16 luglio 2011 – Ultra Tour du Beaufortain (Queige)

Mi piace tutto, delle corse in montagna. Non solo quel che capita tra gli scatti iniziale e finale del cronometro, ma proprio tutto, dal momento stesso in cui butto zaino, borsoni vari, scarpe e bastoncini nel bagagliaio dell’auto e mi chiudo alle spalle il cancello di casa. I viaggi in auto mi riescono indigesti solo per la spesa, di questi tempi sempre più salata, e per il fatto che tocca puntualmente incastrarli tra gli orari del lavoro e quelli della gara, di solito con serio pregiudizio per le ore di sonno. Però guidare mi piace, mi è sempre piaciuto, fin da quando ho imparato a tenere decentemente un volante in mano: evento che è giunto molto, ma molto più tardi rispetto alla conquista della patente…

Metto la Opel in strada poco prima delle diciannove, rassegnata. La corsa parte alle quattro: se la matematica non m’inganna, si dormirà ben poco. La trasferta tra Carmagnola e Queige è lunga, più di 200 km; come se non bastasse, poi, ho una mezza idea di renderla ancor più lunga, passando dal Colle del Moncenisio per evitare il traforo del Frejus. La splendida e luminosa serata mi toglie ogni dubbio; a Susa, abbandono l’autostrada in favore delle curve della bella salita verso il lago. L’unico rammarico è che, tra poco, la radio perderà il segnale; poco male: la tecnologia ha già posto rimedio anche a quest’inghippo, inventando il CD. Anzi, a dire il vero ha già inventato anche di meglio, ma il CD per me è più che sufficiente. Mi godo il panorama, tornante dopo tornante, con calma; la velocità non mi va a genio, nemmeno in auto. Il bosco, Bar Cenisio, il lungo rettilineo che tanto piace ai motociclisti “da pista”. Quante volte son salita quassù in bici! E’ ora che ci torni… Due figure da lontano attirano la mia attenzione. Man mano che mi avvicino, metto a fuoco due persone che camminano a bordo strada, sull’altro lato, in direzione del colle, con due zaini enormi. Sono un uomo ed una donna, con abbigliamento ed attrezzatura da escursionisti e, ai piedi, scarponi che fan venire le vesciche solo a guardarli. Non appena si accorgono di me, mi fanno capire, a larghi gesti, che hanno bisogno di un passaggio. Di norma, sono molto diffidente e non ho mai caricato alcun autostoppista, fino ad oggi; questi due, tuttavia, mi sembrano tutto fuorché minacciosi. Anzi, la donna ha in viso i segni del pianto, sembra disperata. Non posso fare a meno di fermarmi, in memoria delle tante occasioni in cui ho sperato che qualcuno mi offrisse un passaggio a quattro ruote… Anche se non ho mai osato chiederlo.

I due sguardi si illuminano insieme ai fanali dello stop della Opel. Mi affretto a liberare un po’ di posto nel caos totale che regna nell’abitacolo; in un attimo, i due spaesati escursionisti sono a bordo. Sono francesi: pur non essendo in grado di dar loro risposte di senso compiuto nella loro lingua, capisco dal loro racconto che stanno compiendo un viaggio di qualche giorno – ecco il motivo degli zaini enormi – e che la loro meta, questa sera, sarebbe stata Lanslebourg. Peccato che, viaggiando “in cresta”, abbiano imboccato la discesa dal versante sbagliato. Da qui a Lanslebourg, seguendo la strada asfaltata, ci sarà ancora almeno una dozzina di km. A piedi, arriverebbero davvero tardi e probabilmente non riuscirebbero nemmeno più a trovare da dormire, pur avendo già preso contatto con un ostello. Mi verrebbe da obiettare che non c’è nulla di strano né di impossibile nel fatto di camminare tutta la notte, ma non credo che i miei due passeggeri siano della stessa opinione. Lei, soprattutto, ha l’aspetto disfatto, forse più dall’angoscia che dalla stanchezza.

Costeggiamo il lago, superiamo il colle, iniziamo la discesa dal versante francese. Saluto i miei momentanei compagni di viaggio giù in paese: non finiscono più di ringraziarmi, vorrebbero a tutti i costi offrirmi la cena, ma io ho ancora un bel po’ di chilometri da percorrere. E la mia cena è già pronta nella scatola di cartone sul sedile posteriore: pane, formaggio, yogurt, succo di frutta.

Al calar del buio, cala anche un po’ la mia palpebra. Viaggio sonnacchiosa fino ad Albertville, che ha l’aspetto di una vera grande città; cavoli, non me la ricordavo dall’anno scorso… Chissà dove devo girare per raggiungere Queige? Mentre mi lambicco il cervello, cala perentoria davanti al parabrezza la paletta di una pattuglia della Gendarmerie. Non mi sono ancora accostata che già il terribile rappresentatne delle forze dell’ordine d’oltralpe mi redarguisce malamente: un brontolio secco, che traduco in qualcosa del tipo “Non si parcheggia così, qui non siamo mica in Italia!”. Per carità, l’automobilista medio italiano è tutto fuorché coscienzioso e ligio alle regole, ma non mi pare che al di là del patrio confine la questione cambi di molto, anzi. Anche i campioni mondiali di puzza sotto il naso sono spesso dei bei criminali alla guida. Ovviamente, mi guardo bene dal dare fiato ai miei pensieri, anche perché non sarei comunque in grado di farmi capire. Sbrigate le verifiche sui documenti, tuttavia, tento il colpo disperato: in un ottimo francese stile “Nù vulevam savuar l’indiriss”, domando la retta via per Queige. Il rigido tutore dell’ordine si scioglie in un sorriso che non so se sia di partecipazione o di compassione e mi dà indicazioni talmente precise da risultare a prova di deficiente totale. Così, di lì a poco, con il cuore in tumulto, come sempre mi capita in questo genere d’incontri ravvicinati, mi ritrovo a viaggiare lungo una stradina più stretta e tortuosa, ai margini della città.

All’ultimo incrocio illuminato dai lampioni, scorgo una coppia che fa l’autostop. Due ragazzi giovanissimi, forse appena diciottenne lui, di certo più giovane lei. Faccino pulito ed abiti ordinati per entrambi, un borsone a tracolla ciascuno, si tengono per mano. Nulla vieta che possa trattarsi di due serial killer ben camuffati, e questa volta davvero non ho un motivo razionale per abbassare la guardia; tuttavia, non so nemmeno io perché, mi fermo. In realtà, lo so, il motivo; è un’istintiva paura per le sorti dei due ragazzi. Vero, all’estero il viaggio in autostop è ben più ordinario e diffuso che non in Italia; fatto sta che non riesco a non pensare cosa potrebbe accadere loro se a fermarsi fosse un balordo. Li faccio salire; la ragazza si sistema sul sedile posteriore, il fanciullo davanti, con una cartina stradale in mano. Incredibile come siano organizzati da queste parti i viaggiatori alla ventura! Il paese che devono raggiungere loro è circa una decina di km oltre la mia meta. “Puoi portarci fino a Queige” – chiede il ragazzo – “poi ci arrangiamo per proseguire”. L’amica non dice una parola. Sembra molto giovane e molto timida; quel che è certo è che ha un viso di una bellezza rara, splendidi occhi azzurri e lunghi capelli biondi. Sembra una modella.

Arriviamo alla rotonda ai piedi del paesino di Queige. Di qui, io dovrei svoltare in paese, mentre i miei passeggeri si preparano a scendere. Do un’occhiata al posto: un deserto, per giunta mal illuminato. Lasciarli qui per strada in mezzo al nulla? No, non me la sento, è da veri incoscienti. Ormai, mezz’ora più, mezz’ora meno, cambia poco. Li accompagno fino a Beaufort. Restano interdetti, ma i loro sguardi mi fanno capire che la sorpresa non è affatto sgradita.

Così, tra un incontro e l’altro, manca poco a mezzanotte quando spengo il motore della Opel in una piazzola, su in paese. La partenza del Tour du Beaufortain è giù al fondo della discesa, ma è talmente buio che non riesco ad individuare l’entrata dell’area destinata a parcheggio. Pazienza, ci andrò domattina – fra pochissime ore; ci sarà senz’altro viavai. Rinuncio anche alla cena: la fame morde, ma il sonno prende il sopravvento. Mi rifocillerò domattina. Punto la sveglia, abbasso il sedile, mi copro alla bell’e meglio col sacco a pelo.

Non ho coscienza di aver sentito il trillo del telefonino, di averlo preso in mano, di averlo spento. Apro faticosamente gli occhi quando non suona più nulla: due millesimi di secondo dopo, mi assale il terribile dubbio. Afferro il cellulare, guardo l’ora. LE TRE E QUARANTA… Un irripetibile improperio, urlato a tutta voce, squarcia il buio della notte. La partenza è tra venti minuti… Mi crolla il mondo addosso, non ce la farò mai. Già mi vedo presa in giro da tutti, ma soprattutto da me stessa; trecento km in auto tra andata e ritorno, per poi restare addormentata e perdere la partenza… E’ un attimo, poi il coraggio spazza via la disperazione. Butto via il sacco a pelo, metto in moto, parto lasciando dietro di me una scia di fiamme. Passo l’ingresso dell’area di partenza, faccio un’inversione a U criminale in questo tratto di strada buia, mi fiondo in mezzo al campo che fa da parcheggio. C’è già un sacco di gente in griglia… Il cuore mi rotola in fondo ai calzini. Un guizzo di disperazione, mi fiondo alla ricerca del pacco gara. Per fortuna il boss della corsa si ricorda di me… Mi spiego meglio che posso: “Sono appena arrivata, sono in ritardo, per favore datemi cinque minuti, solo cinque…”. La mia disperazione è del tutto genuina. Volo all’auto, mi cambio in fretta e furia, maglia, pantaloni, guanti… E calze. Calza. Ce n’è una sola. Dannazione, dov’è l’altra? Eppure sono sicura che ieri sera ci fossero entrambe… Il cuore pulsa nelle orecchie, sembra scoppiare, le mani tremano senza posa. Frugo nella borsa e non trovo nulla. Cavoli, non posso indossare la scarpa senza calza… Significa devastarsi il piede nel giro di pochi km. Quando ormai ho perso la speranza, ecco l’illuminazione: il manicotto! Pazienza per il freddo alle braccia. Infilo il piede nel manicotto, rivoltando la stoffa sulla punta delle dita, in modo tale che resti pizzicata tra il piede e la scarpa e faccia da calza. Non mi aspetto che funzioni, ma è l’unica chance che ho.

Mi precipito alla punzonatura, dopo aver afferrato un boccone di pandispagna dal bancone del piccolo bar allestito per l’occasione. La colazione offerta agli atleti è stata ormai consumata. Quel boccone è il mio unico pasto dal pranzo di ieri: niente cena per colpa del sonno, niente colazione per via della fretta. E niente tappa in bagno. Parto così, all’avventura.

Il boss è stato davvero generoso: la partenza è ritardata di qualche minuto. Giusto il tempo per intercettare Roberta e raccontarle le mie vicissitudini. E’ ancora buio pesto quando lo sparo annuncia la partenza.

La primissima parte della salita, come sempre, è tutta uno sgomitare, un passare avanti, un susseguirsi di ampie ed ottimistiche falcate, in un vocìo di frizzi e lazzi. Non distinguo volti, solo innumerevoli lucine che ondeggiano. Sono tutta presa dalla mia preoccupazione per la calza di fortuna: la stoffa del manicotto è lucida; il piede, pur con le stringhe ben allacciate, scivola all’interno della scarpa. Mamma mia.. Come minimo, mi verranno delle vesciche grosse come mongolfiere nel giro di due ore. Oppure perderò l’appoggio e mi sfracellerò giù da qualche discesa. Oppure accadranno entrambe le cose. Gian, non pensarci. Stavolta va così. E’ solo colpa tua, sei un’imbecille, dovresti portarti una sveglia di riserva. Dovresti dare un ordine alla tua esistenza, anziché dormire quattro ore per notte già in settimana e poi arrivare stravolta e rimbambita a ridosso delle corse. Dovresti prestare un minimo di attenzione almeno mentre prepari il bagaglio. Dovresti prepararti la lista del necessario, e spuntarla man mano che metti in borsa i pezzi.

La prima salita non è uno scherzo: 1.500 m di dislivello filati, dai 500 del laghetto di Queige ai 2.000 e passa del Col de la Roche Pourrie. Rotolo verso il fondo della truppa, come sempre. La partenza prudente è d’obbligo, soprattutto oggi, di già che son partita in condizioni fisiche e psicologiche di certo non ideali. Quel che più mi pesa è la mancanza della pappatoria. Proprio io, che al mattino, al risveglio, ho appena la riserva di energia necessaria per raggiungere la dispensa e buttar giù quello che trovo… Oggi arranco in salita, cercando il disperato aiuto dei bastoncini, senza colazione e senza la cena di ieri. Un pensiero va alla toma che è rimasta in auto, nella borsa. Mi sforzo di scacciare il tormento, di concentrarmi sugli eventi più cupi e tristi della mia esistenza, o su qualcosa di disgustoso che non possa essere associato all’immagine del cibo, ma non c’è nulla da fare. Lo stomaco urla più forte la sua protesta. Gambe e braccia molli, man mano che salgo. Bosco, piccole costruzioni in pietra, ancora bosco. I piedi sembrano affondare ed aggrapparsi al terreno, sono pesantissimi. La testa gira, va per conto suo. Che debolezza… Nemmeno il primo chiarore basta a restituirmi un po’ di vigore. Ci salutano i margari dalla soglia di un alpeggio; si sale ancora, tra bosco e pascolo. Nonostante la fatica della salita, non riesco a levarmi la giacca di dosso, ho ancora i brividi.

La conquista del primo colle è una pena. La discesa successiva non aiuta, anche perché non è una vera discesa. Si attraversano ampi pascoli verdissimi, lungo un sentiero che dapprima procede quasi in piano e poi torna a salire, sia pure con pendenza contenuta. Non mancano, anche quest’anno, i punti di controllo e rilevamento dei passaggi: due o tre persone per ogni punto strategico, uno che legge i numeri di pettorale, l’altro che li annota.

Mi trascino su e mi sembra di procedere al rallentatore. Possibile che meno di ventiquattr’ore di digiuno siano sufficienti per ridurmi in questo stato? E sì che la riserva di lardo non mi manca… Dev’essere un problema di innesco della combustione. Se non altro, la giornata si annuncia radiosa. Ma non riesco a staccare gli occhi da terra e la mente da un solo pensiero, il punto di ristoro, al km 17. Nemmeno la vista mozzafiato sul Monte Bianco mi porta sollievo.

Quasi non mi par vero di vedere la tavolata, al Refuge des Arolles. Ora si pone un bel dilemma. Ho bisogno di mangiare, ma devo anche fare attenzione a non ingozzarmi e ripartire con un macigno sullo stomaco. In realtà, più che sui cibi solidi, mi tuffo sulle bevande; ovvio che la mia borraccia, nel trambusto della partenza, è rimasta vuota. Coca Cola e quei graditissimi sciroppi per i ghiaccioli; placata la sete, passo a cioccolato, fornaggio e frutta secca in ordine del tutto casuale. La mia sosta dura ben più a lungo del solito: questo ristoro è la mia ancora di salvezza, oggi. Se non mi riprendo qui, non arrivo alla fine.

Riparto con la sensazione di aver ingurgitato un tacchino intero e vivo. Sono più di là che di qua: del resto, il pasto non può ancora essere entrato in circolo, e in più c’è il senso di pesantezza. Confido che il mattone si sgretoli nello spazio di pochi km e procedo, di buon passo, lungo un breve tratto quasi in piano e poi su per una sequenza di ripidi e stretti tornanti. Mi sembra che la faccenda cominci a girare per il verso giusto: sarà forse suggestione, sarà che me ne voglio convincere. Placate le proteste del pancino vuoto, pian piano mi ricordo dove mi trovo e perché. In uno dei posti più belli del mondo, ecco dove mi trovo, come sempre quando corro in montagna, e pazienza se in realtà non corro ma arranco. E pazienza anche per le piste da sci e gli impianti di risalita. Il vento piega appena l’erba dei pascoli. Una breve risalita, dai 1.900 m del ristoro fino ai 2.100 m circa, attraverso una bellissima distesa di rododendri, e poi giù in discesa, verso la diga. Si perde quota e ci s’infila in un fitto bosco di conifere. All’ombra, brividi corrono sulla pelle. Il profumo degli alberi è intenso, la luce filtra appena tra i rami e crea giochi di riflessi con gli infiniti granelli di polvere. Forzo un po’ l’andatura fin giù al lago di St Guérin: mi ricordo che, oltre alla diga, è piazzato un cancello orario, ma non ricordo a che ora sia fissata la barriera, né tantomeno so che ora sia adesso.

Il sentiero ci scodella sulla strada sterrata che costeggia l’invaso. Cammino di buon passo, provo a correre, ma senza troppa convinzione. Il viaggio è ancora lungo. Il passaggio sulla diga mi affascina, come sempre: da un lato, l’acqua poco più in basso della passerella; dall’altro lato, un pauroso salto nel vuoto, nel profondo del vallone ancora in ombra, e quella strada a tornanti che sembra risalire l’abisso. Quella che mi piacerebbe percorrere in bici, prima o poi. Uno dei tanti “prima o poi”, che alla fine sono sempre “mai” perché non ce n’è il tempo. C’è sempre altro da fare. Ma ne varrà la pena, di dedicare così tanto tempo ad “altro”? Già. La risposta è semplice e pragmatica; s’ha da fare, per portare a casa la pagnotta. Dai Gian, non pretendere troppo dalla vita. Oggi sei qui, cosa vuoi di più?

Nelle vicinanze ci sono parecchi corridori. Bene, dovrebbe essere un buon segno; significa che la barriera oraria è probabilmente ancora lontana. Saluto l’ultimo scintillìo del sole sul pelo dell’acqua immobile. La strada prende a salire leggermente, oltre la diga, fino ad un ponticello in legno, dov’è fissato il punto di controllo. Passo senza problemi, meno male. Da lì in poi, un tratto in falsopiano corre in mezzo agli alberi, con un fondo infido di fango e pietroni. Nonostante l’inizio rocambolesco, l’edizione 2011 mi sembra promettere meglio della precedente, per me. L’anno scorso ho rischiato di sforarlo, il limite orario; oggi invece, superata la fame, tutto sembra voler girare per il verso giusto. Anche la mia calza di fortuna, che mi ero quasi scordata; anche le scarpe che, oggi, sono un esperimento: ho lasciato per una volta a casa le amatissime La Sportiva Raptor per provare una novità, le Electron, della stessa casa produttrice. Scarpe con la suola dall’aspetto insolito, a “onde”. Per la verità, le ho già collaudate in una precedente prova da 160 km, il Trail Tre Valli di Brescia, e sostituite dopo la prima metà di corsa perché mi pareva che facessero ben poca presa sul bagnato.

Si attacca ora la lunga salita verso il Cormet d’Areches, poco più di 2.100 m di quota. Ancora pendii dolcissimi e pascoli sconfinati. Troppo sconfinati: accade che il povero corridore che si trova nell’emergenza di trovare un posticino un po’ tranquillo e riparato non abbia a disposizione nemmeno un cespuglio… Per fortuna, madre natura concede una minuscola pineta e la luce abbacinante del sole fa il resto, nascondendo alla vista degli avversari di passaggio le pudenda di chi si apparta alla bell’e meglio tra le fronde.

Dai prati ondulati alle rocce via via più aspre, fino ad una vera e propria fessura, circondata da minacciosi pinnacoli di roccia, il “Col a Tutu”, oltre 2.500 m di quota. Da quassù si gode la vista su una montagna meravigliosa, stranissima, una via di mezzo tra una parete dolomitica ed uno di quei rilievi rocciosi e piatti sulla cima che si vedono in certi ambienti desertici. “Pierra Menta” è il suo nome; pare sia la montagna simbolo di questa zona.

La meraviglia che l’anno scorso questo luogo ha suscitato in me si risveglia, oggi, immutata. Stiamo salendo verso la testa di una valle splendida ed austera, circondati da minacciosi pinnacoli di roccia nera nel contrasto con la luce abbagliante del sole, che sembrano artigli protesi verso il cielo. Roberta, che mi segue a poca distanza e mi raggiunge nel tratto di sentiero quasi in piano, appena prima del ristoro, condivide il mio stesso sentimento. Raggiungiamo, risalendo il versante sinistro della valle, il Refuge de Presset, dove ci attende un ristoro pantagruelico, di tutto e di più, dalla pasta al cioccolato alle barrette alla frutta, fresca o secca, e poi pane, formaggio, the, caffé, Coca Cola. Indugio un attimo di troppo, che mi fa ripartire di gran carriera insieme a Roberta. La salita riprende, blanda ma malagevole, tra pascolo fangoso e pietre si cui saltare, già in vista del prossimo colle, il Col du Grand Fond a quota 2.700, quasi. Per fortuna, non sono l’unica a tribolare per mancanza di equilibrio; vedo che ci sono altri addirittura più instabili di me. Sul sentiero, ritrovo il mio passo svelto fino allo scollinamento. Anche qui, un gruppetto di volontari controlla i passaggi. Siamo poco oltre il km 40. Roberta è rimasta un po’ indietro: forse perde qualcosa in salita, rispetto a me, ma tanto in discesa lo recupera con interessi da usura. Anche qui, sul colle, vigila un gruppo di volontari. Incredibile… Ma quanti sono?

Breve tratto di sentiero esposto, con tanto di catene: qui mi muovo con i piedi di piombo. Un passo dopo l’altro e guai a guardare giù, anche se credo sia un gran bel panorama quello che mi perdo. Attraverso la Breche de Parozan, eccomi sul ciglio del mio peggiore incubo dell’edizione 2010: il luogo ed il momento in cui avevo giurato a me stessa che qui non sarei mai e poi mai tornata. La pietraia. A noi, maledetta. Io ho un anno di esperienza in più nei garretti. Mi incuti timore, ma non mi terrorizzi più.

Con infinita cautela, mi muovo scivolando di fianco. La sensazione del piede che non tiene e rovina verso il basso è terribile, anche se, razionalmente, so bene che di qua non posso precipitare. Alla peggio, se dovessi scivolare, mi fermerei quasi subito per l’attrito del pietrisco e della sabbia. Eppure ho paura. Un passo cauto dopo l’altro, le mani spesso appoggiate a terra. In un attimo, mi raggiungono Roberta ed un altro corridore: come volevasi dimostrare. Non camminano, loro. Volano, pattinano sulla sabbia; in un attimo li vedo piccoli piccoli in fondo a questa distesa di pietre nere come il carbone. Pazienza, Gian, lo sai che non puoi permetterti di dare battaglia. Non potresti su un terreno agevole, figurati qui… Tra uno scivolone e l’altro, tra un improperio e l’altro, ormai calpestata da un sacco di avversari che sono spariti avanti, arrivo in fondo, al limitare della pietraia. Qualche nuvoletta di troppo in cielo. Le pietre non mancano, anche nel tratto di pianoro, ma perlomeno viaggio quasi in orizzontale. Mi volto solo un istante, per rendermi conto di cosa ho appena attraversato… Impressionante.

Sfilo accanto ad una piccola costruzione, ventimillesimo punto di controllo, e poi giù per una serie di tornanti malagevoli, pietrosi, in direzione della cosiddetta civiltà. Il punto di ristoro di Plain Mya, quota 1.900 m circa, disgraziatamente raggiungibile in auto, perché si trova lungo la salita asfaltata al Cormet de Roselend. Una delle mete ambite dai ciclisti, che infatti abbondano. Qui, volendo, si poteva inviare una borsa con un ricambio di abiti. Ma non è il caso, per una corsa di “soli” 100 km. Non è una spacconata; 100 km, nonostante li abbia già più volte assaggiati tutti insieme, sono una distanza di tutto rispetto. Però si tratta anche di una distanza che adesso, a meno di infortuni, sento di poter coprire in un tempo ragionevole senza necessità di pause. Mi strafogo al ristoro, senza ritegno, di tutto e di più; accarezzo un paio di cagnotti accorsi, insieme a mogli e figli, a raccogliere i miseri resti dei familiari corridori al km 50. Siamo a metà. Gian, ho detto metà: calma i bollenti spiriti. Non è ancora finita.

Attraverso la strada ed abbandono la pazza folla, per risalire, a tratti su sentiero ed a tratti lungo una sterrata carrozzabile, verso il Col des Sauces, quota 2.300. Una salita mai troppo ripida, ma comunque lunga ed impegnativa, che mi mette entusiasmo e mi fa correre qualche imprudenza, all’inseguimento dei gruppetti che mi precedono. Lungo il bellissimo sentiero di cresta, ne approfitto per far fuori la riserva di frutta secca accumulata all’ultimo ristoro. Ho disperatamente voglia di zuccheri.

Si torna a salire, in direzione del Col du Bonhomme. Soffia un forte vento freddo; per ora non è prudente levare il giacchino. Al punto di ristoro del Rifugio c’è un piccolo assembramento; qualche corridore ha l’aria davvero sfinita… La mia sosta, come sempre, è molto breve. Riparto alla volta di un tratto che, dall’anno scorso, ricordo lunghissimo ed angosciante. A mezza costa, forse, ma non ne sono certa: eravamo immersi nella nebbia. Ritrovo subito il passaggio che, viscido per la pioggia, mi era costato tanta paura; oggi è poco più che una formalità. Le ombre si allungano. Il sentiero corre a lunghi saliscendi.

Una luce potente, gialla, in lontananza. E’ il punto di ristoro del Col Joly. Riemergo da un lungo buio. Crisi nera, non so davvero se e quanto riuscirò ancora a proseguire.

La strada sterrata segue una cresta nuda, esposta al vento. Il nero del cielo è squarciato dal bagliore dei fulmini, una pioggia di saette fitte fitte; il rombo del tuono è sempre più vicino. Uno spettacolo affascinante, superbo, se non fosse che ci sono proprio sotto e che, con quasi 80 km nelle gambe, non mi sento più così incline alla contemplazione estatica. Non ricordavo di dover salire ancora; risalite blande, facili, su per questi rilievi che hanno l’aspetto di morbide collinone. Mi supera di gran carriera un pick up con a bordo sagome di pastori e cani; si lancia attraverso il prato ed inchioda sulla porta di un alpeggio: impressionante… Occhiali bagnati, luce della pila frontale che esplode in ogni goccia in mille raggi. Fa freddo, piove. Ci manca una saetta in mezzo agli occhi e sono a posto. Ma quando finisce questo supplizio? Ogni volta sembra che la strada spiani, e ogni volta, dopo una breve illusoria discesa, riprende a salire, dritta. Pare un tratto copiato ed incollato dal percorso de Le Porte di Pietra. Tutt’intorno, per quel poco che riesco a scorgere, solo buio. E lampi. E tuoni. Cammina, Gian. Anche se i piedi fan già male, cammina. Ritirarsi qui non si può, e comunque te ne pentiresti in eterno. Una salita, ancora una salita. Il culmine dovrebbe essere il Mont de Vorés: ma dove?

Non c’è nemmeno un’altra frontale oltre la mia, né davanti, né dietro, per quel che posso vedere. Per fortuna, il destino è gramo ma non in eterno; stavolta pare proprio che la strada abbia voglia di scendere. Scende, infatti, fino a riguadagnare la quota del bosco. In lontananza, le luci di Saisies: ma saranno ancora un sacco di km… Qui sì, si potrebbe, anzi si dovrebbe correre. Il fondo e la pendenza lo consentono. Ma io sono troppo scombussolata e stanca per poterci anche solo provare. Forse è il sonno che dilata il tempo; mi sembra di camminare da un’eternità. La discesa acuisce il freddo; le punte dei piedi fanno un gran male. Guai a toccare la scarpa con l’unghia del ditone, a pena di dolorosissime fitte. Ma non è mica facile macinare km, su terreno dissestato, tenendo gli alluci rattrappiti per impedire che sbattano contro la punta di una scarpa troppo corta. In discesa, per giunta. In compenso, la mia calza – manicotto continua a fare il suo degno servizio. Nemmeno una traccia di vescichetta.

D’improvviso, quando ormai non ci speravo più, mi ritrovo in mezzo ad un prato, alle soglie del paese. Calpesto non più fango ma erba umida e poi asfalto: tutt’intorno, insegne luminose di negozi chiusi, parcheggi vuoti, non un’anima in giro. Procedo seguendo le poche indicazioni, finché arrivo nei paraggi del punto di ristoro, nella stessa piazzetta dell’anno scorso. Un tavolone lunghissimo, imbandito di ogni bene. Varrebbe la pena di prendere una sedia, fermarsi qui e fare il pieno… Ma ho troppa voglia di arrivare. Ormai manca davvero poco, 15 km ed è fatta. The caldo, Coca Cola, frutta secca, dolcini vari, cioccolato: il trail non è tanto un dramma per le gambe, quanto per il povero stomaco, che si trova a dover assimilare orrendi intrugli. Tra le proteste dei volontari, impegnatissimi a coccolare i corridori, scappo quasi subito, all’inseguimento delle balise. Ricordo che qui, un anno fa, trovar la rotta è stata impresa ardua. Speriamo di avere miglior fortuna… Quasi per caso, scorgo una stella. Più d’una. Sembra che il temporale abbia ceduto il campo ad una notte serena. L’ultima salita: percorso tecnicamente facile, ma pendenza di tutto rispetto; si risale un pascolo, in parte lungo un recinto in legno. Sento lo scampanìo delle mucche, ma non riesco a vederne l’origine. Combatto il sonno pensando che non è più il caso di dormire… Ormai è fatta! Raggiungo e supero alcune lucine che mi precedono, lente, oscillanti, con le forze che, sull’onda dell’entusiasmo, sembrano tornate tutte insieme. Respiro a pieni polmoni aria gelida; gli ultimi sbuffi di nuvole nere scoprono una splendida stellata.

La salita culmina in modo inglorioso: non un colle, un cippo, una vista sulla vallata, ma una strada sterrata che percorro per un breve tratto, prima di imboccare nuovamente la discesa, un sentiero sulla destra. L’ultima discesa, è vero, ma la pagherò cara e salata. Millequattrocento metri per tornare giù a Queige, con i piedi massacrati. Stringo i denti e punto i bastoncini, per scaricare altrove la maggior parte del peso; poggio sui talloni, per quanto possibile. E, ogni volta che il ditone picchia contro la scarpa., soffoco un urlo, per non turbare la quiete della notte. Una brevissima risalita verso l’ultimo punto di controllo, che è anche un mini ristoro, nascosto nel fitto del bosco, poi giù lungo un’interminabile sequenza di tornanti, un fondo pietroso, malagevole. Un incubo. Di tanto in tanto, tra le fronde si percepiscono le luci del fondovalle, ma sembrano sempre lì, alla stessa distanza. Nessuna speranza di vedere la fine dell’agonia. Dolore insopportabile e lacrime agli occhi: me ne vergogno, ma non posso farci nulla… Meno male che non c’è nessuno intorno a me. Purtroppo non riesco ad evitare qualche calcio alle pietre, e qui l’urlo risuona con epiteti poco lusinghieri all’indirizzo di tutti i santi. Non finisce più, non finisce più… Saltello malamente sui talloni, a rischio di finir per terra.

Raggiungo finalmente l’abitato: quasi non ci credo, veder la cuspide del campanile mi sembra già una vittoria. Ma non è ancora finita; la ripida rampa in mezzo alle case dispensa le ultime tremende coltellate. Mi sorge il dubbio di non farcela più a superare l’ultimo km… Se lo sapessi fare, camminerei sulle mani. Forza Gian. Attraverso la strada, lo spiazzo del campeggio; questa volta, il percorso è stato tracciato meglio, con tanto di seggiole a reggere le fettucce rosse e bianche. Ciò non mi impedisce di sbagliare l’ultimissima curva… Ho perso l’orientamento. Per fortuna, gli strilli dei volontari mi riportano sulla retta via: torno sui miei passi. Poche decine di metri ed è fatta, sono al traguardo. Più che mai frastornata, mi avvio al tendone del punto di ristoro, come un sonnambulo, le mani tese alla ricerca di un piatto di brodo caldo. A cui ne segue subito un altro. I piedi, come se non esistessero più, anche se ho il terrore di togliere le scarpe.

Quando lo faccio, nella doccia, scopro con sollievo che a tanto dolore non è corrisposto, per fortuna, alcun segno visibile e truculento. Niente vesciche. Le unghie diventeranno nere, col tempo, ma non è un problema; perderle è ormai una tradizione. Il manicotto è definitivamente promosso a calzino sostitutivo. Già, ironia della sorte: apro la portiera lato passeggero della fida Opel, pronta per ripartire. Casca per terra un oggetto scuro, che lì per lì, alla luce fioca del parcheggio, non riconosco. Mi chino a raccoglierlo: toh, eccola qui… La calza.

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!