16/17 giugno 2012 – VINADIO-VINADIO IN VERSIONE EXTRALARGE

Appuntamento alle tre e quaranta, notturne ovviamente, al casello dell’autostrada, a Carmagnola. Roberto non batte ciglio: questo già la dice lunga sulla sua tempra di ciclista che non teme nulla. A maggior ragione se si pensa che, non avendo la disponibilità dell’auto, lui ci arriverà da Castelnuovo Don Bosco direttamente in bici… Infatti così lo trovo, più puntuale di me. L’inarrestabile Opel accoglie in un attimo sia la bella bici in carbonio che il passeggero; via sotto uno splendido cielo stellato, destinazione Aisone.
E’ da tempo ormai che covo la voglia di un bel giro in bici, come dico io. La passione, messa da parte negli ultimi anni in favore della corsa, vuoi per ragioni di tempo, vuoi per la paura dopo l’ultimo incidente, non si è mai spenta; anzi, pian piano, sembra proprio volersi riprendere lo spazio che per anni le è appartenuto nel mio cuore, senza rivali né limiti. E’ vero, quest’anno ho pedalato in bici da corsa solo tre volte, ma si è trattato di tre volte “di peso”: due uscite in Langa, rispettivamente da 270 km e 150 km circa, più la Nove Colli da 200 e rotti. Oltre a ciò, ho macinato parecchi km in mountain bike ed un’infinità di ore di rulli, ma questo conta poco…
Le previsioni meteo di ogni possibile sito internet attendibile sono tutte concordi nel promettere, finalmente, un sabato ed una domenica asciutti e caldi, dopo una sequenza snervante di fine settimana freddi e piovosi. Un’occasione da non perdere. Il mio programma prevede un itinerario a forma di “8”, con partenza da Aisone e salite dei colli Lombarda, Bonette, Allos, Champs, Cayolle, Maddalena. A metterci i numeri ha pensato Roberto, entusiasia della proposta: circa 300 km per 7.700 m di dislivello in salita.


La mia non si può certo definire una guida scattante e veloce: soprattutto al buio, soprattutto quando ho la responsabilità di un passeggero a bordo. E di due bici, che si sa, per il ciclista “so’ppiezz’e core”. Sono già le cinque quando raggiungiamo Aisone, punto di partenza strategico della Valle Stura per via della toilette. Visita alla medesima e sistemazione delle bici: un’irripetibile contumelia squarcia la quiete del paesello, quando mi accorgo che la ruota anteriore del mio fiero veicolo è sgonfia. Ma come, sgonfia? Ho caricato la bici nel cofano ieri sera ed era tutto ok… Non la toccavo da un paio di settimane almeno… Cosa diavolo può essere successo nel cofano della Opel? Lì per lì, mi getto alla furiosa ricerca degli attrezzi per cambiare la camera d’aria; sulla mia indole battagliera per la giornata scende una cappa nera, spessa, oppressiva, perché so già che, quando mi capita di forare, non mi capita una sola volta. Come minimo, due o tre di fila. Insomma, vedo già la gita rovinata. Poi mi fermo per un attimo di riflessione. Insomma, questa benedetta ruota non può essersi bucata nella Opel. E ieri sera, ne sono arcisicura, era a posto. Forse per qualche strano gioco di pressione, s’è sgonfiata nel viaggio, magari perché la valvolina non era avvitata alla perfezione. Scelgo il rischio: prendo la pompa e rigonfio il tutto, o meglio, cedo l’incombenza al buon Roberto che è senz’altro più forzuto di me. Speriamo in bene.


E’ ormai quasi chiaro quando ci mettiamo in viaggio. Breve tratto di riscaldamento fino a Vinadio, un po’ di saliscendi, qualche brivido in discesa ed i primi camion che arrivano dalla Francia in colonna. A Vinadio, tutto tace; scendiamo fino al fatidico bivio: Colle della Lombarda. Da quanto tempo non passo più di qui in bici. Quasi due anni, credo. Un cavallo al pascolo ci degna appena di uno sguardo. La borgata di Pratolungo è cambiata: molte abitazioni sono state ristrutturate, altre sono oggetto di lavori in corso, condotti, mi par di notare, con ottimo gusto. C’è anche un “bed & breakfast”. Si fa il pieno d’acqua ad una fontana, poi via, si sale, sul serio. Il primo “scalino” è ingannevole: la salita a tornanti sembra meno impegnativa; tutto il dislivello che si guadagna è lì, sotto gli occhi; la fatica trova subito un riscontro che dà soddisfazione. Peccato che, dopo la guardiola ormai dismessa in cui, anni fa, si piazzavano le forze dell’ordine per i controlli dei movimenti vicino alla frontiera, la musica cambi. La strada si stende, diventa rettilinea o quasi; morbide curve mascherano appena la pendenza severa, seguendo il corso del torrente impetuoso. Intanto, il sole illumina appena le cime dei monti che chiudono la valle. Lo sento, tutto e subito, lo sforzo di spingere giù i pedali. Sento il peso dello zaino, anche se ho fatto il possibile per scaricarne un po’ nel borsello da manubrio; si tratta comunque sempre di peso da spingere su con le mie gambe. Roberto, paziente, adegua il suo passo al mio. Vorrei essere un po’ più loquace, ma non ne ho il fiato. La temperatura, per ora, rimane bassa; non è ancora tempo di levare i manicotti. La piccola centrale idroelettrica, un primo tornante ed un secondo, un altro lungo rettilineo, fino a far capolino su quello che io chiamo “il secondo scalino”, il tratto intermedio della valle, in cui la strada, guardando dal punto di vista di chi sale, passa “a destra” e si arrampica su per una bellissima serpentina. Noi saliamo, la luce del sole scende e ci viene incontro; è nettissima la differenza di colore tra la montagna ancora in ombra e quella già illuminata. L’aria è limpidissima.
Un insolito viavai di auto è l’unico neo: dove diamine vanno tutti a quest’ora? Un gruppo di persone dall’aria montanara rude si sposta per brevi tratti su un fuoristrada; scendono, inforcano i binocoli, puntano chissà cosa. La strettoia nella valle, in corrispondenza dei ruderi di alpeggi, è una vera galleria del vento; gelido, ovviamente. Un’altra teoria di tornanti ci conduce al lungo pianoro, non ancora territorio delle mucche per questa stagione. Prendo respiro; mamma mia, se la prima salita è tanto dura, chissà le altre… Mi è di grande aiuto il fatto di conoscerne ogni metro.
Il cielo conferma quanto promesso dalle previsioni meteo, è limpido, anche se, volgendo lo sguardo in direzione della pianura, si nota un po’ di nuvolaglia sbrindellata. Altro “scalino”, un paio di tornanti per giungere nella parte alta del vallone, in vista del Santuario di Sant’Anna. Il profumo degli alberi è intenso; soffia una leggera brezza. Roberto è di buona compagnia; chiacchiera anche se io riesco a rispondere di rado, a monosillabi. Imbocchiamo al bivio la direzione della Francia, per gli ultimi otto km circa di ascesa: tornanti in mezzo al bosco prima, un po’ d’acqua e fanghiglia che scorrono sull’asfalto, poi solo più prati e laghetti e marmotte ancora intontite dal lungo sonno. Seguo con lo sguardo, dall’altra parte del vallone, la strada sterrata che dal Santuario risale verso il colle. Mi piacerebbe, prima o poi, percorrerla in MTB.


La luce quassù è piena, cristallina; i prati pullulano di fiori; qua e là, qualche chiazza di neve. Poche auto abbandonate sulle piazzole indicano che qualche escursionista mattiniero è già in cammino. Il colle, visibile già cinque km prima di arrivarci, richiede ancora il tributo di qualche rampa severa; per fortuna, l’asfalto è sopravvissuto alla stagione fredda in buone condizioni. In vetta, solo il camioncino del venditore di panini, rigorosamente chiuso. Ci fermiamo per qualche foto e per indossare giacche e guanti: la discesa sarà lunga e s’infila in un vallone stretto e profondo; dei ventun km che ci separano da Isola, più di metà saranno in ombra. Batteremo i denti.


Prendo un po’ di vantaggio in discesa, mentre il compare completa la vestizione. Mi meraviglio di trovare la strada in condizioni eccellenti, ben più larga di come la ricordassi e liscia come un biliardo. Non saranno simpatici, i cugini d’Oltralpe, ma c’è da dire che in moltissime cose ci superano di anni luce; una di queste è la manutenzione delle strade di montagna. Prima di Isola 2000, Roberto mi ha già raggiunta. D’altronde, io sono sempre quella che, per dirla con Ivano il Terribile, in discesa fa le curve quadre… E qui, le curve non mancano di certo. L’itinerario verso Isola è tutto un tornante, per quanto agevole, su uno stradone. M’impegno a mollarli un po’, i freni, ma la fiducia è quel che è. Come previsto, la temperatura verso il fondo del vallone scende vertiginosamente; trovo il buon Roberto in attesa all’ultimo tornante, l’unico già illuminato dal sole, appena sopra Isola.


Non manco di rendere omaggio al bagno pubblico di Isola. Ho in testa la mappa GPS di tutte le toilettes di ogni ordine e grado a cui mi sia capitato di accedere; potrei quasi prestare la mia consulenza alla Garmin, qualora i responsabili del marchio decidessero di lanciare un’applicazione apposita. Pochi minuti e si torna in sella, destinazione St Etienne de Tinée, occhio e croce una quindicina di km, da me sempre temutissimi. Leggera e massacrante salita. Roberto non si allontana; assiste paziente alla mia agonia su pedali che sono pesanti come macigni. Ci sarebbe anche la pista ciclabile… Bella, per carità, ma è una di quelle piste concepite per chi va a passeggio nel senso più leggero dell’espressione e costringe ad attraversare più volte la strada: alla fine, un rischio piuttosto che una tutela… Ai piedi della rampa che precede St Etienne, si impone la scelta: sopra o sotto? Optiamo per la stradina sulla destra, senz’altro meno frequentata, che passa nei pressi di un laghetto e di alcune cascine. Solo in apparenza è meno impegnativa; quando meno te l’aspetti, ti piazza una severissima rampa da affrontare con ogni cautela, pena lo spargimento dei bronchi sull’asfalto. Mentre io agonizzo, Roberto va su, agile. Una discesa altrettanto perentoria, un paio di curve a gomito e ci ritroviamo tra le case di St Etienne. Con la sicurezza di chi c’è già stato mille volte, imbocco sicura vie e piazzette, salvo realizzare che non ho la più pallida idea di dove mi stia dirigendo. Amen, St Etienne non è New York; prima o poi da qualche parte andremo a sbucare. Infatti, eccoci sulla strada canonica, non esattamente nel punto in cui avrei voluto arrivarci, ma fa lo stesso. Si torna a fare sul serio: seconda salita della giornata, Col de la Bonette.


Parto piano, molto piano. D’obbligo il rapportino più agile che ho. Mi perseguita l’incubo della mancanza di allenamento. Ce la farò? Non ho molta scelta… Lo zaino pesa, la bici pure, la ciclista non parliamone. Per fortuna il mio compagno di viaggio chiacchiera volentieri, mi aiuta a distrarmi, ma il pensiero dei 25 km che mi separano da lassù… Il traffico, come sempre da queste parti, non manca. Molte auto, innumerevoli moto. Mi disegno in mente le tappe intermedie: il bivio per St Dalmas le Selvage; il pianoro con il parcheggio ed il ristorante; le poche case di Bousieyas. Piano, sempre piano, ma senza sosta. Ricordarsi di dare un po’ di sollievo al soprasella, di tanto in tanto, ma con cautela, perché sui pedali “da passeggio” la scarpa, non vincolata, tende talvolta a scivolare. Un cielo meravigliosamente limpido si allarga su di noi, man mano che risaliamo. Ce la faccio, non ce la faccio? Mi basteranno le forze? Che emozione, tornare qui dopo lunga assenza. La “mia” Bonette. Roberto non l’ha mai vista, la Bonette, pur essendoci già passato in bici: destino e combinazione di orari da randonneur hanno fatto sì che, quella volta, fosse buio. Si può dire che l’abbia “sentita”, la salita, ma mancava il panorama, il che non è poco.
Oltre il pianoro, brevissimo tratto di pietà della salita, da assaporare con la voluttà con cui il disperso nel deserto gusta l’ultimissima stilla d’acqua della sua bottiglia, si riprende a salire verso Bousieyas. Mentre fatico tra i primi due tornanti che risalgono lo “scalino” prima del minuscolo paese, avverto un rumore sordo, come di un motore molto potente ed un po’ sofferente. Guardo giù e non credo ai miei occhi: un TIR, con un unico lunghissimo rimorchio, sta venendo su. Un TIR? Qui? E dove diamine conta di andare? Il bestione si arrampica a fatica; se è vero che qui la pendenza non è micidiale, è anche vero che questa non è certo strada da veicoli di quel peso e di quelle dimensioni… Incagliato tra auto che scendono, auto che salgono, camper e ciclisti sparpagliati, l’enorme veicolo mi sorpassa scaricando una quantità inaudita di fumo nero, il sospiro di angoscia di quel povero motore. Con sorpresa e raccapriccio, mi accorgo che i TIR sono due, uguali, entrambi con la scritta a caratteri cubitali “Aleppo” sul telone del rimorchio. Ma avranno davvero idea di dove stanno andando? O forse hanno imboccato questa strada per sbaglio? Sarebbe grave, perché di qui non hanno alcuna possibilità di invertire la rotta… Non resterebbe loro altra scelta che quella di salire al colle e scendere fino a fondovalle. Ma come se la caveranno con la strettoia di Bousieyas?


Se la cavano, evidentemente, perché, quando ci arrivo io, di lì a pochi minuti, dei bestioni della strada non c’è più traccia. Buon per loro che la salita, come del resto la discesa, è larga e con fondo in condizioni eccellenti. Mi fermo un attimo alla fontana: devo riempire la borraccia, certo, ma la triste verità è che ho bisogno di un attimo di respiro. Un cagnone dall’aria pacifica si aggira tra le tante bici riunite qui come per un tacito appuntamento. Le lattine di Coca e di aranciata, messe nella vasca a raffreddare dal gestore del minuscolo bar, sono una tentazione irresistibile… Ma resisto, torno in sella, c’è ancora tanta strada. Da qui, circa 14 km. Ed è dal tornante appena sopra il paese, che si comincia finalmente a scorgere la meta. Con l’orgoglio un po’ ingenuo della “padrona di casa” – su questa vetta ciclistica ho lasciato uno dei tanti pezzetti del mio cuore, quindi è anche un po’ mia – mostro a Roberto il panettone pelato, ferito dal lungo graffio della strada che gira intorno alla cima: “Dobbiamo arrivare lassù”… Non si scompone, lui. Del resto, con il suo talento innato per le due ruote, potrebbe ripeterla venti volte di fila, questa salita. E invece rimane pazientemente nei miei paraggi, sopportando il mio passo stanco da mulo sovraccarico. Il traffico di auto e camper e moto ci accompagna anche in questo tratto, fino all’altra mia meta intermedia, i ruderi di Camp de Fourches. Brevissimo tratto in piano, quasi impercettibile. Da qui, altri sette km al colle, otto se si vuol fare il giro della cima ed arrivare effettivamente oltre quota 2.800 m.


Sempre tormentata dal senso di colpa per la mia stessa lentezza, avanzo a Roberto la proposta: “Vai avanti al tuo passo; quando arrivi su, fai il giro della cima. Io mi accontento del colle e scendo giù direttamente; almeno, risparmiamo un po’ di tempo”. Anche stavolta il mio collega di avventure non ha nulla da obiettare; quattro pedalate ben assestate ed è già lontano.
Subito la salita riprende. Appena oltre la curva, manca poco che io mi ribalti: una raffica di vento freddo e rabbioso mi investe. Il cuore rotola in fondo ai calzini: ma no… Non è possibile… Non ho ancora tribolato a sufficienza, fin qui? Non basta la salita? Lo so, lo so, siamo ormai oltre quota 2.500 m; è normale che soffi il vento, quassù. Ma ho paura delle folate che mi fanno perdere l’equilibrio, delle auto che mi passano vicino. Procedere, con un simile ventaccio, è una pena! E’ questo il prezzo da pagare per lo splendido cielo azzurro che la giornata ha regalato? Per fortuna, la strada segue un andamento ad arco, anzi a più archi, uno dietro l’altro; il vento non è sempre di fronte. Ma ormai so che il vento è molto molesto in ogni direzione, tranne quand’è perfettamente a favore.


Non so per quale inspiegabile miracolo, Eolo sembra aver rinunciato ad infierire. Dopo le prime folate, il vento si placa, smette di ruggire. Ho una tale paura di non farcela, ad arrivare fin su, che alla fine i chilometri si rivelano più brevi di quel che sembravano: curva dopo curva, ecco il colle, a poche centinaia di metri di distanza. Scruto la strada che fa il giro della cima: le fanno da ornamento cumuli di neve. Vuoi vedere che non si passa ancora? In effetti, al colle mi pare di scorgere un losco figuro che potrebbe anche essere Roberto, fermo in attesa. Pedalata dopo pedalata, il dubbio diventa certezza: è proprio lui, in attesa, perché non ha potuto cimentarsi nel tour della vetta. La neve blocca ancora il passaggio. Un moto di vile soddisfazione, sia pur represso immediatamente, mi attraversa per un istante il neurone: beh, è vero, non posso andar su nemmeno io, c’è la neve… Quando so benissimo che non ci sarei comunque andata.


Mi copro per benino: si gela, quassù… Poi via, in discesa. Ad un paio di km dal colle, mostro a Roberto la strada sterrata che sale da St Dalmas le Selvage; l’ho già sperimentata, qualche anno fa. Solo gli ultimi 3 km di salita sono sterrati; li ho già assaggiati, qualche anno fa, con la bici per mano ed i sandali da mare, portati su per l’occasione, ai piedi.
Un sonno micidiale mi coglie giù per la discesa: sbadigli da slogar la mascella, schiaffi in faccia per riprendere coscienza. Non è il caso di addormentarsi, con questo traffico… Tantopiù che, a quanto pare, oggi è il giorno dei fenomeni da circo; tra auto e moto di turisti, salgono alcune vetture con la carrozzeria ricoperta di adesivi sgargianti ed i motori senz’altro modificati, ma soprattutto in mano a piloti scriteriati. Questi pazzi si lanciano in sorpassi criminali e in curve su due ruote, del tutto incuranti di chi viaggia nella direzione di marcia opposta: ma dove credono di essere… A Indianapolis? Il primo incontro ravvicinato con un degno rappresentante di questa cerchia di decerebrati mi risveglia del tutto; occhio Gian, a quel che fai tu ma soprattutto a quel che combinano gli altri! E i due TIR? Chissà che fine hanno fatto? Non possono essersi volatilizzati… Evidentemente ce l’hanno fatta, ad arrivare giù. Tutto sta a capire se volessero davvero arrivarci, a Jausiers. In ogni caso, io sì, ci voglio arrivare, possibilmente integra.


Pecore e merenderos si contendono i laghetti nel pianoro, un paio di tornanti più in su del rifugio “Halte 2000”. Poi i primi alberi segnano il confine della quota più ospitale; inizia la lunga serie di curve che mi porta giù alle prime borgate, con le insegne degli artigiani del legno e dei venditori di “fromage de chevre et de brebis”. Per inciso, ho una gran fame… Jausiers è ormai in vista. All’ultimo curvone prima del paese, strabuzzo gli occhi: tra i tanti ciclisti che salgono, ne addocchio uno che ha, al posto dei polpacci e dei piedi, due evidentissime protesi. E che va su con un passo davvero invidiabile! Altro che le mie gambe in carne ed ossa… La Bonette, a proposito di persone con handicap, mi ha già regalato, ormai tanti anni fa, l’incontro con un fortissimo ciclista con le braccia amputate appena sotto il gomito, per un incidente sul lavoro. Con un articolato sistema di modifiche alla bici, quell’uomo riusciva non solo a mangiarsi le salite senza alcuna difficoltà, ma anche e soprattutto a guidare il veicolo in discesa con un’abilità che io potrei sognarmi anche in cent’anni di esercizio. Chissà che fine ha fatto…


Trovo Roberto accanto alla bella fontana sulla destra. Il tempo di riempire la borraccia – il caldo si fa sentire adesso – e siamo dinuovo in strada, destinazione Barcellonette. Lancio un’occhiata languida al carrozzone di “Nico Pizza”, sulla piazzetta di Jausiers: desolatamente chiuso… Una decina di km noiosi e quasi piatti. Alla faccia della pedalata rotonda, il mio incedere è un disastro. Che fatica. In paese c’è il mercato: sfiliamo tra i banchi di frutta e verdura, ma soprattutto di formaggi, con gran pena del mio pancino. Non ci si può fermare… Altrimenti ci metto tre giorni, a tornare a casa! Tiremm’innanz. Ancora un paio di km di piattume, fino al bivio per il Col d’Allos. Per me, il “Tour des Troi Cols” esiste solo in questo verso: Col d’Allos, Col de Champs, Col de la Cayolle. Mai viceversa, perché, nell’altro senso, mi toccherebbe infliggermi una lunghissima e noiosissima, per quanto suggestiva, salita alla Cayolle ed una lunghissima e noiosissima salita, neanche suggestiva, all’Allos. Solo il Col de Champs merita di essere scalato da entrambi i versanti. Roberto non ha nulla da obiettare: ha già messo in carniere il giro nel verso che io non digerisco, quindi approva di buon grado l’idea di provare il senso antiorario.
La salita al Col d’Allos, a quest’ora di metà pomeriggio, rivela subito le proprie armi: non la pendenza, costante ma sempre contenuta… Bensì il clima, ferocemente caldo, soprattutto per le nostre ossa che, fino ad oggi, non hanno ancora assaggiato, per quest’anno, la vera estate. La strada offre ben pochi tratti in ombra; la terra ha il colore dell’arsura, l’asfalto è punteggiato di bollicine nere che crepitano sotto il peso della ruota. Esaurire l’acqua della borraccia, come succede a me, non è una buona idea. Per mia fortuna, non patisco mai molto i morsi della sete; per mia doppia fortuna, la salita è relativamente breve, 17 km circa, scanditi dai cippi bianchi e gialli a bordo strada, per arrivare a poco più di 2.200 m di quota. Chilometri che, con una Lombarda, una Bonette ed un allenamento quasi inesistente nelle gambe, pesano, comunque. Per non parlare dello zaino.
Conoscere la rotta, metro dopo metro, ha anche un lato negativo; non puoi mai ingannarti, nemmeno per un attimo, illudendoti che la vetta sia proprio lì oltre quella curva. La strada risale lenta la valle, poi con un paio di tornanti piega netta verso sinistra; il colle non si vede ma si intuisce. Alla terrazza del rifugio, presa d’assalto da frotte di motociclisti, si può dire d’essere arrivati. Solo più pochi metri…


Roberto è già qui, pronto a vestirsi per la discesa. Tiro un sospiro di sollievo quando scopro che anche lui, come me, è parecchio affamato. Io ho ancora una buona scorta di miele e qualche barretta, ma è di cibo vero che ho voglia adesso… Restiamo d’accordo di tenere gli occhi ben aperti al passaggio nei centri abitati e di tirare i freni davanti al primo supermercato o alla prima “boulangerie” che ci capiti di addocchiare. Così fiduciosi, ci lanciamo giù per la morbida discesa tra i pendii che d’inverno fanno la felicità degli sciatori: ma quegli scheletri di metallo degli impianti di risalita sono così tristi… Per non parlare degli orrendi casermoni turistici che straziano la conca verde su cui stiamo planando. E’ proprio qui, tra gli obbrobrii edilizi, che le nostre pupille si inchiodano sull’insegna di un negozietto di alimentari. Una freccia indica una sorta di piccola galleria commerciale: eppure, a dispetto del promettente invito “ouvert”, qui di aperto non c’è un tubo. Tutto spento, buio, immobile, silenzioso come il resto di questo paese fantasma, La Foux.
Ci rassegnamo a proseguire la discesa fino ad Allos. La fame distorce i miei ricordi; mi sembra che la distanza che ancora ci separa dal paese sia incolmabile… Non è vero; con mia grande sorpresa, la meta arriva ben prima di quanto mi aspettassi. Senza più bisogno di concordare alcunché, il compare ed io svoltiamo entrambi nella parte vecchia, dove sembrano concentrarsi le botteghe. Con disappunto, constatiamo che qui non sembra esserci traccia di un negozietto di alimentari; in compenso, c’è una panetteria. Mentre scorriamo le pupille sulle torte con la marmellata ed il croccante di mandorle, ecco che Roberto butta l’occhio su qualcosa che… Sembra troppo bello per essere vero. Su un ripiano dello scaffale, giacciono languidi dei panini… Dei signori panini: pagnottone tonde da venti centimetri di diametro, che hanno tutta l’aria di esser ripiene di ogni leccornia. Ci scambiamo una rapida occhiata: se non oggi, quando? Ok: vada per i panini, oltre al dolce ed a due bottigliette di Coca Cola, ovviamente. A quanto pare, la panettiera – antipatica come sono antipatici più o meno tutti i suoi connazionali – non ha un coltello a disposizione per tagliare i panini in due; amen, ci arrangeremo. Usciamo dalla bottega con il morale alle stelle: alla prima panca, ci accampiamo e, con un misto di timore reverenziale e di pura lussuria, ci accingiamo ad affrontare i mostri. Come previsto, gli ingredienti sono innumerevoli: maionese, olive, uovo sodo, insalata, pomodori, zucchini, noci… Insomma, energia a pronta assimilazione per il ciclista. Senza contare l’olio che impregna il pane. Ci sarà un chilo di roba a testa, qui… Eppure, vuoi mica avanzarlo? Tra l’altro, con questo caldo, la maionese rischia di deteriorarsi… Non sia mai. Morso dopo morso, con pazienza e dedizione, i nostri eroi riescono ad avere la meglio sui mastodontici panini, non prima di aver curato la documentazione fotografica dell’evento, finché non giunge il tragico momento di sollevare i deretani dal seggio. Un certo qual senso di pesantezza ci opprime…
Lentamente ci trasciniamo in sella, consapevoli che, con cotanta zavorra sullo stomaco, tra pochi km ci toccherà affrontare le rampe severe del Col des Champs. Se non altro, per un po’ non patirò più la fame… Tumultuosi rivolgimenti di pancia accompagnano i pochi km rimasti di falsopiano in discesa, fino al bivio, seminascosto, per la nuova salita. Rapportino e via: qui la pendenza è più severa, ma in soccorso del ciclista giungono un po’ d’ombra più fitta ed un buon numero di tornanti che, si sa, alleviano la pena e danno l’idea di “salire di più”. Qui l’asfalto è in condizioni più sofferenti, rispetto alla strada del Col d’Allos; del resto, si tratta di una via di collegamento molto meno nota e sfruttata. Crepe, tappeti d’aghi e di pigne, buche, pochissime auto. Una dozzina di km, forse meno. Non vedo Roberto, chissà se ha azzeccato il bivio? Il dubbio è fugato di lì a poco; lo vedo in piedi accanto alla fontana. Ecco, una bella borraccia d’acqua gelida è quel che ci vuole per agevolare la digestione del panino-discarica. Proprio vero, abbiamo stomaci foderati di amianto… Chiunque altro si azzardasse ad affrontare pendenze a doppia cifra dopo aver così impiccato lo stomaco sarebbe già al cospetto di Belzebù. Invece noi risaliamo con molta calma, e molta fatica da parte mia, il fitto bosco, curva dopo curva. Quando torniamo alla luce del sole, le ombre sono già lunghissime. Ancor più suggestivo è il pendio della montagna, d’improvviso pelato come una zucca e che, girata una curva, diventa color del carbone, come se la terra abbrustolita fosse tutto quel che resta di un incendio distruttivo. Scatto ancora qualche foto: sono talmente lenta che quasi quasi non mi è nemmeno necessario impostare l’opzione “foto in movimento”…
Al colle, vestirsi è d’obbligo. L’arsura del giorno, quassù oltre quota 2000, si tramuta in un baleno in brividi; la discesa sarà tutta in ombra. Roberto si avvia al suo passo: lo tormenta la batteria del Garmin, ormai vicina ad esalare l’ultimo respiro. Forse a St Martin d’Entraunes, giù in fondo, gli riuscirà di trovare un bar in cui mendicare qualche minuto di collegamento elettrico. Io scendo piano, a freni tirati, complici anche il gelo alle gambe e la stanchezza. Il sole è sparito dietro le montagne: mi illudo che in realtà non sia ancora il tramonto, che sì è vero, diventa buio ma a casa, in pianura, c’è ancora luce… Il neurone, sfinito, divaga. La discesa è eterna, interrotta da un paio di brevi risalite; la bici va un po’ dove vuole. Sera, timore, agitazione. Ancora una velocissima pausa alla bella fontana in pietra e poi giù: al bivio, incontro il povero Roberto, semiassiderato eppure stoicamente di buon umore. Non manifesta nei miei confronti nemmeno il più flebile istinto omicida: ci sarebbe da proporre il suo nome per un’immediata beatificazione!


La salita del Col de la Cayolle mi terrorizza. E’ nulla, in sé… Ma, messa in coda a Lombarda, Bonette, Allos, Cayolle, diventa più ostica di una parete liscia e strapiombante. Sarà che a me il crepuscolo infonde un invincibile senso di tristezza… Tra poco sarà buio, sarà freddo, avrò sonno… E se non ce la dovessi fare?
Il mio compare fa del suo meglio per tenermi allegra. La prima parte della salita, una decina di km, forse qualcuno in più, è molto blanda; “pedalabile”, la definirebbe un ciclista decente. Un Mortirolo, per me che proprio “non ne ho più”. Anzi, in queste condizioni patisco ancor più il falsopiano, rispetto alla salita “vera”. Mi consola un po’ la sensazione di ritardare la notte, tornando a guadagnare dislivello, ma è un’illusione che dura poco.
Alle prime case di Entraunes, scorgiamo una forma tondeggiante in mezzo alla strada. La forma si sposta pian piano a bordo strada… Ma si decide a dileguarsi solo quando le siamo proprio accanto. Forma molle e pelosa con tutto l’aspetto di un tasso! Stupendo, ma non avrà vita lunga, se continuerà ad aggirarsi con tanta flemma sull’asfalto… Al primo bar, Roberto si ferma. A St Martin non ha trovato soccorso per il Garmin morente; forse qui avrà più fortuna. Io vinco la tentazione di una bevanda calda e proseguo: è meglio che non perda altro tempo. Non ho idea di che ora sia, ma non credo manchi molto alle dieci. Qui comincia il vero Col de la Cayolle, pendenza di tutto rispetto ed ampi curvoni, vegetazione di impronta marittima che pian piano scompare nell’oscurità. Finché posso, evito di accendere la luce frontale; lo sforzo di distinguere le asperità del terreno alla fioca luce delle innumerevoli stelle aiuta a combattere il sonno. Tutt’intorno, un silenzio di pietra, freddo come l’aria sulla pelle. D’improvviso, dalla boscaglia alla mia sinistra si leva un verso indefinibile, una specie di barrito, un trapestìo frenetico, poi più nulla. Recupero al pelo la sbandata; rido del mio stesso spavento, ma pedalo con un briciolo di lena in più. Non passa molto tempo prima che mi raggiunga il mio compare; la sua luce illumina la strada davanti a me. Un po’ di carica l’ha rimediata… Poveretto, non sa che, ad andare in giro con me, bisogna procurarsi batterie plurisecolari!
All’ultimo baluardo di civiltà, ultimo paesello abitato prima del colle, il sonno ha già allungato su di me i suoi artigli. Sgranocchio il croccante, un po’ per tenermi sveglia, un po’ perché, incredibile ma vero, ho ancora fame… Ma non basta. Neppure bastano i racconti delle peripezie ciclistiche di Roberto, pure interessanti e spesso molto divertenti. E neanche il meraviglioso firmamento di stelle. Meno quattro km, meno tre, eppure ho paura di non farcela… E dopo? So bene che la discesa, in queste condizioni, è una tortura. E un rischio. Ma che ci posso fare? Taccio al mio compagno i miei patemi, pesto sui pedali. Questa salita è quasi finita… Ma la prossima?


Il colle. Metto piede a terra ed un vestito di gelo mi ricopre ogni centimetro quadrato di pelle. Prima che il freddo mi congeli le articolazioni, indosso tutto quel che ho, due giacche, guanti sottili ma lunghi, bandana al collo. Il cielo quassù è di una bellezza struggente: ci sarebbe da fermarsi, avendo a disposizione un paio di sacchi a pelo di quelli seri. E invece no. Precedo di poco Roberto in discesa, ma il sonno, bestiaccia crudele, mi aggredisce subito e senza scampo. La voce del compagno d’avventure diventa lontana, la strada si annebbia, le curve non sono più dove mi aspetto di trovarle. Pur con le palpebre sollevate, gli occhi non vedono più. Devo fermarmi almeno un momento, non ho scelta. Lo so, non ha senso quassù, siamo ancora sopra ai duemila di quota, si congela. Non posso, non posso, non ho scelta. La prossima curva non la vedrò. Raccomando a Roberto di andare giù, fermo la bici, mi siedo a terra, così come mi trovo. Appoggio la testa, piombo in un sonno profondissimo. Neanche mi rendo conto che, se dovesse mai salire su un’auto, mi passerebbe sulle tibie. Me ne accorgo al risveglio, dopo pochissimi minuti, quando il freddo mi ha ormai quasi levato il respiro. Rigida, intirizzita, risalgo in sella per disperazione; per un attimo mi sento sveglia, padrona della situazione… Alla luce della frontale, però, distinguo a fatica il nero dell’asfalto dal nero della vegetazione. Nemmeno il più flebile movimento tra i muri del primo minuscolo abitato; solo il fragore del torrente, monotono. Questa discesa è lunga trenta km, terribile da affrontare col sonno. Gli occhi tornano a chiudersi, è tutto buio, tutto muto, tutto uguale. Altri piccolissimi abitati, tutto immobile, come cristallizzato. L’acqua delle fontane scorre per nessuno. Mezzanotte dev’essere passata da un po’. Non voglio, non devo più fermarmi; non so dove sia Roberto, ma di certo mi sta aspettando al freddo, non posso farlo soffrire così… Le pareti del canyon si sostituiscono al nero del cielo, senza stelle è tutto ancor più buio; le palpebre pesano come macigni. Vado giù ripetendomi ad alta voce “Sveglia Gian, sveglia”… E più di una volta correggo bruscamente una curva che un istante prima m’è parsa un rettilineo. Ho la netta sensazione che non arriverò viva al fondo… Lo so, ormai è quasi fatta, ormai manca solo il Colle della Maddalena, ma la stanchezza esaspera le distanze, le paure, i confini. La fortuna, forse anche un po’ la memoria scolpita di questo itinerario, mi aiutano ad azzeccare tutte le curve, tutti i ponticelli, anche se rasento il limite. Non vedo l’ora che la strada mi costringa a tornare a pedalare; un minimo di sforzo fisico è alleato nella battaglia contro il sonno. E poi, se potessi levarmi di dosso un po’ di questo freddo terribile…


Uvernet, lo stradone, Barcellonette. Un tale cammina a bordo strada, mi guarda stralunato, ricambio lo sguardo allucinato. La luce dei lampioni è un magro conforto. Dov’è Roberto? Per un attimo, un brivido ancor più gelido mi attraversa la schiena: e se si fosse fermato ad aspettarmi lungo la discesa, e se io non l’avessi visto? Tiro un lungo sospiro di sollievo quando, in piazza, scorgo sulla sinistra una forma vagamente umana abbandonata su una seggiola. E’ lui! In carne, ossa e brividi… Si rialza, visibilmente sofferente, ma neppure questa volta manifesta nei miei confronti intenzioni violente. Risale in sella, semplicemente. Riusciamo ancora a perderci tra le tre viuzze in croce di Barcellonette e ritrovarci, uno più rintronato dell’altra, sulla strada che va verso Jausiers. Dieci km che a me paiono mille; falsopiano in salita, pedali come macigni, sonno, sonno, sonno. Jausiers in effetti mi ha già vista un’infinità di volte mezza addormentata: con le varie edizioni della Randonnée Fausto Coppi, son passata di qui sempre a notte fonda o alle primissime luci dell’alba. Ricordo perfettamente quella panchina su cui mi sono accasciata nel lontano 2007… Questa notte, purtroppo, non va meglio. Il sonno non si può dominare, men che meno in bici, quando un attimo di mancanza di coscienza può costare carissimo. Di veicoli, a quest’ora, ne passano ben pochi, ma qualcuno c’è… Non ce la faccio. Se non mi fermo, cado, non ho scelta. All’uscita del paese, sono costretta a fermarmi. Lascio le chiavi della Opel a Roberto: lui non patisce, sta bene; che vada su e scenda subito ad Aisone, in auto potrà riposarsi un po’ e scaldarsi. Il suo fanalino rosso scompare nella notte, mentre io quasi cado di peso contro il muro di un’officina, forse un deposito. Schiena e testa appoggiate in verticale, gambe allungate, braccia conserte. Mi addormento.
Il rombo di un Tir mi sveglia, ma non è ancora ora. Ho un freddo becero, ma troppo sonno. Richiudo gli occhi, li riapro ancora, spazi di pochi minuti probabilmente, altrimenti sarei già congelata. Coraggio Gian, è ora di rimettersi in marcia. Quasi mi tocca prendermi a calci per costringermi a tornare in sella. Freddo, sete, tanta sete, borraccia vuota. Mi trascino fino a La Condamine, lentamente, troppo lentamente, come se avessi un pilota automatico, ancorché molto scarso. Il fragore del torrente rimbomba contro le pareti; in certi punti sembra quasi che scorra alla mia sinistra, anziché a destra. Sosta per prendere acqua alla fontana, altra sosta proprio all’attacco della Maddalena, di natura “tecnica”. Il dolore al soprasella, finora, se n’è rimasto in disparte, ma adesso reclama la sua fetta di attenzione; con la prima rampa, comincia la tortura. Pazienza, Gian. Diciassette km ed è davvero finita. Sedici, quindici. Mi alzo con fatica sulla vallata silenziosa, bramo i cippi bianchi e gialli che segnano i km faticati, mi disegno in mente la strada, curva dopo curva. Anche questa volta, il sistema che segnala la frana ormai secolare non ha nulla da rilevare; passo, incurante del divieto di transito alle bici, tiro avanti. Potrebbe venir giù la montagna intera; io voglio andare a casa… Luci di Meyronnes, ancora silenzio, aria immobile, quasi che il vento abbia paura di rompere l’incanto facendo frusciare le foglie. Le mani stringono il manubrio, i piedi scoppiano nelle scarpe, anche se sono comodissime scarpe da corsa e non quelle specie di armi di distruzione di massa che sono gli scarpini da bici. Un infinito traverso, un paio di camion, ancora stelle. Chissà se il mio compare è già all’auto?
Salgo con fatica, ma sono felice, ora che posso ragionevolmente credere di farcela. E che diamine, al colle ormai ci arrivo, a costo di arrivarci a piedi… Non ho più l’allenamento di un tempo e mi dispiace, però sono ancora in grado di combinare numeri del genere. E’ meraviglioso… E bravo questo corpaccione!
Anche a Larche, tutto tace. Solo gli irrigatori automatici delle aiuole disobbediscono, non capiscono nulla della poesia di questa notte. Il sonno cede spazio alla felicità, almeno per un po’… Maison Meane: una minuscola finestra illuminata scalda il cuore. Non è un’impressione: il cielo è già meno nero. Una sfumatura impercettibile all’occhio, ma evidente all’animo di chi attende con ansia febbrile la luce del giorno. L’alba mi coglie sugli ultimi tornantoni che precedono il valico, mi riempie di gioia ma chiede il pegno di un freddo ancor più pungente. Prati, fiori, chiazze di neve, il gabbiotto del venditore di liquori, le figure sfuggono all’oscurità, quasi si affollano a richiamare la mia attenzione. La Valle Stura, ormai quasi casa. Via, in discesa: prima le placide acque del lago, poi il pianoro colonizzato da camper di ogni foggia, dimensione e nazionalità. La Fontana di Napoleone, con la sua vasca di pietra tristemente spaccata ed il frammento che giace lì, appoggiato alle sue radici. Ampi e lunghi tornanti verso Argentera, mentre il cielo assume meravigliose tonalità di rosa. Una donna anziana è la prima presenza umana che incontro, sulla soglia di una vecchia casa in paese. Poi il vento, contrario, manco a dirlo. Raccontatemi pure quel che vi pare circa il flusso delle correnti in montagna; io so solo che, in presenza di un ciclista, il vento è contrario. Sempre, inderogabilmente, è una verità di fede. Ed è freddo…


Le pecore hanno colonizzato lo scheletro di obbrobrioso cemento abbandonato al Villaggio Primavera, si aggirano persino sulle scale, brucano chissà che. Un intenso profumo di croissant mette a dura prova la mia forza di volontà. Il rettilineo lungo, veloce, gelido, e poi le Barricate, il paravalanghe, la galleria. Un film che mi scorre davanti agli occhi senza bisogno di aprirli… Ciononostante li tengo ben aperti, onde evitare di tornare su al colle spalmata, come direbbe un mio terribile amico, “sul radiatore di uno Scania”. La luce è un toccasana contro il sonno, anche se non posso dire che i sensi siano perfettamente sotto controllo. Pontebernardo, Pietraporzio, Sambuco. Due brevi risalite che paiono rampe insormontabili, per non parlare poi della famigerata “erta” di Vinadio. La Valle Stura, per l’ingenuo ciclista che sogna una discesa, è infida e maligna. Vinadio, qualche curva, qualche camion. Il campanile romanico di Aisone, il semaforo. Quasi 300 km e circa 7.000 m di dislivello nelle gambe. La piazzetta, la Opel. E, nella Opel, una forma di vita, sia pure momentaneamente fuori servizio. Lo sveglio, mio malgrado; chissà da quanto tempo è qui… Un’eternità.
Prima che il sonno prenda il sopravvento, salto al volante, destinazione casa. Ce la faccio, sia pure con l’aiuto di un robusto caffé doppio nei paraggi di Cuneo. Povera barista: immagino lo sconcerto nell’accogliere, come primi clienti della giornata, due zombie puzzolenti con le occhiaie… Il viaggio finisce a Carmagnola: per me, ma non per Roberto, che deposito alla stazione ferroviaria. Gli toccherà un tratto di viaggio in treno ed un altro tratto, ancora, in sella. Ma lui non patisce nulla, non se ne accorgerà nemmeno!
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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!