16/17 agosto 2010 – Da Limone Piemonte ad Airole in Valle Roja

“Non mi era mai capitato – osserva Matteo – di decidere una mattana del genere il giorno prima della partenza”. Peggio: circa dodici ore prima del via, direi. Siamo appena rientrati a casa mia dopo un bel giro in bici da corsa: Valgrana, Pradleves, Colle Fauniera, Ponte Marmora, salite di Celle Macra ed Albaretto Macra, Dronero, Montemale e rientro a Valgrana, 120 km per circa 3.000 m di dislivello. Ma i giorni di vacanza da sfruttare sono pochi: bando alle esitazioni, bisogna approfittarne. A cena, davanti ad un piatto di pasta, definiamo i pochi dettagli essenziali del viaggio; una volta sgomberata la tavola, poi, Matteo s’immerge nello studio delle carte dei sentieri, combinate con il road book del Grand Trail du Cro Magnon, la bellissima e massacrante gara che si corre tra Limone Piemonte e Cap d’Ail. Io l’ho provata sulla mia pelle quest’anno, a giugno: ho faticato come un mulo, ma ne ho conservato un meraviglioso ricordo. Le previsioni meteo per i prossimi giorni sono poco incoraggianti per la Val d’Aosta, ma eccellenti per il sud del Piemonte: l’idea, che già mi ronzava in testa da qualche tempo, di ripercorrere almeno in parte l’itinerario del Cro, in autonomia, non pare poi così peregrina. Del resto, anche Matteo, per natura meno impulsivo di me e dotato di una certa dose di buonsenso, accetta la proposta senza protestare.

In teoria, dal momento che ho calcato quei sentieri appena due mesi fa, dovrei conoscere la direzione a menadito. Ma un conto è la teoria, ben altro conto è la pratica. Sembra facile, pensare di stamparsi in testa una successione di bivi, quando il tracciato è accuratamente segnalato per opera dell’organizzazione di una gara, ma non lo è affatto, soprattutto nei primi chilometri, quando l’ansia del via non è ancora sbollita, il cuore e le gambe non hanno ancora preso il ritmo e lo sguardo punta ostinato verso terra, sempre a caccia della fettuccia successiva. So già di non poter fare affidamento sulla memoria: molto meglio che io scarichi, come sempre, sul povero Matteo l’incombenza di fare da guida, materiale e spirituale. Così, se poi qualcosa dovesse andare storto, avrò un capro espiatorio su cui sfogarmi!

Sveglia puntata alle quattro, per partire pedibus calcantibus intorno alle sette dal parcheggio di Limone Piemonte: almeno, questa è l’intenzione. Mi pento, già strada facendo in auto, di tanta mollezza d’intenti: il sole sorge e noi siamo ancora in viaggio; minuti, quarti d’ora, mezz’ore di luce sprecata… Cosa che mi manda in bestia, anche perché si è deciso di camminare finché sarà buio ed anche un po’ oltre, fermandoci poi a dormire alla selvaggia: sprecare il sole mi pare una follia. Reprimo a fatica il nervoso, senza però risparmiarmi qualche ringhio di troppo, che mette in allarme il mio povero compagno di viaggio, ormai consapevole, suo malgrado, del potere distruttivo delle mie sfuriate. A Limone, il malcapitato trangugia la seconda parte della sua colazione a mò di pitone, pur di non perdere altro tempo, ma io ho già messo in azione la mia procedura di emergenza per darmi una calmata: i nervi sono un po’ tesi, questo sì, ma direi che la situazione è sotto controllo. Sono quasi tornata in me quando, alle sette e mezza, ci si mette in cammino: zaini sulle spalle che pesano come se fossero di granito, con sacchi a pelo, abbigliamento per tutte le evenienze e cibo sufficiente per resistere ad un paio di mesi di assedio.

Nuvole poco incoraggianti oscurano il sole mentre ci avviamo per le vie di Limone. Mi tentano le vetrine, le luci ed i profumi di un paio di panetterie, già aperte ed attive: ci farei proprio volentieri una capatina… Ma non posso permettermelo, soprattutto dopo aver fatto il diavolo a quattro per la partenza a tarda ora. Un vigile sorveglia la piazza; un figuro in camicia e valigetta cammina di fretta e mi ricorda che, probabilmente, non tutti hanno la fortuna di essere in ferie. Siamo ancora in paese, quando già si rende necessaria un’occhiata al road book. Seggiovia del Sole, poi un sentiero sterrato; lo imbocchiamo, lo percorriamo per qualche metro, poi torniamo sui nostri passi, perché la traccia dice di seguire una seggiovia, mentre noi stiamo trottando accanto ad una cabinovia. Capiamo in ritardo che le due sterrate portano alla medesima destinazione: in compenso, abbiamo fin da subito l’impressione che la ricerca della retta via non sarà un gioco da ragazzi.

Il sentiero sale dritto per un po’, fino ad immettersi su una vera e propria strada sterrata, che ci conduce, con pendenze aspre, fino ad una zona di impianti di sci. Alle nostre spalle, la vista sulla vallata e su un cielo nascosto dietro uno strato alto, uniforme e plumbeo di nubi: eppure, il meteo non annunciava maltempo… Mentre io già penso a tutt’altro, e taccio e sbuffo solo per la fatica dell’avvio, Matteo continua a trattarmi con la stessa cautela con cui un artificiere maneggerebbe una bomba pronta ad esplodere: e basta… Per una volta che mi sono tranquillizzata da sola, non andiamo a svegliare il can che dorme, per favore!
Una scavatrice lavora, già di buon ora, alla posa di cavi e di un basamento in cemento per chissà quale struttura. Risaliamo una pista da sci, ripidissima ed abbastanza odiosa; l’unica consolazione è il ritrovamento di un pacchetto di Pavesini, ancora sigillato e con la confezione pulitissima: potrebbe averlo appena perso il viandante che abbiamo incontrato poco sotto… Beh, prendiamolo come un segno di favore del destino ed incameriamolo, che non si sa mai.

Di questo primo tratto di gara conservo immagini molto nitide che si alternano a ricordi confusi: sono certa di essere passata proprio accanto alla stazione della seggiovia, o funivia che sia, “Severino Bottero”. Il problema è che ho il vuoto assoluto su quel che è accaduto immediatamente dopo: c’è un bivio, ma non saprei proprio dire da che parte si debba svoltare. Matteo estrae cartina e road book; confabuliamo per un po’: secondo lui, è probabile che noi si debba piegare a sinistra. Ma, per quanto io metta alla frusta il neurone, non c’è nulla da fare; presa dall’ansia della gara, e tormentata dalla consueta sofferenza che sempre mi accompagna nei primi km di una corsa, probabilmente a giugno ho seguito la massa senza nemmeno fare caso alla direzione. Mea culpa, si decide per l’esplorazione della strada verso destra: un ampio tornante ci porta verso altre strutture destinate allo sci; anche qui, fervono lavori edilizi, con un gran viavai di fuoristrada, camion e muratori. Superiamo una coppia di attempati montanari, che ci scambiano, chissà perché, per escursionisti tedeschi: va bé che abbiamo l’aspetto un po’ rude, ma l’estremismo sportivo non è mica un’esclusiva teutonica… Si sale su lungo la pista da sci, ancora e ancora, mentre le case di Limone si allontanano sempre più in basso. Non ricordo nulla di tutto questo: in effetti, una successione di rampe troppo ripide ci scodella direttamente sull’orlo di un baratro, accanto alle reti di protezione, a quota 1.900 metri, circa. Il road book fuga ogni dubbio; avremmo dovuto scollinare a quota 1.700… Bene, non siamo ancora partiti e già abbiamo aggiunto una buona dose di dislivello non previsto. Il guaio è che la segnaletica dei sentieri, qui intorno, lascia molto a desiderare, per non dire che non esiste. Da quassù si vede la valle parallela, là dove avremmo dovuto passare.
Code tra le gambe, torniamo sui nostri passi, giù al bivio della seggiovia; non ci resta che tentare, questa volta, a sinistra, lungo un sentiero quasi in piano e poi in leggera discesa. Raggiungiamo in breve un bivio, dove un ciclista in MTB, intento a sostituire la camera d’aria per una foratura, ci conferma che siamo sulla buona strada per il Cros: troviamo, poco oltre, l’indicazione su un cartello di legno quasi nascosto nel bosco… Il sentiero percorre un lungo tratto a saliscendi in mezzo alla vegetazione, senza risparmiarci, nemmeno qui, qualche dubbio in corrispondenza di un paio di bivi. Ci sono tracce di indicazioni di percorso: si tratta, però, della Via del Sale. Quel che risveglia l’attenzione del mio neurone è il passaggio in mezzo alle baite della località Cros: qui troviamo anche, finalmente, le indicazioni per i colli della Boaria e della Perla. E ci ritroviamo a guardare, da sotto in su, il punto in cui, in cima alla pista da sci, ci siamo affacciati a guardare la vallata: Matteo osserva che, forse, si sarebbe potuta tentare una discesa diretta… Sì, certo, come no. Con il paracadute, forse.

Il sole sembra pian piano farsi strada tra le nuvole. Risaliamo lungo il torrente, seguendo il sentiero e le provvidenziali fettucce, questa volta senza dubbio quelle del Cro Magnon, rimaste lungo il percorso: non sarà un gran beneficio per l’ecologia, ma lo è per noi, in questo momento. Almeno, per ora, abbiamo la certezza di essere sulla strada giusta. Matteo mi lascia fare l’andatura; non devo e non posso permettermi di esagerare: la strada è ancora lunga, lunghissima… Per ora, non ci sono pendenze proibitive, né passaggi arditi, almeno sulla carta. Ma l’imprevisto è dietro l’angolo. Il nostro itinerario corre proprio nel bel mezzo di un’immensa mandria di mucche al pascolo. Saranno senz’altro gli animali più pacifici al mondo, ma l’esperienza, ahimé, mi ha insegnato che anche questa regola ha le sue eccezioni. Mi sforzo d’essere razionale, ma il cuore mi schizza in gola: l’istinto è quello di girare i tacchi e tornare indietro… Calma, Gian, non ha senso; se torni indietro qui, allora è stato inutile persino partire da casa. Matteo, deciso, passa in testa e traccia un percorso ideale, il più possibile distante dagli animali; il guaio è che ce n’è tanti, troppi, e molti, manco a farlo apposta, ben piantati in mezzo al sentiero. Il nostro cammino diventa un confuso passaggio nel prato, una salita per la direttissima, tagliando i tornanti: ma, nonostante le nostre cautele, le mucche mostrano segni di agitazione. Vi prego, risparmiateci, vi assicuro che ho più terrore io di voi, di quanto possiate averne voi di me… La paura scatena i garretti; risalgo il prato con il cuore a mille, m’inciampo di continuo, seguo Matteo che, se pure ha timore quanto me, riesce a non darlo a vedere. Una bestia raspa lo zoccolo per terra; non mi volto, ma già sento il terreno vibrare sotto i colpi di zoccoli di una vera e propria carica bovina organizzata… Tante paia d’occhi tondi mi fissano, lo so, ce l’hanno proprio con me; uno dopo l’altro, i quadrupedi smettono di straziare i fili d’erba e volgono minacciosi il muso… Davanti a noi, una bestia muggisce senza sosta; sembra incavolata sul serio: e mò? Questa non possiamo proprio aggirarla… Guardo giù, dove il pendio digrada ripido verso il torrente. “Potremmo passare di lì…”. “Sì ma ci ammazziamo”, ribatte scettico Matteo: non importa, meglio uno scivolone che un’incornata, o un passeggio di mucche sopra le mie povere ossa… Il terrore delle mucche caccia quello per la pendenza; mi butto giù per il pendio e risalgo, faticosamente, un po’ più avanti, tra i rododendri. Tornati su, a distanza di sicurezza, ci volgiamo verso la bestia che tanto protestava: sta allattando il vitellino. Che tenerume…

All’orizzonte, via libera. Sopravvissuti ed integri, riprendiamo il cammino. L’adrenalina nelle gambe mi fa trottare di gran carriera fino al Colle della Boaria: qui intercettiamo una bella strada sterrata, che mi fa venire in mente la mountain bike parcheggiata in garage. La vista spazia fino al mare, anche se mi è difficile crederci, che quello laggiù sia davvero il mare. Innumerevoli le cime, i sentieri, i pascoli qua intorno, sotto i nostri piedi.

Rapido consulto della cartina, poi riprendiamo la marcia su un sentiero che sale appena appena, verso destra, tagliando un pendio erboso. Il sole ha vinto e picchia sulle nostre teste. Si cammina di buona lena: proprio non riesco a ricordare se la gara sia passata di qui oppure no, ma non ha molta importanza. Restiamo in quota a lungo; attorno a noi, solo prati, nessun albero, nemmeno a pagarlo. Ridiscendiamo ad un colletto, all’incrocio con una strada sterrata che corre alla nostra destra; ancora a mezza costa, marciamo fino ad individuare una costruzione, in alto a sinistra, contro il cielo e quasi sulla cima tonda della montagna: è un forte, senza dubbio. Lì per lì, sono anche convinta che si tratti del Forte Centrale, quello in cui, in gara, era stato sistemato il primo punto di ristoro. Convintissima, benché il neurone, sotto sotto, m’insinui qualche dubbio: eppure, durante la corsa, ricordo di essermi accorta della presenza di un edificio solo all’ultimo momento, appena prima di entrarci. E ricordo d’esserci arrivata via strada sterrata, non via sentiero. Eppure, sembra che la traccia ci porti dritti dritti lassù: sembra… Invece, ad un tratto, piega verso destra, correndo parallela alla strada sterrata qualche decina di metri sotto di noi, ed aggira la cima su cui è arroccato il forte. Titubante, Matteo consulta ancora carta e road book; non ci raccapezziamo, lui perché non conosce il luogo, io perché ho ricordi vaghi che, anziché essermi d’aiuto, mi confondono. Il forte che vedevamo poc’anzi, e che potremmo raggiungere facendo il giro di questa cima tonda, propabilmente non è quello che stavamo inseguendo. Boh… Tiriamo avanti. Un paio di tornantini in discesa, poi seguiamo la traccia del sentiero, a mezza costa ancora per un po’. Infine, imbocchiamo un bivio che va giù, in drastica discesa. Il paesaggio è molto suggestivo; ci troviamo in alto sopra il tunnel di Tenda, nonché sopra l’omonimo colle, quello sterrato. “Eppure” – insisto – “la corsa non ci ha fatto passare sul Colle di Tenda”. Ne sono proprio sicura, è questo il bello! Perdiamo quota rapidamente, scendendo lungo uno spigolo che ci mostra, a destra, il paesaggio di Limone con i suoi palazzoni e, a sinistra, un bello scorcio della Valle Roja. Abbiamo ormai la certezza di trovarci fuori strada: amen, ormai non ci resta che scendere, poi si vedrà.

Il sentiero scosceso ci scodella proprio all’incrocio tra due strade sterrate: a me, quest’immagine ricorda qualcosa… Matteo fa notare che, da queste parti, gli incroci sono più o meno tutti uguali, ma no, mi sa che non si tratta di un incrocio qualsiasi. Di qui siamo passati sul serio, a giugno.
Sulla strada sterrata, Matteo si ferma qualche attimo per porre rimedio ai danni di una vescica; io proseguo, finché non trovo la conferma definitiva della mia impressione. Dalla strada sterrata si stacca un sentiero che, in poche decine di metri, raggiunge un altro forte, quello giusto, stavolta. Purtroppo, quassù arrivano le auto, ergo anche i merenderos, che affollano il prato di fronte alla splendida costruzione. Già. Mi raggiunge il velocissimo compare; insieme, passiamo accanto al primo edificio e raggiungiamo il secondo, poco distante. Un cartello mi folgora: “Colle di Tenda”. Ah, ecco… La corsa c’è passata, eccome; sono io che non me ne sono resa conto. In effetti, quel giorno ero parecchio stravolta, in questo punto, e per giunta in pieno battibecco con il compagno di gara che mi accusava di essere troppo lenta. Come sempre, arrancavo con gli occhi fissi alla punta delle mie scarpe.

Il road book c’impone ora di seguire la direzione del Fort Pernant. Uno sguardo alla strada del Colle ed un pensiero alla MTB, poi si riparte: Matteo imbocca la scorciatoia, un sentierino ripidissimo e sconnesso; io invece scelgo la via più dolce, a tornanti. Per una volta che non ho l’assillo del tempo che scorre, perché mai dovrei andarmi a disintegrare i garretti, se posso farne a meno? Sfiliamo, un po’ più su, accanto al forte; ecco un’altra immagine che mi torna in mente, nettissima. Mannaggia alla mia memoria a scoppio ritardato. Seguo sicura un sentierino che scende leggermentee e supera un colletto. Siamo ora alla testa di una valletta: ci sarebbe una strada sterrata che porta a scollinare, in due tornanti; il problema è che, ahimè, il passaggio è arduo, per via di due frane. Nulla di trascendentale, nemmeno per un escursionista da picnic, ma io mi arrampico a fatica sul primo intoppo e mi blocco del tutto sul secondo. Matteo non osa insistere più di tanto… Torno indietro, al tornante più in basso; mi sa che aveva ragione lui, poverello: per aggirare la frana, bisogna seguire il sentierino che s’inerpica sulla destra e che, proseguendo, conduce ad una meta dal nome inquietante, Rocca dell’Abisso. Saliamo lungo un torrentello che al mio compare sembra finalmente adeguato a riempire la borraccia: poco sopra, un laghetto di uno splendido colore verde. Un paio di rampette sulle rocce e siamo al cospetto del terzo forte, su una spianata erbosa: Fort de Giaure.

Continuiamo a camminare lungo un sentiero in costa, finché la pendenza civenta decisa e ci fa perdere quota, giù verso un ampio pianoro a pascolo. Località Baisse de Peirefique: ci arriviamo dopo aver consumato le suole per una distanza che sembrava interminabile, un piede avanti l’altro sul sentierino troppo stretto. Breve tratto nel bosco e sbuchiamo ad un trivio: ecco la strada sterrata citata sul road book. Altra immagine che ricordo. Qualche centinaio di metri più avanti, ritrovo il bivio che in gara ci aveva incanalati in una lunga e tormentosa discesa in mezzo ai pascoli, segnalata solo dalle balise, ma non da una vera e propria traccia di sentiero. Matteo, carte alla mano, propone invece di seguire la ripida strada sterrata: scenderemo forse un po’ più lenti, ma saremo, se non altro, sicuri della traccia. Ottima e rilassante idea; l’accolgo con entusiasmo: si procede a passo tranquillo, chiacchierando, una volta tanto senza tribolare, anche se qualche calcio di troppo alle pietre, seguito da pioggia di santi abbattuti, scappa sempre. Ci tuffiamo nella pineta: ne riemergeremo alle porte di Casterino, dove il ponte sull’impetuoso torrente ci consegna al caldo abbraccio dell’asfalto. Circa tre km di trotto sul duro manto grigio, prima di raggiungere la diga e la località La Miniere. Ci accompagna, per un tratto, un’intera famiglia, genitori e ragazzini, a cavallo.

A La Miniere, bivio sulla destra e ripida rampa lastricata: “Se è tutta così – osserva Matteo – al colle arriviamo in un attimo!”. No, tranquillo… Più avanti, spiana, di fronte ad un albergo ristorante. A ben pensarci, i quaranta km scarsi macinati finora danno l’idea di quanto sia lento il percorso: del resto, se tocca scervellarsi sul road book ad ogni bivio, senza poter contare suOmbre che si allungano ed aria che diventa frizzante; la corona di montagne e guglie scompare, nascosta tra le cime degli alberi. Camminiamo a lungo sulla strada sterrata; ci vuole un bel po’ prima che, come una folgorazione, mi torni in mente il tracciato di questa salita. Basta che Matteo accenni ad un bivio, e mi si accende la luce: ma certo… Quest’ascesa andava a concludersi con una rampa micidiale, non lunghissima, ma ripida al limite dell’arrampicata! Come ho fatto a scordarmene?

Infatti, uno scalino ci solleva dalla strada ad un pianoro erboso, dove il sentiero si vede a fatica, fra tronchi e rami spezzati. Sta calando la sera: non posso negare di sentirmi nervosa, preoccupata all’idea che il buio possa sorprenderci in questo tratto. E’ un timore ingiustificato; ci saranno ancora almeno due ore di luce… Ma tant’è. Il sentiero si inerpica sempre più ripido, finché l’unica traccia è quella disegnata dalle tacche di vernice e dagli ometti segnavia. Mi arrampico alla bell’e meglio dietro alla mia guida, facendo perno su tutto quel che ho a disposizione, mani, piedi, quasi quasi anche i denti; un passo avanti e due indietro, le suole che scivolano sulle pietre sbriciolate, il cuore impazzito ed il fiato corto. Controllo a stento la paura cieca che sempre mi assale in queste circostanze; l’importante è non guardarsi alle spalle, né sotto le scarpe. Matteo sale con la stessa agilità del camoscio che abbiamo visto poco fa; ogni tanto si ferma, impassibile, e rivolge lo sguardo rassegnato a quella specie di polpo in crisi epilettica che si sforza di seguirlo. Sul colle, però, conquisto il mio premio: un abbraccio, i complimenti per i quattrocento metri di dislivello superati in mezz’ora ed uno splendido panorama sulla vallata, in vista dell’Authion. Col de Rauss: sono circa le otto; tutt’intorno, montagne che sembrano sagome ondulate di diverse sfumature di verde ed azzurro; il cielo che diventa rosso, il mare in lontananza. Si vede persino una grossa nave, bianca: una scena quasi irreale… Tiro un lunghissimo sospiro di sollievo e mi lascio travolgere da un piacevole senso di euforia: è come se avessi appena superato il più insidioso degli ostacoli. Riparto con il sorriso, dopo aver indossato la giacca, perché l’aria frizzante appiccica la maglietta umida alla pelle. Destinazione? In teoria, se continuassimo lungo il percorso del Cro Magnon, ci attenderebbe una lunghissima galoppata a saliscendi, un sentiero che taglia il pendio, sempre in quota. Ma l’Authion è ancora lontanissimo da qui; se proseguiamo, dovremo camminare per parecchie ore al buio, o comunque fermarci a dormire su in quota. Però, è ormai evidente che non abbiamo speranza, nemmeno camminando l’intera notte, di completare il percorso entro domani. C’è un sentiero che, poco prima dell’Authion, scende a Fontan e permette di ricollegarsi con la civiltà, sotto forma di linea ferroviaria; però, ricordo bene quanto sia stato difficile individuarlo, l’anno scorso, quel sentiero. Brancolare nel buio e scovare la retta via solo grazie al fiuto da montanaro geologo di Isacco, che avventura… No, io avrei piuttosto un’altra idea, sempre che il buon Matteo sia d’accordo. Il cartello qui in mezzo al pianoro indica che il sentiero, proseguendo dritti, conduce a Fontan:: si potrebbe seguirlo, andar giù per un po’, fermarsi a dormire a quota un po’ meno proibitiva e, con qualche ora di sonno alle spalle, proseguire il cammino lungo il Sentier Valléen de la Roja, toccando i paesi di Saorge, Breil, Fanghetto, Libre, fino alla stazione ferroviaria di Airole. Itinerario bello, comunque impegnativo e, soprattutto, caldo. Il mio compare sembra d’accordo: non so se l’idea davvero gli garbi, oppure se abbia timore di scatenare il nulla post atomico delle mie reazioni; preferisco non indagare. Via, alla svelta, prima che si cambi idea. Poco fa, salendo al Colle, abbiamo inseguito la luce; ora, scendendo a valle, avremo la sensazione di abbreviare il giorno. Il sentiero attraversa un tratto boscoso, fino a sfociare in un ampio pianoro erboso, con quel che resta dei muri di baite in pietra e recinzioni. Da qui, seguendo i cartelli per Fontan, c’immettiamo su una strada sterrata: e camminiamo, camminiamo, camminiamo, in mezzo ai pini e poi ai faggi, alla luce delle frontali. I brividi sulla pelle non tardano ad arrivare; nonostante la giacca antivento, il problema è la stoffa umida sulla schiena. Ma è inutile cambiarsi ora ed arrivare, poi, dinuovo sudati al momento della nanna.
Ci avvolgono i rumori della notte; qualche animale che sguscia via, qualche fischio, il fruscio del vento nelle foglie. L’aria è a tratti gelida, soprattutto quando la strada fa qualche curva a gomito ed è esposta alla lama di corrente che scende giù per il canalone soprastante. Cammina e cammina, le palpebre diventano sempre più pesanti; incombe il tremendo rischio di slogatura della mascella per lo sbadiglio; i pensieri corrono già su binari del tutto sconclusionati e probabilmente nemmeno paralleli.

Raggiungiamo due vecchie abitazioni diroccate: potrebbe essere un buon posto per dormire? E’ vero, c’è il riparo di un muro, ma il luogo non c’ispira. Decidiamo di scendere ancora un po’, passando accanto ad altre case, queste abitate. Di lì a poco, ci affianca un fuoristrada; il finestrino s’abbassa: “Vi siete persi?”, ci domandano, preoccupati. “No no, grazie – rispondiamo, sconcertati – è tutto a posto”. In effetti, non credo che, da queste parti, siano avvezzi a veder gente che va a spasso di notte con zaino e bastoncini…
Poco più avanti, sulla nostra destra si stacca una traccia di sentiero che s’inoltra nel bosco. Una piccola radura, quasi in piano, che sembra fatta al caso nostro: potremmo pensare di far nanna qui… Siamo convinti di essere ormai a poca distanza da Fontan, dal momento che, su in alto, il cartello indicava complessivamente due ore di marcia; nei nostri programmi, al risveglio, in quattro e quattr’otto saremo a fondovalle, a perder le bave sulla vetrina della panetteria.

Sono circa le undici: stendiamo un telo termico per terra, ci srotoliamo sopra i sacchi a pelo, ci cambiamo le maglie umide ed indossiamo tutto quel che abbiamo: per me, canotta, maglietta, felpa, giacca invernale da bici, giacca Goretex. Infine, ci inumiamo nei rispettivi giacigli, coprendoci anche con il secondo telo termico. Matteo qualcosa sotto i denti l’ha messo; io vado a nanna quasi senza cena, a parte qualche boccone di frutta secca. Del resto, sono talmente infreddolita che non desidero altro che il calore della piuma. Illusa…
Finalmente, pace. Pochi istanti per contemplare quello sprazzo di cielo nero, tempestato di stelle, che spunta tra le fronde più scure degli alberi, sdraiata per terra e completamente immobile, e condividere quell’attimo meraviglioso con Matteo: poi, il nulla.
La notte non è delle più quiete. Ogni tanto un rumore che mi risveglia dal torpore e mi sembra un ramo spezzato, una presenza vicina; poi, il freddo che risale dalle mani e dai piedi e ben presto s’impossessa di tutto il corpo. Stringo il sacco a pelo, chiudo il cappuccio fin quasi a non respirare più, mi arrotolo con le ginocchia in bocca: niente da fare, fa dannatamente freddo. Tremo, ho i brividi; beato Matteo che ronfa immobile. Finisco per svegliarlo a furia di muovermi, cercando di riattivare la circolazione nelle vene. Quant’è lungo il tempo, tra assopimento e veglia, con il freddo che mi tormenta. Penso agli alpinisti capaci di resistere per giorni in parete in condizioni meteo proibitive, chissà quanti gradi sotto zero: al posto loro, congelerei nel giro di mezz’ora… Del resto, io sono freddolosissima soprattutto da ferma; a momenti, in ufficio, indosso il golfino anche nei torridi pomeriggi estivi!

Il risveglio, appena prima dell’alba, è insieme un calvario ed una liberazione. Ci si muove, finalmente; però, sono così ibernata che uscire dal guscio mi costa uno sforzo sovrumano di volontà. Le mani sono bianchissime e quasi ristrette; fatico ad articolare le dita. Matteo è più arzillo che mai; come al solito, non patisce nulla, lui. Sgombriamo il campo: via i sacchi a pelo, via i teli termici; si riparte, così, a bestia, puzzolenti come e peggio di quando siamo arrivati. Incredibile, come ci si possa abbrutire e, soprattutto, come ci si adatti facilmente alla condizione di bestialità! Del resto, tra noi due, i tanfi si neutralizzano a vicenda; quanto al resto del mondo, non abbiamo in programma grandi relazioni sociali a parte l’acquisto della colazione, appena possibile.
Riprendo la marcia senza levarmi nemmeno uno strato. L’alba, come sempre, è l’ora più gelida. La sensazione è che la strada non abbia alcuna intenzione di scendere: chissà quanto manca a Fontan? Abbiamo camminato davvero tanto, da lassù, ma non si può certo dire che abbiamo perso granché quota. E’ già chiaro quando ci troviamo, nel bel mezzo di un pianoro, davanti ad un bivio a T con un’altra ampia strada sterrata. Il guaio è che a destra si va a Fontan… E a sinistra pure. Una situazione surreale. La carta non ci è di grande aiuto. Tiriamo la moneta: proviamo a sinistra, sembra che si scenda. Anche se, a guardare le montagne intorno a noi, non si capisce proprio dove. Ripartiamo, ancora fiduciosi, nonostante tutto, di essere vicini a Fontan: e che diamine, siamo su una strada con evidenti tracce di passaggio di veicoli; ci sono abitazioni; insomma, mica possono mancare venti km! E invece… Cammina, cammina e cammina, su pendenze dolcissime ed ampi curvoni, ci troviamo ad affacciarci sulla Valle Roja: spettacolo impagabile, la vista spazia su declivi sconfinati senza un albero a pagarlo; però, non tardiamo a renderci conto che siamo molto, molto più lontani dal fondovalle di quanto pensassimo. E non c’è traccia di sentiero: dobbiamo proprio seguire la strada, che sembra un nastro bianco pigramente appoggiato sotto di noi, con morbidi tornanti. La terra bianca spicca nella luce del sole ora alto del mattino: riesco persino a svestirmi un po’!
Vero, ho una gran fame ed una gran voglia di panetteria; però, non posso certo dire che l’imprevisto mi abbia messa di cattivo umore, anzi. Un vero viaggiatore di montagna ama i sentieri, e più sono impervi, meglio è. A me invece piace moltissimo camminare con calma su una strada così, solitaria, comoda, immersa nella luce, potermi guardare attorno senza essere costretta a guardare dove metto i piedi. Siamo in ferie, dopotutto, no? Se dovessimo renderci conto di non poter raggiungere Airole prima di sera, pazienza, vorrà dire che c’è anche Breil. Sono a passeggio in un posto meraviglioso ed in compagnia dell’unica persona con cui avrei potuto condividere questa splendida mattana: cosa potrei desiderare di più dalla vita?

Incrociamo persino qualche auto, mentre facciamo progetti di tornare qui in bici. Avanti, ancora avanti, un tornante dopo l’altro, fino a raggiungere, già quasi a fondovalle, una deviazione a sinistra, su sentiero. Ci sconcerta il cartello: Fontan è indicato, sì… Ma nel verso opposto al nostro! Proseguendo di qui, si arriva a Maurion. E ‘ndo stà Maurion? S’impone l’estrazione della cartina. Maurion, dunque, Maurion: non è lontana da Fontan, forse tre chilometri, ma è all’imbocco di una valletta laterale rispetto alla strada di fondovalle. Insomma, questa carta, su cui già il mio fido compare aveva dei dubbi, è da bocciare senza appello; in effetti, la strada su cui siamo scesi fin qua è segnata come un sentierino, o nemmeno compare, mentre, al contrario, altri sentieri sono tracciati come strade!

Scendiamo per forza a Maurion; approfittiamo del giardinetto per sistemare gli zaini e fare il pieno d’acqua. Poi ci avviamo lungo la stradina asfaltata, che scende tra le case, sulla sinistra della valletta. Certo che, da queste parti, il sole si vede proprio pochino; la strada è ancora in ombra e la temperatura non è delle più confortevoli.
Dopo lungo marciare, con la fame che ormai ci fa guardare con interesse anche le piante di cicoria, arriviamo finalmente al bivio con la statale della Valle Roja. Anche qui, un’immagine che ho già visto: non alla gara, ma nel corso della bellissima traversata fatta lo scorso settembre con Isacco, da San Giacomo di Entracque ad Airole. Era notte fonda quando abbiamo raggiunto questo stesso identico punto: quindi, anche quella notte siamo passati da Maurion, scendendo però non dalla strada sterrata, bensì dal sentiero che partiva, su in quota, poco prima dell’Authion. Com’è piccolo ed intricato il mondo.
Raggiungiamo finalmente Fontan: ogni passo ancor da macinare è un piccolo tormento… Pupille dilatate, filo di bava ed occhio fisso al punto in cui so che troverò l’insegna della panetteria: la memoria, qui, non mi tradisce. Compriamo un’intera pizza, più un tortino di mele ed un pain au chocolat: pochi istanti dopo, siamo spaparanzati sulla panchina, al sole, come due profughi che non toccano cibo da una settimana. Metà pizza a testa, spazzolata con la voracità di un piranha affamato. E non è finita; per non far torti al negozietto di alimentari accanto alla panetteria, ci concediamo anche un pintone di Coca Cola ed una bottiglietta da mezzo litro di yogurt. Un autoctono, a spasso con il suo bellissimo Labrador, ci augura buon appetito, sorridendo della nostra aria famelica.

Nessuno dei due lo ammette, ma è un gran peccato che la colazione sia già finita. Bisogna proprio rimettersi in cammino. Matteo stipa nello zaino la bottiglia di Coca Cola, l’unica derrata alimentare che non siamo riusciti ad esaurire. Mi spiace un po’ che sia sempre lui a sobbarcarsi i pesi più onerosi: del resto, però, è colpa sua. Non si lamenta mai, non si stanca mai… Da qui in poi, si viaggia a memoria: la mia memoria. Speriamo bene. Sotto un bel sole che promette una giornata calda, ci avviamo verso la stazione ferroviaria. Il sentiero verso Saorge parte proprio di fronte: se non l’avessi percorso in compagnia di Isacco, l’anno scorso, non mi sarebbe mai passato per l’anticamera del cervello di poterlo considerare un sentiero, questo budello invaso di rovi ed erbacce che s’arrampica su per la montagna. Per un lungo tratto, arranchiamo in stile Indiana Jones, con i rovi che ci avviluppano e ci graffiano, quando finalmente riusciamo a buttar l’occhio al fondovalle, ci siamo già alzati di un bel po’. La stazione ferroviaria è là in fondo, piccola piccola; tutt’intorno, le montagne nella luce del mattino. Le gambe sembrano rispondere bene, nonostante la notte non esattamente comoda e rilassante; forse è anche merito del sentiero a tornantini, uno dietro l’altro, che m’ispira. Si sbuca poi ad un bivio: a destra, senza dubbio. Procediamo nel fitto del bosco per un po’, senza né scendere né salire, d’un tratto, la traccia esce dalla vegetazione e precipita giù, in picchiata, su Saorge, che spicca già, molto più in basso, con i suoi campanili. Discesa ardua e scivolosa, proprio come me la ricordavo; con tanta pazienza, un passo dopo l’altro e cercando di non scivolare, mi oppongo alla forza di gravità ed al suo complice sleale, il mio deretano troppo pesante. Matteo prova ad inculcarmi il concetto secondo cui non devo guardarmi le punte dei piedi, in discesa, ma devo osservare il terreno mezzo metro più avanti, almeno. Facile a dirsi. Per quest’anno, gli incisivi me li sono già frantumati una volta: per gli esperimenti, direi che è opportuno lasciar passare una ventina d’anni almeno…

Tra i muri in pietra delle case di Saorge, una più suggestiva dell’altra, raggiungiamo la fontana. Un’anziana signora alle prese con il lavaggio dell’insalata ci indica la strada per Breil, su cui ho qualche dubbio; scendiamo lungo la via principale del paesetto, passiamo di fronte ad una bella chiesetta con campanile romanico. Ora sì, ricordo. Imbocchiamo una stradina sterrata in leggera discesa, fino a raggiungere il ponte sull’acqua verdissima della Roja. Comincia qui la seconda salita: destinazione, Collet du Mont Agu, che è a quota mille metri, se non ricordo male. Seicento metri di salita, a tratti anche impegnativa, però tutta a tornanti, come piace a me. Nonostante la colazione abbondante e recente, son già qui che chiedo soccorso alle borraccette di miele: al secondo giorno di marcia, sono vittima dell’effetto inceneritore… Ci arrampichiamo in una vegetazione che parla già di mare, anche se al mare non arriveremo; qualche muretto a secco, quel che resta di edifici che chissà quale utilità potevano avere, quassù. Ed un cartello enigmatico, appeso ad un albero: “Divieto”. Divieto, ma di che?

Tornante dopo tornante, la stanchezza si fa sentire. I pochi sprazzi tra gli alberi non valgono a capire dove vada a finire la salita, anche se ne ho più o meno un vago ricordo. Siamo già nei paraggi del colle, quando Matteo, sempre rimasto pazientemente in coda, si concede un allungo e sparisce tra gli alberi. A tutt’altra andatura, ci arrivo anch’io: si scende, anzi, non ancora. Un lungo tratto è a mezza costa, saliscendi tra gli alberi su un bel sentiero di morbida terra; una faggeta, tracce di una frana che ha ridotto il camminamento ad una striscia sottile. Poi, finalmente, si perde quota. Dal fondovalle, latrati di cani delle prime abitazioni, rumori di auto. Non c’è anima viva nei paraggi, benché sia una delle settimane centrali di agosto. Ho l’impressione che questo itinerario sia ben curato, ma poco noto ed ancor meno frequentato: peccato, davvero.
Sempre più scosceso, il sentiero conduce al guado di un torrente. Siamo già quasi a fondovalle: ma, anziché scendere a Breil per la via più diretta, che ci costringerebbe ad un paio di km di asfalto, decidiamo di risalire ed andare a percorrere l’altro sentiero, quello alto. O meglio, decido: Matteo si fida e mi segue. Così, ci tuffiamo ancora una volta nel fitto del bosco, così chiuso da dar l’impressione di luce della sera. Una risalita da capre, buia e fangosa, ci riporta in alto, su una curva a picco sulla vallata: la vegetazione scompare e lascia il posto alle case, disseminate sul pendio. Ci domandiamo se ci sia altra via per arrivare quassù: se così non è, la vita qui è riservata a chi ha buoni garretti… Già solo far la spesa diventa un’impresa da veri alpinisti! Eppure, non mi pare di vedere nei dintorni alcun accesso per auto o moto… Il paesaggio qui dà l’idea del clima adorabilmente caldo; case con i tetti piatti, colori chiari dei muri e della terra, fiori e piante grasse. La discesa su Breil è lunga e molto panoramica; si distinguono nitidi i contorni degli edifici, la stazione ferroviaria, il centro del paese. Il sentiero corre accanto alla Roja, in un piccolo parco dove alcune famiglie hanno organizzato uno spaccato di vita da spiaggia, e va a finire al curvone della strada statale, appena prima del ponte.

Un’altra tappa in panetteria è il desiderio inconfessabile, eppure confessato, di entrambi. Ma siamo nel pieno della pausa pranzo e a Breil c’è il coprifuoco. Effluvi di pietanze, dai sughi alle minestre agli arrosti, ma di negozi aperti nemmeno l’ombra. E la sosta al bar per un panino non è nel nostro stile. Stanchi ed accaldati, ci accasciamo sul gradino della fontana, a curare le ferite del corpo, in particolare delle sue estremità inferiori, e dello spirito. Matteo mi sembra un po’ giù di morale: non lo vedo entusiasta all’idea di proseguire… Il treno più utile per noi ad Airole è alle 18.10; sono circa le 14, adesso: secondo me, ce la facciamo, almeno secondo il vago ricordo che ho della strada ancora da percorrere. Diamo fondo alle scorte che ci siamo portati da casa, o quasi; il pancino dovrà rassegnarsi ad un po’ di carestia… Poi ripartiamo di buon passo, correndo lungo il torrente, con la sagoma bianca della Cruella appostata un centinaio di metri sopra le nostre teste. Alla vista del bellissimo panorama, Matteo sembra riconquistare il buon umore: lo speravo… Questo tratto del Sentiero Valléen è davvero suggestivo; sapevo che non l’avrebbe lasciato indifferente. Il colore straordinario dell’acqua, le rocce a strati, il ponticello in pietra. E la risalita successiva: calda, caldissima, e non del tutto indolore, nonostante sia abbastanza breve. Lunga marcia a saliscendi, sul sentiero di terra bianca che riverbera luce e calore, tra fiori e colori d’ogni genere; è una sensazione che si ripete, splendida, quella che nasce dalla partenza ai piedi dei monti, Limone in questo caso, e dal viaggio verso un clima ben più mite ed accogliente. Il primo abitato che incontriamo è Libre: attraversiamo il minuscolo centro, case arroccate l’una sull’altra e vicoli in cui si passa solo chini. Ancora lunghi saliscendi tra vigne ed ulivi, cespugli carichi di more e fiori; sempre più stanchi ed accaldati, raggiungiamo i tetti di Fanghetto. Sulla piazza, all’ombra, un grosso cane da caccia, anziano, riposa pigro sul battuto di cemento. Anche se ho un attimo di tentennamento, qui non c’è dubbio sulla via da imboccare. Basta seguire i segnavia ed i cartelli ed imboccare il sentiero che scende giù tra gli uliveti. Un po’ di tensione guasta la bellezza degli ultimi chilometri; sono stata un po’ troppo ottimista, a Breil, nella mia previsione sui tempi di marcia. Ricordavo d’aver impiegato meno tempo, lo scorso anno… Non si può certo affermare che io sia stata fulminea, oggi, però non si è perso tempo; il guaio è che la strada è lunga Il timore è di perdere il treno: per carità, non sarebbe una tragedia… Però, stanchi e disfatti come siamo, avremmo entrambi piacere di rientrare alla base e concederci una doccia, una cena, un po’ di riposo. Affretto il passo e non chiedo che ora sia: preferisco non sapere… Del resto, Matteo non parla, è cupo, nervoso. Capita anche a lui, ogni tanto, di perdere la pazienza! Ormai, non credo di poter più sperare: dietro ogni curva, ne spunta un’altra; non so quanto manchi ad Airole, ne ho un ricordo troppo confuso.

Le prime case compaiono all’improvviso; il sentiero fa il giro di una borgata che, mi sembra, non è troppo distante dal centro del paese. Forza, Gian, un ultimo sforzo. Il mio compagno di viaggio è chiuso in un ostinato mutismo: da parte sua, è un comportamento davvero anomalo… Boh, gli passerà; mi spiace, ho sbagliato in pieno la previsione, ma che posso farci? E’ solo l’ennesima conferma di quanto sia inattendibile la memoria in generale, la mia in particolare. Poggiamo piede, finalmente, sul solido asfalto; a compensazione del mio errore di prima, questa volta il tragitto su strada è molto più breve di quanto ricordassi. Una rampa ci porta fin su, sul piazzale della chiesa. Sbircio il primo campanile che riesco, da lontano, a decifrare: le sei meno venti. “OK – concludo – è fatta, ci siamo”. Matteo impiega qualche istante a posare il broncio: era convinto di dover scendere sulla statale ed avere ancora chissà quanta strada davanti… Invece, è fatta. Un centinaio di km ed un dislivello incalcolabile, ma notevole, nelle suole- Libero sfogo all’euforia: raggiungiamo in pochi passi il gabbiotto di cemento che costituisce la stazione di Airole, poco più di una pensilina; abbandoniamo gli zaini e con essi la stanchezza. Sorridenti ed euforici, ci accomodiamo sulle seggiole di un treno scandalosamente puntuale. Torpore e un po’ di mal di treno, ma il tragitto non è poi così lungo: a Limone arriviamo appena in tempo per fiondarci in panetteria e saccheggiare la teglia della focaccia, almeno quel che ne resta. Non appena apro la portiera della Opel, mi accoglie la voce calda e bellissima di Elton John: oh porca miseria, ho dimenticato l’autoradio accesa… Con trepidazione, giro la chiave: mi risponde un’altra musica, quella del motore che s’avvia. Meno male, per questa volta non ho scaricato la batteria; la cena è salva!

(Visited 5 times, 1 visits today)

Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!