16 maggio 2008 – Le Porte di Pietra

Chi si è permesso di cambiarmi l’accesso al parcheggio? Insomma, io son già in preda alla più nera agitazione, e qui mi sconvolgono anche le carte in tavola… Devo protestare! Prima però devo cercare un buon posto per abbandonare la Opel: mi metto ordinatamente in fila con chi mi ha preceduto, che guardacaso – piccolo il mondo delle corse in montagna! – è anche un volto noto.
Cantalupo Ligure, per la terza volta di fila al via delle Porte di Pietra: solo che, per questa edizione della corsa, i boss hanno scelto la primavera. E la partenza alle otto del mattino, in luogo del buio delle quattro. Meglio o peggio? Non so. Avrei preferito senza dubbio la data di settembre, ottobre, come sempre; sono abitudinaria, io, poco incline ai cambiamenti, amo le manifestazioni che restano sempre uguali a se stesse e proprio per questo caratteristiche.

Mi sforzo di frenare l’emozione per non saltare i passaggi fondamentali: la pasta di Fissan da spalmare in abbondanza sui piedi, due paia di calze, lo zaino in cui mettere l’equipaggiamento obbligatorio, la chiave dell’auto possibilmente da riporre in luogo sicuro, che poi dover scassinare la serratura e collegare i fili è una scocciatura… Mi avvio verso il palazzetto dello sport, per raccattare il numero di gara, occhi fissi sulle punte dei piedi, testa che viaggia chissà dove. Cielo plumbeo, promette ben poco di buono: ma ormai non è una novità, vista l’annata! Non faccio a tempo a muovere tre passi che qualcuno mi chiama a destra ed a manca: ormai ci si conosce tutti e, anzi, l’abbonata alla figuraccia di non riconoscere i compagni di sventura di precedenti gare sono sempre io! Incontro l’inossidabile Isacco, poi Gianluca, Gaetano, Alessandro e tanti altri del forum di Quotazero; una parola di qua, una di là, battute e risate che stemperano la tensione. E poi gli organizzatori, il gruppo degli Orsi, di cui ormai so vita morte e miracoli anche se non oso ancora chieder loro gli autografi. Parto con il numero 1, nientemeno: non è un merito, è solo il caso dell’assegnazione dei pettorali in ordine alfabetico; speriamo che sia di buon auspicio! Sono tesa, come sempre, ma un po’ meno degli anni scorsi. Forse sono presuntuosa, ma ormai credo di potermi dire abbastanza tranquilla sulle sorti della gara; non saprei prevedere il tempo, ma penso d’essere comunque in grado di rotolare fino allo striscione dell’arrivo, in un modo o nell’altro. Settanta km, quattromila metri di salita: numeri da non prendere sottogamba, ma ampiamente provati e digeriti ormai. Tranquilla Gian, a meno di imprevisti, se stai bene ce la fai. Torno all’auto a posare la borsa del pacco gara, attaccando un buon numero di bottoni a destra ed a manca; poi via, in griglia, pronti per la partenza, anche se mancano ancora venti minuti. Intorno a me è festa grande: certo, la partenza notturna alla luce delle frontali sarebbe stata più suggestiva, ma devo ammettere che anche questa nuova soluzione del via alla luce del sole ha i suoi bei vantaggi. Posso ammirare in tutta la loro bellezza i tanti completini da corsa iperaderenti che lasciano poco, anzi pochissimo all’immaginazione… Io stessa oggi sono molto molto professionale: di già che non valgo una cippalippa come corridora, almeno mi atteggio! Scarpe nuove di pacca La Sportiva, identiche a quelle che ho già usato per un anno e quasi demolito; pantaloncino ¾ attillatissimo Montura; top microscopico Cassin, coperto ahimé dalla maglietta a manica corta, almeno per ora, onde evitare una polmonite fulminante, e zainetto un po’ più piccolo degli anni precedenti. Tutto, tranne la maglietta, arriva dal negozio del mio spacciatore genovese! Gli ho già chiesto un adesivo del negozio da appiccicarmi alla chiappa… Eppure Matteo si ostina a non voler cogliere quest’imperdibile occasione di pubblicità! Chissà perché!

Manca davvero l’arringa del Colonnello. Era una forza della natura, se n’è andato troppo presto… Sincera commozione aleggia nel minuto di silenzio in sua memoria. Poi le note della Marcia di Radetzky, come da tradizione: finalmente si parte, via. Di corsa per i primi duecento metri, fino all’arco in mezzo al paese; poi, la prima rampa ripida in cemento fa da strettoia e calma i bollenti spiriti. Il lungo prologo, cinque km, che precede la prima vera salita è tutto un su e giù su strade, in mezzo a prati e tratturi, nella nebbia a mezz’altezza di questa mattina che pare tutta autunnale, non fosse per i fiori. Tanti partono correndo, lasciamoli correre: i chilometri sono tanti, troppi, per fiaccare inutilmente le gambe. Calma e sangue freddo, Gian, di già che il tuo cuoricino si sta comportando bene, non è schizzato su in mezzo alle orecchie, questa volta. Salite e discese si susseguono ripide e cattive; passiamo tra le case sparse della collina, tra anziani che ci osservano e cani spaesati ed irritati da tanto viavai, tra campi verdissimi di pioggia e fango appiccicoso. In salita vado al passo, sempre; in discesa provo a correre un po’: almeno qui, dove il fondo è morbido ma non scivoloso, non ci sono pietre, non dovrei correre grossi rischi di farmi male. E per quanto io corra, comunque, sono sempre molto incerta ed impacciata rispetto ai più. Ma non importa, non è il caso di preoccuparsi ora: ci sarà tutto il tempo per recuperare.
Il gruppone si sgrana subito; resto in fondo, ma, con mia sorpresa, non così in fondo come l’anno scorso, in cui ero l’ultima ultimissima prima della scopa. C’è da dire che l’anno scorso in questo tratto era buio ed io vedevo poco e male; quest’anno, il problema non si pone. E pazienza se ogni tanto scende minacciosa qualche goccia di pioggia. Il meteo ha promesso meglio nel pomeriggio.

Il prologo si chiude nientemeno che con il guado di un torrente: poi la terribile passerella di Pertusio, ad arco sul fiume. Ecco, questa l’avrei superata mille volte più volentieri al buio, così come il successivo tratto di sentiero a picco sulla corrente, attrezzato con le corde fisse. Tutto questo, mi lagno, di notte non l’avrei visto: invece oggi lo vedo e mi terrorizzo! Ma la paura dura poco. In fila insieme a me lungo la prima durissima vera salita c’è come sempre Isacco: ormai siamo l’uno l’incubo dell’altra; abbiamo un ritmo di camminata simile, ci ritroviamo spesso, anche se poi lui ha un netto vantaggio in discesa. Isacco ed un altro paio di mattoidi suoi pari: ed ecco che la faticaccia della salita se ne va… Rischio sì il soffocamento, ma per colpa delle risate convulse che non riesco più a frenare, investita dalla marea di boiate che questi tre riescono a rovesciare nonostante l’arrampicata; più rido e più le gambe cedono, rischio quasi di dovermi fermare… Il guaio è che Isacco ha una fervida fantasia comica, unita ad una capacità di recitazione sorprendente! Riesce a farti scompisciare con le battutacce più orribili… Salgo a fatica, aggrappandomi a tutto quel che capita, dai tronchi degli alberelli alle pietre ai fili d’erba che immediatamente, poverelli, si strappano a causa del mio dolce peso. C’è un profumo fortissimo, inebriante, di fiori; in effetti ci sono fiori ovunque, di tutti i colori e di tutte le forme.
L’itinerario in questo tratto costringe ad alcuni passaggi molto esposti, a picco sul fondovalle, a dire poco impressionanti. Ci sono persone dell’assistenza ad ogni piè sospinto, ma faccio fatica a costringermi a non guardare giù, a camminare in posizione eretta senza avvinghiarmi di continuo alle corde fisse; a poco valgono i rimproveri del buon Isacco, “Molla le corde, devi imparare!”. Recupero un buon numero di posizioni prima della vetta, anche se so già che perderò tutto in discesa.
La Croce degli Alpini indica la fine della faticaccia più cattiva. Da qui, un lungo susseguirsi di salite e discese su sentiero stretto, single track si chiamerebbe, ma io odio l’abuso di termini stranieri! C’è un bel po’ di gente intorno; ancora grigio e nebbia, ma sembra voler migliorare un po’. Corro ancora in discesa; al primo ristoro, Roccaforte, km 11, non mi fermo: mi butto all’inseguimento di Isacco, poco avanti a me. Corriamo insieme il tratto di asfalto che precede la salita ai mille metri del Bric Camere: non vorrei esagerare, ma per ora le gambe rispondono bene; mi azzardo a correre dove posso, rallentando però immediatamente il passo al minimo accenno di salita. Qui si va su gradatamente in mezzo al bosco, ancora verde, ancora fiori; non riesco a decidere se ho caldo oppure no. Oggi ho lasciato a casa i bastoncini e ne sono più che contenta: con tutti questi tratti da correre, avrei avuto solo problemi.

Il ristoro di Costa Salata arriva dopo una lunga galoppata su pendenza molto facile: avrei dovuto sfruttare un po’ meglio l’occasione… Ma, com’era prevedibile, le gambe han già qualcosa da ridire a proposito della corsa. Ed è troppo presto. Ho dovuto rallentare e prendere fiato, lasciare ai muscoli un po’ di recupero. Inutile, il mio corpaccione è toppo goffo e pesante per poter correre così su un sentiero. Se solo la foschia mi avesse permesso di godermi un po’ il paesaggio! Invece nulla, o quasi. Il ristoro di Costa Salata è al km 21: ormai più o meno ho memorizzato le distanze, anche se non ho più guardato la carta e non ho idea se il percorso di oggi sia esattamente lo stesso delle passate edizioni. Riempo la borraccia e filo, un po’ affannata; devo ridurre il ritmo, ma d’altro canto subisco la fibrillazione della gente intorno a me, ancora tanta. Proprio ultima non sono!

Lunga e discontinua la salita ai 1400 m del Monte Buio, alterna strappi e tratti di respiro. E’ in una lunga rampa in mezzo al bosco che mi si accoda un corridore. L’ho sentito avvicinarsi, ma non mi sorpassa; gli chiedo se vuol passare, risponde di no. Procediamo così, a lungo, sempre allo stesso ritmo, concentrati sul nostro sforzo ed accompagnati da un muto accordo di viaggio insieme. Per me la presenza del compagno di viaggio è uno sprone a far meglio, a non perdere tempo, a non rompere il ritmo; a lui, non tardo ad accorgermene e sarà poi lui stesso a dirmelo, fa comodo la mia andatura il più possibile costante. Passa un bel po’ di tempo prima che si rompa il ghiaccio, o forse si recuperi il fiato, e si passi a scambiare quattro parole. Il mio simpatico collega si chiama Beppe, ha un po’ più di cinquant’anni, è di Mondovì: non avevo dubbi, la sua pronuncia tradisce evidenti origini del Cuneese. Ha casa in questa zona ed è alla prima esperienza delle Porte di Pietra. Faccio un po’ la ruota del pavone all’idea di essere nei panni del cicerone: volente o nolente, io qui ormai ci ho messo radici… Poi la chiacchiera si fa più fitta, mentre pian piano superiamo o siamo superati. Qua e là poi riacchiappo Isacco, prendendolo in giro e canzonandolo già da lontano; poverino, che pazienza…

Alcuni punti sono indelebili nella mia memoria, come il passaggio al Santuario di San Fermo. Altra vetta della giornata, il Monte Buio; da lì, breve discesa in mezzo ai prati ed ancora un’altra salita, l’Antola. Uno dopo l’altro, passiamo sulla cima di questi enormi cupoloni verdi punteggiati di cespugli fioriti: il buon Beppe non se ne capacita, le cime si potrebbero aggirare… Certo, ma allora tutto questo non avrebbe senso! In fondo siamo qui per soffrire, no?

In effetti io sto già soffrendo un po’. Per scherzo, rimproveriamo un corridore fermo a metter sali da una bustina nella borraccia, insinuando sospetti sulla natura della sostanza; poco oltre, però, è il mio turno. Le gambe danno chiari segni di stanchezza, i muscoli sono induriti, ed è troppo presto. Passato da poco il trentesimo chilometro, c’è ancora troppa strada. Mordo un boccone di barretta e butto giù una pastiglia di antiinfiammatorio: sarà effetto placebo, non so, ma nel giro di un quarto d’ora i fastidi scompaiono. E’ un momento critico, questo; alla soglia del ristoro di Capanne di Carrega, il quarantesimo km, l’ottimismo fa a pugni con i timori che nascono dall’aver già fatto tanta strada… Ma dall’averne ancora tanta davanti.

Al ristoro mi fermo, come sempre, pochi istanti, il tempo di riempire la borraccia; Beppe mi raggiungerà senza problemi. E’ strano che abbia deciso di seguire il mio passo: potrebbe andare ben più forte di me. Imbocco la mulattiera ampia in mezzo al bosco, costellata di grosse pozzanghere che testimoniano piogge recenti ed il passaggio di mandrie stampato nel fango; vorrei affrettarmi, ma devo sforzarmi di stare tranquilla e mangiare un po’, anche se non ho fame. Dopo il primo tratto nel bosco, il paesaggio si apre sui prati e sbatte in faccia, proprio di fronte, un altro cupolone, il Monte Carmo, su cui arrampicarsi per un sentiero stretto e diritto come un fuso, che solo più in alto piega a sinistra per circumnavigare la vetta. Isacco è sempre qui nei paraggi, di Beppe ancora nessuna notizia. La discesa in mezzo al prato è molto ripida ma non fa paura; alla peggio, si rimedia una culata nel fango. Lo spettacolo, quel poco che si scorge in mezzo alla nebbia, è impressionante; ombre e vento e grigio. Ho reindossato la maglietta che avevo levato già da un po’: quassù fa tutto fuorché caldo, anzi, fa decisamente freddo, soprattutto in discesa. Altra scalata, subito dopo, per una rampa che fa impressione già solo a guardarla da sotto: in mezzo alla nebbia, si intravedono le anime dannate dei corridori che salgono piano, piano, infinitamente piano, in un silenzio contrito di fatica che si legge nelle rughe dei volti e nel ciondolio delle spalle. Io non sono da meno: salgo a passi brevissimi, per risparmiare muscoli e fiato, ed arranco non poco per arrivare fin su, anche se non rinuncio a tentare la chiacchiera anche qui. E’ terribilmente bello questo posto, in fondo ormai mi ci sento a casa, anche se il vento qui è forte e raffredda il sudore sulla pelle. Speriamo che il fisicaccio respinga anche questa minaccia! Monte Legna e, subito dopo, altra risalita, Monte Cavalmurone: poi una lunga traversata accanto ad un recinto di filo spinato ed una lunghissima, interminabile discesa in mezzo al bosco, corribile per me solo in alcuni brevi tratti. Ormai è l’euforia che ci guida: sappiamo bene d’essere oltre la metà, e ben oltre la metà del dislivello in salita. Dall’ultimo ristoro, a Capanne di Cosola, manca poco più di venti km. Riempo ancora la borraccia, riparto euforica, Beppe sempre con me; ci attende un lungo tratto di sentiero a mezza costa, su e giù in mezzo ai prati, con la luce del tardo pomeriggio e davanti a noi la salita, dura ma non proibitiva, alla Cima Coppi della giornata, il Monte Ebro, quota 1700.. Una coltellata nelle gambe, ma ormai non sono più loro a dettare legge; è la gioia di essere nei paraggi della fine, la certezza di farcela ormai, la voglia di tornare a Cantalupo con in tasca una piccola vittoria. Anche qui il filo spinato accompagna la nostra marcia, anche qui la processione di corridori al limite delle forze, anche qui la nebbia che avvolge ed inghiotte tutto. Però si vedono le antenne della nostra prossima, ultima meta in salita.

La discesa è lunghissima, anche troppo: ricordavo che il sentiero riprendesse a salire poco dopo il rifugio di Piani di San Lorenzo… Invece no, si continua a correre e correre e correre. Beppe mi chiede se davvero sono sicura che ci sia ancora una salita: ma sì, certo, la ricordo bene… Però dove diamine è finita? Corro e corro e corro… Alla fine, quando già pensavo che il percorso fosse stato cambiato, ecco l’impennata, il sentiero che sale nel bosco e ne riemerge seguendo un recinto sul costone della montagna, passando poi accanto agli impianti di risalita delle piste da sci. Quest’immagine è meravigliosa: il Giarolo sullo sfondo, le ombre lunghe della sera, i corridori che avanzano illuminati dai raggi ormai obliqui, sagome nere in controluce, i fiori, la pelle d’oca, la gioia di sapere che è quasi finita. Arrivo in cima, sotto la croce e le antenne, con un sorriso da un orecchio all’altro; ci sono ancora nove chilometri di discesa, nove km faticosi, ma ormai li voleremo, vero Beppe? L’ultima vetta ci regala lo spettacolo del mare di nuvole sotto di noi, un raggio di sole sulle spalle a darci l’augurio della buona fortuna. Ci lanciamo, si fa per dire, in discesa; un tracciato lungo, un fondo malagevole, roccioni pietre e sfasciumi per la maggior parte del sentiero. Correre è difficile e rischioso; infatti mi trovo male, rallento, perdo tutte le posizioni che avevo guadagnato in salita e anche di più… Mi sorpassa pure Isacco, contento come una Pasqua, strillando “Quando ormai non ci contavo più!!!”. Mi sa che stavolta la spunta lui… Io non ho troppa voglia di rischiare le caviglie, le ginocchia, per risparmiare una decina di minuti. Beppe idem: al diavolo, facciamo quel che possiamo! Al ristoro, ancora feste da parte dei volontari ed una valanga di coccole ad un bellissimo fangosissimo Golden Retriever.

Il fondovalle si avvicina, man mano si sentono i rumori delle auto, il gracchiare dell’altoparlante nella zona di arrivo. Non avremo nemmeno da accendere le frontali: il sentiero spaccagambe finalmente si conclude; arriviamo all’asfalto, festeggiati da un gruppo di amici di Beppe giunti apposta ad aspettarlo. Poi si aggrega anche un altro amico, BradipoMissile del Forum di Quotazero: potrebbe bruciarci e scappar via… Invece si aggrega. Caliamo su Cantalupo con l’allegria scanzonata di studenti in gita: forse il mal di gambe c’è, ma chi lo sente ora? Arriviamo al palazzetto, superiamo l’arco tutti insieme: e anche stavolta è fatta. La terza maglietta da “Finisher”, un’altra grande soddisfazione. Anche il cronometro, per quel che può valere, stavolta è dalla mia parte; 13h 11′, contro le 13h 56′ dell’edizione 2008, significa tre quarti d’ora giusti in meno.
Un’altra bellissima edizione, merito dell’organizzazione impeccabile degli Orsi. Non credo di poter nemmeno immaginare la mole di lavoro che sta dietro ad un evento di questo genere!
Mi congedo da Beppe e dagli altri amici; avrei voglia di mangiare qualcosa, ma folla e caos sono cose che davvero non riesco a digerire. Dopo la doccia, il frastuono del palazzetto stracolmo di gente e di tavoli e di musica mi respinge via: me ne vado alla Opel, saluto Isacco, m’incammino. Al casello di Arquata arriverà Matteo: domani è un altro giorno, di bici questa volta, e io speriamo che me la cavo!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!