combinato. Già… Peccato che, verso le sei di martedì sera, si aprano le cateratte del cielo. Non so se sia un dispetto o un atto di pietà per il mio bene, quello che Giove Pluvio ha deciso di compiere… Fatto sta che la mia notturna va a pallino: va bene essere uomini duri, ma proprio partire sotto il fortunale, quando non c’è nemmeno una gara in ballo, ma solo un giro in autonomia, non mi pare il caso. Il mio masochismo sfrenato non arriva ancora fino a quel punto.

Passiamo al piano B: vado a dormire un po’ più presto del solito, punto la sveglia alle tre e mezza. Se non posso pedalare stasera, rosicchio qualche ora al mattino e qualcosa farò. Infatti alle quattro e mezza non piove più: buio pesto, le nuvole nascondono il primo chiarore dell’alba che in questa stagione arriva prestissimo; parto con le luci, destinazione Roero. Parto con foga, sono alcuni giorni che non tocco seriamente la bici, devo andare oppure scoppio. Proprio vero, peggio di una dipendenza da stupefacenti, la mia!

Con 120 km e 1.200 mt di dislivello circa, rientro alla base quando i ciclisti ordinari escono di casa nei giorni di freddo. Già, fa un gran freddo, benché siamo a metà giugno. Doccia, butto le ultime cose nelle borse, preparo la bici, raggiungo Luca al punto d’incontro: si parte. Con un illustre compagno di viaggio: nientepopodimeno che il boss dei boss della Super Randonnée Fausto Coppi!!! E’ lui o non è lui? Certo che è lui!

Viaggio lungo, passato a scrutare le nuvole, studiare la direzione del vento, perdersi nell’autogrill. Raggiungiamo Feltre alle quattro e mezza circa: basta la prima delle frecce che indicano il luogo della distribuzione numeri, a mandarmi nel pallone. Poi il brulichìo di bici, di pacchi gara, di auto delle squadre, l’agitazione sale sempre più. Incontriamo qualche volto noto, in primis Pietro e Bart che si aggregano a noi per quattro passi in Feltre: una scusa per andare a studiare il temibilissimo strappo finale sul pavè, mentre tormentiamo il povero Ivano tempestandolo di domande sul percorso della Rando. Il cielo è sempre grigio, fa tutto fuorché caldo, io me ne vado in giro con i pantaloncini cortissimi d’ordinanza, ma sotto sotto mi sento un po’ pirla, solo un poco: gli altri hanno giacche e piumotti… Vabbuò. Posiamo i bagagli al bed & breakfast dove alloggeremo per la notte, poi torniamo a Feltre per una veloce pizza e via, tutti a nanna: Luca, Ivano ed io al B&B, mentre Pietro torna a casa.

La sveglia suona alle quattro e mezza: con entusiasmo e determinazione, mi giro dall’altra parte e riprendo a ronfare. Ci pensa Ivano a svegliarmi del tutto. Come al solito, impiego un po’ a connettere e ricordarmi dove sono e perché. Luca è già in attività: con efficienza svizzera, ha già dato il via all’operazione cottura della pasta! L’acqua è sul fuoco; peccato che manchi il sale. Pazienza: nonostante le recriminazioni di un indignato Ivano (ma dov’è finito lo spirito di adattamento del puro Randonneur?), la pasta ce lamangeremo lo stesso, anche se insipida. Del resto, l’importante è che sian carboidrati; se poi non sono gustosi, pazienza, tanto qui nessuno ambisce ad una menzione d’onore da parte di Edoardo Raspelli!
Poi il sale, in extremis, arriva insieme ai titolari del B&B, che ci portano di tutto, dal pane all’ottima marmellata prodotta da loro. Cosa vedono le mie fosche pupille: compare anche una caffettiera gigante! Meno male che c’è chi pensa alla mia colazione, perché io, come al solito, prima di una granfondo perdo anche quel poco di lume della ragione che alberga nel mio neurone in giorni ordinari.
Come mi vesto? Il cielo è splendido, limpidissimo, ma le previsioni meteo ancora ieri dicevano ben altro e, visto l’andazzo degli ultimi tempi, decido che non è il caso di farsi infinocchiare. Maglia con inserto in Gore-Tex alla pelle, maglietta maniche corte, gilet antivento, manicotti, pantaloni ¾ felpati, scarpe invernali; nel borsello, giacca impermeabile Gore e guantini di seta.
I gestori ci chiedono quanto abbiamo in previsione di impiegare per far la corsa; Ivano pomposamente dice che lui ed io la faremo solo per allenamento… Ahiò! E non diciamo boiate, Ivano, come vuoi che la faccia io, se non per allenamento? I miracoli non li posso fare, la competizione purtroppo non può essere tra le mie ambizioni! Aneddoto curioso, il padrone di casa suggerisce “Allora dovreste fare quella di Cuneo”… Chissà se ci crede, che il personaggio davanti al suo naso, di “quella di Cuneo” è proprio l’organizzatore?

Via, si parte, destinazione Feltre. Troviamo parcheggio vicino alla zona del via; prepariamo le bici, Luca con attenzione maniacale ad ogni minimo particolare meccanico, io badando giusto che le ruote ci siano entrambe. Ci raggiunge Claudio, il Bergamasco, a cui consegno il pacco gara che gli ho ritirato ieri, poi via, verso le griglie di partenza. Sono preoccupata ma, per fortuna, non proprio terrorizzata come mi succedeva in passato. Si vede che mi sto abituando. Guardo in giro, non vedo molti ciclisti imbacuccati da spedizione all’Everest come me. Mah, vedremo chi è che ha ragione!

Le donne hanno diritto alla griglia davanti a tutti, anche se poi in realtà non partiranno proprio per prime, ma alla spicciolata, insieme agli uomini delle prime posizioni. Inevitabile, nei venti minuti di attesa, guardarmi intorno: cavoli, ma chissà perché le altre granfondiste sono tutte più piccoline, magre e slanciate di me! Mi viene sempre il dubbio di aver sbagliato sport… Ivano, respinto dalla griglia donne, si piazza fuori dalle transenne a fare foto; lo speaker della manifestazione, Mutton, strazia i timpani con le sue citazioni in stile Rambo, vi spiezzo in due, che non riescono per nulla a darmi la carica ma in compenso mi fan venire un gran nervoso.
L’edizione 2008 prevede un percorso tutto nuovo. Pronti partenza via, andiamo alla scoperta.
I primi quaranta km sono il mio incubo: pianura, salitelle e discese che mi spezzano subito le gambe, anche perché mi sforzo di viaggiare un po’, per non restare proprio ultima derelitta tra i derelitti. Fatico l’indicibile su questo tratto. Poi, l’ambiente dove ci fan passare sarebbe anche bello: una gola, un lago, tante gallerie. Peccato che io non abbia quasi tempo di vederlo. Anche perché alzar lo sguardo da terra significa precipitare in uno degli innumerevoli crateri nell’asfalto! Che strada… Per giunta, a mio parere, troppo troppo stretta per farci passare una corsa da tremila persone, anche se, quando passo io, la folla non esiste già più. Pian piano, mi sorpassano tutti, cani e porci; cerco di consolarmi pensando che in salita ne riacchiapperò qualcuno, ma lo sconforto si è ormai fatto strada. All’improvviso, si passa in una piccola frazione; tutti rallentano, sganciano i pedali, piedi a terra. Che succede? Succede che qualche mente geniale ha pensato bene di piazzare uno dei tappetini di controllo proprio lì, in quel budello; per giunta, il tappetino è largo la metà della strada già minuscola; passiamo tre o quattro per volta. Urca, non ho parole…

Finalmente il primo dei cartelli rossi che indicano le salite: Forcella Franche. Meno male, non ne potevo proprio più. Marcia ridotta da carro funebre, finalmente si sale un po’. Le prime nuvole spuntano da dietro le cime: nell’arco di quei cinque km che ci portano quasi a quota 1000 mt, il cielo è già molto meno invitante. E vabbè, Gian, pazienza, ciclista avvisato…
Sulla Forcella c’è il bivio tra i percorsi medio e lungo: ovviamente giro a destra, percorso lungo, anche se qualche dubbio mi viene, sul senso di ciò che sto per fare…

Breve discesa e si va al Passo Duran, la salita che si annuncia come la più temibile per oggi. In effetti soffro molto: non so se sia perché ho tirato troppo nel tratto iniziale, o perché qui c’è ancora un po’ di sole che mi fa fare la sauna, con tutto il carico di vestiti che ho addosso. Patisco anche troppo: nonostante il mio rapportino quasi da mountain bike, non riesco proprio a spingere giù le gambe. Crisi nera, lo sapevo, oggi alla fine non ci arrivo… Cerco di distrarmi, mi guardo intorno, guardo gli altri, qualcuno l’ho già sorpassato, ma non va bene, no, non va per niente bene. Qui mi scopro a pensare che spero che il cielo si copra in fretta del tutto, altrimenti o mi tocca fermarmi e levar qualcosa di dosso, oppure mi sciolgo. Giove Pluvio non tarda ad esaudirmi. In cima al Duran l’azzurro sulla testa non si vede già più.

Al primo ristoro, su Forcella Franche, non mi ero fermata; qui al Duran, però, una breve pausa è d’obbligo. Riempo le borracce di qualcosa che non sia acqua (infatti ci metto i sali), tracanno due o tre bicchieri di Coca Cola, prendo due banane e via, giù in discesa. Pochi km, ma mi tocca già indossar la giacca impermeabile, perché scende una leggera pioggia. Al bivio, la pendenza si inverte subito; è la volta della salita a Forcella Staulanza. Altra salita breve, dodici km, e non molto impegnativa, ma io continuo a far tanta fatica. Ho la sensazione che proprio le forze se ne stiano andando: non è fame, è proprio debolezza, fatico persino a stringere il manubrio. 34×29 anche qui, mentre mangio poco per volta il miele del “ciucciotto” Ambrosoli, bevo regolarmente, faccio fuori anche una barretta. Il cielo è livido adesso; si sente qualche colpo di tuono. La giacca l’ho levata, perché, se piove poco, tende a fare “effetto serra”; certo che l’aria è davvero gelida. Le cime ormai non si vedono più, peccato. Il traffico automobilistico è già ripartito: che odio, salire in mezzo ai gas di scarico… La mia insofferenza cresce, colpa forse della crisi.

Lunga e fredda la discesa verso Alleghe, con il bel lago, e Cencenighe, dove c’è l’attacco del Passo Valles. Piove, piano piano ma piove, e tira un vento maledetto. Ovviamente io, che non sono capace di stare a ruota, me lo prendo in faccia tutto: pazienza, è un tratto breve.
Al bivio, gli assistenti dell’organizzazione prospettano uno scenario apocalittico: “Sul Valles nevica, ci sono due gradi, il passo è chiuso, questo è l’ultimo bivio che permette di andare diretti a Feltre”. Maremma maiala, quanta gente che inchioda e taglia la strada per andare giù! Confesso che un brivido mi corre giù per la colonna vertebrale, e non è il freddo, è proprio la strizza. Però rispondo ad alta voce, più a me stessa che a chi mi sta intorno: “Voglio andare su a vedere con i miei occhi”.

Anche qui, in salita, via la giacca. Fa freddo, ma per ora è sopportabile. Questa salita è duretta! Non me l’aspettavo così… O meglio, non me la ricordavo così, visto che anni fa ci son già passata. Siamo rimasti in pochi, pochi ma buoni! Mi preoccupa solo il fatto che ci sono tantissimi furgoni che fanno la spola su e giù dal passo: vuoi vedere che è chiuso davvero, che fanno arrivare la corsa lassù e poi ci fermano tutti? Ma no, non avrebbe senso, ci avrebbero fermati d’autorità giù… Speriamo bene, ho fatto trenta, lasciatemi far trentuno! Man mano che si sale, il freddo si fa più pungente; la vista sulla cima è davvero impressionante, grigio, pesante, cattivo. Per fortuna c’è un ciclista, napoletano verace, che attacca bottone, mi fa ridere e dimenticare per un po’ la tensione. Ci ritroveremo, tira e molla, ancora parecchie volte da qui alla fine.
Mi sforzo di non pensare a cosa troverò in discesa; spero solo che la pioggia mantenga l’intensità che ha adesso, perché, se dovesse mettersi a venir giù a secchiate, addio granfondo, per me che in discesa sono un disastro.

Al Valles decido per la seconda sosta . 80 km all’arrivo: speriamo bene. The caldo, Coca Cola, mi porto via due banane e due crostatine: cavoletti però, speravo di trovarci qualcosa di più gradevole, tipo frutta secca o formaggio… Invece non c’è più nulla. Mentre butto giù il mio the bollente, mi volto ed incrocio lo sguardo di un meraviglioso San Bernardo che, spaparanzato sull’erba, si gode lo spettacolo di tutta questa gente. Ecco, è la ciliegina che mancava sulla torta per completare questo ambiente quasi natalizio, visto che sta nevicando… Decine e decine di ciclisti si rifugiano nei bar, nei furgoncini, nelle auto, o semplicemente stanno lì, tremanti. Tanti, troppi sono vestiti in modo visibilmente inadeguato: proprio come me, qualche anno fa, sul Rolle. L’esperienza e le batoste insegnano.

Giù in discesa, dovrebbe essere breve, poi ci si riaggancia alla strada che conduce al Passo Rolle. Infatti è così. Circa sei km di salita blanda: non tolgo nemmeno la giacca, tanto continua a piovere e la fatica qui non è granché. Appena fuori del bosco, il vento è gelido, sferzante, butta in faccia la neve ghiacciata; chiudo la cerniera, cerco di non pensare, avanti tutta. Ormai sono qui, ce la devo fare, a tutti i costi, e al diavolo la paura, il pericolo, tutto il resto. L’importante adesso è arrivare su, fermarsi un nanosecondo a chiudere bene la giacca e via, buttarsi, scendere in fretta, il più in fretta possibile. Perdendo quota, non mi difenderò certo dalla pioggia, ma dal freddo sì, almeno un po’. Mi aspettano almeno trenta km di discesa. Anche qui, tantissimo ciclisti che gettano la spugna: non li posso biasimare; chissà quale inferno soffrirò adesso. Il the nelle borracce era bollente sul Valles, ma qui è già gelido… Via, bando agli indugi, si scende. Di continuo, stacco le mani dal manubrio, una per volta, ed apro e chiudo forsennatamente le dita, fasciate solo dai guantini di seta perché, genio che non sono altro, ho dimenticato a casa i guanti invernali… Pian piano mi rincuoro e mi tranquillizzo: fa freddo, sì, ma non troppo da mettermi in difficoltà. Benedico i pantaloni pesanti, mollo i freni: caso più unico che raro nella mia carriera ciclistica, sorpasso e lascio indietro grappoli di ciclisti che scendono a freni tiratissimi, tremando in modo così convulso che anche le bici vanno un po’ dove vogliono. Via, via, giù, senza pensare. Il primo avamposto della civiltà, Fiera di Primiero, mi fa capire che il peggio è passato. Poi arriva il collega napoletano: e giù altre risate! Lui scende in pantaloncini corti, che coraggio…

E’ fatta, Gian, finalmente è fatta. Manca un bel po’ di falsopiano e pianura, adesso devi mangiare, riprenderti, pedalare più che puoi per scaldarti un po’, poi il Croce d’Aune non lo vedi nemmeno. Piove ancora, passiamo mille gallerie, mi sorpassano gruppi su gruppi a cui non penso nemmeno lontanamente di attaccarmi. All’improvviso, in una galleria, mi accorgo che sto scendendo un po’ troppo veloce per i miei gusti: tiro i freni prima della curva, vengo travolta da una valanga di epiteti poco edificanti da parte di chi mi segue. Oh insomma, andate all’inferno tutti quanti, chi vi ha detto di attaccarvi? Mica voglio schiantarmi per la vostra bella faccia!
Chiunque mi sorpassi, si sente in dovere di darmi una bella spinta per farmi attaccare al gruppo che precede: se solo sapessero quanto odio questa cosa! Io a ruota ho paura, lo so che sono una ciclista del cavolo, ma lasciatemi in pace, per favore!

Meno male che arriva il bivio: si sale al Croce d’Aune, ho il cuore che scoppia di gioia. Tolgo per l’ennesima volta la giacca: ha smesso persino di piovere. Breve strappo iniziale, poi un lungo tratto di falsopiano e salita blanda, in cui trovo la compagnia di un gruppo di ciclisti piemontesi che mi accompagnano per un po’. Al cartello che indica -3 km alla cima, inizia il tratto più ripido e temuto, che però oggi non mi fa paura per niente: se sono sopravvissuta fin qui, posso fare qualsiasi cosa adesso! 34×29, recupero qualche posizione e qualche metro rispetto ai colleghi: lo so, sono un po’ carogna, ma che posso farci se l’entusiasmo è tanto? Medito sulla fortuna sfacciata di oggi, che ha fatto sì che la pioggia restasse sempre molto lieve, e sulla gioia di arrivare finalmente a Feltre, perché non pensavo proprio, oggi, di farcela. Una rampa dopo l’altra, superiamo le poche case del paese, poi ancora due tornanti e via, è fatta! La strada spiana, poi la discesa, meno di 15 km al traguardo. Ormai non ho più ritegno, mollo i freni in discesa, taglio qualche curva di troppo e mi becco i rimproveri dei Carabinieri che presidiano la corsa, ma pazienza! -4, -3, -2, ecco Feltre, ecco il viale di ingresso, gli applausi di chi è già arrivato al traguardo da una vita, la curva, il pavè, lo strappo finale. Niente fesserie, salgo su col rapportino, altrimenti rischio di cuocermi prima dello striscione; acchiappo ancora qualche avversario poco prima dell’arco d’arrivo: è una guerra tra poveri, ma mi ci diverto troppo… I tappetini, il suono del chip che conferma che è finita, i saluti, i complimenti dei miei compagni di viaggio, la raccomandazione di preparare per martedì un bel resoconto: eccolo!!!

Trovo Luca che è già arrivato, poverello, da ore, ed ha atteso pazientemente fino adesso. Niente pasta party per me: solo una bella doccia bollente e via, si va a casa. L’unico rammarico è per Pietro, da cui ricevo un messaggio non appena riaccendo il cellulare: è stato messo ko da un panino al prosciutto, complice forse il freddo pungente che non ha certo aiutato. Lo chiamo, lo sento sofferente, mi si stringe il cuore: coraggio Pietro, anche questo fa parte del nostro duro lavoro; rimettiti in sesto e tornerai più cattivo di prima, la Marmotte ti aspetta!
210 e rotti km, 5.400 mt di salita. Con oggi, da gennaio i km sono novemila e passa. Soprattutto, la corsa di oggi è stata una vera iniezione di fiducia. Giovedì prossimo si va a Nauders: venerdì c’è la RATA!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!